In bilico tra prime e ultime volte

Ieri è stato il mio primo giorno di lavoro. Un lavoro nuovo. Cioè, ragazze e ragazzi, sono riuscita in un momento di crisi interplanetaria a trovare un lavoro lontana da call center e centri massaggi. Mi hanno presa per una delle due cose che so fare meglio.
No, non sono i pompini, in quel caso la paga sarebbe anche comprensibile. No, lavorerò, anzi lavoro già, per il Comitato che sta organizzando il nuovo Salone dell’auto a Torino previsto per giungo 2015. Scrivo. Mi pagheranno per scrivere.
Ecco, non mi dimenticherò mai nella vita, a meno che la demenza senile non mi vinca, il giorno in cui ho fatto il colloquio.
Un lunedì ho stalkerizzato case editrici con il mio curriculum, il mercoledì successivo AT mi ha chiamata per un colloquio lampo in presenza dell’amministratore delegato. Il tempo di uscire di casa con una borsa di probabili mise da indossare, prendersi in testa un sottovaso colmo di acqua e foglie marce volato da un balcone causa vento, arrivare da mia sorella per tentativo, ben riuscito, di domare i miei capelli sminchi e giungere in via Onorato Vigliani quasi figa. Nonostante la ricrescita. Nonostante i baffetti da nutria che non avevo il tempo di estirpare.
Non lo dimenticherò mai quando sono entrata e mi sono sentita Ugly Betty nella redazione de Il diavolo veste Prada. Non dimenticherò nemmeno l’attesa prima della chiacchierata, quei minuti in cui ho sbirciato il loft, ho visto quelli che sarebbero diventati i miei futuri colleghi andare e venire, ho fatto amicizia con una pallina di Natale appesa al bonsai della reception che, evidentemente fuori tempo e fuori spazio, mi ha reso più umana una struttura che all’apparenza sembrava algida, inarrivabile.
Non dimenticherò nemmeno AT che, senza guardarmi direttamente negli occhi, ammette che lo avevano incuriosito il mio curriculum e il mio blog. Santisella colpisce sempre.
Adesso che sono in stand by dinnanzi al mio IMac da mille pollici mi sovvengono tutte le prime volte per cui la mia vita resta magica.

La prima volta che ho guardato negli occhi Micol&Alice.
La prima volta che ho fatto l’amore.
La prima volta che è stato pubblicato un mio articolo con tanto di firma.
La prima volta che ho confidato di essermi separata.
La prima volta che ho baciato.
La prima volta che ho visto il Toro allo stadio.
La prima volta che ho pensato che mio padre fosse uno stronzo.
La prima volta che ho capito di valere qualcosa.
La prima volta che ho capito di valere tanto.
La prima volta che ho votato.
La prima volta che ho tenuto in braccio mia sorella.
La prima volta che non avevo abbastanza soldi per comprare il pane.
La prima volta che Equitalia mi ha chiesto l’amicizia.
La prima volta che ho tenuto in mano le chiavi de La Bottega aperta.
La prima volta che ho attaccato un manifesto politico con i miei amici.
La prima volta che ho fumato una canna. E neanche l’ultima.
La prima volta che ho fatto un test di gravidanza. Era era positivo.
La prima volta che ho vomitato per una bevuta.
La prima volta che ho capito che M sarebbe diventata la mia migliore amica.
La prima volta che ho ammesso con mia mamma di essere bulimica.
La prima volta che VV mi ha detto ti amo, fuori da un ristorante indiano.

Ma anche le ultime volte hanno la loro importanza. Perché spesso non si sa che saranno ultime e poi, con la polvere della memoria che si posa, acquisiscono un sapore e un odore e un colore particolari. Che le rendono immortali.

L’ultima volta che ho acceso il mio portatile prima che me lo rubassero.
L’ultima volta che ho acceso la friggitrice in Bottega.
L’ultima volta che ho sceso le scale della redazione di Sprint&Sport.
L’ultima volta che mi sono sentita disperata.
L’ultima volta che mi sono sentita sola.
L’ultima volta in cui ho toccato il cielo con un dito.
L’ultima volta che ho pensato che mio padre fosse stronzo.
L’ultima volta che ho dato un bacio a nonna Murru.
L’ultima volta che mi sono preoccupata per mio fratello.
L’ultima volta che ho detto: “questa è l’ultima volta”. Sbagliando, ovviamente.

Adesso sono qui, tra un po’ riprendo a scrivere e a parlare di automobili per il mio nuovo lavoro. Con emozione immagino la prima volta che prenderò lo stipendio per quello che sto facendo, perché non la ricordo nemmeno l’ultima volta in cui è successo che qualcuno mi pagasse.

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Essere Don Chisciotte (prontuario di sopravvivenza in tempo di crisi)

Alcune premesse doverose, perché mica tutti conoscete la qui presente Santisella.

– non sono buddhista, non credo nel karma. Non sono nemmeno fatalista. Diciamo che faccio parte di quella schiera di personaggi più dediti alla religione bottaculoista

– mio padre per lustri e lustri mi ha rinfacciato di aver fatto Scienze della comunicazione e non Economia e commercio, per cui ogni tanto mi chiedo se le mie scelte spregiudicate in fatto di lavoro non derivino dall’atavica bramosia di dimostrare che HA TORTO.

– ho con il denaro un rapporto basic, nel senso che lo tratto come fanno i bambini: se ci sei mi compro le caramelle, altrimenti me le immagino. Tutto questo diventa un filo complicato se tieni da sfamare due creature (e pure due gatte e un cane).

– tutte le mie esperienze lavorative mi hanno permesso di scoprire di me talenti nuovi e inaspettati, anche quando lavoravo per quel giornale di merda che inventava cinghiali e nudisti per riempire le pagine. Anche quando ho vestito la voce di Antonietta, la cartomante sensitiva che leggeva i tarocchi e risolveva i dubbi degli utenti telefonici.

– La Bottega aperta mi ha regalato, in senso di talenti scoperti e conclamati, che se voglio posso fare qualsiasi cosa, io sono l’evoluzione della specie in quanto all’arte dell’arrangiarsi. Per cui, se credi fermamente di poter cadere sempre in piedi, sconfiggi l’ansia in un battibaleno e non abusi dell’inalatore da asmatica nerd che fa parte del mio corredo da anni.

Tutto questo per spiegarvi qualcosa che in tanti mi avete chiesto in queste settimane, ovvero come facessi a starmene serena a guardare la tele sul dondolo o a parlare di Renée Zellweger mentre avevo mutuo, bollette, figlie da sfamare e vestire e occhialare, assorbenti e deodorante da acquistare, luce e gas da saldare, spazzatura da liquidare e tutto quello che ancora finisce in -are e fa rima con pagare.

Mi rendo conto che il mio atteggiamento potesse sembrare assurdo, incosciente, ai limiti della demenza e della chiamata ai servizi sociali. Ma vi chiedo una cosa: voi avete mai letto il Don Chisciotte? Se sì battete un cinque, se invece la risposta fosse negativa…

Peccato. Ma fatelo. Perché parla di un uomo libero che non si fa condizionare dal pensiero altrui. Parla di chi crede fortemente in qualcosa, ma così fortemente, che quel qualcosa gli scorre nelle vene, fa parte di lui, se lo porta dietro anche quando si lava i denti. Parla di chi non è sciocco, anzi, ma non  fa della furbizia e delle strategie il suo modus operandi.

Parla di chi crede fortemente che “a tutto si rimedia fuorché all’osso del collo scavezzato” e che a stare a lamentarti, a blaterare che gli altri rubano, ma poi lo faresti pure tu ne avessi occasione perché “lo fanno tutti”, ad aspettare la manna dal cielo con la bocca aperta non si risolve proprio una cippa di un cazzo di nulla.

Non dico che sia semplice e nemmeno che non è vero che non ci sia lavoro, altrimenti non avrei fatto la cartomante al telefono e nemmeno venduto olio da un call center facendo finta che lo facessi dagli uliveti liguri, accarezzata dal vento e cullata dal muoversi delle fronde.

Dico che se non ti piovono bombe sulla testa, se non vivi in un posto in cui hai casa lavata da uno tsunami il giovedì e asciugata il martedì da un tornado, che se a sei anni non ti hanno data in sposa a un trentenne, che se hai acqua dal rubinetto quando la chiedi, che se hai pure delle scarpe ai piedi e il tempo di scegliere tra vestiti diversi nell’armadio, che se non hai malattie gravi… Ecco, se non rischi di avere l’osso del collo scavezzato, allora non hai il diritto di frignare, ma il diritto, e anche il dovere, di credere di farcela. Per te stesso e anche per chi, a tutte o a qualcuna di quelle domande di cui sopra, ha risposto sì.

Ecco spiegato quindi il mio sorriso, che tanto stranisce chi mi crederebbe, e vorrebbe, in un angolo a piangere. Sarà che ho due figlie belle e intelligenti e sane, sarà che ho davvero un sacco di gente che mi vuole bene e che sarebbe disposta a sentire un intero cd  di Gigi D’Alessio pur di aiutarmi, sarà che mi ritengo fortunata, io sorrido e credo fortemente che so fare un tot di cose e so farle talmente tanto bene che prima o poi il mio “lavoro” arriverà. E se non dovesse arrivare, mi basterà trovarne un paio che mi permettano di sostentare me e le due cucciole e mi lascino abbastanza tempo per incontrare gli amici, fare la capriole con VV, guardare XFactor con Micol e cucinare per gioco con Alice.

Insomma, sono una ragazza fortunata perché MI sono regalata un sogno. E sopravvivo alla grande crisi.

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Il voltafaccia di Renée Zellweger

Io lo so che la vita è costellata di perché.
Perché il sole sorge e poi tramonta?
Perché se sono il sesso forte le mestruazioni non le hanno i maschi?
Perché quando ne hai bisogno la Nutella finisce?
Perché se Dio esiste ci sono le guerre?
Perché la gente vive di speranza e spende decine di euro in slot e non crede nei sogni, che sono gratis e costano in impegno?
Perché se hai una camicia bianca si macchierà di qualsiasi cosa prima dell’appuntamento per il quale sei in ritardo?
Perché se ti cade la fetta biscottata alla marmellata finisce, inevitabilmente, sul pavimento dalla parte della marmellata?

E di perché ce ne sono e ce ne sarebbero ancora…. Ma ce n’è uno che mi angustia da qualche ora e che non mi dà pace:

Perché minchia ti sei devastata la faccia cara Renée Zellweger?

Perché hai fatto a te questo, stravolgendo dei connotati fantastici? E perché lo hai fatto a tutte noi donne?

Non è giusto Renée, ci stai girando la schiena, adesso diventata ossuta e con scapole sporgenti. Hai preso, hai guardato noi femmine per anni rincuorate dai tuoi mutandoni in spandex, dai tuoi capelli a lattuga, hai provato a sorridere e te ne sei andata, lasciandoci così.

Sei una stronza Renée, dove la mettiamo la coerenza? Come me la racconti adesso la storia della sfigata paffuta e disinibita sessualmente che mangia gelato piangendo sotto il piumone, cantando, con il moccio al naso, All by myself?!?!?

Hai preso un lembo della tua natica e hai chiesto a una squadra di chirurghi picassiani di allargarla tanto da coprire il tuo viso resettando quello che era prima. Ora non riesci più a sorridere, il mondo ti guarda e non ti riconosce e a me viene una grandissima tristezza perché mi hai ingannata, e hai ingannato te stessa. Te ridevi con il culone strizzato in quelle pancere antiscopata, ridevi e parlavi con gaudio di quei chili che hai dovuto prendere per essere una credibile Bridget Jones.

Ridevi, facevi l’autoironica e creavi un’eroina credibile, paladina delle donne che sono normali, che fanno la cacca e ogni tanto pure le scorregge, che l’uomo lo perdono per i motivi che normalmente nella vita gli uomini si perdono, noia, abitudine, per sesso che muore e adipe che cresce. Perché la quotidianità viene sognata ma poi, quando si raggiunge, spegne gli entusiasmi.

Perché l’amore finisce. Ma se l’amore finisce e tu piangi sotto il piumone e mangi il gelato, un po’ sorridi perché lo ha fatto pure lei, Bridget, e quindi non sei sola.

Io, Bridget, io mi sono sentita te più di una volta. Ultima ieri, quando camminavo svelta per andare a prepararmi per un colloquio di lavoro, una raffica di vento ha fatto volare un sottovaso che mi si è rovesciato in testa, con tanto di acqua sporca e foglie marce. Io mi sono messa a ridere e ho pensato a te. Dopo qualche minuto ho visto le immagini di quella tua faccetta sciolta e spalmata. Quella faccetta che non era più la tua.

Cosa c’è Renée? Crisi di mezza età? Marito farfallone? Produttori che non ti chiamano più? Me lo vuoi spiegare che cazzo t’è preso quel giorno? Me lo vuoi spiegare perché non ci hai chiamate tutte a raccolta, cellulitiche ancelle del tempio della normalità? Ti avremmo spiegato che il tempo passa, che i farfalloni è meglio che farfallino altrove, che le major del cinema sticazzi che ora ti chiamano, ora che sembri la figlia illegittima di Taylor di Beautiful e Melanie Griffih.

Ma avevi una te stessa da cercare e sei scivolata fuori dal piumone, hai mollato il barattolo di gelato e te ne sei andata. Lasciandoci il cucchiaio da lavare.

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Friendship zone: gli amici ai tempi dell’internet

Sono tante. Non le vedo ma è come se sentissi le loro voci quando mi succede qualcosa, di bello, di brutto, di divertente. Mi parlano nella testa, soprattutto tramite smartphone. Sono amiche e sono presenti in ogni attimo della mia vita più recente. No, non sono la Giovanna d’Arco di periferia, e nemmeno sono pronta e taniche di ansiolitici per risolvere questa schizofrenia galoppante. Parlo delle Mamme di maggio 2012, una sorta di setta nella quale sono entrata nel momento in cui condividevo il mio utero con la mia secondogenita, Alice.

Lo so, lo so cosa pensate voi che del concetto di amicizia avete un’idea più classica, che vede banchi di scuola, merende divise, sigarette fumate di nascosto dietro le siepi, viaggi nei cessi delle discoteche a due a due, racconti di limonate da dimenticare. Lo so. Eppure queste 88 donne sono mie amiche. Non tutte e non tutte nello stesso modo, ma lo sono.

Ecco, mettiamola così. Come le chiamate voi quelle persone dalle quali andate per commentare un cunnilingus? Oppure per chiedere rimedi per la stitichezza? Chi sono per voi, se non amiche, quelle da cui andate per confessare di aver messo Guttalax nella lasagna di parenti serpenti? O quelle che vi asciugano le lacrime, anche virtualmente, quando raccontate che siete infelici?

Si chiamano amiche e io ne ho un plotone. E questa mandria di mammifere si racchiude virtualmente in un gruppo segreto su Facebook, mentre invece si disloca fisicamente in ogni angolo d’Italia. Isole comprese. E anche in Germania e Svizzera.

Ci sono quelle abbienti, quelle povere, quelle povere di spirito e quelle ricche di temperamento. Ci sono le metallare e le neomelodiche. Ci sono quelle di destra e ci sono quelle di sinistra. Ci sono quelle che al supermercato, le sentissi parlare, le punteresti con il carrello dritto all’altezza dello sterno. E poi ci sono quelle che ti chiedi perché non siano sorelle di sangue. Ci sono quelle credenti, quelle atee, le animaliste e quelle che ti mangerebbero Bambi guardandoti negli occhi.

Perché questo gruppo su fb, a livello, sociologico, è un terreno di studio meraviglioso. La sinergia che si crea tra donne tante diverse, accomunate da un momento magico quale è la gravidanza e tutto ciò che ne consegue, va al di là di gruppi e associazioni in cui, invece, ci si riunisce appositamente perché uniti da un interesse. Tra queste donne, tra queste madri, di base c’è un principio che se applicato nella società moderna farebbe la rivoluzione: c’è il mutuo soccorso.

Avete presente quella scena di Alla ricerca di Nemo in cui una rete di un peschereccio imprigiona un banco di pesci? Ecco, fate finta di essere coperti di squame, strizzati in quel sacco pieno di pesci. La cosa più importante per tutti è liberarsi per cui, insieme, con la stessa foga, si comincia a nuotare verso il basso per piegare il braccio che regge la rete. Ed essere salvi. E poco importa se quel luccio affianco che nuota con te vorresti finisse in crosta di patate: passato il pericolo puoi prenderlo a pinnate in faccia. Ma fino a che ce n’è bisogno si mettono da parte le stronzate e si nuota, insieme.

Non sarebbe bello se il mondo funzionasse così? Secondo voi, con questo principio, Occhetto avrebbe dato il via al festival delle divisioni? Io non lo so. Ma ogni tanto ci penso.

Il meglio lo diamo quando una di noi sta per partorire. Partono gli aggiornamenti in presa diretta che 90* minuto ci farebbe ‘na pippa. Misuriamo i minuti tra una contrazione all’altra, sosteniamo e incitiamo. E ci commuoviamo. A questo proposito: benarrivato Michele, new entry di 4,200 chili!

Statisticamente, per ogni mamma di maggio c’è anche un papà di maggio. Almeno, la regola è questa. Ecco, loro sono veramente la parte più tenera. Quando le mamme di maggio si incontrano, non tutte insieme ma spesso e volentieri si incontrano, i papà di maggio stanno un po’ in disparte, mani in tasca, si guardano in giro, molte volte nascondono l’imbarazzo occupandosi dei pupi mentre le mamme… le mamme si incontrano, si baciano e si abbracciano, ridono e confabulano come se avessero condiviso il bagno fino al giorno prima. E, sappiate, che per molte di loro, anche il numero di deiezioni è argomento di discussione. Le proprie deiezioni, quelle del frutto del loro seno e pure quelle degli animali domestici.

Sapessero anche, i cari papà di maggio 2012 che molte delle loro misure sono state discusse nel gruppo. E anche delle loro prestazioni: di maschi, di uomini, di padri.

Uno degli aspetti che amo maggiormente di questo insieme di uteri produttivi è la sua connotazione di prontuario. Hai bisogno di un avvocato? Noi, tra le mamme, ce l’abbiamo. E più di uno. Vuoi uno psicologo? Celo. Un’infermiera? Celo ancora. Una maestra, una podologa, una cartomante? Celo. Celo. Celo. Vuoi l’imprenditrice affermata? Vuoi la cassiera che ti spara in anteprima le offerte? Celo. E ce-lo. Noi abbiamo tutto, cari miei, e ve ne dico un’altra: se fossimo le superstiti di una guerra post-atomica e avessimo il compito di ripopolare con senno questo pianeta noi, le mamme di maggio, ce la faremmo in meno di sei giorni. Sputandoci negli occhi all’occorrenza, ma tirando su il sipario di questo mondo nuovo con lo smalto sulle unghie e gli orli delle tende cuciti. Perché quando il gioco si fa duro, noi si nuota dalla stessa parte.

CON SAPEVO (L) MENTE

Interno cinema Ideal. Sala quasi vuota. Domenica sera. Secondo spettacolo.

Santisella e VV se ne stanno quietamente seduti a guardare Pane, amore e curry (per sapere cosa ne penso, aspettate il mio PS). Lui si gira a guardarla. Lei sente i suoi occhi che l’accarezzano, si volta, gli sorride. Anche lui sorride, poi la stringe un po’ più forte a sé e le mormora sui capelli, dopo un bacio leggero come una farfalla: “Non puzzi più di fritto!”.

Oltre al fatto che VV sa essere anche romantico, vi giuro che in quel momento la saetta della consapevolezza si è abbattuta sulla mia testa, recentemente profumante muschio della Tazmania raccolto al tramonto, piuttosto che di panzerotti di zia Franca, fritti e rifritti.

Una cosa banale: ovvio che se non friggi non puzzi più di fritto, ma rabbrividivo di gioia nel comprendere che non avrei più lasciato quella scia al mio passaggio, non avrei più dovuto fare la doccia tutte le sere per evitare che il mio cane mi leccasse tra le dita dei piedi pensando fossi un arancino, che se olezzo sarebbe ancora stato, il mio, lo avrei conquistato sul campo con cyclette e scarsa igiene personale, e non perché abbarbicata a una friggitrice due vasche.

Ecco, se qualcosa ho guadagnato con l’aprire e chiudere la Bottega (intesa come locale e non come patta di jeans) è stata proprio la consapevolezza.

Ho imparato a capire, quando continuare imperterrita e quando smetterla. Quando arrivare al limite, fino a fare una carezza al mio prossimo migliore amico, l’esaurimento nervoso, e quando tirarsi indietro e salutarlo, preferendo un barattolo di Nutella consolatorio.

Avete presente quando Derek Shepard scuote la chioma fluente e depone con faccia contrita il suo bisturi, mentre il monitor che monitora il battito cardiaco del paziente decreta che quello era diventato un ex paziente, ex monitorato ed ex vivo? Ha gli stessi occhi anche mentre affoga il suo dolore al pub e mentre si accoppia con Meredith. Quelli, Signore e Signori, sono gli occhi della consapevolezza. Di chi sa che ha fatto qualsiasi cosa in suo potere, e anche qualcosa nel potere di altri, per continuare a operare. Ma che se il cuore del paziente non batte più, non batte più. Ammetterlo e deporre il bisturi significa accettarlo, significa cominciare a metabolizzare il lutto.

Io non puzzo di fritto perché non friggo più. E perché non friggo più? Perché ho chiuso il locale. Il mio locale. Quello che doveva essere un trampolino verso il futuro e che si è trasformato nei soliti tre gradini prima di scendere in cantina.

Punto.

Qui scenderebbe a tutti una lacrima. Ma non a me e nemmeno a Derek Shepard, paladini oltranzisti dell’ottimismo cosmico. Noi guardiamo il lato positivo, e quindi adesso stiliamo una lista di 10 effetti benefici che ha avuto la chiusura del locale nella mia vita, e di quella di tutti coloro che la mia esistenza rendono bella. Vai Derek, sei pronto?

1. Scopro che pago Sky cinema anche per vedere dei bei film la sera, dopo che metto Mi&Al  dormire (ops, quelle rare volte in cui non mi addormento con loro, ovviamente)

2. Mi siedo a tavola a mangiare e non mi cibo di spilucchiamenti continui

3. Tra un po’ smetterò di rabbrividire a ogni squillo del telefono o davanti ogni busta da lettera, entrambi presagio dell’antica frase: Paga!

4. Sono finiti i pellegrinaggi di chi, per vedermi, doveva aprire quella porta. E varcare quella soglia.

5. Smetto di vedere e rapportarmi a persone odiose, poche in verità, alle quali avrei voluto mettere Guttalax nel panino e alle quali, invece, ho sempre sorriso.

6. Diminuiranno le litigate estenuanti con l’ex compagno ex socio.

7. Si apre un nuovo inaspettato capitolo del libro della mia vita e sinceramente non vedo l’ora di cominciare a leggerlo. Sperando non ci sia lo zampino di Moccia nella stesura della bozza.

8. Ho riscoperto il suono che fa quando trilla il mio telefono di casa.

9. La mia insonnia mi ha lasciata per una più giovane e più imprenditrice di me.

10. Mi godo anche gli aspetti più belli e divertenti e curiosi e amorevoli dell’essere mamma, momenti ridotti all’osso per mesi e ridotti a scene di normale assistenza sussistenza materna: sveglia-vestiti-scuola/asilo andata, scuola/asilo ritorno, cena lanciata in qualche tavolo, ritirata a casa per dormire, pigiama e pipì, nanna.

Ancora una volta l’istinto mi ha fatto prendere improvvisamente una strada, all’ultimo, sterzando in corsa. Io lo seguo come si fa con i camerieri che portano i vassoi pieni al buffet: fedelmente, a occhi chiusi, con il naso all’insù.

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PS Parliamo di Pane, amore e curry. Cominciamo dal titolo? Sorvoliamo. La cosa che mi fa veramente incazzare di questo film è che gli ingredienti per farne una cosa carina c’erano tutti: fotografia bellissima, personaggi caratterizzati bene e con leggerezza, ambientazioni da sogno, con tutto quello che lavanda e prati verdi comportano, attori bravi e con la faccia giusta. Anche la storia, all’inizio non era male: famiglia di Mumbay con generazioni e generazioni di tradizione nella cucina, scappa per non si sa bene quali motivazioni politiche dopo una rivolta in cui muore la mamma, vero genio culinario nonché mentore di Hassan, faccia da riccio di mare che si trasforma nel film in un Clooney al coriandolo. La famiglia va in Europa per rifarsi una vita, arriva in Francia e decide di aprire un ristorante proprio in faccia a un altro. Cioè, puoi essere simpatico e bello quanto vuoi, ma se stiamo in mezzo a chilometri e chilometri e chilometri di prati con lavanda e trifoglio e tu mi apri proprio davanti un altro ristorante, scommetto che girerebbero le palle pure a Pollyhanna! La proprietaria del ristorante stellato non la prende bene, la fanno passare per la solita vedova frigida e incattivita con il mondo perché senza più marito. Mentre la famiglia indiana mette in campo il buon Hassan che si invaghisce di pomodori nostrani, che va a pescare e prova a impanarsi la bella Marguerite, sous-chef del ristorante chic. I due si strusciano fino a che lui non tenta il colpo gobbo e riesce a sfruttare il suo immenso talento per andare a cucinare dalla Madame Scopèinchiul, fa incavolare Marguerite che, da quel momento, sembra una donnetta con le mestruazioni, gelosa di Hassan. Ecco, in questo punto del film gli sceneggiatori si sono stufati, hanno fatto come i bambini quando non hanno più voglia di fare i compiti e li fanno “accazzo”. Tutta la parte in cui Hassan apprende da Madame Scopèinchiul i segreti della cucina francese viene tralasciata, si vede solo lui che fa il bollito e lo fa assaggiare al padre che comincia a guardare alla Madame con occhio famelico. Margherite tiene il broncetto alla francese ad Hassan che, a colpi di curry e coriandolo, conquista una stella Michelin da M.me Scopèinchiul e poi se ne va a  prendere un’altra a Parigi, in un ristorante azotato che serve barbabietole caramellate su letto di nonsicapiscecosa. E Hassan è bravo, lo vedono tutti, compare nelle riviste, ma sembra bravo solo perché piazza due spezie qua e là. E, nonostante sia diventato un divo e prenda soldi come un calciatore, in un anno non è mai tornato dalla famiglia e da Marguerite. Anzi, beve. Beve disperato mentre azota totani.  Poi, una notte, l’aloo gobi di un collega lo fa ravvedere, piange mentre ingurgita e sale su un treno. Lo sappiamo tutti dove va. Va a cucinare da Madame, con Marguerite, e va a comunicare che il divo della cucina torna a elargire alta cucina in mezzo a lavanda e trifogli, puntando a un’altra Stella Michelin. Lo farà con quella derelitta di Marguerite che lui chiama socia ma che tutti, in sala, abbiamo capito essere diventata il suo braccio destro perché sua compagna di letto. Lui è il Ronaldo della cucina francese, lei è Tarzan Annoni. Giocano su un altro livello, succede. Non tutti sono Fenomeni. Non c’era bisogno di “darle in contentino”. A me, che non ho bruciato reggiseni in piazza perché le mie sono tette soltanto quando contengo feti o allatto cuccioli d’uomo, questa roba che lui elemosina il palcoscenico della grande cucina alla compagna mi fa rabbrividire. E sorridere. Perché nella realtà non sarebbe successo il contrario.

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Io e le tue ossessioni

Colloquio di lavoro via whatsapp.

Francesco: “Ciao, il lavoro è basato tutto su questo. Tu soffri il solletico? In quali posti di più?”

Santisella: “Nonostante la domanda surreale ti rispondo: interno cosce e pianta dei piedi”.

Francesco: “Ascelle e pancia no? Ti spiego, sono un grandissimo appassionato di solletico e cerco urgentemente un’assistente per diverse sedute di questo tipo, senza nudi e senza secondi fini. Ben retribuite, al solo scopo di divertimento reciproco”.

Santisella: “Francesco guarda, mi piacerebbe ma VV (il mio Vicinissimo Vicino) potrebbe non essere contento se io mi facessi solleticare per lavoro. In bocca al lupo per la tua ricerca”.

Francesco: “Peccato, ciao”.

Eccomi entrata a gamba tesa nel fantastico mondo della ricerca di un lavoro. Eccomi spalancare le porte verso gli abissi delle più folli ossessioni.

Perché per un Francesco che vuole solleticarsi la vita, c’è una Nicole che mangia il lattice dei materassi, una Charmissa che ingurgita pezzi di ceramica, una Barbara che tutte le mattine annusa le ceneri del suo gatto.

Si spostano i limiti, si aumentano le cose da fare, da sopportare, da risolvere e cresce la frustrazione per missioni impossibili alle quali noi e soltanto noi ci sottoponiamo. Sotto ogni punto di vista. E arriva poi il giorno in cui il cervello va in corto circuito e ti ritrovi ad andare a dormire abbracciato a una sega elettrica o andare a spasso vestito da pony, nitrendo a ogni semaforo.

In questa settimana di volontario abbruttimento sul dondolo ho scoperto che cedere a un’ossessione è quanto di più rassicurante possa esserci quando il terreno sotto i piedi diventa più instabile dell’umore di una puerpera. Per esempio, leggere gli Harmony da sempre per me equivale a dare il rompete le righe a neuroni educati a essere sempre vigili e scattanti. Dai tempi dell’università, quando mancava un giorno all’appello, io disconnettevo i tessuti cerebrali e mi tuffavo nelle rassicuranti avventure dei romani d’amore. Perché, siamo sinceri, fa bene al cuore sapere che Brittany e Richard si incontrano e rabbrividiscono a pagina 8, si detestano arrapandosi fino a pagina 30, poi si contano i denti con la lingua a pagina 42 (ansimando e scambiandosi fluidi corporei fino a pagina 43), litigano per un equivoco a pagina 90 e fanno pace dopo immani sofferenze a pagina 130.

Ci fa bene sapere che Brittany e Richard staranno insieme, nonostante le variabili che la vita vomiterà loro addosso. È confortante sapere che può avvenire. Anche se è tutto paradossalmente finto.

Sarà per questo che continuiamo a vedere Beautiful e ad assistere al matrimonio tra Brooke e Ridge un paio di volte l’anno: piccole certezze, leggere ossessioni che danno sicurezza e tolgono la sensazione che il mondo possa crollarci addosso da un momento all’altro.

Sarà quindi più semplice sopportare le telefonate dei creditori, le bollette in buca, il matrimonio sciatto, il lavoro noioso e i figli apatici se ogni tanto ci uccidiamo di solletico, fino a morire dal ridere. Anche se per farlo dobbiamo dare 25 euro l’ora ad assistenti abbordate sulle bacheche di annunci di lavoro.

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Tempo, troppo o troppo poco

Nessuno dovrebbe avere tanto tempo libero da stecchire i propri neuroni davanti Real Time. Per ore. Mangiando Nutella e tenendo un Harmony tra le mani. Lavandosi i denti soltanto una volta al giorno. Se va bene. E lasciando che l’impero tricotico prenda il sopravvento su gambe, labbra, ascelle e tubero. Nessuno.
Men che meno io, che fino a una settimana fa contavo i secondi disponibili per espletare i miei bisogni corporei, che dormivo cinque ore per notte, incubi annessi. Per me, che lavoravo minimo 14 ore al giorno per sei giorni la settimana. Senza soldi, perché il locale era “mio” e la mia busta paga il 27 era rappresentata da soddisfazioni&preoccupazioni, non pecunia.
Sono Barbara, tra 40 giorni e 40 notti compirò 36 anni, ho due figlie, un ex compagno adesso anche ex socio, un vicino di casa molto vicino e, fino a sabato scorso, ero un’imprenditrice. Poi ho finito i gettoni delle giostre e mi sono ritrovata ad andare gratis su quella dei Calci in culo.
Non mi ci metto nemmeno a fare discorsi su crisi, istituzioni assenti, mancanza di appoggi, assenza di sostegni… Non mi ci metto a frignare in pubblica piazza. Preferisco abbruttirmi sul dondolo per un tempo definito, con la Nutella e il telecomando. Perché se fallimento è stato, il primo passo non può essere quello di dare la colpa a qualcuno. Bisogna accettarlo. Dondolando e vedendo scorrere puntate ormai vintage di Sex and the city.
È così che scopro che non so cosa farmene di quella cosa che, fino a sabato scorso, mi mancava come l’aria. La cui scarsa quantità era l’alibi per le cose che non riuscivo a portare a termine, la giustificazione per gli scatti di follia nervosa che investivano un po’ tutti.

Il tempo.

Prima non ne avevo abbastanza, oggi non so cosa farmene. Non so come usarlo. Non so cosa sono in grado di fare per poterlo utilizzare al meglio. Non so come ottimizzarlo, non so come impiegarlo tutto questo cazzo di tempo che prima usavo per trotterellare da una situazione a una torta a un fornitore a una bolletta a una spesa a un evento a una figlia da consolare e a un’altra da sgridare. Ne ho tanto, a manciate, a iosa, a sacchi, a valanghe, a betoniere, e non so dove stiparlo. Lo lascio scandire dai piccoli riti che mi impongono le bambine, ma per il resto è lì, tanto, quel tanto che destabilizza e lascia senza fiato. Lo so che prima o poi sparirà, come d’incanto, e mi troverò a rincorrerlo frustrata mentre incastro le decine di situazioni incastrabili da una donna-mamma in una giornata. Ma adesso ce ne stiamo insieme sul dondolo, benedicendo la bulimica presenza di canali satellitari, vedendo la pioggia scendere e rispondendo ai whatsapp di chi vuole sapere dove sono finita.

Simona mi chiede se ho progetti. Rispondo di no, rispondo che so fare bene due cose. Che cosa? So scrivere bene e fare bene i pompini.

Meglio di niente…

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