Giorno 5 – Il viaggio da Koroni a Stemnìtsa, passando da Olimpia

Con il labbro tremulo ci prepariamo a lasciare Koroni. Valige chiuse, borse pronte, bimbe sveglie e affamate (as usual…) salutiamo Andrea e ci dirigiamo verso la fermata del pullman che ci avrebbe portati a Kalamata, all’aeroporto, dove avremmo trovato la macchina che Stefano ha prenotato su Hertz (in seguito questa macchina,  una scatoletta di tonno, la troverete nominata Mareblu).

h 10.21 – h 11.11

Colazione alla Kafeteria e indovinate chi troviamo? Il nostro Jani è sinceramente dispiaciuto della nostra partenza, Micol ancora di più e mi chiede di dirgli che vorrebbe venisse a trovarci a Torino, lui la bacia e ci dà un indirizzo dove vedere spettacoli di sirtaki su internet. Poi vuole fare qualche foto ricordo, ma non ha un indirizzo mail al quale farle arrivare. Allora comincia il pellegrinaggio tra i negozi della piazza, fino a che non decidiamo che le stamperemo e gliele manderemo via posta, all’indirizzo del biglietto da visita che mi porge un po’ commosso. Nel frattempo arriva la sontuosa colazione che ci spazzoliamo seduti in piazza, in attesa di un pullman che giunge all’improvviso. Jani si raccomanda con gli autisti, carichiamo i bagagli al volo e partiamo… Senza pagare la colazione! Il tutto si risolve con un 20 euro allungato al bigliettaio sul pullman che lo darà a Jani che lo darà alla barista, prima che l’Interpol si metta alle nostre calcagna.

h 11.30 – h 13.02

Rapportarsi con le addette dell’auto noleggio è stato piacevole quanto una visita da un sadico proctologo. Montiamo su Mareblu un po’ innervositi. Ci mettiamo una quarantina di minuti per trovare la strada che da Kalamata ci avrebbe portati prima a Olimpia, e poi tra i monti di Stemnìtsa. Appena imbocchiamo la via giusta il nervoso viene soppiantato dalla fame maiala. Nel cammino, vista l’esperienza con i locali turistici, scegliamo d’indirizzare denaro e stomaci alle tabernae, che lo trovi scritto un po’ in mille modi e che dignifica sempre e solo: cibo casalingo. Sulla strada scorgiamo un posto apparentemente abbastanza lercio per ospitarci, per rendere l’idea posso solo dire che in confronto il peggiore bar di Caracas avrebbe potuto concorrere alla stella Michelin del lusso. Abbastanza lercio, dicevo, ma non immaginavamo quanto. Ordiniamo 4 panini e una bottiglia d’acqua, poi andiamo a sederci fuori in un dehor coperto da una vite e abitato da figuri che se do retta a Lombroso avrebbero potuto mangiarci ancora vivi. Nel gruppetto di clienti cala il silenzio fino a che non ci sediamo, ci guardano tanto che a Micol comincia a venire paura che ci possano avvelenare. Mentre tento di spiegarle che al massimo potrebbero accoltellarci, uno dei ragazzi seduti al tavolo “adolescenti” mi chiama e mi fa segno che il mio tatuaggio alla gamba gli piace. Gli altri annuiscono con il pollice alzato. Sorrido, ringrazio, mi chiedono quanto l’ho pagato. Spiego che è stato un regalo. Silenzio. Intanto Stefano torna dopo aver fatto le ordinazioni e due-tre baldi giovini del tavolo adolescenti si alzano ed entrano nel locale. Per spiegare meglio: nel dehor c’era, oltre al già citato tavolo dei ragazzi, anche quello degli anziani (fino a quel momento non avevo mai visto una donna masticare tabacco e sputarlo al suolo, centrando sempre la montagnetta senza sgarrare di un millimetro), quelle delle ragazzine e quello dove mangiava e fumava un camionista. Noi eravamo in fondo al cortile, al tavolo vittime sacrificali.

A un centro punto avverto una bizzarra sensazione, bisbiglio a Stefano di andare a dare un’occhiata alla macchina, nel parcheggio dall’altra parte. Lui non fa domande, si alza e va. Nel tragitto che lo separa dalla porta per rientrare nel locale il camionista gli consiglia di prendere la macchina e portarla da quel lato del cortile, visibile. Quando torna mi dice che i baldi virgulti erano seduti innocentemente accanto Mareblu. Tutto è bene quel che finisce bene. Anzi, benissimo se aggiungo che per i panini e la bottiglia d’acqua abbiamo pagato solo 6 euro e io ancora mi sogno il gusto della feta sfusa di quel giorno…

h 13.03 – h 14.36

Rimango sempre affascinata dalla natura greca: riglogliosa e profumata, per vari aspetti mi ricorda la Calabria dei miei nonni. Lungo il tragitto chilometri di ulivi ci accompagnano destinazione Olimpia.


h 14.37 – h 17.02 Olimpia

  
  
(Le foto sono opera di Micol, come si può notare dal selfie. Tante delle foto di questo viaggio pubblicate su Santisella sono opera di Micol. Per la cronaca)

Le piccole non pagano, mentre per me e Stefano il biglietto per visitare le rovine di Olimpia costa soltanto 3 euro a testa. Prima facciamo un giro all’interno del museo, come suggerito da madama Lonely Planet, poi ci avventuriamo all’interno del sito archeologico. Apro una parentesi: io detesto i gruppi con le guide. Mi confondono, sono chiassosi, occupano le sale e mi stanno in culo. Ne avevamo uno di spagnoli a pochi metri da noi. Dovete sapere che Stefano è come Gomes degli Addams: appena sente parlare spagnolo sbarella, comincia a salivare come uno dei cani di Pavlov, si avvicina ipnotizzato. Quindi mentre lui segue gli iberici io e il dinamico duo passeggiamo. Ringrazio sempre le piccolette che mi seguono nei musei facendomi vedere quello che voglio, evitando di farmi pesare quando si divertono come a una dimostrazione del Folletto. Quando mi fanno consapevolmente felice. Stefano abbandona la Spagna e torna dalla Triade per spiegarle le notizie ottenute dalla guida. Allora passiamo accanto alla Palestra, al Ginnasio, al tempio di Era e lì succede il finimondo.

Un tizio, con maglietta bianca e sindrome di Hulk, prima urla qualcosa a qualcuno degli spagnoli, poi corre verso di loro con il chiaro intento di infilare all’avversario un’ipotetica fiamma olimpica nello sfintere. Parapiglia, vociare, io sono dibattuta tra il ficcarmi dentro il casino per seguire la curiosità e il mio ruolo materno, ovvero quello che mi suggerisce di tranquillizzare il mio gruppo, continuando a la visita. Comunque, secondo me o qualche spagnolo ha guardato troppo spagnolamente una donna greca, o si tratta di mariulamento indiscriminato oppure di follìa testosteronica. Infatti l’energumeno a un certo punto monta su una colonna che in migliaia di anni non aveva mai visto nulla di simile: in vetta continua a ringhiare, poi si toglie la maglietta e la lancia a terra. Dopodiché si dà alla macchia insieme a tutta la mia curiosità.

Nel mentre arriviamo allo stadio: emozionante. Restano ancora parte delle tribune in pietra che ospitavano i tifosi e poi la linea di partenza, in marmo, da cui iniziava la gara di velocità. Gara che anche il dinamico duo ha voluto tentare…

  
    

h 17.10 – notte fonda… Road to Stemnìtsa

Questa non vuole essere una guida, e nemmeno una rubrica di consigli. Ma uno ve lo do, spassionato: se andate a Stemnìtsa sappiate che la parola tornante acquisirà un nuovo significato. E anche la parola infinito. Insieme, queste due parole, daranno il remake dell’Odissea.

Mettici che tutto scritto in greco non è semplice, che i cartelli, a differenza dell’Italia, ti dicono che la strada intrapresa è corretta a un chilometro dalla destinazione. Indi per cui, se hai sbagliato, cambia verso di Mareblu e fatti il segno della croce.

Mettici la stanchezza e mettici che Stemnìtsa sta in mezzo ai monti. Mettici pure la fame.

Ma mettici anche la sorpresa di una tartaruga che ti cammina in mezzo alla strada…


Mettici un paesaggio mozzafiato


Mettici la classica fermata per rifocillarci…


Micol, ormai, viene scambiata per greca. Nella taverna gioca con dei bambini insieme alla sorella, prima che arrivino a tavola succulenti manicaretti: catserulas per Stefano (maiale e arancia stufati), pollo per Micol e Alice, tsatziki e crema di formaggio per me che credo,ormai di essere fatta per il 65% di feta.

Anche questa taverna risulta essere frequentata solo da greci e portatrice sana di bontà. Curiosità: le patatine fritte qui le condiscono con l’origano. E sono buone!!

E poi, a notte fonda, metti di trovare questa benedetta Stemnìtsa e mettici pure la proprietaria della Guesthouse dove hai prenotato, Mpelleiko, che ti aspetta in piazza per accompagnarti a casa. La stessa proprietaria, Nena, che ha scambiato varie mail con mia sorella nella serata: io, sprovvista di internet, avevo bisogno di qualcuno che l’avvertisse del nostro ritardo. Marika, come sempre, si è prestata. Nena, appena entrata nella mia stanza, mi ha raccomandato di avvertire mia sorella, sua nuova migliore amica, del nostro arrivo perché altrimenti stava in pensiero.

Simpatica e dolcissima, Nena, peccato per il suo anatema

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