Quando si perde il diritto di essere madre

Non ho voluto scrivere subito, avevo bisogno che si sedimentasse l’immagine che la mia mente aveva creato, che tornasse a livelli di normale sopportazione umana.
Qualche giorno fa ho letto una notizia su internet, come mi capita mille volte al giorno. Tra Aurore Ramazzotti che si fidanzano, principesse che smettono di vomitare, si trovano riquadri di dolore. Puro. In poche righe. A Bari una mamma, andata a trovare la figlioletta di due anni momentaneamente ricoverata in Casa famiglia, durante l’incontro riservato con lei, l’ha presa e lanciata fuori dal balcone. Non per ucciderla, ma per farla prendere al volo dal compagno. Poi, la mamma, si è lanciata anche lei. Anche lei dal secondo piano. Lei non aveva nessun portiere ad attutire il colpo, ma soltanto il tettuccio di un’automobile. Si è fatta male. Ma comunque si è alzata, è salita sulla macchina del compagno e insieme, insieme alla bambina incolume, sono scappati in Germania. Dove li hanno trovati una settimana dopo.

Non so bene cosa sia di loro, della bambina, della mamma e del compagno autista. Non lo so. Mi sono tenuta alla larga dai risvolti perché a me, quel gesto, mi ha stracciato il cuore.

Senza entrare nel merito, non so perché la bambina fosse in Casa famiglia ma immagino che la mamma non fosse ritenuta così pericolosa visto che le era stato accordato un incontro da sole, lei e la figlia.

Da quando sono diventata madre ho scoperto di me un tipo di sentimenti, positivi ma anche molto negativi, che prima non avevo nemmeno sognato di possedere. Una gamma di sensazioni che vanno dall’amore infinito e che, scendendo sempre più giù negli abissi, si trasforma in cattiveria e rabbia totali. Non si tratta di frasi fatte. Se penso che qualcuno faccia del male alle mie bambine, non guardo in faccia nessuno e attacco. Lì, proprio alla carotide. E non mollo fino a che non rendo l’avversario inoffensivo. Io che credo fortemente nel diritto di ognuno alla vita, anche a chi stermina famiglie di vicini di casa o famiglie proprie, io che ritengo assurde le difese di chi ammazza un ladro (per me cose e persone non hanno lo stesso peso), io sono sicura sarei in grado di uccidere per le mie figlie. E di non provare nemmeno rimorso.

L’avrei buttata giù dalla finestra del secondo piano per poterla riavere con me? Non lo so e non voglio nemmeno entrare nell’italico giochetto in cui si parteggia sempre, come se ogni questione fosse una contrapposizione da partita di calcio. Non lo so. Ma quella mamma la capisco, nella parte più bassa della pancia dove ho scoperto vivono quei sentimenti di cui parlavo prima, capisco lei e il suo gesto. Un gesto che sa dell’umiditá della solitudine, quella che ti entra nelle ossa, che ti fa parlare da solo, che ti rende uniche strade percorribili quelle a prima vista più assurde. In un gioco in cui ci sono tutelati da tutelare e sentimenti da insabbiare, penso che l’umanità dovrebbe cominciare a pensare di essere altro oltre quello che è. Guardare nella finestra degli altri per scoprire magagne e scuotere il capo schifati è tipico di chi, in casa propria, nella migliore delle ipotesi si rifiuta di guardare. E nella peggiore, non sa nemmeno lo schifo che ci alberga.

Magari quella mamma ha fatto qualcosa di bruttissimo. Avrà rubato. Magari si sarà prostituita. Magari era giusto che le togliessero la bambina. Magari quella mamma, oltre essere mamma, è una brutta persona e per questo ha perso il diritto di essere madre.

Poi però mi chiedo come sia possibile che Matteo Salvini abbia ancora i figli con sè

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