Il primo giorno di palestra della mia vita

  

Ho visto un borsone sportivo. Con abbigliamento sportivo. Con abbonamento a una palestra. Era tutto mio.

Ho visto colleghi deridermi e amiche scommettere sulla mia scarsa costanza.

Ho visto un panino da mangiare entro e non oltre le 11.30, giusto per evitare di vomitarmelo sulle scarpe.

Ho visto l’orologio che mi spingeva a uscire e ad andare incontro alla mia futura tartaruga addominale.

Ho visto una nonna all’ingresso della palestra che faceva vedere le foto dei nipotini. Ho sperato.

Ho visto quella stessa nonna, vestita come Jane Fonda, aggredire lo step come io faccio con i gianduiotti. Ho pianto.

Ho visto la mia insegnante e ho visto il culo e le cosce che vorrei.

Ho visto lo step. Lui ha visto me.

Ho visto me stessa arrancare, ho guardato l’orologio al muro: ancora 50 minuti all’alba.

Ho visto la porta e ho pensato di scappare facendo finta di avere un attacco di dissenteria pirotecnica.

Ho visto un mio bronco rotolare sul linoleum della stanza.

Ho visto l’orologio al muro: ancora 48 minuti all’alba.

Ho visto Nina volare.

Ho visto mia madre piangere e chiedermi di smettere.

Ho visto cascate di acido lattico cominciare a scorrere nei miei muscoli.

Ho visto la mia tartaruga addominale rotolare via dalla mia pancia e morire proprio lì, sullo step.

Ho visto un Re!

Ho visto me stessa allo specchio e mi sono chiesta scusa.

Ho visto Melinda Gordon indicarmi la Luce e invitarmi ad andarle incontro.

Ho visto il mio vicino di postazione. Deve aver fatto entrambe le guerre, eppure lì sorrideva.

Ho visto il polmone d’acciaio dove temevo sarei finita.

Ho visto il cielo diventare pesante.

Ho visto lo sguardo di dolce compatimento di Nonna Jane Fonda mentre eseguiva l’addominale n. 40.

Ho visto una nicchia in fondo al muro e ho sperato mi lasciassero morire lì, in pace.

Ho visto lo spirito della mia tartaruga addominale fare il girotondo con le gemelle di Shining.

Ho visto la mia dignità sgretolarsi all’idea di raggiungere lo spogliatoio a 4 zampe.

Ho visto colleghi di corso assicurarmi che andrà meglio, battendomi le spalle e scuotendo la testa.

Ho visto il programma di domani: Body Pump.

Ho visto la voglia di fare la disdetta. 

Ho visto me stessa allo specchio: ero viva. Forse lo sarei stata anche domani, dopo Body Pump.

Lettera per Alice, la mia bambina fortunata

  
Alicetta, oggi mamma sta pensando a te, continuamente. Non che normalmente io, in ufficio, mi dimentichi di te e di tua sorella. Diciamo che di solito sei una carezza persistente sul viso, una compagnia silenziosa e profumata. Oggi, però, la tua faccia mi ritorna in mente, prepotente, mentre bevo un caffè al bar, se rispondo al telefono, quando invio una mail.

Ci sei tu, con il tuo sorriso di piccola di 3 anni, con le tue fossette e la frangia bricconcella, con i tuoi occhioni liquidi che mi scrutano, che m’avvolgono, che m’inchiodano.

  
Alice, oggi mamma ti pensa tanto perché tu non lo sai, e forse nemmeno ci credi considerato che non sempre ottieni e vivi ciò che vuoi, ma noi siamo persone fortunate.

Sai cosa significa “essere fortunati”, Alice?

Significa che qualcosa nella tua vita, una concatenazione di eventi casuali, di traiettorie di cicogne o di smistamento di neuroni, qualcosa ha preso la tua vita e l’ha fatta volteggiare in una situazione favorevole. Si tratta di quelle fortune che non sempre si sentono, che ogni tanto si danno per scontate, e che poi in un attimo ti sembrano tutta la ricchezza che hai. E lo sono per davvero, tutto quello che hai.

Ci sono due bimbi, Alice, che insieme a te oggi ballano davanti ai miei occhi. Tutti e due hanno 3 anni.

Uno, che chiamerò Leone per proteggerlo dalla curiosità virtuale, è in un lettino di un ospedale. Ha la mano fasciata, abbarbicato su quella mamma che da giorni lo guarda e spera. Lei è un’amica della tua di mamma, fa parte di quel gruppo di donne che si riconoscono da lontano, che sono state forgiate dal dolore ma che a lui reagiscono con la schiena dritta, con l’ironia. Leone un minuto stava bene e il minuto dopo era in macchina, direzione ospedale. Da due giorni viene esaminato da dei bravi dottori che vogliono capire cos’abbia, che lavorano per provare a cancellare dalla faccia della sua mamma la spada di Damocle della paura.

Mi ha mandato una foto la sua mamma: sono insieme, abbracciati sul letto d’ospedale. Lui sonnecchia con il volto sereno e lei ha un sorriso un po’ tirato, gli occhi stanchi. Sembra la Pietà di Michelangelo, sai Alice? Una moderna Madonna e suo figlio, in attesa.

Quando ho saputo che era stato male, Leone, mi è arrivato un pugno di magone nello stomaco, proprio lì. Ho pensato a tante cose contemporaneamente, alle angosce e ai dolori e alle paure e ai legami. Ho pensato che sono una donna fortunata, e che tu e tua sorella lo siete con me.

L’altro bambino si chiama Aylan. È uno dei tanti migranti che provano ad arrivare in Europa lasciando Paesi dove non c’è futuro: dove ci sono bombe, dove c’è violenza, dove c’è la fame. Lui era salito su quel gommone insieme alla sua mamma, al papà e al suo fratellone, Galip. Magari hanno anche litigato su chi dovesse salire prima, o tenere l’orsacchiotto in mano. Come fate tu e tua sorella, come fanno quasi tutti i fratelli del mondo. Poi il canotto dove viaggiavano, direzione Grecia (te la ricordi la Grecia Alice? Noi ci siamo andate in vacanza) si è ribaltato e Aylan, che ha gli stessi anni che hai tu, suo fratello e la loro mamma sono caduti in acqua. Dove sono morti. Aylan è arrivato sulla spiaggia turca dove una fotografa ha deciso che quel corpo fosse un grido. E lo ha fotografato.

Quella foto sta facendo il giro del mondo e, anche se lui è un maschietto e per quei pantaloni blu mi avresti tenuto il broncio, io su quella spiaggia, con la testa girata e le braccine stese sotto il pancino, io vedo te.

Lo sento forte il grido di quel corpo, Alice, lo sento e per ore ho sentito un sacco di emozioni contrastanti e ho sentito la rabbia. Una rabbia così sorda, Alice, che mi sono spaventata per le cose che ho pensato.

Ora non starò a raccontarti di diritto d’asilo, di trattati, di frontiere e di confini. Non mi metto nemmeno a farti una lezione sulla deontologia della pubblicazione di quell’immagine lì, di Aylan, morto sulla spiaggia dove avrebbe dovuto fare i castelli di sabbia.

Sono discorsi che adesso non ci servono a niente. Lo capisci, Alice, quanto siamo fortunate te e io?

  • Abbiamo da mangiare tutti i giorni;
  • siamo nate dove le bombe non cadono, dove non c’è terrore, dove si può ridere e dove ci si può vestire come si vuole. Non avrai problemi se ascolterai un tipo di musica o un altro. E non finirai in galera se scoprirai di voler amare una donna, piuttosto che un uomo;
  • il tuo colore di pelle è un salvacondotto di pena: anche una tua unghia incarnita farà più effetto della morte di un bambino, magari eritreo, magari trovato gonfio d’acqua, su un’altra spiaggia.

Ti sto annoiando? Ti sto intristendo, Alicetta bella?

Ti chiedo scusa: lo sai che soltanto scrivendo, questa tua mamma, riesce a fare pace con il gomitolo di sentimenti che ha nello stomaco. Allora ti dico delle cose, piccoletta, delle cose che ho nel cuore e che vorrei dirti, prima che diventino scontate, e chiedo scusa a chi leggendo le troverà retoriche:

  • bisogna dirsi che ci si vuole bene sempre di più, sempre più spesso; perché poi quelle parole ti rimbalzano nel cuore quando si è distante, quelle parole sono una carezza e un profumo, mentre sei in ufficio o a scuola;
  • voglio insegnarti che la Terra è rotonda: tu hai presente una palla? Come fai a dire dove sta il sopra, il sotto? Destra rispetto a cosa? E, quindi, che senso ha mettere dei confini? Dei limiti? Ti spiegherò che se vedrai la Terra come un posto in cui vivono gli esseri umani, e non italiani, ungheresi e marocchini, questa stessa Terra t’insegnerà quanto gli esseri umani siano speciali;
  • ti ricorderò tutti i giorni quanto ti ami e quanto io sia fiera di te, anche se diversa da me e dall’idea che avevo di te. E lo ricorderò anche a quella fenomena di tua sorella, sempre in bilico tra narcisismo e insicurezza;
  • proverò a farti capire che non bisogna avere paura delle persone. È vero, ce ne sono alcune che si comportano male, che fanno del male. Ma tu, davanti un cestino di succose ciliegie, Alice, rinunci ad assaggiarle e a farne una scorpacciata perché hai paura che dentro ci sia un verme? Vivendo imparerai a riconoscere le ciliegie con il vermicello dentro, prima di metterle in bocca. E scoprirai che non saranno sempre quelle rosse, o quelle arancioni o quelle piccole. Ogni volta, se accadrà, troverai il vermetto in una ciliegia diversa;
  • le persone uguali vivono in sintonia, si trovano d’accordo, forse litigano raramente. Ma quando amiche diventano persone differenti tra loro, sai quante cose potranno imparare? Fai finta che l’amicizia sia una focaccia. Due persone uguali saranno uno degli ingredienti, come la farina. Non basteranno. Ci sarà bisogno di tanti ingredienti, come l’olio, il lievito, il pomodoro, il cioccolato. Magari non tutti saranno giusti per quell’amicizia, ma più saranno e più buona sarà la pizza!
  • ti farò vedere che non bisogna fuggire davanti il dolore degli altri. Non potrai fartene carico da sola, e non di tutte le persone, ma il loro dolore t’insegnerà tanto di te quanto degli altri esseri umani. Ti darà sempre una prospettiva diversa delle tue magagne. E diventerai una persona umana per davvero, che saprà soffrire e gioire con gli altri. Sarai nemica dell’indifferenza;
  • cerca la felicità, vivi, ama, fai l’amore, corri sui prati, scegli un’amica speciale, litigaci, facci la pace. Assaggia tutti i cibi che ti porteranno a tavola. Senti tutta la musica del mondo, guarda tanti film, leggi piramidi di libri. Balla, Alice, e quando lo farai, fallo sorridendo o piangendo. Basta che tu senta emozioni. Bacia. Sorridi. Incazzati a morte. Caccia fuori le lacrime di frustrazione, di dolore, di rabbia. Buttale fuori, che altrimenti annacquano il tuo cuore e arrugginiscono i tuoi pensieri. Fai i tuffi dagli scogli, stringi forte la mano quando conosci qualcuno. Sii felice Alice, e ricordati che tutti i bambini sono uguali.

Settembre andiamo. È tempo di 10 buoni propositi

  
Tutti, lo facciamo tutti. Torniamo dalle vacanze, con addosso ancora la piacevole sensazione che i ritmi blandi ci lasciano addosso, e ci giuriamo di portare anche a Natale almeno qualcuna delle buone abitudini prese. Uno si affaccia all’estate stremato, con la serenità d’animo di Annie Wilkes di Misery non deve morire e ogni volta si ripromette che no, non accadrà la stessa cosa l’anno dopo, che farà tesoro dell’esperienza. Ogni anno un italiano, con il sapone del peeling in mano, parla con se stesso. E pronuncia i buoni propositi.

Volete che Santisella, prodotto medio dell’italianità media, non faccia lo stesso? Magari a bordo del 4 che la sta portando in ufficio, il primo giorno di lavoro post-estate?

Eccoveli, in ordine sparso:

1. Leggere un libro a settimana. Approfittare delle due ore di tragitto casa-lavoro-casa per leggere e non per cazzeggiare su Facebook o per osservare compagni di viaggio che si scaccolano e annusano il prodotto di tale operazione.

2. Rimettermi in forma. Non si tratta soltanto di una questione estetica (anche se passare minuti interminabili davanti all’armadio per scegliere qualcosa da mettere che ti faccia sentire il meno possibile un Barbapapà resta un evento drammatico della giornata). Nonostante io mi senta una pischella, il mio metabolismo sa bene il numero delle primavere che mi porto dietro, per cui un po’ di ginnastica potrebbe dargli i ceffoni necessari per risvegliarlo. Inoltre, scaricherei lo stress della quotidianità, quello che mi porto a casa la sera e che a volte non mi permette di godere della compagnia di chi amo.

3. Partecipare a un concorso letterario entro il 2015. Io sono così, mi decido a muovere il culo solo se ho una scadenza imminente. L’adrenalina mi fa lavorare meglio, lo stress mi rende lucida e allora ho pensato di sfruttare questa patologia, altro non saprei come definirla, per mettermi alla prova. Avrò davanti poche settimane per potermi mettere alla prova senza nascondermi sistematicamente dietro l’alibi della “mancanza di tempo”.

Inoltre insegnerei a me stessa, e alle mie figlie, una lezione molto importante sulla sconfitta e sulla contestualizzandone della stessa. Alla Triade Ovarica manca quest’attinenza e rischiamo che ogni inciampo diventi una tragggedia greca.

4. Vedere più i miei amici. Anche le mie amiche, sia chiaro. Ne ho bisogno, mi alleggeriscono la vita, mi fanno ridere, mi creano proficui confronti. E abbattono la solitudine nella quale mi rifugio quando ho problemi o sono troppo preoccupata. Con loro esistono altri punti di vista, e io sento di averne bisogno per poter aggiungere peso specifico alla qualità della mia vita. Non sarà facile, incastrare le rispettive quotidianità è una gara di tetris. Ma ci voglio provare. Amiche e amici: siete avvisati.

5. Essere meno accomodante. Arriva tutto dall’atavico insegnamento circa il valore del “risolversi da solo i problemi”. Esse quindi poco d’intralcio, rompere poco le palle. Diventare accomodante perché fa piacere far contento chi si ama. Non è un proposito da vittima: questo essere sempre disponibile penso che sia un bisogno egoistico di essere importante per qualcuno. Non essere sola. Devo capire prima che dire qualche volta in più NO non farà scappare le persone, che mi vorranno sempre bene. Anche perché a furia di dire sempre sì accadono due cose:

– non sempre si riesce a fare quanto promesso per mancanza di tempo ed energia. Perché, quindi, aggiungere un motivo per sentirsi in colpa?

– per accontentare qualcuno si accantonano cose proprie, personali, momenti belli. Perché, quindi, aggiungere un motivo per sentirsi frustrati?

6. Mettere sempre la crema idratante sul corpo. Sembra una fesseria ma è la spia che comincio a scazzarmi e a trascurarmi quando smetto d’incremarmi dopo la doccia. Adesso accarezzo le mie gambe, quando non sono piene di peletti alla Jigen di Lupin, e sono favolosamente morbide e lisce. Tra un mese si trasformeranno nella carta crespa del presepe. Allora, penso che quanto più avanti arriverà il momento carta crespa tanto più tempo mi sarò ricordata di prendermi cura di me e del mio corpo. E sarà un buon esempio al Dinamico Duo che vive con me.

7. Scrivere almeno tre post la settimana di Santisella. Mi piace, mi diverte, tanta gente mi legge ed è gratificante. È una cosa tutta mia, una nicchia di me stessa parecchio accogliente anche se a volte si trasforma in specchio delle mie maree nere. Se trascuro Santisella trascuro Barbara, e questa non sarebbe cosa buona e giusta.

8. Andare di più per musei. Stefano mi ha fatto un regalo speciale, che non ho dimostrato di apprezzare molto: la tessera Musei. Ho compreso dopo, riflettendoci, che in un’altra lingua era un modo per condividere un suo interesse da me solo sfiorato. Ecco, allora, andare più per musei significa anche provare a imparare altri linguaggi, altri sistemi per dichiarare sentimenti.

9. Disintossicarmi dalla tecnologia. Posso vivere senza whatsapp, senza fb, senza sms e senza tutto il resto. La sera soprattutto. Si può fare prima di arrivare tra qualche mese a dire: “Ciao, sono Barbara e da 12 giorni non tocco più uno smartphone”.

10. Essere più puntuale. Non posso diventare una maga dell’organizzazione: a quest’età nei miracoli non credo più. Sono na casinara, vivo al secondo (tranne per quanto riguarda il Dinamico Duo). Credo però nello smussare gli angoli, nel trovare piccoli compromessi con se stessi. Devo quindi cercare di essere più puntuale, perché voglio eliminare a poco a poco qualsiasi motivo per sentirmi in colpa. Non dico che spaccherò il minuto, dico solo che tante cose lasciate da fare all’ultimo proverò a programmarle. Ho detto proverò, comunque… 

A me piace tanto settembre, adoro la rinascita. In questo mese sei più vicino alla persona che vuoi diventare.