Le cose che ho imparato dalla Grecia – giorno 6 e 7

L’anatema di Nena – giorno 6

   
   
Narra la leggenda di un posto favoloso, baciato dal sole e dalla natura: Mpelleiko. La dimora, abbarbicata sul pendio di un monte scosceso a Stemnìtsa, nel cuore montuoso del Peloponneso, è incastonata nel verde e inondata di sole. Al suo interno la piccola Nena, la discendente di chi Mpelleiko l’ha costruita, nel lontano 1650 più o meno, pietra su pietra.

  
La piccola Nena ha il cuore grande, le mani di fata, in grado di preparare sontuose colazioni che annullano il senso di fame fino a sera. Nena parla un inglese fluente, è dolce con i bambini e tratta i suoi ospiti come parenti amati.

   
 Ma… Nena non deve mai, e dico MAI, per nessun motivo, aprire la sua cartina del posto e indicarti delle mete. Giammai. Se lo fa, o stolto viaggiatore, sappi che quei posti si muoveranno, veloci come il tuono, e si nasconderanno meglio dei camaleonti. Oppure rimarranno inaccessibili. O sarà molto difficile visitarli.

Qualunque cosa Nena t’indichi sulla cartina, sappi che non la vedrai. E vagherai come un mesto minchione per i tornanti della zona.

Dopo il risveglio la nostra Nena ci consiglia qualche percorso lì intorno. Prima un fiume, il Louison, dove far bagnare le bambine in una radura tra due antichi ponti di pietra. Poi una serie di monasteri famosi nei dintorni di Stemnìtsa e di Dimitsana: il monastero dell’antica Gotys, il sito archeologico dell’antica Gotys, il monastero dei filosofi, il museo dell’energia idroelettrica.

Ebbene, a malapena abbiamo trovato il fiume…

In compenso abbiamo trovato una chiesa, che in Grecia vanno per la maggiore

  

Abbiamo visto capre, capre ovunque

  
Micol l’unico momento filosofico lo ha vissuto con un vitellone in una radura, con il quale si è intrattenuta in una divertente muggi-conversazione.

  
Poi sì, abbiamo trovato il museo dell’energia idroelettrica. E lo abbiamo visto bagnandoci fino alle ossa sotto un acquazzone devastante.

Ma almeno lo abbiamo trovato. E abbiamo anche scoperto che a Dimitsana si conciano le pelli da tempo immemore e che qualche secolo fa si produceva la polvere da sparo perché i territori circostanti sono ricchi di salpietra. Il tutto grazie all’energia idroelettrica.

  

Inoltre, nei nostri pellegrinaggi alla ricerca dei monasteri visibili a pochi, abbiamo scoperto metri e metri di arnie. Con buona pace di quei fifoni di Micol e Stefano che già si vedevano attorniati da sciami di api modificate geneticamente e affamate.

Per fortuna che non abbiamo chiesto alla piccola Nena d’indicarci un posto dove bere la sera, altrimenti sarebbe scomparsa l’intera montagna.

Nelle nostre scorribande post-cena abbiamo trovato una taverna defilata gestita da un farfallone e dall’anziana e ottima cuoca madre. Il farfallone, con gli occhi a palla, broccolava due turiste mentre la mamma ci preparava le mezedes, ovvero un piatto con assaggi vari che fungono da aperitivo no stop. Con le mezedes abbiamo preferito la birra Amstel all’ellenica Fix, mentre le bambine si sono spartite la solita Coca (in Grecia la Coca Cola o la Pepsi sono servite solo nelle bottiglie di vetro, ndr).

L’anatema di Nena – mattino del giorno 7

Attento lettore, perdona la nostra ingenuità sconfinante con l’imbecillità: ancora non subodoravamo l’esistenza della maledizione che la proprietaria di Mpelleiko gettava sulle località indicate sulla sua cartina. Quindi, dopo la copiosa e calorica colazione, abbiamo chiesto a lei, alla piccola Nena, qualche consiglio su come arrivare a Micene prima e poi a Miloi, ultima tappa del nostro viaggio.

Lei ci ha consigliato di evitare la strada per Tripoli e di fare una deviazione verso nord, dove a Ellati avremmo trovato un maneggio di cavalli dove far andare le piccole. Inoltre così saremmo passati da Capsia, cittadina in cui si trova la celeberrima grotta meta di tanti geologi e speleologi vista la sua bellezza.

  
Chevelodicoaffare?

Arrivati a Ellati a malapena abbiamo trovato la fattoria. Ovviamente deserta. Credetemi, sembrava si fossero volatilizzati tutti e nemmeno un crine dei cavalli descritti volava nell’aria.

Con Micol&Alice intristite per la mancata cavalcata, ci siamo diretti a Capsia. La cosa deve aver arrecato dispiacere a Zeus che ha mandato IL TEMPORALE. Nonostante il meteo avverso, e grazie a un hombre greco appassionato di spagnolo con cui Stefano intrattiene una fugace amicizia (la ricordate, vero, la perversione di VV nei confronti dello spagnolo?), giungiamo a Capsia.

Ok. Avete presente il mondo di Kenshiro dopo lo scoppio delle bombe nucleari? In confronto a Capsia quello pare Ibiza. Perché il nostro paesello, nel quale arriviamo intorno alle 14.50, è deserto. Anzi, di più. Sono chiusi i ristoranti, le taverne, le kafeterie. Esiste un solo essere umano: una donna con i capelli rossi, gestrice del chiosco per turisti al bivio per la grotta. La signora non sapeva molto l’inglese, ma sotto la pioggia battente ci ha indirizzati alla Cave e ha regalato due chewing gum alle bambine.

Ditelo con me: la grotta era chiusa! Ma non c’entra Nena in tutto questo: a causa della crisi gli orari di alcune attrazioni sono stati ridotti drasticamente. Sempre a proposito di risorse…
PS ovviamente si scherza: il problema non era Nena, il problema siamo noi, adorabili turisti fai da te senza senso dell’orientamento.

Giorno 7 – antica Micene

Quando arriviamo a Micene sono le 17 e non abbiamo ancor pranzato. L’effetto della colazione di Nena era finito da un pezzo e la delusione del mancato pasto a Capsia ci ha spinti ad attendere l’arrivo a Micene.

E abbiamo fatto bene.

  
Margarita e Nikita ci hanno preparato la tavola in un nano secondo e ci hanno sollazzato con un pasto alla terrona: le melanzane fritte con il pomodoro abbandoneranno il mio stomaco, che hanno scambiato per ascensore, intorno al 2020 credo.

Ma affrontare le salite e i pendii del sito archeologico di Micene con il pancino pieno ci ha permesso di apprezzarne tutta la poesia. Quel popolo evoluto, aggraziato, creativo, viaggiatore e ricco concentra la sua leggenda tutta su di un colle che profuma di storia. Addirittura le bambine erano affascinate dell’atmosfera di quelle mura datate 1400 avanti Cristo e che parlavano di una cultura dalla quale in tanti hanno attinto.

   
   
Praticamente ci hanno dovuto cacciare alle 20, orario di chiusura di sito e museo.

E siamo rimasti così, sulla panchina fuori dal tornello d’ingresso, a bere una bibita osservando quelle mura e domandandoci come sarebbe stata la nostra terza dimora, in quel di Miloi.

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