Leggerezza è ammettere il fallimento

Oggi ho cambiato borsa e ho scelto quella rossa, con la nappa che penzola, con i segni delle unghie delle mie gatte a renderla unica al mondo.

Ho ripreso la borsa rossa seguendo l’impulso di un momento, alzando lo sguardo e scorgendola nascosta, sotto le altre. Non ci ho pensato molto mentre facevo il travaso da quella che avevo scelto in questo periodo e lei, quella rossa che mi aveva regalato Reda, a Natale, quando stavo per chiudere Marachelle.

C’era ancora un uovo Kinder sbriciolato, dentro, e briciole di chissà quanti biscottipaninipizzettecicles eredità dei miei tragitti casa-scuole varie. Ho svuotato tutto nel lavandino della cucina, scovando un cd di Vinicio Capossella masterizzato rigato, i biglietti del concerto dei Muse, due tappi di bottiglie di plastica, una delle lettere di Mauro dopo che gli avevo detto che lo lasciavo, carta varia.

Invisibili e al contempo presenti le cose che sono dentro la borsa, nel reparto ricordi, quelle che hai voglia di scrullarla dentro il lavandino, non se ne vanno. In quella borsa c’è l’odore della pasta lievitata di una serata illuminante, c’è il profumo dello sgrassatore che usavamo per pulire la cucina della Bottega, c’è il sospiro di un’anestesia dalla quale avevo il terrore di non svegliarmi e immaginavo silenzi di figlie e dolore e domande. Dentro quella borsa c’è un sabato mattina di palloncini che volano in cielo e salutano fiori e mani vigliacche che frugano e rovistano per rubare intimità.

Dentro la borsa rossa ci sono io e c’era la mia condanna al non perdono. Quel sottile rimprovero che di giorno mi rullava nella testa, da quell’estate di due anni fa (abbondanti) quando ho scelto di arrendermi.

Fino a questa mattina, con la borsa nera sulle spalle, credevo di non riuscire a perdonarmi di essermi arresa. Invece, spostando di tasca in tasca foglie e libri e creme, svuotando la borsa nera per quella rossa, ho capito che non riuscivo ad accettare di aver fallito. Come se fosse tutto nelle mie mani, il mio destino e quello di altri. Come se tutto dipendesse da me, sempre.

Perché avere la sindrome del controllo non vuol dire essere soltanto una rompicoglioni, significa  far lavorare il cervello a velocità doppia e allenarlo alle conseguenze e alle soluzioni delle conseguenze. In un sistema di scale Escher che t’ingabbia tra variabili e ipotesi e persone da salvaguardare.

Sono scesa dalle scale. Avevo già compreso di aver fallito, con Mauro e con la Bottega. Adesso l’ho accettato.

  
Annuso la borsa, respiro leggerezza.
PS tra i miei buoni propositi di settembre c’era quello di tenere aggiornato il blog. Invece sono scomparsa per settimane. Vi chiedo scusa, non lo sapevo ma mi stavo allenando alla leggerezza.

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