CON SAPEVO (L) MENTE

Interno cinema Ideal. Sala quasi vuota. Domenica sera. Secondo spettacolo.

Santisella e VV se ne stanno quietamente seduti a guardare Pane, amore e curry (per sapere cosa ne penso, aspettate il mio PS). Lui si gira a guardarla. Lei sente i suoi occhi che l’accarezzano, si volta, gli sorride. Anche lui sorride, poi la stringe un po’ più forte a sé e le mormora sui capelli, dopo un bacio leggero come una farfalla: “Non puzzi più di fritto!”.

Oltre al fatto che VV sa essere anche romantico, vi giuro che in quel momento la saetta della consapevolezza si è abbattuta sulla mia testa, recentemente profumante muschio della Tazmania raccolto al tramonto, piuttosto che di panzerotti di zia Franca, fritti e rifritti.

Una cosa banale: ovvio che se non friggi non puzzi più di fritto, ma rabbrividivo di gioia nel comprendere che non avrei più lasciato quella scia al mio passaggio, non avrei più dovuto fare la doccia tutte le sere per evitare che il mio cane mi leccasse tra le dita dei piedi pensando fossi un arancino, che se olezzo sarebbe ancora stato, il mio, lo avrei conquistato sul campo con cyclette e scarsa igiene personale, e non perché abbarbicata a una friggitrice due vasche.

Ecco, se qualcosa ho guadagnato con l’aprire e chiudere la Bottega (intesa come locale e non come patta di jeans) è stata proprio la consapevolezza.

Ho imparato a capire, quando continuare imperterrita e quando smetterla. Quando arrivare al limite, fino a fare una carezza al mio prossimo migliore amico, l’esaurimento nervoso, e quando tirarsi indietro e salutarlo, preferendo un barattolo di Nutella consolatorio.

Avete presente quando Derek Shepard scuote la chioma fluente e depone con faccia contrita il suo bisturi, mentre il monitor che monitora il battito cardiaco del paziente decreta che quello era diventato un ex paziente, ex monitorato ed ex vivo? Ha gli stessi occhi anche mentre affoga il suo dolore al pub e mentre si accoppia con Meredith. Quelli, Signore e Signori, sono gli occhi della consapevolezza. Di chi sa che ha fatto qualsiasi cosa in suo potere, e anche qualcosa nel potere di altri, per continuare a operare. Ma che se il cuore del paziente non batte più, non batte più. Ammetterlo e deporre il bisturi significa accettarlo, significa cominciare a metabolizzare il lutto.

Io non puzzo di fritto perché non friggo più. E perché non friggo più? Perché ho chiuso il locale. Il mio locale. Quello che doveva essere un trampolino verso il futuro e che si è trasformato nei soliti tre gradini prima di scendere in cantina.

Punto.

Qui scenderebbe a tutti una lacrima. Ma non a me e nemmeno a Derek Shepard, paladini oltranzisti dell’ottimismo cosmico. Noi guardiamo il lato positivo, e quindi adesso stiliamo una lista di 10 effetti benefici che ha avuto la chiusura del locale nella mia vita, e di quella di tutti coloro che la mia esistenza rendono bella. Vai Derek, sei pronto?

1. Scopro che pago Sky cinema anche per vedere dei bei film la sera, dopo che metto Mi&Al  dormire (ops, quelle rare volte in cui non mi addormento con loro, ovviamente)

2. Mi siedo a tavola a mangiare e non mi cibo di spilucchiamenti continui

3. Tra un po’ smetterò di rabbrividire a ogni squillo del telefono o davanti ogni busta da lettera, entrambi presagio dell’antica frase: Paga!

4. Sono finiti i pellegrinaggi di chi, per vedermi, doveva aprire quella porta. E varcare quella soglia.

5. Smetto di vedere e rapportarmi a persone odiose, poche in verità, alle quali avrei voluto mettere Guttalax nel panino e alle quali, invece, ho sempre sorriso.

6. Diminuiranno le litigate estenuanti con l’ex compagno ex socio.

7. Si apre un nuovo inaspettato capitolo del libro della mia vita e sinceramente non vedo l’ora di cominciare a leggerlo. Sperando non ci sia lo zampino di Moccia nella stesura della bozza.

8. Ho riscoperto il suono che fa quando trilla il mio telefono di casa.

9. La mia insonnia mi ha lasciata per una più giovane e più imprenditrice di me.

10. Mi godo anche gli aspetti più belli e divertenti e curiosi e amorevoli dell’essere mamma, momenti ridotti all’osso per mesi e ridotti a scene di normale assistenza sussistenza materna: sveglia-vestiti-scuola/asilo andata, scuola/asilo ritorno, cena lanciata in qualche tavolo, ritirata a casa per dormire, pigiama e pipì, nanna.

Ancora una volta l’istinto mi ha fatto prendere improvvisamente una strada, all’ultimo, sterzando in corsa. Io lo seguo come si fa con i camerieri che portano i vassoi pieni al buffet: fedelmente, a occhi chiusi, con il naso all’insù.

santisella

PS Parliamo di Pane, amore e curry. Cominciamo dal titolo? Sorvoliamo. La cosa che mi fa veramente incazzare di questo film è che gli ingredienti per farne una cosa carina c’erano tutti: fotografia bellissima, personaggi caratterizzati bene e con leggerezza, ambientazioni da sogno, con tutto quello che lavanda e prati verdi comportano, attori bravi e con la faccia giusta. Anche la storia, all’inizio non era male: famiglia di Mumbay con generazioni e generazioni di tradizione nella cucina, scappa per non si sa bene quali motivazioni politiche dopo una rivolta in cui muore la mamma, vero genio culinario nonché mentore di Hassan, faccia da riccio di mare che si trasforma nel film in un Clooney al coriandolo. La famiglia va in Europa per rifarsi una vita, arriva in Francia e decide di aprire un ristorante proprio in faccia a un altro. Cioè, puoi essere simpatico e bello quanto vuoi, ma se stiamo in mezzo a chilometri e chilometri e chilometri di prati con lavanda e trifoglio e tu mi apri proprio davanti un altro ristorante, scommetto che girerebbero le palle pure a Pollyhanna! La proprietaria del ristorante stellato non la prende bene, la fanno passare per la solita vedova frigida e incattivita con il mondo perché senza più marito. Mentre la famiglia indiana mette in campo il buon Hassan che si invaghisce di pomodori nostrani, che va a pescare e prova a impanarsi la bella Marguerite, sous-chef del ristorante chic. I due si strusciano fino a che lui non tenta il colpo gobbo e riesce a sfruttare il suo immenso talento per andare a cucinare dalla Madame Scopèinchiul, fa incavolare Marguerite che, da quel momento, sembra una donnetta con le mestruazioni, gelosa di Hassan. Ecco, in questo punto del film gli sceneggiatori si sono stufati, hanno fatto come i bambini quando non hanno più voglia di fare i compiti e li fanno “accazzo”. Tutta la parte in cui Hassan apprende da Madame Scopèinchiul i segreti della cucina francese viene tralasciata, si vede solo lui che fa il bollito e lo fa assaggiare al padre che comincia a guardare alla Madame con occhio famelico. Margherite tiene il broncetto alla francese ad Hassan che, a colpi di curry e coriandolo, conquista una stella Michelin da M.me Scopèinchiul e poi se ne va a  prendere un’altra a Parigi, in un ristorante azotato che serve barbabietole caramellate su letto di nonsicapiscecosa. E Hassan è bravo, lo vedono tutti, compare nelle riviste, ma sembra bravo solo perché piazza due spezie qua e là. E, nonostante sia diventato un divo e prenda soldi come un calciatore, in un anno non è mai tornato dalla famiglia e da Marguerite. Anzi, beve. Beve disperato mentre azota totani.  Poi, una notte, l’aloo gobi di un collega lo fa ravvedere, piange mentre ingurgita e sale su un treno. Lo sappiamo tutti dove va. Va a cucinare da Madame, con Marguerite, e va a comunicare che il divo della cucina torna a elargire alta cucina in mezzo a lavanda e trifogli, puntando a un’altra Stella Michelin. Lo farà con quella derelitta di Marguerite che lui chiama socia ma che tutti, in sala, abbiamo capito essere diventata il suo braccio destro perché sua compagna di letto. Lui è il Ronaldo della cucina francese, lei è Tarzan Annoni. Giocano su un altro livello, succede. Non tutti sono Fenomeni. Non c’era bisogno di “darle in contentino”. A me, che non ho bruciato reggiseni in piazza perché le mie sono tette soltanto quando contengo feti o allatto cuccioli d’uomo, questa roba che lui elemosina il palcoscenico della grande cucina alla compagna mi fa rabbrividire. E sorridere. Perché nella realtà non sarebbe successo il contrario.

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