Lettera per Alice, la mia bambina fortunata

  
Alicetta, oggi mamma sta pensando a te, continuamente. Non che normalmente io, in ufficio, mi dimentichi di te e di tua sorella. Diciamo che di solito sei una carezza persistente sul viso, una compagnia silenziosa e profumata. Oggi, però, la tua faccia mi ritorna in mente, prepotente, mentre bevo un caffè al bar, se rispondo al telefono, quando invio una mail.

Ci sei tu, con il tuo sorriso di piccola di 3 anni, con le tue fossette e la frangia bricconcella, con i tuoi occhioni liquidi che mi scrutano, che m’avvolgono, che m’inchiodano.

  
Alice, oggi mamma ti pensa tanto perché tu non lo sai, e forse nemmeno ci credi considerato che non sempre ottieni e vivi ciò che vuoi, ma noi siamo persone fortunate.

Sai cosa significa “essere fortunati”, Alice?

Significa che qualcosa nella tua vita, una concatenazione di eventi casuali, di traiettorie di cicogne o di smistamento di neuroni, qualcosa ha preso la tua vita e l’ha fatta volteggiare in una situazione favorevole. Si tratta di quelle fortune che non sempre si sentono, che ogni tanto si danno per scontate, e che poi in un attimo ti sembrano tutta la ricchezza che hai. E lo sono per davvero, tutto quello che hai.

Ci sono due bimbi, Alice, che insieme a te oggi ballano davanti ai miei occhi. Tutti e due hanno 3 anni.

Uno, che chiamerò Leone per proteggerlo dalla curiosità virtuale, è in un lettino di un ospedale. Ha la mano fasciata, abbarbicato su quella mamma che da giorni lo guarda e spera. Lei è un’amica della tua di mamma, fa parte di quel gruppo di donne che si riconoscono da lontano, che sono state forgiate dal dolore ma che a lui reagiscono con la schiena dritta, con l’ironia. Leone un minuto stava bene e il minuto dopo era in macchina, direzione ospedale. Da due giorni viene esaminato da dei bravi dottori che vogliono capire cos’abbia, che lavorano per provare a cancellare dalla faccia della sua mamma la spada di Damocle della paura.

Mi ha mandato una foto la sua mamma: sono insieme, abbracciati sul letto d’ospedale. Lui sonnecchia con il volto sereno e lei ha un sorriso un po’ tirato, gli occhi stanchi. Sembra la Pietà di Michelangelo, sai Alice? Una moderna Madonna e suo figlio, in attesa.

Quando ho saputo che era stato male, Leone, mi è arrivato un pugno di magone nello stomaco, proprio lì. Ho pensato a tante cose contemporaneamente, alle angosce e ai dolori e alle paure e ai legami. Ho pensato che sono una donna fortunata, e che tu e tua sorella lo siete con me.

L’altro bambino si chiama Aylan. È uno dei tanti migranti che provano ad arrivare in Europa lasciando Paesi dove non c’è futuro: dove ci sono bombe, dove c’è violenza, dove c’è la fame. Lui era salito su quel gommone insieme alla sua mamma, al papà e al suo fratellone, Galip. Magari hanno anche litigato su chi dovesse salire prima, o tenere l’orsacchiotto in mano. Come fate tu e tua sorella, come fanno quasi tutti i fratelli del mondo. Poi il canotto dove viaggiavano, direzione Grecia (te la ricordi la Grecia Alice? Noi ci siamo andate in vacanza) si è ribaltato e Aylan, che ha gli stessi anni che hai tu, suo fratello e la loro mamma sono caduti in acqua. Dove sono morti. Aylan è arrivato sulla spiaggia turca dove una fotografa ha deciso che quel corpo fosse un grido. E lo ha fotografato.

Quella foto sta facendo il giro del mondo e, anche se lui è un maschietto e per quei pantaloni blu mi avresti tenuto il broncio, io su quella spiaggia, con la testa girata e le braccine stese sotto il pancino, io vedo te.

Lo sento forte il grido di quel corpo, Alice, lo sento e per ore ho sentito un sacco di emozioni contrastanti e ho sentito la rabbia. Una rabbia così sorda, Alice, che mi sono spaventata per le cose che ho pensato.

Ora non starò a raccontarti di diritto d’asilo, di trattati, di frontiere e di confini. Non mi metto nemmeno a farti una lezione sulla deontologia della pubblicazione di quell’immagine lì, di Aylan, morto sulla spiaggia dove avrebbe dovuto fare i castelli di sabbia.

Sono discorsi che adesso non ci servono a niente. Lo capisci, Alice, quanto siamo fortunate te e io?

  • Abbiamo da mangiare tutti i giorni;
  • siamo nate dove le bombe non cadono, dove non c’è terrore, dove si può ridere e dove ci si può vestire come si vuole. Non avrai problemi se ascolterai un tipo di musica o un altro. E non finirai in galera se scoprirai di voler amare una donna, piuttosto che un uomo;
  • il tuo colore di pelle è un salvacondotto di pena: anche una tua unghia incarnita farà più effetto della morte di un bambino, magari eritreo, magari trovato gonfio d’acqua, su un’altra spiaggia.

Ti sto annoiando? Ti sto intristendo, Alicetta bella?

Ti chiedo scusa: lo sai che soltanto scrivendo, questa tua mamma, riesce a fare pace con il gomitolo di sentimenti che ha nello stomaco. Allora ti dico delle cose, piccoletta, delle cose che ho nel cuore e che vorrei dirti, prima che diventino scontate, e chiedo scusa a chi leggendo le troverà retoriche:

  • bisogna dirsi che ci si vuole bene sempre di più, sempre più spesso; perché poi quelle parole ti rimbalzano nel cuore quando si è distante, quelle parole sono una carezza e un profumo, mentre sei in ufficio o a scuola;
  • voglio insegnarti che la Terra è rotonda: tu hai presente una palla? Come fai a dire dove sta il sopra, il sotto? Destra rispetto a cosa? E, quindi, che senso ha mettere dei confini? Dei limiti? Ti spiegherò che se vedrai la Terra come un posto in cui vivono gli esseri umani, e non italiani, ungheresi e marocchini, questa stessa Terra t’insegnerà quanto gli esseri umani siano speciali;
  • ti ricorderò tutti i giorni quanto ti ami e quanto io sia fiera di te, anche se diversa da me e dall’idea che avevo di te. E lo ricorderò anche a quella fenomena di tua sorella, sempre in bilico tra narcisismo e insicurezza;
  • proverò a farti capire che non bisogna avere paura delle persone. È vero, ce ne sono alcune che si comportano male, che fanno del male. Ma tu, davanti un cestino di succose ciliegie, Alice, rinunci ad assaggiarle e a farne una scorpacciata perché hai paura che dentro ci sia un verme? Vivendo imparerai a riconoscere le ciliegie con il vermicello dentro, prima di metterle in bocca. E scoprirai che non saranno sempre quelle rosse, o quelle arancioni o quelle piccole. Ogni volta, se accadrà, troverai il vermetto in una ciliegia diversa;
  • le persone uguali vivono in sintonia, si trovano d’accordo, forse litigano raramente. Ma quando amiche diventano persone differenti tra loro, sai quante cose potranno imparare? Fai finta che l’amicizia sia una focaccia. Due persone uguali saranno uno degli ingredienti, come la farina. Non basteranno. Ci sarà bisogno di tanti ingredienti, come l’olio, il lievito, il pomodoro, il cioccolato. Magari non tutti saranno giusti per quell’amicizia, ma più saranno e più buona sarà la pizza!
  • ti farò vedere che non bisogna fuggire davanti il dolore degli altri. Non potrai fartene carico da sola, e non di tutte le persone, ma il loro dolore t’insegnerà tanto di te quanto degli altri esseri umani. Ti darà sempre una prospettiva diversa delle tue magagne. E diventerai una persona umana per davvero, che saprà soffrire e gioire con gli altri. Sarai nemica dell’indifferenza;
  • cerca la felicità, vivi, ama, fai l’amore, corri sui prati, scegli un’amica speciale, litigaci, facci la pace. Assaggia tutti i cibi che ti porteranno a tavola. Senti tutta la musica del mondo, guarda tanti film, leggi piramidi di libri. Balla, Alice, e quando lo farai, fallo sorridendo o piangendo. Basta che tu senta emozioni. Bacia. Sorridi. Incazzati a morte. Caccia fuori le lacrime di frustrazione, di dolore, di rabbia. Buttale fuori, che altrimenti annacquano il tuo cuore e arrugginiscono i tuoi pensieri. Fai i tuffi dagli scogli, stringi forte la mano quando conosci qualcuno. Sii felice Alice, e ricordati che tutti i bambini sono uguali.
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6 pensieri su “Lettera per Alice, la mia bambina fortunata

  1. Grazie delle tue parole….mi hanno fatto sentire meno sola.condivido pienamente la tua visione e anch’io ho una bimba di 3 anni a cui voglio trasmettere le stesse cose,la stessa nostra visione del mondo…grazie ancora

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    • Lorenza, il senso di solitudine e d’impotenza è quello che mi ha portato a scrivere. Le nostre bambine cambieranno il mondo? Io non lo so, ma di sicuro avranno gli orizzonti spalancati. Grazie a te e alla tua piccola (come si chiama?)

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  2. Grazie. Hai dato voce a tutte le emozioni che in questo periodo vivo. Non ho figli, ma non è necessario essere madre; davanti alle foto delle lacrime dei bambini in attesa dietro un filo spinato, davanti alla foto di Aylan ho pianto. Ho pianto per la vergogna. Sono tutti figli nostri questi bimbi e non ne abbiamo poi così tanta cura. Ma se riusciamo a “restare umani”, a non perderci, qualcosa possiamo fare. Nel nostro piccolo anche continuare a condividere la nostra idea sul valore dell’accoglienza. Accoglienza, parola che (in tutte le sue sfumature) dal vocabolario italiano risulta sconosciuta per tanti, troppi. Nel mio piccolo non mollo, resto umana. Per tutti loro.

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