In bilico tra prime e ultime volte

Ieri è stato il mio primo giorno di lavoro. Un lavoro nuovo. Cioè, ragazze e ragazzi, sono riuscita in un momento di crisi interplanetaria a trovare un lavoro lontana da call center e centri massaggi. Mi hanno presa per una delle due cose che so fare meglio.
No, non sono i pompini, in quel caso la paga sarebbe anche comprensibile. No, lavorerò, anzi lavoro già, per il Comitato che sta organizzando il nuovo Salone dell’auto a Torino previsto per giungo 2015. Scrivo. Mi pagheranno per scrivere.
Ecco, non mi dimenticherò mai nella vita, a meno che la demenza senile non mi vinca, il giorno in cui ho fatto il colloquio.
Un lunedì ho stalkerizzato case editrici con il mio curriculum, il mercoledì successivo AT mi ha chiamata per un colloquio lampo in presenza dell’amministratore delegato. Il tempo di uscire di casa con una borsa di probabili mise da indossare, prendersi in testa un sottovaso colmo di acqua e foglie marce volato da un balcone causa vento, arrivare da mia sorella per tentativo, ben riuscito, di domare i miei capelli sminchi e giungere in via Onorato Vigliani quasi figa. Nonostante la ricrescita. Nonostante i baffetti da nutria che non avevo il tempo di estirpare.
Non lo dimenticherò mai quando sono entrata e mi sono sentita Ugly Betty nella redazione de Il diavolo veste Prada. Non dimenticherò nemmeno l’attesa prima della chiacchierata, quei minuti in cui ho sbirciato il loft, ho visto quelli che sarebbero diventati i miei futuri colleghi andare e venire, ho fatto amicizia con una pallina di Natale appesa al bonsai della reception che, evidentemente fuori tempo e fuori spazio, mi ha reso più umana una struttura che all’apparenza sembrava algida, inarrivabile.
Non dimenticherò nemmeno AT che, senza guardarmi direttamente negli occhi, ammette che lo avevano incuriosito il mio curriculum e il mio blog. Santisella colpisce sempre.
Adesso che sono in stand by dinnanzi al mio IMac da mille pollici mi sovvengono tutte le prime volte per cui la mia vita resta magica.

La prima volta che ho guardato negli occhi Micol&Alice.
La prima volta che ho fatto l’amore.
La prima volta che è stato pubblicato un mio articolo con tanto di firma.
La prima volta che ho confidato di essermi separata.
La prima volta che ho baciato.
La prima volta che ho visto il Toro allo stadio.
La prima volta che ho pensato che mio padre fosse uno stronzo.
La prima volta che ho capito di valere qualcosa.
La prima volta che ho capito di valere tanto.
La prima volta che ho votato.
La prima volta che ho tenuto in braccio mia sorella.
La prima volta che non avevo abbastanza soldi per comprare il pane.
La prima volta che Equitalia mi ha chiesto l’amicizia.
La prima volta che ho tenuto in mano le chiavi de La Bottega aperta.
La prima volta che ho attaccato un manifesto politico con i miei amici.
La prima volta che ho fumato una canna. E neanche l’ultima.
La prima volta che ho fatto un test di gravidanza. Era era positivo.
La prima volta che ho vomitato per una bevuta.
La prima volta che ho capito che M sarebbe diventata la mia migliore amica.
La prima volta che ho ammesso con mia mamma di essere bulimica.
La prima volta che VV mi ha detto ti amo, fuori da un ristorante indiano.

Ma anche le ultime volte hanno la loro importanza. Perché spesso non si sa che saranno ultime e poi, con la polvere della memoria che si posa, acquisiscono un sapore e un odore e un colore particolari. Che le rendono immortali.

L’ultima volta che ho acceso il mio portatile prima che me lo rubassero.
L’ultima volta che ho acceso la friggitrice in Bottega.
L’ultima volta che ho sceso le scale della redazione di Sprint&Sport.
L’ultima volta che mi sono sentita disperata.
L’ultima volta che mi sono sentita sola.
L’ultima volta in cui ho toccato il cielo con un dito.
L’ultima volta che ho pensato che mio padre fosse stronzo.
L’ultima volta che ho dato un bacio a nonna Murru.
L’ultima volta che mi sono preoccupata per mio fratello.
L’ultima volta che ho detto: “questa è l’ultima volta”. Sbagliando, ovviamente.

Adesso sono qui, tra un po’ riprendo a scrivere e a parlare di automobili per il mio nuovo lavoro. Con emozione immagino la prima volta che prenderò lo stipendio per quello che sto facendo, perché non la ricordo nemmeno l’ultima volta in cui è successo che qualcuno mi pagasse.

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