Flusso di coscienza da day after. Sottotitolo: metti una sera con Daniele Silvestri e il piccione Gipsy

​​Difficile scrivere un post equilibrato oggi, con poche ore di sonno sugli occhi e con un turbine di pensieri che sta lì, a mulinare, e che per farlo acquietare sai bene che non puoi far altro che scrivere. Magari senza pubblicare, ma devi scrivere.Il flusso di coscienza parte da qui, da me che entro definitivamente nel club dei comunicatori ombelicali perché scrivo per bisogno e non per letteratura. Ombelico, dove ieri sera una zanzara mi ha punto senza provocarmi prurito fino a quando non ci ho pensato, al prurito. E adesso mi gratto, anche se provo a pensare ad altro.

Altro come il pensiero di Monaco, agli spari, alla follìa sdoganata, alla paura liquida che t’invischia e non ti fa muovere, come le sabbie mobili che pensi di non esserci entrata e quando ti accorgi che è troppo tardi, vuol dire che è troppo tardi. Perché ti ritrovi all’aperto, in mezzo a tanta gente, e nemmeno ci pensavi fino a qualche mese fa che qualcuno potrebbe sbroccare per le patatine troppo unte, perché non c’è la birra rossa ai chioschetti, perché potresti incontrare il tuo ex con un’altra, perché ti fanno alzare dai gradini dello stand Rizzla.

Potresti sbroccare, potrebbe durare 5 minuti oppure il tempo di sparare a una ventina di persone che, per le patatine troppo unte, al massimo si lamenterebbe col porcaro. E sei al porcaro, mancano 11 minuti all’inizio del concerto e senti le gambette che non riescono a stare ferme, perché andare a sentire Daniele Silvestri per te è come sfogliare un album fotografico: per ogni canzone ci sono almeno dieci ricordi, belli o brutti, ma ci sono e tu hai una voglia grande così di sfogliarlo quell’album, perché è il momento giusto per farlo.

Guardi le foto e vedi le facce di quelle amiche, le stesse che stanno con te al concerto e che con te stanno perché incredibilmente ti vogliono bene di quel bene che va al di là del fatto che sei una grandissima rompicoglioni, che perdi tutto, che sei impulsiva, che non sai stare ferma, che ti è impossibile rilassarti e che dopo il concerto non riesci nemmeno ad acquietarti, a sederti sui gradini dello stand della Rizzla. Che tanto lo sapevi, in fondo in fondo, che poi ti avrebbero fatta “gentilmente alzare”.

In piedi, a cantare e gridare, qualche pugno al cielo mentre lui intona L’uomo col megafono e torni nella cucina dei tuoi, a un Sanremo di milioni di anni prima, con quel tizio strano al centro del palco, con la testa crespa decorata con un dred improponibile, che canta a te che dentro hai il sacro fuoco del pensiero rivoluzionario e pensi che stornella quello che tu stessa pensi.

Pensi che sì, il potere della musica è quello di farti credere protagonista di quello che un altro ha composto. Ma a me succede una cosa diversa, io a quella musica e a quelle parole ci appiccico sprazzi di vita che ho solleticato in questi anni e mentre li sfoglio e mi guardo mi vedo la stessa e mi vedo diversa, mi vedo più brutta e anche più splendida della luna in cielo, mi vedo più triste e mi sento più felice. A me questo è l’effetto che fanno le canzoni dei cantanti che ho per compagni di strada.

Nella strada per arrivare al concerto ho capito che fare il navigatore non è semplice, che se dici “per di qua” non sai se chi ascolta va di là o di qua. Da che parte è di là? E tiro fuori la solita storia che tiro fuori quando devo spiegare perché ci metto sempre un centesimo di secondo in più degli altri per indicare sinistra e destra: “Da piccola io non ho gattonato”. Lo dice la scienza, lo dico io, e troviamo parcheggio a due passi dal palco, a due passi dalle patatine unte, mentre Guido Catalano declama, a due passi dalla possibilità d’incontrare l’ex con un’altra, a due passi da una birra che volevo rossa e che invece bevo bionda.

Diventa rossa, ricca di sei luppoli, nella notte che scorre dopo il concerto, quando ti torna la fame e fai fare una focaccia al piccione Gipsy, magro e con le piume arruffate come quei tuoi capelli che qualcuno ci affonderebbe le mani dentro mentre chiacchieri e guardi negli occhi la persona estranea alla tua famiglia con la quale hai instaurato la relazione più duratura della tua vita. La guardi, tornate con le gambe sul tubo di cemento nel cortile della scuola, durante l’ora di educazione fisica per la quale ogni settimana avevate il ciclo. Diverse e ugualmente disadattate, circondate da una scuola che non vi vuole e che voi non volete. Inizia così la vostra storia, e Silvestri canta Cohiba, con il pubblico, un coro enorme che si sente fino alle stelle, un boato di partecipazione che non ti fa sentire sola e che ti fa pensare alle coincidenze.

Come il mese di aprile. Che sono giorni che questo cavolo di mese ti torna tra le mani, nelle orecchie, davanti agli occhi. Che adesso pure lui canta in quella canzone che tanto aspettavi. E non puoi fare a meno di ricordare che il mese di aprile sono giorni che ti torna in circolo,in occasioni assurde, che ti ricapita in mano e negli occhi e nelle orecchie e alle coincidenze fai fatica a credere. Il 3 aprile lo ricordi perché ti sono successe una cosa bellissima e una bruttissima. Il 4 aprile è nata Alice. Il 5 aprile non lo sai, con la pancia pensi che sia un giorno che ti piace, l’unica certezza è che il 5 aprile lui e lei s’incontrano nella canzone che stai cantando, s’incontrano nell’Autostrada ed è più forte l’odore del pane alle olive. E poi il 19 aprile, che non sai bene perché ma te lo sei sognata un paio di volte e lo associ a una cosa bella ma che davvero, e hai una memoria di ferro, davvero proprio non lo ricordi che cosa di tanto bello possa essere successo il 19 aprile. Magari deve ancora accadere. Magari il 19 aprile è la data di un nuovo concerto in mezzo a tutta questa gente che non si sente sola.
Nessuno è solo durante un concerto. Questo è quello che pensavo, e nemmeno realizzavo di qualcuno che avrebbe potuto sbroccare e spegnere quel boato. Pensavo solo ai capelli, ai pantaloncini che cadevano, alle mie amiche e a quella scaletta che stava diventando perfetta. Avrei potuto pensare che perfetto sarebbe stato se fossi stata in compagnia di uno degli uomini della mia vita, dispersi come se fossero sull’aereo di Lost, intenta a limonare durissimo come quegli spilungoni davanti a me che mi hanno invaso la vita di melassa e centimetri in eccesso. No, perfetto perfettissimo sarebbe anche con quell’altra amica mia affianco, quella de Roma, quella che se je disci che le vuoi bbene comincia a grattarsi come se avesse la scabbia, come se una zanzara l’avesse punta all’ombelico.

Ombelico. Cazzo, mi prude. Non ci devo pensare. Non ci devo pensare. Ecco, penso a Spadolini nudo.

Nudo lui e nude le emozioni che vivo ogni giorno, amplificate dalle casse che per quasi tre ore mi hanno fatto sfogliare un album di immagini di una vita saltellante. Perché ferma fa fatica a stare. Sarà per quello che pure i capelli fanno un po’ quello che vogliono, tranne quando provo a fermarli con un bracciale perché non ho altro per domarli. Un bracciale che è un regalo.

Il turbine di pensieri adesso ha smesso di vorticare, mi ha fatto un dono e mi regala un altro giorno della mia vita passato come piace a me. Saltellante, dentro la scaletta imperfetta che desideravo tanto.

La mia personale scala di rotture di coglioni

Che ogni tanto si ha bisogno di ridere, cazzeggiare, tra un golpe e una brutta notizia. Così stamattina, nonostante le milioni di cose che mi ero ripromessa di fare a casa, ho scelto di restare a letto e finire l’ultimo romanzo di Antonio Manzini. A parte il fatto che lo sapevo che mi avrebbe fatto salire una bolla di magone, mi sono goduta ogni pagina e, leggendo di Schiavone, mi è venuto in mente che pure io ho una scala di Rotture di Coglioni bella pronta per la condivisione. Così rassicuro chi, leggendo il mio blog ultimamente, mi accusa di essere diventata troppo zen nei confronti della vita, troppo sorridente.

SESTO GRADO – SCALA DI ROTTURE DI COGLIONI SANTISELLIANA

  1. Il barattolo vuoto di Daygum quando pensavi di averne ancora.
  2. Quelli che “ti faccio mangiare il formaggio più buono, la pasta migliore, le zucchine più sane, le ciliegie più rosse ecc. perché le fa mio nonno/zio/padre/fidanzato/amico e vedrai che fino a oggi non hai mai assaggiato niente del genere”.
  3. Calzino corto che si arrotola fino alla punta delle dita mentre cammini.

SETTIMO GRADO – SCALA DI ROTTURE DI COGLIONI SANTISELLIANA

  1. Quelli che baciano con la lingua dura, prendendo a colpi di cazzuola il tuo cavo orale e i tuoi ormoni.
  2. I vestiti perfetti per un’occasione specialissima ritrovati, sporchi, nel fondo della lavatrice.
  3. Quelli che ti chiedono come stai, e che se tu azzardi un “Ho mal di testa/sono stanca/un po’ giù” non ti fanno nemmeno finire di parlare, rovesciandoti addosso tutte le loro magagne fisiche (sempre più dolorose delle tue) e i problemi più complessi di quelli che puoi lontanamente immaginare.
  4. Il film che volevi tanti vedere e che becchi in TV già iniziato da almeno mezz’ora.

OTTAVO GRADO – SCALA DI ROTTURE DI COGLIONI SANTISELLIANA

  1. L’aria condizionata rotta sul pullman.
  2. Le tue canzoni preferite non inserite nella scaletta del concerto che stai aspettando da settimane.
  3. Il piatto caldo al sushi.

NONO GRADO – SCALA DI ROTTURE DI COGLIONI SANTISELLIANA

  1. I miei capelli che s’increspano quando non devono.
  2. I messaggi che non arrivano.
  3. Quelli sudati che incontri per strada e ti baciano, lasciandoti addosso la sensazione di aver appena abbracciato una carpa.

DECIMO GRADO – SCALA DI ROTTURE DI COGLIONI SANTISELLIANA

  1. L’ultima pagina di un libro che ti ha preso il cuore.
  2. Quelli che salgono su pullman/tram e si bloccano all’ingresso, lasciandoti immobile e pronto alla bestemmia.
  3. I chilometri che ti separano da persone che vorresti nelle immediate vicinanze, che ti mettono nel raggio d’azione di chi invece vorresti sapere residente in un altro sistema solare.
  4. I ricordi-zavorra.

Tenetevela voi la rabbia, tenetevi pure la ragione. Io ballo sotto la pioggia.

Non so bene quanti anni avrò avuto, forse 12-13. Abitualmente mi sparavo un pezzetto di Maurizio Costanzo prima di andare a dormire. Tutti hanno un prima e un dopo, qualcuno ne ha diversi. Sono quei momenti in cui qualche cosa cambia inderogabilmente l’indirizzo della vita.

A me è stato il Maurizio Costanzo e come ospite c’era una giovane donna, dico giovane perché all’epoca aveva più o meno l’età che ho io adesso. C’era questa giovanissima donna bolognese che presentava il suo libro, una storia autobiografica che raccontava quando, qualche anno prima, era tornata a casa da scuola e aveva visto i genitori in partenza per la Sicilia. Pure lei sarebbe dovuta andare, la partenza era prevista per la settimana dopo ma poi la salute di un nonno (o una nonna, o una zia…) era peggiorata e i suoi genitori avevano deciso di anticipare e di lasciarla a Bologna, che la situazione lì in Sicilia non sarebbe stata allegra. La giovane donna, all’epoca dei fatti adolescente, non l’aveva presa bene e si era rifiutata di salutare i suoi genitori. Si era chiusa in camera, in lacrime e incazzata, e loro si erano chiusi la porta di casa alle spalle. 

Poi c’è stata Ustica e lei ha sentito vivo sulla carne il rimorso per non aver salutato sua madre e suo padre, di aver perso l’occasione di baciarli per quella che sarebbe stata l’ultima volta. A causa di quello che, in quel momento, era una cazzata in confronto al dolore patito dopo.

Quella puntata del Maurizio Costanzo è stata il mio spartiacque. La linea di demarcazione tra il prima (Santisella introspettiva, seria e seriosa, egocentrata e ricca di complessi) e il dopo.

Quella è stata l’occasione in cui ho visto la magia che trasforma una paura in coraggio, la stessa magia che ha trasformato me. Il pensiero di lasciare qualcosa d’intentato per la paura del come potrebbe andare a finire non mi ha mai più abbandonata, rendendomi quell’ibrido cerebralistintivo che sono.

Mi butto, sempre. Se va bene avrò guadagnato quei punti-felicità che rendono la vita colorata come piace a me. Dovesse andare male, peccato. Lacrime, sofferenza, fiumi di parole, ma non sarà mai come quel dolore tossico che ti accompagna cantando nenie di “se avessi”.

Penso a questo oggi, dopo la Puglia, dopo Nizza. Io, che per benzina uso rabbia a propulsione nucleare, non odio più. È morto Provenzano e dentro di me non ho trovato nemmeno un briciolo di gaudio, nonostante il mio pensiero su di lui resti immutato e lo consideri un sottoprodotto umanoide. Il torero muore incornato? Penso alla sua famiglia, a quante cose non vivrà lui, morto tanto giovane. Nonostante la mia considerazione sulla Corrida resti quella di una primitiva dimostrazione di crudele imbecillità travestita da tradizione culturale. 

Quanto più cresco, tanto meno sopporto gli animi esacerbati, le urla sui social, le disquisizioni con insulti annessi. Le fazioni. Adoro il contraddittorio, ma detesto quelle risse virtuali che ti fanno gonfiare la vena e dimenticare il piacere della constatazione che, nell’evoluzione delle varie specie, noi umani saremmo quella più intelligente. Diamoci una calmata, pigliamo un respiro profondo e consideriamo la natura delle cose per le quali ci incazziamo maggiormente. La maggior parte sono emerite stronzate, magari parole da noi considerate vergognose pronunciate da qualche nostro contatto Facebook. Lo so, prudono i polpastrelli davanti a certa tracotante retorica/imbecillità/ignoranza/cattiveria ecc. ecc.

Ma se ci mettiamo a rispondere, anche con illuminata ironia, che cosa risolviamo? Mai vista una discussione sui social in cui si arriva a un punto in cui si ascolta effettivamente cos’ha da dire l’altro. Il punto di partenza, sempre, è che l’altro ha torto. Dice cazzate. E bisogna urlargli contro. Non faccio ramanzine, sono la prima a essere caduta in questo giochetto.

Solo che sono pure arrivata alla conclusione che:

IPOTESI 1: tengo alla persona cui sto per prendermi a insulti. Meglio uscire e vedersi di persona, parlarne guardandosi in faccia, discutendo mantenendo comunque un contatto umano. Ascoltare per capire, non per ribattere.

IPOTESI 2: sul ring sto per incrociare i guantoni della dialettica con qualcuno di cui non ho stima, che non mi interessa, che magari nemmeno conosco di persona. Lascio il ring, saluto calorosamente e devolvo i successivi minuti della mia vita a qualcosa di più produttivo, anche se fosse la depilazione dei gomiti.

Basta, non si sposterà l’asse terrestre se per una volta non elargirò la mia verità assoluta. Ma farò qualcosa di molto più rivoluzionario: eliminerò una buona dose di rabbia dalla mia vita e dai social che frequento, quella stessa rabbia che si monta, si autoalimenta e ci toglie di giorno in giorno pezzi di umanità. Non c’ho voglia di abbruttirmi, considerato che a breve dovrò pure cominciare a usare le creme antirughe. Incazzatevi voi, vincetele voi le diatribe su chi ce l’ha più lungo, permeatevi voi lo stomaco di Maalox.

Io ho altro da fare. A cominciare dal nascondere sempre più profili di minchioni imbecilli dai miei social.


Perché i baci, i baci, i baci sono fondamentali. (Buona festa del bacio)

6 luglio, giornata interplanetaria del bacio. La mia festa.

Perché a me, i baci, sono sempre piaciuti da morire e mi porto dietro, con un certo orgoglio, l’appellativo di “mamma baciona” che Micol mi ha regalato quando aveva appena due anni, una definizione perfetta per difendersi da quella cascatella di schiocchi labbrosi con cui ero solita ammorbarla in ogni ora del giorno. Un’abitudine che non ho perso, sia chiaro.

Sono una filematologa* autodidatta, una studiosa del bacio da quando da piccola, sul divano di casa insieme i miei genitori, spuntavano labbra e lingue nel televisore e percepivo l’imbarazzo crescente dei miei. Normalmente era il preludio di amplessi cinematografici che andavano sfumando nella scena successiva, lasciando in me la curiosità.

Crescendo ho capito che non tutti i baci sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Tipo quelli che ci si scambia quando ci s’incontra.

Nei miei studi ho scoperto che: nella Russia omofoba il bacio sulle labbra tra uomini era considerato un semplice segno di saluto, fino a poco tempo fa, e che i Cristiani ortodossi comunque sono appassionati di baci quasi più di me; nel baciamano le labbra DEVONO sfiorare il dorso della mano della donna (non leccare, né umettare e nemmeno ungere: sfiorare) e che questa cosa accade ancora spesso in Polonia; gli eschimesi si strofinano le punte dei nasi e in Giappone non ci si bacia in pubblico che non è cosa; che in Francia si danno 3 baci, nei Paesi latini e mediterranei ne bastano 2, in Cina lasciami perdere che non è igienico; che se si tratta di baci di saluto ovunque, quando porgi solo la guancia a un’altra guancia vuol dire “ciao”, ma se baci apertamente la guancia che ti si propone significa “ciao, ti voglio bene”. Poi attorno al bacio si sono create mille milioni di tradizioni, come quella che suggella amore eterno a Natale, sotto il vischio, o come quella del “ora puoi baciare la sposa” che fa scattare l’applauso durante i matrimoni. Per un po’, a Venezia a Capodanno, le coppie si riunivano sotto il Campanile per festeggiare l’anno nuovo nel Bacio Corale più popoloso del mondo mentre nel Medioevo la fanciulla si prestava al baciatico quando il ganzo cavaliere la chiedeva in sposa e le donava i suoi averi.

Poi ci sono i baci d’amore appassionato. Qui chiedo l’aiuto da casa e riporto fedelmente la descrittiva spiegazione che mi ha donato un amico collega filematologo e poeta qualche tempo fa, raccontandomi dei baci: “I baci si cominciano piano, con le labbra che si posano, dischiuse, soltanto appena dischiuse, così che avvenga il primo, vero contatto vitale: un respiro incontra l’altro e, da due che sono, diventano uno. Da lì in avanti improvvisare e, soprattutto, non smettere mai più. Perché i baci, i baci, i baci sono fondamentali“.

Infatti, nei miei lunghi anni di esperimenti sulla faccenda, ho appreso che nel momento in cui una coppia smette di baciarsi smette anche di diventare uno e ritorna due, allontanando le reciproche rotte di traversata. Bisogna essere pronti a virare e riavvicinarsi a suon di schiocchi e vorticare di lingue.

Io, da brava baciona, festeggio la mia festa riordinando le idee e cercando di ricordare i miei baci catartici:

il bacio più sognato: quello con Per Håkan Gessle dei Roxette. Limonavo cuscini e specchi per esercitarmi in vista del momento in cui lo avrei incontrato. Fino a oggi non è ancora successo, ma posso dire con una certa sicumera di sentirmi pronta;

– il bacio immancabile: quello della buonanotte a Micol&Alice, più forte del Lexotan e capace di cancellare le tensioni di un’intera giornata;

– il bacio più orrido: quello dato a un certo Michele alle medie. Posso dire di aver lottato a singolar tenzone sia con il suo apparecchio che con gli avanzi del suo pranzo;

– il bacio più violento: quello scambiato con un aitante sardo durante una traversata in mare in Tirrenia. Lo stesso aitante sardo che con mamma e zia abbiamo soprannominato Murena e grazie al quale posso dire, senza falsa modestia, di aver dato il via alla moda delle labbra a canotto;

– il primo bacio: con Fabio Saitta di 3ª nel cortile della scuola. Poi lui è diventato macellaio, e le nostre strade si sono divise;

– il bacio più tenero: quello che do ai miei familiari quando l’incontro. Sono l’unica baciona in famiglia e m’intenerisce vedere come sopportano rassegnati le mie smanie baciofile;

– il bacio d’amore: quelli che ho dato e ricevuto da innamorata. In questo posso dichiararmi solennemente fortunata;

– il bacio più triste: non solo uno, ma tanti. Sono quelli che a un certo punto non ho più dato e ricevuto durante le mie storie d’amore;

– il bacio più bello: il prossimo.

Per cui, amici vicini e lontani, buona festa del bacio a tutti. E che il Daygum sia sempre con voi.


* filematologia: Scienza che studia le funzioni e gli aspetti del bacio in una coppia.

The heart shaped sea – Roxette

Quando le figlie sono in vacanza (sono una donna, non solo una mamma)

La valigia è di quelle rigide, con le rotelle. Piena per metà perché il resto della dote è stesa al sole, ad asciugare, piena di tutte quelle aspettative e di dubbi che accompagnano la vigilia di una partenza. Domani due terzi della Triade molleranno gli ormeggi e andranno con il papà in campeggio per qualche giorno. Porteranno un pezzetto di casa loro e con quello ci vestiranno la tenda, le risate, i pensieri e tutte le decine di esperienze che vivranno in quel boschetto, vicino Parma.

Poi torneranno con tanti pezzetti di campeggio, rientreranno in casa e m’inonderanno di quelle parole che saranno persone che hanno incontrato, cibi assaggiati, sorrisi e malumori, malinconie da arrivo e da partenza. E ci riconosceremo, con tutti i pezzetti nuovi che ogni componente della Triade porterà con sè.

Perché non saranno solo la Filosofa e l’Ammaliatrice ad avere scampoli nuovi di vita e consapevolezze da portare. Ci sarà una mamma qualunque che per 5 giorni avrà dato la possibilità alla Santisella che ha dentro di crescere e mettersi alla prova, sgretolando l’alibi che le due ranocchie significano, normalmente racchiuso nel “lo farei avessi più tempo”.

Scriverò di più?

Farò più ginnastica?

Guarderò più film in inglese?

Riuscirò a stirarmi decentemente i capelli?

Vedrò tutti gli amici e le amiche che normalmente incontro con il contagocce?

Nei miei progetti la partenza delle rane significava lavori in casa, bianco dappertutto, scambio di stanze (cedo la mia più grande a loro). A poche ore dal ciao con la manina invece posso dire che sarà già un miracolo che io riesca ad andare al Brico a comprare le latte di bianco. Con la paura di sentirmi spersa senza loro, ho riempito questi giorni con impegni e doveri e fatiche che potessero occuparmi pensieri e ore, oltre quelle già impegnate con il lavoro.

Invece, mentre pantaloncini si asciugano al sole e la valigia si riempie a poco a poco, comincio a pensare che non sarà così male assistere all’incontro di me con me, tra un colpo di rullo e uno di carta vetrata. E che forse diluirò le cose da fare per tutta l’estate che abbiamo davanti, con buona pace di quella sindrome del controllo che finalmente ho lasciato evaporare. Che ozierò con piacere e con lo stesso piacere condividerò luppoli fermentati con chi di me apprezza sia la Santisella che la mamma.

Farò quello che mi andrà di fare. E sarà fantastico.