Con il vento tra i capelli ho ritrovato Barbara

Noi della Triade, quando si vivono tempi tristi, facciamo un gioco. Un po’ banale, al limite del retorico, ma ottimo per ridimensionare la nostra tristezza e per ritrovare il sorriso. Ce lo siamo inventate subito dopo la separazione, quando i rancori e le rabbie e i dolori serpeggiavano, navigavano al filo senza arrivare a farsi vedere, ma soltanto sentire. Erano tossici, silenziosi, velenosi.

Allora, quando ci sembrava di guadare un fiume di sterco, partiva il gioco: Le cose per cui è bello il mondo, anche se ci fa incazzare.

Il sole. Un film bello alla televisione. L’odore della focaccia appena sfornata. I bambini piccoli. Le fusa delle nostre gatte. I giardini. Gli scivoli. La pasta al pomodoro. Il mare d’estate. Il mare d’inverno. Il vento. Gli abbracci di nonna Rossana. Le lezioni di spagnolo sul tablet. Saltare sulle pozzanghere. Aprire le uova di Pasqua. Le storie. Il pongo. Due vecchietti mano nella mano. Dylan Dog. Il caffè la mattina (questa è palesemente solo mia). Le stelle cadenti (quando le vedi cadere). La maglietta preferita lavata e piegata nel cassetto. L’altalena. Natale. La luna, sempre. Storia. Le lasagne. La prima volta che metti i piedi nell’acqua del mare. O del fiume. O del lago. Le sorprese. Lola che dorme sul letto, attaccata ai nostri piedi.

Risposte banali, retoriche. L’avevo detto. Ma è grazie alla genuina voglia di banalità e retorica, di sorrisi, che mi ritrovo adesso con il vento nei capelli e la sensazione di averlo guadato davvero quel fiume di sterco, in apnea. Senza rendermi conto delle sterco e nemmeno dell’apnea.

La sensazione è più o meno quella di quando esci da una lunga influenza che ti aveva abituato a non sentire gli odori e nemmeno i gusti. A un certo punto nemmeno te lo ricordi più che ci sono odori e gusti, e tu continui ad annusare e a mangiare. Meccanicamente. Per senso del dovere.

Uso un’altra metafora, che a me piacciono tanto tanto. In piedi sulla riva del mare, con il vento che ti schiaffeggia la faccia e alza tanta di quella sabbia che tu devi per forza tenerli chiusi, gli occhi. E poi il vento continua a soffiare, la sabbia non smette di volare e gli occhi non li riapri più. Te ne fai una ragione e stai a occhi chiusi, ti ci abitui. Che poi, a dircela tutta, basterebbe girarsi di schiena o addirittura andarsene da quella spiaggia. Ma ce lo insegna l’evoluzione: sopravvive chi si adatta. Nel bene, e nel male.

Questo non è banale, o almeno per me ammetto essere stata una sorpresa, un’illuminazione. Se non puoi cambiare quello che non puoi cambiare, allora sei tu che devi cambiare.

Facile, quasi spirituale come concetto. Ma per me, notoria maniaca del controllo e interventista, questa cosa qui oltre a convincermi ad andare via, da quella spiaggia, mi ha permesso anche di fare pace con tanti tormenti del passato.

È vero che sono passati più di 20 mesi prima che mi rendessi conto che vivevo a occhi chiusi, e che in questi mesi non ho visto scorrere facce di amici, e sorrisi. Ho tenuto tutti fuori, tutti quelli che avrebbero potuto rompere il mio equilibrio e minarlo, facendomi venire il dubbio che ci fosse altro oltre le palpebre serrate. Come se avessi avuto realmente paura di riaprirli, quegli occhi. E poi ci sono quelle persone che si sono messe accanto a me e pazientemente hanno atteso che finissi di nuotare nello sterco e che me ne rendessi conto. Facendolo forse inconsapevolmente, senza lasciarmi sola.


Adesso sono qui: con il vento nei capelli ho finalmente ritrovato il gusto di essere Barbara.

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