Piccoli gesti di bellezza per Barriera di Milano

Barriera di Milano è casa mia. Ci vivo, ci sono nata, per quasi metà della mia vita ci ho anche lavorato. Barriera di Milano la conosco bene come la conosce soltanto chi la vive, e come ogni essere umano la guardo con lo sguardo che scelgo. Uno sguardo che non nasconde i problemi e che vede tutte le potenzialità che possiede. Non ho creduto nemmeno per un minuto che sarebbero stati i locali e la movida a “salvarla”, a restituirla pulita a chi da decenni pensa che si tratti di un buco di culo infernale. La vera ricchezza del mio quartiere sono le persone. Sono gli artigiani, sono i commercianti, sono gli ideatori di centinaia di associazioni che lavorano sul territorio, sono gli operai che Barriera la vedono per dormire.

La Bellezza potrebbe salvare Barriera di Milano: se un bambino nasce in un posto gradevole impara ad amarlo e a rispettarlo. Non distruggerà i giardinetti appena costruiti, non butterà a terra le cartacce, eviterà di pisciare sui muri, non abbandonerà mobili distrutti ai lati dei marciapiedi.

Per questo, quando ho letto del progetto “Salotto Urbano” mi sono entusiasmata. La descrizione comincia così: “È se in Barriera diventasse un grande salotto in cui chiacchierare, comodamente seduti su speciali divani d’arte?”. Eccola, la Bellezza, quella accessibile che parla un linguaggio universale e che guarda al futuro, perché coinvolge direttamentela parte migliore della popolazione, i bambini.

L’iniziativa, promossa dai bagni Pubblici di via Agliè in collaborazione con Atelier Heritage, riguarda alcuni miglioramenti dell’arredo urbano e del verde pubblico coordinati dall’artista Alessandro Rivoir che guiderà i bambini nella realizzazione di panchine tematiche che finiranno in piazza Foroni e lungo le aiuole di corso Vercelli.

Ora, per aiutare questo progetto servono gesti di Bellezza, tanti gesti di Bellezza: servono dei voti affinchè Brico fornisca i materiali per poter realizzare le panchine che abbelliranno Barriera di Milano. Servono dei clic, come ne regaliamo a tonnellate tutti i giorni, nelle nostre scorribande tra le vie della realtà virtuale.

Se volete saperne di più andate su http://facciamoinsieme.bricocenter.it/?tx_casabrico_project%5Bproject%5D=1078&tx_casabrico_project%5Baction%5D=show&tx_casabrico_project%5Bcontroller%5D=Project2014&cHash=a4300b9f0ff5ff3f3e05740e85f04073

Del perché MAI voterò il Movimento 5 Stelle

Non parlerò di Grillo, della sua volgarità.

Non mi dilungherò neppure sulle sue dichiarazioni abominevoli, perché i suoi adepti partirebbero con la solfa della decontestualizzazione e dopo 10 minuti di tentativi di civile confronto mi verrebbe voglia di prendere fortissimamente a testate uno spigolo, per smettere di soffrire.

Non nominerò nemmeno Casaleggio.

Non prenderò per il culo le scie chimiche.

Non punterò il dito sugli squadroni di troll che insultano sui social se osi contraddire la loro Bibbia-blog.

Non mi metterò nemmeno a scuotere la testa davanti all’incredibile cazzata sul fatto che la politica non debba esistere e che non ci sono più destra e sinistra: la politica esiste, e loro non fanno altro che voler entrare nei palazzi. Se non è di destra e nemmeno di sinistra, è sempre di destra (cit. De Luca). Ricordatelo sempre.

Non farò nulla di tutto questo. Mi limiterò a dire: legge sullo ius soli e legge Cirinnà.

Due momenti in cui i grillini avrebbero potuto dimostrare di che pasta erano fatti, dimostrare che le persone valgono e non solo quando sono portatrici sane di diarroiche lamentele contro il sistema.

Uno vale uno. Ma non parlano di persone, parlano di voti. Quelli che perderebbero dalla pancia del Paese nel caso in cui dovessero prendere posizione sul tema immigrazione. Se ne guardano bene, tutti. Come se la questione non esistesse. 

COS’È LO IUS SOLI Ius soli (in latino «diritto del suolo») è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Esso contrappone allo ius sanguinis (o «diritto del sangue»), che indica invece la trasmissione alla prole della cittadinanza del genitore.

In Italia non funziona così. Il 13 ottobre 2015 il Movimento 5 Stelle si è astenuto dal voto nel momento in cui si discuteva una legge che tutelasse i figli degli immigrati nati sul suolo italiano. Non hanno votato e hanno lasciato che passasse uno ius soli chiamato temperato, ovvero con condizioni. Tipo quella di essere figlio di almeno un genitore con permesso di soggiorno (quindi residente in Italia da almeno 5 anni) o di aver completato almeno un ciclo di studi. Caro bimbo nato in Italia ma figlio di stranieri, il tuo diritto di essere considerato uguale al tuo compagno di banco purosangue italiano non è naturale, ma te lo conquisti come si fa con un videogioco. Per capire il livello di becera ignoranza: negli Stati Uniti, noto esempio di Paese socialista, lo ius soli è concesso automaticamente a tutti i bambini nati in terra a stelle e strisce.

LEGGE CIRINNÀ Ovvero, l’estrema dimostrazione di quanto quelli del Movimento siano abili e consumati mestieranti. Uno vale uno, ma se sei frocio e vuoi adottare il figlio del tuo compagno sappi che vali molto meno della goduria di rompere le palle al PD. Perché questo è accaduto: votare a favore dei diritti delle persone sulla bilancia vale nulla rispetto al principio sovrano di essere contro. E gay e lesbiche? Si accontentino di avere sorrisi di circostanza e Twitter di solidarietà se massacrati in una discoteca. Al massimo, un posto da assessore se sei presidente di un’associazione LGBT.

Per il Movimento 5 Stelle le persone non hanno diritto a uguali diritti tra di loro. I loro diritti dipendono direttamente da quanto sono tollerati dalla pancia di un’Italia sfiancata, da sempre restìa a prendersi responsabilità di cose che fa più comodo addossare agli altri. Immaginatevi a che posto stanno dell’interesse italiano immigrati e froci. 

Chi mi conosce lo sa, io non sono un’elettrice del PD. Io sono una di quelle dure e pure che qualche giorno fa si è chiusa in una riserva da 3,47%. ‘Na folla. Ma a me va bene così: era la lista che maggiormente rappresentava i miei ideali e la rivoterei ancora. Adesso invece tocca ai ballottaggi e io non posso accettare che le mie figlie abbiano un sindaco rappresentanza di un movimento che non pensa che ognuno abbia diritto alle stesse opportunità.

Micol mi chiede: perché scrivi questo post, mamma?

Ecco, la Filosofa arriva al cuore del discorso. Per la prima volta in tanti anni non avrò dubbi su chi andare a votare al ballottaggio, perché a me il populismo del Movimento, il mestiere che usano nell’accaparrarsi i voti, i giochetti politici, il loro essere apertamente razzisti mi fa terribilmente schifo. Li trovo pericolosi. Più dei vari Sistemi di signoraggio presenti a Torino. Per quelli confido nella nuova leva di chi andrà in comune, confido nel ricambio generazionale e nella convinzione che la maggior parte dei politici vivano la passione con idealismo. Li conosco, li vedo, li leggo. Confido nel fatto che escano dai salotti e tornino in periferia. Io ci credo.

Io ci credo che il mondo è rotondo perché non esistano confini, non ci siano clandestini. Che il futuro di un essere umano non debba dipendere dalla porzione di terra in cui gli è capitato di nascere, porzione delimitata da linee immaginarie. Ci credo che l’amore sia amore, che sia tutto, e che non dipenda da come e con chi ti accoppi. Per cambiare le cose, una città, devi innanzitutto amarla e non essere guidato esclusivamente dal desiderio di distruzione. Diceva il Che: “Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore”.

Per le mie bambine io non accetterò mai la tesi del Movimento 5 Stelle.

Nonostante l’Appendino sia graziosa e Fassino somigli a Belfagor, nonostante l’Appendino sia glamour e Fassino viva la campagna elettorale come una gastrite. Nonostante tutto, io non avrò dubbi sul perché MAI voterò il Movimento 5 Stelle.

E tu, sei a interruttore o a manopola? Tecnicismi da fine di una storia.

Anna Oxa gorgheggiava di quando un amore nasce. Tutto chiaro. Ma poi, che si fa quando lo stesso finisce?

Nelle ultime settimane mi sono lungamente dedicata a sperequazioni filosofiche su questo momento esistenziale e sentimentale di cui, modestamente, dovrei pure essere considerata un’esperta quasi quanto Liz Taylor lo è di bouquet nuziali, e l’ho fatto dedicandomi in maniera specifica ai giorni successivi alla rottura e alle diverse reazioni di contenimento del dolore. O di contenimento, e basta. Orbene, siore e siori, sono lieta di annunciarvi che sono riuscita a individuare sostanzialmente due tipi di freschi reduci da una storia: quelli a interruttore e quelli a manopola.

I primi s’identificano con il taglio netto, con la chiusura subitanea del capitolo, con il silenzio. Che non significa che non soffrano o che non patiscano sofferenza dovuta al cambiamento dello status quo, solo che è finita lì. Il tasto, l’interruttore, finisce in modalità off e domani è un altro giorno.

Ci sono poi quelli a manopola. Quelli che magari cominciano a sentire prima dell’altro/a gli scricchiolii della struttura amorosa, ma che si spengono a poco a poco e che, ogni tanto, danno una ribelle impennata di polso, magari in preda alle questioni e alle domande e alle considerazioni. E alle malinconie.

Ovviamente, trovate le due categorie di elaboratori del lutto amoroso, non resta che chiedersi a quale faccia parte io. E qui scatta la sorpresa, il secondo passo dell’elaborazione del pensiero. Insomma, la scusa per una seconda birra da aprire.

Io, Santisella, sono sicura di essere stata un tipo a interruttore che si è evoluto (colpa delle primavere? Maledette e in fase crescente) in un tipo standard di donna a manopola. Ricordo bene storie passate in cui, nel momento dell’addio, giravo pagina, cambiavo capitolo e arrivavo a frequentare altre librerie nel giro di una settimana. Normalmente l’addio lo regalavo io e , altrettanto normalmente, non avevo molta voglia di stare a rivangare situazioni e problematiche: non possiamo stare insieme. Ciao. Modalità a interruttore con aggiunta di stronzaggine, lo ammetto.

Poi però sono arrivate le storie che Grignani ci avrebbe scritto interi album e bevuto intere cantine. Ci sono state storie che, se avessi mantenuto l’accensione a interruttore, sarebbe andato tutto in corto circuito. Quelle storie per cui vale la pena di pensare a manopola. E anche se le storie non valgono nemmeno un’idea di manovella si comincia a pensare che andare in fondo alle questioni, provarle tutte, dà molta più soddisfazione di spegnere il pulsante e buonanotte. Anche se si pigliano mazzate che fanno male.

Pensandoci e valutando le persone che mi circondano, nella maggior parte di loro ritrovo sia un po’ di manopola che un po’ di interruttore. Quindi non ho capito un cazzo, per dirla in breve.

Ecco, questo il terzo punto del mio discettare filosofico. La scusa per la terza birra.

Ricapitoliamo. Esistono reazioni a interruttore e a manopola, che si spalmano perfettamente sugli innamorati nel post addio. Quindi ogni persona può essere, in differenti momenti della propria vita, in una storia o in più relazioni, pronto all’on-off tanto quanto potrà essere invogliato a destreggiarsi con la manopola.

Cosa cambia?

Ecco, non so se siano le birre o se la statistica mi faccia difetto o se il campione che ho preso a esempio sia specchio della realtà. Direi che, a naso, la modalità sia dettata da quanto si creda in quella storia appena conclusa. Quanto si sia disposti a rimettersi in gioco per capire se ci sono ponti dove incontrarsi, e quanto si abbia voglia di trovarli, questi ponti.

Penso che sia tutto lì. Sei a manopola se, nonostante sia finita la storia, il sentimento sta lì che si dibatte come una carpa appena pescata da Sampei e ti voglia dire che forse, cambiando due o tre cose, possa sempre nascere un fiore nel giardino che nemmeno l’inverno faccia gelare.

Ogni tanto si cede, si ributta il pesce in acqua e si mette il navigatore per partire alla ricerca dei ponti dove incontrarsi. La cosa migliore che possa succedere è quella di trovarlo lì, dall’altra parte del ponte, il destinatario del nuovo tentativo. Altrimenti accade anche che, se tu sei manopola, dall’altra parte possa esserci un interruttore e quindi… hai voglia a cercare, fai prima a comprare un vibratore e aspettare che si palesi il famoso portone che si apre a ogni chiusura di porta.

La cosa peggiore, e ci credo con il cuore, è quando sono paura e orgoglio a decidere quando e come finisce un amore, indipendentemente dal sentimento. In quel caso, allora, non ci sono birre e considerazioni e manopole e interruttori. In quel caso conviene comprare la Nutella, mettere lo smalto alle unghie e aspettare che passi. Sapendo che in futuro, che sia portone o abbaino, valga sempre la pena cercare ponti dove incontrarsi. E tu sarai manopola.

Storia d’amore liposolubile

Storia d’amore liposolubile

Anni di attesa, mesi di appostamenti, giorni di sguardi e minuti di sospiri. La vita di Donatella Milani si era srotolata attorno all’altare su cui aveva fatto accomodare lui, Aldo Tagliapietra, il depositario del suo amore, colui che quella sera avrebbe colto il suo selvaggio e irsuto fiore segreto.
Dall’ultimo piano del palazzo di piazza Respighi, lato pasticceria, Cerbero Bongiovanni cadenzava le bestemmie ai colpi di scopa al pavimento del balcone, ricoperto di guano verde bosco. La vedova del piano di sotto era solita regalare tozzi di pane alla ciurma di piccioni che poi, a stomaco pieno, si libravano in volo svuotandosi della zavorra digestiva tra i gerani e i prezzemoli piantati fuori dalla di lui cucina. All’ultimo colpo di straccio, seguito da una riverenza alla Vergine, un pennuto passò rasente al cranio di Cerbero, battezzandolo. Dopo pochi minuti lo stesso pennuto salutò la vita piombando in picchiata sul marciapiede di piazza Respighi, lato farmacia, con un pallettone in petto.
Perché lei, Donatella, dal giorno in cui aveva posato il suo zamponesco piedino nel plesso scolare Sabatini, aveva deciso che soltanto al preside sprofondato nella poltrona avrebbe concesso corpo e cuore. A tutti i costi, anche a quello di dover aspettare anni. Che oggi, giorno della sospirata mietitura, erano arrivati a essere venti. Il rossetto ciclamino si spalmò sugli incisivi paglierino mentre sorrideva, la Milani, immaginando la sorpresa del suo Aldo quando all’appuntamento al buio si sarebbe presentata lei, la fida e docile segretaria, colei che da due mesi lui corteggiava chiamandola Passera Selvaggia. Perché il suo Aldo, uomo perbene e dai sanissimi principi, era vittima di un matrimonio infausto dal quale soltanto lei avrebbe potuto salvarlo. Sapeva che lui, il Preside, per salvarsi dalle sabbie mobili in cui la consorte mutanghera lo teneva, si rifugiava nel mondo virtuale per allargare orizzonti, lenire dolori e uccidersi di onanismo nel bagno delle palestre. Controllare la cronologia delle sue visite nel santuario della consolazione virtuale, scoprirne lo pseudonimo e adescarlo era stato un attimo. La felicità, in fondo, altro non è.
Il salame del paese, il bottiglione di vino e il fucile. Il trittico di Cerbero Bongiovanni era completato dai pallettoni in ricarica, sparsi sotto una sedia della cucina, pronti per rifocillare la famelica carabina che aveva giustiziato una dozzina di volatili e ferito un gabbiano, sperso. Un colpo, un morto, una bestemmia, un peto. La cadenza regolare accompagnava la serata del Cerbero che sembrava non accorgersi del vociare dalla strada, dei passanti terrorizzati. Li avrebbe fatti fuori tutti quegli uccelli che erano variabile. Lui era una missione.
Donatella Milani scese dal pullman stirandosi la gonnella di pizzo nero che aveva scelto per l’incontro. Si erano dati appuntamento su una panchina, nascosta da un tiglio, davanti all’uscita del plesso scolare Sabatini. Quella stessa panchina che l’accoglieva durante la pausa pranzo e che aveva visto chilometri di pizza al taglio e lacrime miste a olio. Da qualche parte, dentro di lei, tra il colon sigmoideo e il retto, si nascondeva il dolore di sentire la sua voce, del suo Aldo, che sibilava Tegame quando parlava di lei. Dapprima quando pensava che lei non lo udisse, poi spudoratamente, ghignandole in faccia. Poi Donatella Milani aveva capito: un paravento, un alibi, un sistema per proteggersi da quel forte sentimento che. Lo vede di schiena, seduto dietro il tiglio. Zompetta verso di lui, aspetta che lui si giri e si gode l’atmosfera carica di bramosia e tensione. Sussurra: “Buonasera, Matranga Svettante”.
Pugni contro la porta, megafoni incalzanti, voci imperiose. Nulla poteva scalfire la routine del Cerbero Bongiovanni che alternava a un piccione, una bestemmia e un peto. Ogni tanto un sorso di vino, un morso al salame del paese e poi ancora un piccione, una bestemmia e un peto. Un piccione, una bestemmia e un peto. E il mondo sarebbe stato libero da quelli che possono volare e lo fanno cacandoti in testa.
“Signorina Milani, cosa fa lei qui?”

“Mi chiami Passera Selvaggia”.

“Vuole dei soldi?”

“No, sciocco, voglio quello che mi hai promesso. Addomesticami la passera”. E arrossì.

“Può prendersi anche 4 settimane di ferie”.

“Smettila di tergiversare. Ho portato anche il burro, come Ultimo tango a Parigi”.

“Non ci penso nemmeno”.

“Mi avevi detto che sarebbe servito, come ti era successo con quel marinaio l’estate scorsa…”

“Va bene, va bene: 5 settimane di ferie e un aumento”.

“Andiamo in palestra”.

“Non tradisco mia moglie, lo sa che sono felicemente sposato”.

“Hai almeno 78 amanti su internet e ogni venerdì sera passi da via Reiss Romoli per l’amore mercenario”.

“Sono perduto”.

“Il burro si scioglie, è un peccato: ho preso quello Norvegese, leggermente salato”.
Donatella Milani saltella felice, con gli occhi pieni di futuro. Nel tragitto verso casa pianifica il fidanzamento, mentre sale le scale sogna il momento in cui mamma conoscerà Aldo Tagliapietra. Finalmente ballerà “Lauretta mia” durante il ricevimento di nozze, magari potrebbe cantarla lo zio Vincenzo, se non esagera lo zibibbo. E mentre a questo e tanto altro pensa, Donatella Milani canticchia, volteggiando leggiadra sul terrazzino condominiale, tra lenzuola stese nel buio torinese. Balla e si libra, si libra e balla, balla e si libra.
Cerbero Bongiovanni. Un piccione, una bestemmia, un peto. Riposo. Un piccione, una bestemmia, un peto. Strabuzza gli occhi: uno struzzo. Ennò, volatile e pure extracomunitario. Prende la mira. Spara. Poi la bestemmia e il peto.

https://m.youtube.com/watch?v=U9QG5exghek