Quello che frega a me dell’amore (tutta colpa dei miei bisnonni)

Oggi mi sembra la giornata giusta per pensarci ❤️

santisella

Il buon Vinicio si chiedeva Che coss’è l’amor?!? E io gli rispondo come si risponde alla domanda: Il coccodrillo come fa?

BOH?

L’amore di Petrarca per Laura lo comprendo. Mi commuove. Tiziano Ferro dice che è una cosa semplice. È vero. Se hai la soluzione al fondo del numero di enigmistica. Forse la mia concezione è più vicina a quella scritta da Fossati e cantata da Mia Martini: E intanto guardo questo amore che si fa più vicino al cielo, come se dopo tanto amore ci fosse ancora il cielo

La costruzione di un amore. Perché la scintilla fa battere il cuore, l’innamoramento arrossa le guance. Ma l’amore… L’amore per me si costruisce.

Sapete cosa mi frega a me dell’amore? A me frega quello che ho visto con i miei occhi. A me frega l’amore che ho respirato con i miei bisnonni. Sono loro la causa di tutto.

Sarebbe stato…

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Tra Ovaie Allegre e Testosterone Boys io scelgo Matt Taylor

Campo di calcio. La partita che si sta svolgendo dura da qualche secolo e vede contrapposti i Testosterone Boys contro le Ovaie Allegre. Nonostante le tette sballonzolanti e il ciclo mensile, è stato da subito evidente che Ovaie Allegre avrebbe dato filo da torcere agli avversari: meno dotate tecnicamente ma più di sostanza, impostavano il gioco in verticale, sapendo che per vincere basta segnare un gol più degli altri. E questo le rendeva più veloci, più guizzanti, più incisive. Erano penalizzate da botte di individualismo che indeboliva il loro gioco testardo. Dall’altra parte i Testo Boys, molto più forti fisicamente, campioni nel gioco di squadra, gruppo sempre e a tutti i costi, sanno anche fraseggiare senza andare in gol, giocando su una prestanza fisica superiore puntando a far perdere la pazienza alla controparte.

Tendenzialmente avrebbe potuto essere una partita equilibrata, con botte di supremazie in alternanza, ma comunque un gioco che avrebbe fatto bene a entrambe le squadre.

Invece. Invece non si sa bene perché l’idea che tutte quelle tette sballonzolanti e quei culetti saltellanti potessero anche vincere, ogni tanto, sembrava non andasse bene alle Federazione Assoluta Superiore, da qui in avanti FAS. Va bene oggetti del desiderio, trofei da esposizione, dolci accudenti mammine prima e tenere e accondiscendenti mogliettine poi, ma avversarie di pari grado no. Giammai. Per cui la FAS che s’inventa? Tira fuori un vecchio libro scritto da uno che il calcio nemmeno lo amava, e stabilisce regole diverse per i componenti delle due squadre. Perché le Ovaie sono il Male, mentono e tradiscono e ci hanno pure buttati fuori dal Gardaland della Goduria, l’Eden, per un cazzo di attacco di fame. Insomma, siete cattive Ovaie. Cattive, cattive.

Da quel momento in poi per fare punto ai Testosterone basta fare gol, alle Ovaie ne servono tre. I Testosterone possono occuparsi esclusivamente della partita, alle Ovaie tocca guardare i propri figli, avuti dagli avversari, andare alle riunioni, lavarne i vestiti sporchi, procurare il cibo e prepararlo per tutti, per la cena di fine match. E nonostante questo le Ovaie non hanno a disposizione più cambi: se non arrivano alla partita all’orario di convocazione, vengono gentilmente salutate e mandate a sgranare i fagioli e a bagnare le piante grasse: il loro posto viene preso da un’altra Ovaia. Forse.

Un gioco squilibrato che ha frazionato ulteriormente le Ovaie: alcune giocano per sconfiggere i Testo Boys, a tutti i costi, altre per far vedere alle altre Ovaie chi è meglio, altre ancora perché con la divisa della partita tette e culi sono valorizzate. Altre giocano per arrivare al triplice fischio in pareggio. Festeggiando la reciproca dignità di esistenza, ammettendo di possedere difetti e punti di forza, esattamente come gli avversari. Firmando l’armistizio e provando a fare altro, oltre che giocare a calcio.

Ci sono stati periodi bui per le Ovaie. Ma anche impennate di lucidità. A un certo punto le ragazze, non si sa bene come, colte da un’ondata di consapevolezza, negli anni ’70 hanno cominciato un buon filetto di giocate tanto da avvicinare gli avversari nello score.

La svolta che ha portato a questo stato di grazia ha due facce: la consapevolezza dei propri punti di forza e la voglia di provare a diventare squadra. A fare gruppo.

Poi un altro momento buio, gli anni ’80, in cui il cambio di mister in panchina ha portato a un costante e disgraziato snaturamento del gioco. Le Ovaie hanno cominciato a giocare come i Testosterone. Un disastro. Hanno provato a mettere in campo un aggressività che non hanno e hanno lasciato in panchina i loro punti di forza: la generosità e l’empatia.

Quando le Ovaie hanno cominciato a scimmiottarle, i Testosterone si sono rasserenati. Dopo i momentacci passati negli anni ’70, quando il loro diritto di supremazia e superiorità dichiarato sempre a proposito di quel libro, nel frattempo scritto e tradotto in altre lingue, con altri personaggi, ma con la stessa morale, venne messo in discussione.

E veniamo a oggi. Oggi le Ovaie sono in stato di grazia. La storia della mela la ricordano in pochi, loro hanno cominciato a giocare nuovamente per arrivare al triplice fischio e non per altri motivi. Hanno ripreso a puntare alla porta usando le armi migliori che hanno, come la resistenza, la pazienza, la caparbietà. Hanno cominciato a ribellarsi a quei tifosi che quando sbagliano un passaggio le insultano buttandola nel sesso, come se le donne fossero soltanto cosce aperte. Come se si tornasse alla vecchia storia di quella cazzo di mela. E hanno cominciato a ribellarsi anche a quelle stesse Ovaie che ancora non hanno capito che bisogna giocare insieme per raggiungere l’obiettivo e che per insultare un’altra Ovaia, la sminuiscono dandole della troia.

Adesso siamo in un’altra epoca, fatta di Ovaie che apprezzano i Testosterone, e di Boys che tifano per le Ovaie. Tanti vorrebbero che la partita finisse. Che si andasse al cinema con più leggerezza, che si facesse del sesso tra amici, tra amanti, riparatore, quello del Grande Amore e quello dell’amore a tempo, quello brutto e quello occasionale. Che si facesse per il gusto di farlo, senza trasferire i dopo partita anche fra le lenzuola.

E poi, in questo clima, arriva quella grandissima testa di minchia dell’astrofisica Katie Mack che punta il dito sulla camicia di Matt Tylor giudicandola sessista. Cioè, l’uomo che rideva felice come un bambino per aver portato l’umanità su una cometa dopo dieci anni dalla partenza della missione, quello stesso che aveva gli occhi che gli brillavano al momento dell’accometaggio, proprio lui, è dovuto tornare in televisione per scusarsi di quella camicia perché lesiva della dignità delle donne.

No, io non ci sto. Io sto con Matt e dico a Katie che se deve rosicare lo facesse andando a correre, e non provando a umiliare uno che ha tutti i connotati del genio. Nerd e genio. Cara Katie, tu hai abbattuto la dignità delle donne e ci hai riportate a quel piano fatto di piccoli isterismi tipici del ciclo mestruale. Io mi sento offesa da te e mi comprerei quella camicia con le donnine nude con la pistola, la comprerei e la metterei. Non mi facesse cagare.

Cara Katie che non è apparsa sui giornali per aver fatto atterrare Rosetta sulla cometa, un concetto di una poesia struggente, e che tifa tanto le Ovaie Allegre, ti consiglio di occupare il tuo tempo provando a fare qualcosa per la tua squadra. Segui quello che accade alle spose bambine, alle vittime dell’infibulazione o degli stupri di massa, prova a documentarti sul femminicidio. Sulla violenza domestica. Provaci Katie. E se ti rimane tempo, tromba.

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Quello che frega a me dell’amore (tutta colpa dei miei bisnonni)

Il buon Vinicio si chiedeva Che coss’è l’amor?!? E io gli rispondo come si risponde alla domanda: Il coccodrillo come fa?

BOH?

L’amore di Petrarca per Laura lo comprendo. Mi commuove. Tiziano Ferro dice che è una cosa semplice. È vero. Se hai la soluzione al fondo del numero di enigmistica. Forse la mia concezione è più vicina a quella scritta da Fossati e cantata da Mia Martini: E intanto guardo questo amore che si fa più vicino al cielo, come se dopo tanto amore ci fosse ancora il cielo

La costruzione di un amore. Perché la scintilla fa battere il cuore, l’innamoramento arrossa le guance. Ma l’amore… L’amore per me si costruisce.

Sapete cosa mi frega a me dell’amore? A me frega quello che ho visto con i miei occhi. A me frega l’amore che ho respirato con i miei bisnonni. Sono loro la causa di tutto.

Sarebbe stato tutto così semplice se fossi stata una cinica e disincantata figlia di separati, prima in casa e poi di fatto. La strada sarebbe stata segnata, normalmente, dalla paura dell’abbandonarsi a un sentimento che prima o poi finisce. E questo ci sta, va bene. Questo porta al pragmatismo dell’amore, alla manovalanza. Al sapere che ci sono libri di cui sai già il finale, perché hai sviluppato un certo fiuto per certi segnali, e poi sta a te decidere se leggerli o meno.

Ma a me frega dell’amore che io SO che c’è altro. C’è il tutto. Io ho visto l’amore che ha legato i miei bisnonni e questo mi ha fottuta. Non ho alibi, non ho scuse dietro cui nascondermi per giustificare un rapporto fiacco o una mancanza di entusiasmo. Io so che quell’Amore lì esiste e se sai che c’è, da qualche parte, allora non puoi dire di essere onesta con te stessa se non lo cerchi.

Attenzione, non parlo di pucci pucci e gne gne: i miei nonni erano entrambi sardi, e i sardi non si perdono in vezzeggiativi. Loro si mandavano anche al diavolo, si punzecchiavano, litigavano spesso perché erano di natura agli antipodi. Ma si amavano. Completamente. Perché si accettavano completamente, perché non avevano paura di nessuna delle pieghe nere che nascondevano le reciproche anime. Loro si amavano. E costruivano. Durante la guerra, dopo la guerra, con la fame, con la morte di un figlio, con la morte di un nipote. Loro costruivano e trasmettevano Amore.

E io voglio quella stessa roba là.

Voglio l’allegria che volava nell’aria mentre discutevano, voglio la tenerezza di una mano posata sull’altra quando le parole sono inutili. Voglio lo stesso pieno rispetto che provavano l’uno per l’altra. Voglio quella stessa assenza di paura della prevaricazione: avere ragione non è la cosa più importante. Esprimere un’opinione sì. Confrontarsi sì.

Voglio la leggerezza con cui parlavano di floricoltura ma anche di politica: lei religiosissima e praticante , lui più rosso di Trotsky. Voglio gli occhietti furbetti di mia nonna quando qualcuno parlava di sesso. Voglio il sorriso di nonno quando lei lo sfotteva.

Il loro amore profumava. Per me sa di pasta frolla al limone.

A me i miei nonni mi hanno fregata. O forse mi hanno salvata. Perché è a quell’Amore che penso quando spiego alle mie bambine la vita a modo mio. È raccontandolo che posso sperare che anche loro lo cerchino. E provino a costruirlo, mattone dopo mattone. Che sappiano che sono nate da un tentativo di costruzione, che non vuol dire che non fosse Amore, ma che io e il loro papà abbiamo scelto materiali differenti per tirare su il palazzo. E che per non demolire nulla, è stato meglio lasciarlo così, incompleto, pronto per essere terminato da loro. Voglio che sappiano che tutti meritano quell’Amore e che tutto il resto lascia il tempo che trova.

I miei nonni mi hanno fregata. E per questo non smetterò mai di ringraziarli.www.youtube.com/watch?v=8sjhBDSZuLg

Tre scialuppe in una foresta: cronaca di un concerto subsonico

Facciamo così, voi fate finta che sia appena finito il concerto di Torino dei Subsonica. Fate finta che io sia arrivata a casa di notte, sudata e piena di adrenalina, e mi sia fiondata sulla tastiera. Entrate nell’atmosfera.

Premessa 1: io voglio tanto bene ai Subsonica. Come tanti miei coetanei sabaudi noi consideriamo ‘sti cinque smandrappati come parenti stretti, quelli per cui andare orgogliosi ogni cosa facciano. Anche se “non sono riusciti a bissare Microchip emozionale”.

Premessa 2: da quando era nella mia pancia, al settimo mese, Micol viene con me ai concerti. Per cui la fanciulla si è fatta, oltre a Subsonica live a manetta, anche Muse e Robbie Williams. Tanto per.

Premessa 3: se non fosse stato per mamma&sorella che ci hanno regalato i biglietti, detta con onestà, questo giro l’avremmo tristemente saltato. Invece, abbiamo saltato al palazzetto. Insieme, tutte e tre, Alice compresa. Nel concerto più bello della mia vita.

Eccovi la blog-cronaca di una mamma single al concerto dei Subsonica!

17.34 Manata in testa per aver dimenticato di lasciare a mia madre il pane per i classici pani anzi da concerto.

17.35 Sorriso rilassato: conoscendo mia mamma ci sarà la borsa frigo pronta per me. Ma soprattutto per le sue nipotine.

18.02 Saluto tutti con il sorriso beato di chi davanti a sè ha almeno sei ore di sesso tantrico.

18.06 Sono talmente in uno stato di grazia che riesco a pagare la sabbia dei gatti € 6,90 invece dei soliti 4. Me ne renderò conto soltanto il giorno dopo.

19.02 Mi fiondo in casa e in un turbine mi lavo i denti, le ascelle, mi cambio, cambio pure la sabbia ai gatti, porto giù Lola, recupero carta d’identità e mail di acquisto biglietti e viaaaaaaa

19.48 Le mie bambine e io montiamo sul 4 così: Micol con il muso perché le ho detto che il giorno dopo non l’avrei mandata a scuola; Alice incuriosita dai capelli della vecchietta seduta davanti al suo posto. Io sorrido.

19.50 Micol non ha ancora detto una parola. Alice ha cominciato a spidocchiare la vecchietta. Io sorrido.

19.54 La vecchietta scende con una cofana cotonata che nemmeno Marisa Laurito. Micol si dimentica di avere il muso e si guarda intorno. Io sorrido.

20.31 Micol&Alice&Santisella scendono alla fermata. E sorridono.

21.04 Dopo aver trovato il palazzetto, fatto la fila per ritirare i biglietti, risposto ad Alice e alle sue trecento domande, salutato un sacco di amici, trovato il nostro settore, finalmente, entriamo!

21.12 La scalata agli ultimi posti liberi è riuscita. Ci sediamo, ci sistemiamo, togliamo i giubbotti, tiriamo fuori i panini e Alice dice: “Mi cappa pipì”. In due minuti scendiamo, sbirciamo la coda al bagno che sembra più un girone dell’inferno delle uretre deboli. Opto per il cortile fumatori. Alice: “Pipì come i cani, mamma?”. Santisella: “Yeah”.

21.17 BOATO!
Alice: “È la mia festa!”
Micol: “Samuel mi pare un po’ invecchiato”

E salti, applausi, salti, canzoni, applausi, grida, salti e ancora salti. E pure applausi. E ancora due salti.

21.48 Nuvole rapide. Come rapidamente si riempie la vescica di mia figlia. Alice: “Mamma, cappa pipì”. Ingoio un urlo contro il cielo, anche perché non c’era traccia di Ligabue, acchiappo la rana, volo giù dagli spalti e corriamo in bagno versione post atomica. Minzione per lei, minzione per me. E ancora su, dalla primogenita che poga con se stessa come una squinternata. Santisella: “Micol ci abbiamo messo tanto?”
Micol: ” Non mi sono manco accorta di niente”.
Alice: “Ho sete”. Scambio di sguardi terrorizzati tra me e Micol. Poi do alla piccoletta la bottiglia e mi faccio il segno della croce.

22.12 Micol si appropria di una sedia. Alice comincia a squartare anche il quinto panino, mangiando il dentro e lasciando a me e a sua sorella il nudo pane.

22.19 Micol: “Mi sa che domani non vado a scuola mamma”.

22.21 Alice: (Ditelo in coro con me) “Mi cappa pipì”. Ruggisco e mi guardo intorno. Impossibile scendere senza rischiare di farci male. Guardo Alice e le dico che non possiamo. Le dico piuttosto di farsela addosso che tanto ho il cambio dietro.
Alice con gli occhietti a fessura: “Poi tu mi ghidi”.
Santisella con gli occhi colmi di lacrime: ” Non ti sgrido, davvero. Ti cambio. Alice non possiamo scendere, lo vedi il delirio”.
La sua risposta: il pianto. Che dura una canzone e mi fa sentire un essere demoniaco e merdoloso. Al termine la guardo e le dico: “Dai Alice, andiamo a fare pipì”.
Alice: “No, la tengo”. E le fessurine degli occhi erano sempre più -ine tanto che si sarebbe pisciato addosso pure Clint Eastwood. E, sfortunatamente, per lui non avrei avuto il cambio.

22.37 Alice balla e canta, Micol resta da tempo sulla sedia e muove le gambette.

22.56 Aspettavo questa canzone. L’odore. Una delle mie preferite in assoluto. Mi carico e grido: “Ragazze, siete pronte?!”. Poi mi giro. Micol dormiva con la testa poggiata al muro, la bocca aperta e gli occhiali storti. Alice era seduta a mangiare non so quale interno di non so più quale panino. Mi siedo e comincio a ridere. Felice.

23 e qualcosina
Momento indimenticabile. Suonano Il diluvio. Samuel ordina a tutti di acquattarci a terra. Noi tre ovviamente eseguiamo. E poi…. saltaaaaaa! Le bambine l’avrebbero fatto e rifatto per ore, credo.

23 e un po’
I Subsonica intonano una versione slow di Tutti i miei sbagli. Micol&Alice&Santisella si ritrovano a chiudere la bocca solo al termine di questa meraviglia.

Finisce il concerto. L’adrenalina corre nonostante la stanchezza il male alle ossa. Alice finalmente si concede di fare la pipì. Micol arranca e si vede che è contenta, ma che lo sarebbe di più nel letto.

Sul 4 Alice tiene banco, per tenere sveglia Micol le faccio ripetere filastrocche e tabelline. Sul letto ascoltiamo un po’ di registrazioni fatte al concerto. Stabiliamo che Tutti i miei sbagli è la preferita di Micol. Colpo di pistola di Alice: peccato non ci fosse nella scaletta del concerto e non capisco come sia venuta in mente al mostriciattolo piscione.

Si spengono le luci. È l’1 passata. Ci abbracciamo. Sogni d’oro.

Grazie, Subsonica.

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Quando si perde il diritto di essere madre

Non ho voluto scrivere subito, avevo bisogno che si sedimentasse l’immagine che la mia mente aveva creato, che tornasse a livelli di normale sopportazione umana.
Qualche giorno fa ho letto una notizia su internet, come mi capita mille volte al giorno. Tra Aurore Ramazzotti che si fidanzano, principesse che smettono di vomitare, si trovano riquadri di dolore. Puro. In poche righe. A Bari una mamma, andata a trovare la figlioletta di due anni momentaneamente ricoverata in Casa famiglia, durante l’incontro riservato con lei, l’ha presa e lanciata fuori dal balcone. Non per ucciderla, ma per farla prendere al volo dal compagno. Poi, la mamma, si è lanciata anche lei. Anche lei dal secondo piano. Lei non aveva nessun portiere ad attutire il colpo, ma soltanto il tettuccio di un’automobile. Si è fatta male. Ma comunque si è alzata, è salita sulla macchina del compagno e insieme, insieme alla bambina incolume, sono scappati in Germania. Dove li hanno trovati una settimana dopo.

Non so bene cosa sia di loro, della bambina, della mamma e del compagno autista. Non lo so. Mi sono tenuta alla larga dai risvolti perché a me, quel gesto, mi ha stracciato il cuore.

Senza entrare nel merito, non so perché la bambina fosse in Casa famiglia ma immagino che la mamma non fosse ritenuta così pericolosa visto che le era stato accordato un incontro da sole, lei e la figlia.

Da quando sono diventata madre ho scoperto di me un tipo di sentimenti, positivi ma anche molto negativi, che prima non avevo nemmeno sognato di possedere. Una gamma di sensazioni che vanno dall’amore infinito e che, scendendo sempre più giù negli abissi, si trasforma in cattiveria e rabbia totali. Non si tratta di frasi fatte. Se penso che qualcuno faccia del male alle mie bambine, non guardo in faccia nessuno e attacco. Lì, proprio alla carotide. E non mollo fino a che non rendo l’avversario inoffensivo. Io che credo fortemente nel diritto di ognuno alla vita, anche a chi stermina famiglie di vicini di casa o famiglie proprie, io che ritengo assurde le difese di chi ammazza un ladro (per me cose e persone non hanno lo stesso peso), io sono sicura sarei in grado di uccidere per le mie figlie. E di non provare nemmeno rimorso.

L’avrei buttata giù dalla finestra del secondo piano per poterla riavere con me? Non lo so e non voglio nemmeno entrare nell’italico giochetto in cui si parteggia sempre, come se ogni questione fosse una contrapposizione da partita di calcio. Non lo so. Ma quella mamma la capisco, nella parte più bassa della pancia dove ho scoperto vivono quei sentimenti di cui parlavo prima, capisco lei e il suo gesto. Un gesto che sa dell’umiditá della solitudine, quella che ti entra nelle ossa, che ti fa parlare da solo, che ti rende uniche strade percorribili quelle a prima vista più assurde. In un gioco in cui ci sono tutelati da tutelare e sentimenti da insabbiare, penso che l’umanità dovrebbe cominciare a pensare di essere altro oltre quello che è. Guardare nella finestra degli altri per scoprire magagne e scuotere il capo schifati è tipico di chi, in casa propria, nella migliore delle ipotesi si rifiuta di guardare. E nella peggiore, non sa nemmeno lo schifo che ci alberga.

Magari quella mamma ha fatto qualcosa di bruttissimo. Avrà rubato. Magari si sarà prostituita. Magari era giusto che le togliessero la bambina. Magari quella mamma, oltre essere mamma, è una brutta persona e per questo ha perso il diritto di essere madre.

Poi però mi chiedo come sia possibile che Matteo Salvini abbia ancora i figli con sè

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Scazzottata interiore: dialogo tra oche e umanità

Vediamo se con un solo post riesco a fare incazzare animalisti e non, riunendoli in un’unica grande famiglia.
Questo è un dialogo tra me e me. Tra la Santisella che non mangia carne da quasi vent’anni e quella che la fa mangiare alle sue figlie.

La prima la chiamo Santisella Ripa di Meana, siglata SRM, l’altra la chiamerò Santisella Kombattente Zapatista, SKZ.

Sul 4, in viaggio verso l’ufficio di via Onorato Vigliani.

SRM: “Stanotte non ho chiuso occhio: quelle povere oche spennate vive mi hanno angosciata. Mi veniva da vomitare pensando al dolore che quegli esseri indifesi dovevano subire per fare dei minchia di giubbotti da cabinotti menefreghisti”.
SKZ: “Sai che non si dice più cabinotti dal 1994? Comunque Santisella che ti devo dire? Di motivi per non dormire la notte ce ne sarebbero tanti da non chiudere occhio per sei vite. E poi, cazzo, proprio tu che stai sempre su internet e sei vegetariana da illo tempore, ma proprio tu non sai come si fanno i piumini?!?”.
SRM: “Non è che non lo sapessi, e nemmeno che facessi finta di non sapere, ma vedere e sentire il dolore è diverso. Tutti i giorni io posso adoperarmi per migliorare nel mio piccolo questo mondo: non mangio la carne, evito pelli e pellami, faccio un minimo di consumo critico per cosmetici e tutto il resto. Boicotto e mi informo. Provo a trasmettere alle bambine il valore della vita, anche degli animali”.
SKZ: “Che cellulare usi Bernadette?”
SRM: “Intanto stai tranquilla, che mi pigli per il culo per sminuirmi. Ho l’IPhone che ci ha prestato Michela, no?”.
SKZ: “Scusa, non volevo offenderti ma a me tutto sto buonismo e sta sensibilità quando si parla di animali e non di uomini mi infastidisce. Ok, torniamo al nostro telefono: tu sai cosa è il coltan, no? Ebbene, tutti quelli che smanettano su IPhone e Samsung e tramite i post scritti da questi cellulari piangono per le oche, non si indignano anche per i bambini congolesi?Oppure aspettano di vedere un servizio in televisione in cui si vedono i bambini soldato o quelli che muoiono a vent’anni per la radioattività del coltan? Perché, perché ci si riesce a indignare solo se protagonisti sono esseri indifesi come oche spiumate e orse trucidate?”
SRM: “Ma che significa? È ovvio che inorridisco se penso alla vita di quei bambini che sono nati nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Ma anche quella delle oche si chiama sfruttamento, come quella delle galline in batteria, come quella delle mucche. Parliamo dei cuccioli di bufala uccisi per far continuare a far produrre latte alle mamme senza però allattare i piccoli? Partiamo a monte: quando l’uomo crede di essere più forte e potente, allora tende a far soccombere e a sfruttare chi è più debole. Che siano bambini del Terzo mondo, che siano donne in Iran, che siano oche in Italia”
SKZ: “Che siano lavoratori sfruttati. Io l’ho visto quel video e la cosa che mi faceva vomitare veramente era come la Moncler avesse preso gli aiuti statali italiani per poi andarsene e far spiumare le oche altrove, dislocando i processi produttivi per abbattere ulteriormente i costi. Sai, perché un piumino Moncler costa poco…”
SRM: “Questo è un altro discorso, non esistono diritti di fascia A e di fascia B”.
SKZ: “È proprio qui che sbagli. Per me esistono i diritti di serie A e di serie B. E lo dico ad alta voce, dalla mia esperienza di vegetariana ma anche di essere vivente in questo mondo”.
SRM: “Quando fai così sei demagoga. Quando fai così mi sembri ottusa: come fai a non vedere un disegno più grande, quello in cui tutti gli oppressi si ribellano. Animali e persone, insieme”.
SKZ: “Amen. Ma tu senti cosa minchia dici. Certo che mi piacerebbe che le oche stessero bene e firmassero la liberatoria per far raccogliere le loro piume solo se cadute naturalmente. Ma mi fa molto più incazzare che esista un giubbotto che costi quanto uno stipendio. Se chiudo gli occhi, oggi, Santisella, ma anche ieri e l’altro ieri, rivedo la faccia tumefatta di Stefano Cucchi. Vedo i poveri messi contro i più poveri che insieme si alleano per discriminare gli ultimissimi. Vedo i pullman da apartheid, quello per Rom e quello per Non Rom. Se mi tappo le orecchie sento Renzi che… Lasciamo stare, che sparare su Renzi è troppo semplice”.
SRM: “Tu non mi ascolti e pretendi di avere sempre ragione. Non vuoi capire che un dolore non esclude l’altro. Che una lotta per far valere un diritto, in questo caso degli animali, non esclude quello di un operaio che scende in piazza. Si lotta per stare meglio. Si spera di stare meglio”.
SKZ: “Tu invece non vuoi capire che molte volte si accentua la propria sensibilità nei confronti degli animali perché sono più semplici, perché non ribattono. Perché ci fa sentire migliori prendere le loro parti. Ci mette dalla parte della ragione, sempre. Perché, qui sul 4, se fai un sondaggio adesso, il 99% si mostrerà indignato per le oche. E sempre il 99% dirà che è giusto che i Rom non salgano sul nostro stesso mezzo, perché puzzano, perché rubano, perché infastidiscono… Perché, ripeti con me, è molto più semplice stare con chi è carino e coccoloso e non con chi può anche infastidire”.
SRM: “…”
SKZ: “…”
SRM: “Gli animali non hanno voce. Qualcuno deve usare la propria per farsi portavoce dei loro diritti”.
SKZ: “Sono d’accordo. Ma in questo momento storico no, non è la mia priorità. La mia priorità sono le persone che, prese a una a una sono speciali, contengono moltitudini, raccontano storie, vivono ognuna un romanzo. Hanno idee, anche differenti, ma sono forme geometriche solide. Invece, quando si mettono insieme, diventano una forma geometrica piana, senza spessore. Senza voglia di arrabbiarsi. Eppure, guardati attorno, ci sono solo facce incazzate”
SRM : “Ognuno ha i suoi problemi, le sue angosce. Io certe volte invece credo che l’essere umano viva certe depravazioni esistenziali perché è senza umanità. Penso che ce lo meritiamo di essere così”
SKZ: “E quindi smettiamo di lottare per noi e difendiamo le oche?”
SRM: “Quindi… Quindi se l’uomo non ha speranza perché fondamentalmente cattivo, allora meglio gli animali. Si”
SKZ: “Quindi lasciamo stare va. Alzati che dobbiamo scendere”
SRM: “Perché mi fai sempre scendere una fermata prima?”
SKZ: “Così respiriamo un po d’aria, così muoviamo le gambine. Così vediamo la gente che passa. Così se sorrido a qualcuno e quel qualcuno risponde al mio sorriso, allora so che vale sempre la pena di combattere”.

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I 5 ricordi più vergognosi di una madre svergognata

Riceviamo e pubblichiamo:
“Sono un padre e mi chiedo lei, scrivendo questo blog, se ha mai pensato alle ripercussioni che potrebbero avere le sue parole sulle sue figlie. E se le maestre lo leggessero? Se a farlo fossero addirittura le mamme delle compagne di scuola? Mettiamo caso, ma è solo un caso, che qualcuno vada dalla sua figlia più grande, Micol mi pare si chiami, e le legga il blog e si metta a spiegare per filo e per segno quello che ci scrive. Ecco, lei non pensa alla vergogna che potrebbe provare?”.

Ora, bambine e bambini, prendiamo spunto da questo interessante intervento e parliamo del concetto di vergogna.

Cappello introduttivo, senza fare voli pindarici e volermi minimamente accomunare ai grandi letterati, mi chiedo la zia di Bukowsky, la sorella di Anaïs Nin, i cugini di Miller e ancora e ancora come potessero sentirsi leggendo gli scritti dei loro intellettuali parenti.
Per riavvicinarmi al mio livello: chissà cosa pensano i figli di Massimo Ciavarro dopo aver visto i suoi fotoromanzi. Oppure, il figlio della Fenech avrà mai chiamato Ubalda la sua mamma?
Questi quesiti mi pongo se il mio affezionato lettore si stesse riferendo, come immagino, alla facilità con cui parlo del mio rapporto con il sesso. Parte che, nell’educazione di entrambe le mie figlie, viene trattata con la massima serenità e limpidezza, perché di repressi e psicotici sessuali il mondo è in over-booking.

Non mi vergogno di scherzare su pompini e cunnilingus, e se una delle maestre o qualcuno dei genitori dei compagni delle mie figlie mi guarderà storto per questo, ritengo che sia un problema loro più che mio. Per fortuna le mie figlie hanno due genitori che le hanno educate nella piena libertà di manifestare se stesse, senza temere il giudizio di chi le vorrebbe come “loro”. Mi chiedo poi, ma i figli queste persone che non possono leggere di posizioni, sesso orale eccetera, come li hanno avuti? Li hanno ordinati su Amazon.com?
Ma la sento già la voce della responsabilità sussurrarmi: “Si, ma loro lo fanno, mica lo scrivono su un blog per cui non ci vogliono grandi algoritmi per capire di chi si parla”.
Certo, questo è anche vero. Quindi la cosa più importante è che non si dica. Si faccia, in segreto, e non si dica. Qualsiasi cosa.

Alla luce di queste riflessioni devo ammettere che sì, io sono allora una madre, una donna, svergognata. Perché sono priva di vergogna. Io non mi vergogno perché, tutto quello che faccio, lo faccio con la mia simpatica faccetta in prima linea: nulla di ammucciato, nulla di nascosto, nessuno scheletro negli armadi. E se qualche scheletro ci fosse, cominciasse a rendersi utile riordinando e facendo il cambio di stagione.

Non mi vergogno di parlare di pompini perché spero che le mie figlie non si vergognino quando spiegherò loro cosa sono, a tempo debito, e a farli, se le rende felici. Non mi sono vergognata di parlarne con Micol, ieri sera, e anzi, ho provato gioia pura quando lei, dopo averle letto qualche post di Santisella, mi ha detto: “Mamma, mi piace molto, fa ridere. Mi piace più di molto”. Sarà invece più dura parlare con lei di bulimia e povertà, altri due concetti che ho espresso nel mio blog ma che evidentemente, visto che non riguardano il sesso, non hanno ferito la sensibilità di nessuno.

Però anche io mi sono vergognata qualche volta, nella mia vita.

La prima che mi ricordo risale alla mia seconda elementare. Facevo il filo a Emanuele e mamma lo aveva invitato a casa a mangiare le lasagne. Visto che sapeva che mi piaceva tanto, ha fatto la mamma simpatica con un un sacco di moine per metterlo a suo agio. Facendomi vergognare come una merda. Due giorni dopo Emanuele ha detto TI AMO alla mia amica Assunta.

Poi c’è quella volta che, alle medie, sono andata in bagno. All’epoca si usavano i body e io non facevo eccezione. Quando suonò la campanella di fine intervallo mi tirai al volo su le mutande e allacciai i jeans, dimenticandomi del body. La cui coda rimase penzolante sul mio culo, in perfetta evidenza, per tutta la seconda parte della mattinata facendo ridere chiunque. C’è un calco del mio body all’ingresso della scuola, per non dimenticare.

Mi sono vergognata tantissimo quella volta che, per far colpo su Francesco, ho dato gas al motorino che mio padre mi stava insegnando a guidare. Fissando il mio bello negli occhi sono saettata davanti al bar in cui cazzeggiava, capelli al vento e sorriso ammiccante. Peccato che, da perfetta imbecille inesperta, al momento di fare la curva non ho rallentato e mi sono andata a schiantare su una Golf parcheggiata là davanti, montandole sul cofano. Davanti a Francesco e a tutti quelli del bar. Ho camminato come Tex Willer per due settimane. Francesco, anni dopo, è finito in galera per rapina a mano armata. Io non ho preso nemmeno la patente per la macchina.

Primo giorno di palestra. Tapin roulant bello e cromato. Ci salgo sopra, lo metto in azione, comincio a camminare giocherellando con un bracciale. Che ovviamente si rompe. Ci tenevo moltissimo a quel bracciale. Scendo giù dal nastro senza spegnere e mi chino per cercare ciondoli e perline. I miei capelli si incastrano agli ingranaggi dell’aggeggio infernale. In quel momento ho inventato il taglio asimmetrico. Ed è stato il mio ultimo giorno di palestra.

Quel mattino, al check-in per Roma, avevo dormito tre ore dopo averne passate 40 in piedi per chiudere un numero impegnativo del giornale. Quando mi sono vestita ero in trance. Quando mi hanno chiesto di togliermi le scarpe perché suonavo al metal detector ho scoperto che un piede era senza calza, l’altro aveva un fantasmino non meglio identificato e probabilmente non mio. E c’era Alessandro Gassman dietro di me.

Quindi sì, sono senza vergogna, lo ammetto. Appuntatemi una S scarlatta sul vestito. E chiamate il Moige per segnalarmi.

PS E voi, quando vi siete vergognati di più al mondo?

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