E tu, sei a interruttore o a manopola? Tecnicismi da fine di una storia.

Anna Oxa gorgheggiava di quando un amore nasce. Tutto chiaro. Ma poi, che si fa quando lo stesso finisce?

Nelle ultime settimane mi sono lungamente dedicata a sperequazioni filosofiche su questo momento esistenziale e sentimentale di cui, modestamente, dovrei pure essere considerata un’esperta quasi quanto Liz Taylor lo è di bouquet nuziali, e l’ho fatto dedicandomi in maniera specifica ai giorni successivi alla rottura e alle diverse reazioni di contenimento del dolore. O di contenimento, e basta. Orbene, siore e siori, sono lieta di annunciarvi che sono riuscita a individuare sostanzialmente due tipi di freschi reduci da una storia: quelli a interruttore e quelli a manopola.

I primi s’identificano con il taglio netto, con la chiusura subitanea del capitolo, con il silenzio. Che non significa che non soffrano o che non patiscano sofferenza dovuta al cambiamento dello status quo, solo che è finita lì. Il tasto, l’interruttore, finisce in modalità off e domani è un altro giorno.

Ci sono poi quelli a manopola. Quelli che magari cominciano a sentire prima dell’altro/a gli scricchiolii della struttura amorosa, ma che si spengono a poco a poco e che, ogni tanto, danno una ribelle impennata di polso, magari in preda alle questioni e alle domande e alle considerazioni. E alle malinconie.

Ovviamente, trovate le due categorie di elaboratori del lutto amoroso, non resta che chiedersi a quale faccia parte io. E qui scatta la sorpresa, il secondo passo dell’elaborazione del pensiero. Insomma, la scusa per una seconda birra da aprire.

Io, Santisella, sono sicura di essere stata un tipo a interruttore che si è evoluto (colpa delle primavere? Maledette e in fase crescente) in un tipo standard di donna a manopola. Ricordo bene storie passate in cui, nel momento dell’addio, giravo pagina, cambiavo capitolo e arrivavo a frequentare altre librerie nel giro di una settimana. Normalmente l’addio lo regalavo io e , altrettanto normalmente, non avevo molta voglia di stare a rivangare situazioni e problematiche: non possiamo stare insieme. Ciao. Modalità a interruttore con aggiunta di stronzaggine, lo ammetto.

Poi però sono arrivate le storie che Grignani ci avrebbe scritto interi album e bevuto intere cantine. Ci sono state storie che, se avessi mantenuto l’accensione a interruttore, sarebbe andato tutto in corto circuito. Quelle storie per cui vale la pena di pensare a manopola. E anche se le storie non valgono nemmeno un’idea di manovella si comincia a pensare che andare in fondo alle questioni, provarle tutte, dà molta più soddisfazione di spegnere il pulsante e buonanotte. Anche se si pigliano mazzate che fanno male.

Pensandoci e valutando le persone che mi circondano, nella maggior parte di loro ritrovo sia un po’ di manopola che un po’ di interruttore. Quindi non ho capito un cazzo, per dirla in breve.

Ecco, questo il terzo punto del mio discettare filosofico. La scusa per la terza birra.

Ricapitoliamo. Esistono reazioni a interruttore e a manopola, che si spalmano perfettamente sugli innamorati nel post addio. Quindi ogni persona può essere, in differenti momenti della propria vita, in una storia o in più relazioni, pronto all’on-off tanto quanto potrà essere invogliato a destreggiarsi con la manopola.

Cosa cambia?

Ecco, non so se siano le birre o se la statistica mi faccia difetto o se il campione che ho preso a esempio sia specchio della realtà. Direi che, a naso, la modalità sia dettata da quanto si creda in quella storia appena conclusa. Quanto si sia disposti a rimettersi in gioco per capire se ci sono ponti dove incontrarsi, e quanto si abbia voglia di trovarli, questi ponti.

Penso che sia tutto lì. Sei a manopola se, nonostante sia finita la storia, il sentimento sta lì che si dibatte come una carpa appena pescata da Sampei e ti voglia dire che forse, cambiando due o tre cose, possa sempre nascere un fiore nel giardino che nemmeno l’inverno faccia gelare.

Ogni tanto si cede, si ributta il pesce in acqua e si mette il navigatore per partire alla ricerca dei ponti dove incontrarsi. La cosa migliore che possa succedere è quella di trovarlo lì, dall’altra parte del ponte, il destinatario del nuovo tentativo. Altrimenti accade anche che, se tu sei manopola, dall’altra parte possa esserci un interruttore e quindi… hai voglia a cercare, fai prima a comprare un vibratore e aspettare che si palesi il famoso portone che si apre a ogni chiusura di porta.

La cosa peggiore, e ci credo con il cuore, è quando sono paura e orgoglio a decidere quando e come finisce un amore, indipendentemente dal sentimento. In quel caso, allora, non ci sono birre e considerazioni e manopole e interruttori. In quel caso conviene comprare la Nutella, mettere lo smalto alle unghie e aspettare che passi. Sapendo che in futuro, che sia portone o abbaino, valga sempre la pena cercare ponti dove incontrarsi. E tu sarai manopola.

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