Dunque, dov’eravamo rimasti? – Le 7 cose che odiavo da piccola e che oggi adoro’

Praticamente una gestazione fa pubblicavo qualcosa con Santisella. Non perché poi non avessi nulla da dire, solo non sapevo come farlo senza farmi troppo male. Come una crisalide mi sono presa del tempo mettendo una museruola al mio canale comunicativo più sviluppato. Più sensibile.

Ora, non vi aspettate che dal bozzolo sia uscita una farfalla strafiga con tanto di puppe e culo marmorei: resto il solito monumento al decadentismo che ero a novembre, solo con qualche mini ma affascinante ruga in più, e con una serie di consapevolezze che non esiterò a raccontarvi in quello che spero sia un lungo percorso di condivisione di emozioni (tradotto: spero di potervi raccontare i cazzi miei per un sacco di tempo).

Nove mesi di blog in ghiacciaia: normalmente, per ricominciare, sarei partita con un altro blog, lasciando questo nel limbo del dimenticatoio. Invece ho scelto di non cancellare, ma di ripartire. Per me che, da piccola, se la gambetta della “a” era storta o se dovevo cancellare una parola piuttosto preferivo strappare direttamente il foglio, questa cosa di accettare l’imperfezione di un mio figlio artistico rappresenta un grande cambiamento. Una cosa che mi ha fatto venire in mente quante sono le cose che amavo quando ero piccola, giovine e inesperta e che adesso, alla veneranda età di quasi 37 primavere, odio.

# 1 – i gusti del gelato

Quand’ero piccola per me il gelato era il cioccolato. Punto. Il massimo della libidine lo toccavo con l’accoppiata cioccolato-fruttidibosco. Tolleravo con sdegno nocciola, mi sacrificavo per la stracciatella, accoglievo con magnanimità i variegati vari ed eventuali. Ma il pistacchio… Il pistacchio te lo ribaltavo sul tavolo. Adesso lo scelgo come partner occasionale del cioccolato, al posto della crema. Apro una parentesi per il cioccolato: più cresco e più lo voglio nero, fondente, cattivo.

# 2 – la gonna

Con la gonna ho sempre avuto un rapporto conflittuale. Ma da qualche anno, d’estate, ha soppiantato alla grande i jeans. Non devo più dimostrare di essere una panzerotta che non deve chiedere mai. Forse, semplicemente, ho imparato a chiedere e con la gonna mi viene molto meglio.

#3 – il sonnellino pomeridiano

Da che ho memoria io il pomeriggio non riesco a dormire: mi giro, penso, mi rigiro, canto canzoni, invento aggeggi, invento storie, conto interi greggi di ovini. Da che ho memoria io e la pennica non siamo mai andate d’accordo. Con estremo gaudio di chi, invece, il sonnellino lo amava e ha tentato di farmene conoscere l’estasi: le maestre dell’asilo, mia mamma, mio papà, mia mamma con supporto di santi e madonne, le mie amiche, i vari fidanzati. Nulla. Ci sono volute le mie figlie per farmi apprezzare quell’oblio comatoso in cui si cade nel momento della siesta pomeridiana. Adesso, ogni volta che accade (raramente) mi mangio le mani per tutti quei sonnellini persi per strada, nel tempo.

# 4 – la dimostrazione pubblica d’amore

Questa è una tipica ammissione di rincoglionimento e ammosciamento senile: fino a qualche mese fa tutta la tenerezza esposta al pubblico la trovavo sciocca, diabetica, puerile. Parlo ovviamente di quella tra amanti/fidanzati/compagni. (Per le coccole in cui rientrano bambini e animali invece sono sempre stata permissiva e tenerella). Adesso invece sorrido ebetemente davanti a due mani strette in una passeggiata, a una carezza furtiva sul pullman, a un bacio soffiato attraverso un vetro, a un sorriso illuminante in mezzo alla folla. Forse, ma dico forse, ho cominciato ad apprezzare la gente felice. E non mi fa nemmeno più tanta paura.

# 5 – il fallimento

Per chi ha chiuso due attività, si è separata ed è stata bocciata all’esame di pratica della patente la parola fallimento dovrebbe essere il mantra esistenziale. Invece io ne ho sempre avuto terrore, quasi come se mi contagiasse con la sua atmosfera di disfatta. Un po’ come accadeva a quei fogli strappati, colpevoli di essere stati coperti con un conticino sbagliato o una parola scritta male, dalle pagine della mia vita ho sempre tenuto alla larga il fallimento. Fino a che non è accaduto. Più volte. Scoprendomi fragile ma determinata, con tante risorse e con un’immensa voglia di mettermi in gioco. E fallire ancora, ma vivendo.

# 6 – le croste della pizza

Da piccola toccava ai miei genitori tagliare la pizza eliminando i bordi duri e bruciacchiati, poi più crescevo e più diventavo meglio di un chirurgo di Seattle nel sezionare la pizza. Adesso, invece, le adoro. Le mangio tutte: morbide, bruciacchiate, spesse, ripiene, dure, croccanti. Tutte, non le mollo nemmeno se sto scoppiando. La pizza la mangio tutta insieme.

# 7 – lo smalto ai piedi

Quando nella mia adolescenza gli orpelli femminili entravano di prepotenza nella vita delle mie amiche, io facevo la femminista che riteneva degradanti certi vezzi, io puntavo sul cervello e non su tette e culo (do you know la teoria del gender?). Invece adesso, con due bambine libere che mi girano per casa, che apprezzano il loro essere ovariche in tutto e per tutto, metto lo smalto ai piedi. Rosso, ovviamente.

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