Tenetevela voi la rabbia, tenetevi pure la ragione. Io ballo sotto la pioggia.

Non so bene quanti anni avrò avuto, forse 12-13. Abitualmente mi sparavo un pezzetto di Maurizio Costanzo prima di andare a dormire. Tutti hanno un prima e un dopo, qualcuno ne ha diversi. Sono quei momenti in cui qualche cosa cambia inderogabilmente l’indirizzo della vita.

A me è stato il Maurizio Costanzo e come ospite c’era una giovane donna, dico giovane perché all’epoca aveva più o meno l’età che ho io adesso. C’era questa giovanissima donna bolognese che presentava il suo libro, una storia autobiografica che raccontava quando, qualche anno prima, era tornata a casa da scuola e aveva visto i genitori in partenza per la Sicilia. Pure lei sarebbe dovuta andare, la partenza era prevista per la settimana dopo ma poi la salute di un nonno (o una nonna, o una zia…) era peggiorata e i suoi genitori avevano deciso di anticipare e di lasciarla a Bologna, che la situazione lì in Sicilia non sarebbe stata allegra. La giovane donna, all’epoca dei fatti adolescente, non l’aveva presa bene e si era rifiutata di salutare i suoi genitori. Si era chiusa in camera, in lacrime e incazzata, e loro si erano chiusi la porta di casa alle spalle. 

Poi c’è stata Ustica e lei ha sentito vivo sulla carne il rimorso per non aver salutato sua madre e suo padre, di aver perso l’occasione di baciarli per quella che sarebbe stata l’ultima volta. A causa di quello che, in quel momento, era una cazzata in confronto al dolore patito dopo.

Quella puntata del Maurizio Costanzo è stata il mio spartiacque. La linea di demarcazione tra il prima (Santisella introspettiva, seria e seriosa, egocentrata e ricca di complessi) e il dopo.

Quella è stata l’occasione in cui ho visto la magia che trasforma una paura in coraggio, la stessa magia che ha trasformato me. Il pensiero di lasciare qualcosa d’intentato per la paura del come potrebbe andare a finire non mi ha mai più abbandonata, rendendomi quell’ibrido cerebralistintivo che sono.

Mi butto, sempre. Se va bene avrò guadagnato quei punti-felicità che rendono la vita colorata come piace a me. Dovesse andare male, peccato. Lacrime, sofferenza, fiumi di parole, ma non sarà mai come quel dolore tossico che ti accompagna cantando nenie di “se avessi”.

Penso a questo oggi, dopo la Puglia, dopo Nizza. Io, che per benzina uso rabbia a propulsione nucleare, non odio più. È morto Provenzano e dentro di me non ho trovato nemmeno un briciolo di gaudio, nonostante il mio pensiero su di lui resti immutato e lo consideri un sottoprodotto umanoide. Il torero muore incornato? Penso alla sua famiglia, a quante cose non vivrà lui, morto tanto giovane. Nonostante la mia considerazione sulla Corrida resti quella di una primitiva dimostrazione di crudele imbecillità travestita da tradizione culturale. 

Quanto più cresco, tanto meno sopporto gli animi esacerbati, le urla sui social, le disquisizioni con insulti annessi. Le fazioni. Adoro il contraddittorio, ma detesto quelle risse virtuali che ti fanno gonfiare la vena e dimenticare il piacere della constatazione che, nell’evoluzione delle varie specie, noi umani saremmo quella più intelligente. Diamoci una calmata, pigliamo un respiro profondo e consideriamo la natura delle cose per le quali ci incazziamo maggiormente. La maggior parte sono emerite stronzate, magari parole da noi considerate vergognose pronunciate da qualche nostro contatto Facebook. Lo so, prudono i polpastrelli davanti a certa tracotante retorica/imbecillità/ignoranza/cattiveria ecc. ecc.

Ma se ci mettiamo a rispondere, anche con illuminata ironia, che cosa risolviamo? Mai vista una discussione sui social in cui si arriva a un punto in cui si ascolta effettivamente cos’ha da dire l’altro. Il punto di partenza, sempre, è che l’altro ha torto. Dice cazzate. E bisogna urlargli contro. Non faccio ramanzine, sono la prima a essere caduta in questo giochetto.

Solo che sono pure arrivata alla conclusione che:

IPOTESI 1: tengo alla persona cui sto per prendermi a insulti. Meglio uscire e vedersi di persona, parlarne guardandosi in faccia, discutendo mantenendo comunque un contatto umano. Ascoltare per capire, non per ribattere.

IPOTESI 2: sul ring sto per incrociare i guantoni della dialettica con qualcuno di cui non ho stima, che non mi interessa, che magari nemmeno conosco di persona. Lascio il ring, saluto calorosamente e devolvo i successivi minuti della mia vita a qualcosa di più produttivo, anche se fosse la depilazione dei gomiti.

Basta, non si sposterà l’asse terrestre se per una volta non elargirò la mia verità assoluta. Ma farò qualcosa di molto più rivoluzionario: eliminerò una buona dose di rabbia dalla mia vita e dai social che frequento, quella stessa rabbia che si monta, si autoalimenta e ci toglie di giorno in giorno pezzi di umanità. Non c’ho voglia di abbruttirmi, considerato che a breve dovrò pure cominciare a usare le creme antirughe. Incazzatevi voi, vincetele voi le diatribe su chi ce l’ha più lungo, permeatevi voi lo stomaco di Maalox.

Io ho altro da fare. A cominciare dal nascondere sempre più profili di minchioni imbecilli dai miei social.


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