Anni di attesa, mesi di appostamenti, giorni di sguardi e minuti di sospiri. La vita di Donatella Milani si era srotolata attorno all’altare su cui aveva fatto accomodare lui, Aldo Tagliapietra, il depositario del suo amore, colui che quella sera avrebbe colto il suo selvaggio e irsuto fiore segreto.
Dall’ultimo piano del palazzo di piazza Respighi, lato pasticceria, Cerbero Bongiovanni cadenzava le bestemmie ai colpi di scopa al pavimento del balcone, ricoperto di guano verde bosco. La vedova del piano di sotto era solita regalare tozzi di pane alla ciurma di piccioni che poi, a stomaco pieno, si libravano in volo svuotandosi della zavorra digestiva tra i gerani e i prezzemoli piantati fuori dalla di lui cucina. All’ultimo colpo di straccio, seguito da una riverenza alla Vergine, un pennuto passò rasente al cranio di Cerbero, battezzandolo. Dopo pochi minuti lo stesso pennuto salutò la vita piombando in picchiata sul marciapiede di piazza Respighi, lato farmacia, con un pallettone in petto.
Perché lei, Donatella, dal giorno in cui aveva posato il suo zamponesco piedino nel plesso scolare Sabatini, aveva deciso che soltanto al preside sprofondato nella poltrona avrebbe concesso corpo e cuore. A tutti i costi, anche a quello di dover aspettare anni. Che oggi, giorno della sospirata mietitura, erano arrivati a essere venti. Il rossetto ciclamino si spalmò sugli incisivi paglierino mentre sorrideva, la Milani, immaginando la sorpresa del suo Aldo quando all’appuntamento al buio si sarebbe presentata lei, la fida e docile segretaria, colei che da due mesi lui corteggiava chiamandola Passera Selvaggia. Perché il suo Aldo, uomo perbene e dai sanissimi principi, era vittima di un matrimonio infausto dal quale soltanto lei avrebbe potuto salvarlo. Sapeva che lui, il Preside, per salvarsi dalle sabbie mobili in cui la consorte mutanghera lo teneva, si rifugiava nel mondo virtuale per allargare orizzonti, lenire dolori e uccidersi di onanismo nel bagno delle palestre. Controllare la cronologia delle sue visite nel santuario della consolazione virtuale, scoprirne lo pseudonimo e adescarlo era stato un attimo. La felicità, in fondo, altro non è.
Il salame del paese, il bottiglione di vino e il fucile. Il trittico di Cerbero Bongiovanni era completato dai pallettoni in ricarica, sparsi sotto una sedia della cucina, pronti per rifocillare la famelica carabina che aveva giustiziato una dozzina di volatili e ferito un gabbiano, sperso. Un colpo, un morto, una bestemmia, un peto. La cadenza regolare accompagnava la serata del Cerbero che sembrava non accorgersi del vociare dalla strada, dei passanti terrorizzati. Li avrebbe fatti fuori tutti quegli uccelli che erano variabile. Lui era una missione.
Donatella Milani scese dal pullman stirandosi la gonnella di pizzo nero che aveva scelto per l’incontro. Si erano dati appuntamento su una panchina, nascosta da un tiglio, davanti all’uscita del plesso scolare Sabatini. Quella stessa panchina che l’accoglieva durante la pausa pranzo e che aveva visto chilometri di pizza al taglio e lacrime miste a olio. Da qualche parte, dentro di lei, tra il colon sigmoideo e il retto, si nascondeva il dolore di sentire la sua voce, del suo Aldo, che sibilava Tegame quando parlava di lei. Dapprima quando pensava che lei non lo udisse, poi spudoratamente, ghignandole in faccia. Poi Donatella Milani aveva capito: un paravento, un alibi, un sistema per proteggersi da quel forte sentimento che. Lo vede di schiena, seduto dietro il tiglio. Zompetta verso di lui, aspetta che lui si giri e si gode l’atmosfera carica di bramosia e tensione. Sussurra: “Buonasera, Matranga Svettante”.
Pugni contro la porta, megafoni incalzanti, voci imperiose. Nulla poteva scalfire la routine del Cerbero Bongiovanni che alternava a un piccione, una bestemmia e un peto. Ogni tanto un sorso di vino, un morso al salame del paese e poi ancora un piccione, una bestemmia e un peto. Un piccione, una bestemmia e un peto. E il mondo sarebbe stato libero da quelli che possono volare e lo fanno cacandoti in testa.
“Signorina Milani, cosa fa lei qui?”

“Mi chiami Passera Selvaggia”.

“Vuole dei soldi?”

“No, sciocco, voglio quello che mi hai promesso. Addomesticami la passera”. E arrossì.

“Può prendersi anche 4 settimane di ferie”.

“Smettila di tergiversare. Ho portato anche il burro, come Ultimo tango a Parigi”.

“Non ci penso nemmeno”.

“Mi avevi detto che sarebbe servito, come ti era successo con quel marinaio l’estate scorsa…”

“Va bene, va bene: 5 settimane di ferie e un aumento”.

“Andiamo in palestra”.

“Non tradisco mia moglie, lo sa che sono felicemente sposato”.

“Hai almeno 78 amanti su internet e ogni venerdì sera passi da via Reiss Romoli per l’amore mercenario”.

“Sono perduto”.

“Il burro si scioglie, è un peccato: ho preso quello Norvegese, leggermente salato”.
Donatella Milani saltella felice, con gli occhi pieni di futuro. Nel tragitto verso casa pianifica il fidanzamento, mentre sale le scale sogna il momento in cui mamma conoscerà Aldo Tagliapietra. Finalmente ballerà “Lauretta mia” durante il ricevimento di nozze, magari potrebbe cantarla lo zio Vincenzo, se non esagera lo zibibbo. E mentre a questo e tanto altro pensa, Donatella Milani canticchia, volteggiando leggiadra sul terrazzino condominiale, tra lenzuola stese nel buio torinese. Balla e si libra, si libra e balla, balla e si libra.
Cerbero Bongiovanni. Un piccione, una bestemmia, un peto. Riposo. Un piccione, una bestemmia, un peto. Strabuzza gli occhi: uno struzzo. Ennò, volatile e pure extracomunitario. Prende la mira. Spara. Poi la bestemmia e il peto.

https://m.youtube.com/watch?v=U9QG5exghek

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3 pensieri su “Storia d’amore liposolubile

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