Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice

Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice.

L’infelicità non ha un colore, è una pellicola sbiadente sulle cose, sulla terrazza da cui, in soggettiva, osservi il mondo. Ha il gusto di uno sciroppo alle erbe stantìo, con lo zucchero cristallizzato nel tappo. L’infelicità ti si parcheggia in faccia, nelle ombre sotto gli occhi e nelle rughette ai lati della bocca, che la trascinano verso il basso e ne tirano le labbra, le assottigliano. La fanno sembrare la cicatrice di un taglio chirurgico, di una ferita. L’infelicità non ha odore, ma rende l’aria spessa, difficile da respirare. Ti senti opprimere i polmoni e, per reazione, quando la incontri devi allargare le narici per incamerare quanto più ossigeno possibile.

Ho incontrato una donna infelice che conosco da tempo. Abitiamo vicine, so che lavoro fa, di chi è composta la sua famiglia. Parzialmente conosco anche i motivi di una fetta della sua infelicità. Mi si è avvicinata sul tram, io l’ho salutata come faccio ogni volta che la incontro, soprattutto quando i nostri cani s’incrociano per la strada e si annusano. Normalmente si tratta di un saluto.

Quando ci siamo viste, sul 4, eravamo a Mirafiori, all’inizio del mio viaggio per tornare a casa. Un’ora di tram accanto a una donna infelice. Ho cominciato ad allargare le narici per respirare profondamente, a mano a mano che lei parlava e che l’aria diventava sempre più spessa. Le sue frustrazioni, le sue fatiche, i suoi dolori traghettavano nel mio spazio vitale trasportate dai suoi racconti, e i colori diventavano meno accesi.

Improvvisamente ho deciso d’inventare una scusa e sono scesa dal 4. Ho lasciato quella donna infelice sul tram, dopo un saluto frettoloso, e sono rimasta alla fermata a leggere.

Non lo so. So solo che la vita è fatta di scelte e bisogna saperle fare nell’ordine giusto“. Questa frase, trovata nel libro che sto leggendo, mi fa ha fatto pensare immediatamente alla donna infelice incontrata sul 4.

La sua infelicità era frutto di scelte giuste fatte nell’ordine sbagliato?

Di scelte sbagliate, compiute in ordine sparso?

Era infelice perché non aveva scelto?

Avrei potuto restare sul tram, ascoltarla, come decine di altre volte mi è successo di fare. Perché non l’ho fatto?

In quegli occhi dalla pupilla piccola e dallo spazio immenso, io non avevo scorto nemmeno un briciolo di speranza. Zero. Lei non chiedeva di stare meglio, non chiedeva consolazione, non chiedeva consigli e soluzioni.

Non voleva nemmeno essere ascoltata. Voleva essere compatita.

Poi sono salita sul 4 successivo, ma questa è un’altra storia.

Siamo solo esseri umani, ma quando restiamo umani siamo uno spettacolo.

MORE THAN WORDS

Ho avuto bisogno di stare lontana dai social, nuovamente, per scoprire che siamo meno merde di quanto sembrasse. Ore di distacco, con il fegato gonfio e con la voglia di gridare contro coloro scrivevano amenità varie.
Ce n’è stato per tutti i gusti, non mi metto nemmeno a elencare il guano mediatico che è piovuto sulle teste di un’Italia che si è svegliata con la disgrazia. E fortuna che ci si è svegliati, perché in tanti non ne hanno avuto la possibilità, tra le montagne, sugli Appennini, in una notte che è rimasta buia per sempre.

Siamo meglio, siamo molto meglio degli odiatori di professione.

Siamo quelli che scavano.

Siamo quelli che vanno a donare il sangue.

Siamo quelli che mettono a disposizione le case e le roulotte.

Siamo quelli che diffondono numeri utili.

Siamo quelli che chiamano la Protezione civile per capire di cosa ci sia bisogno.

Siamo membri di club di moto enduro e di fuoristrada che si organizzano e partono, mettendo a disposizione dei soccorritori i mezzi, ideali per scalare tornanti montuosi come quelli dell’epicentro.

Siamo musicisti che organizzano concerti.

Siamo ristoratori che mettono su un inno ad Amatrice, devolvendo parte degli incassi per ogni piatto di amatriciana venduto.

Siamo cittadini impotenti che domenica andranno a visitare musei statali, sapendo che il ricavato sarà lo spazzolino da denti nuovo di chi, il suo, lo ha lasciato sepolto le macerie.

Siamo smanettoni di smartphone che mandano euro a coppie.

Siamo quelli che andranno a comprare pannolini, pasta, tonno, assorbenti e li porteranno alla Croce Rossa.

Siamo persone. Ci sono quelli che guardano le foto di Accumoli, di Amatrice e di Pescara del Tronto e sentono umidi gli occhi. Quelli che quando viene da piangere, sentono forte il rispetto del dolore di chi quelle lacrime le sta versando per persone, case e vite che non ci sono più.

Siamo esseri umani, siamo imperfetti. Ma quando restiamo umani, siamo uno spettacolo. 

Perché voglio tanto bene a Grace di Jeff Buckley (che oggi compie gli anni)

Ventidue anni fa usciva Grace di Jeff Buckley.


Non sarà un post da critico musicale perché non lo sono: ho un rapporto di pancia con la musica, non di orecchio.

Questo è un post di ringraziamento. Il 23 agosto 1994 Jeff Buckley veniva allo scoperto con un disco capolavoro che accompagna la mia vita da quell’estate, la stessa in cui Bossi e Berlusconi litigavano davanti una paranza di pesce, per intenderci. In quel mentre, negli Stati Uniti, nasceva uno dei miei più grandi amici.

Sapete quella classica domanda che indaga su cosa porteresti con te in un’isola deserta? Nella mia riposta, che cambierebbe a seconda del momento storico che sto vivendo, c’è sempre una costante: Grace di Jeff Buckley.

Oltre che nei “momenti Jeff Buckley”, così alcuni amici hanno soprannominato le fasi di acuta introspezione che incontro, io ho bisogno di ascoltare tutto il disco almeno una volta la settimana, tipo la chiamata alla mamma o il pranzo della domenica con i nonni. 

E lo ascolto tutto, come se fosse un film. Dalla prima all’ultima canzone, non saltello, non interrompo. Un monologo.p che, se interrotto, riprendo dal principio. Poi sto bene. Ma sul serio, bene per davvero. Come succede al termine di una chiacchierata con un’amica, o dopo una mangiata di cioccolato (ma senza sensi di colpa).

Quindi ti ringrazio Jeff Buckley, perché mi hai donato una stampella esistenziale inesauribile, undici canzoni che magicamente sanno emozionarmi e rassicurarmi e che ci saranno per sempre.

Cominciando da Mojo Pin per finire con Forget her, attraversando quei dossi di rapimento psichelico rappresentati da tutte le altre tracce, Dream brother in primis. E poi le cover. Halleluja, che suona autonoma in momenti importanti, Lilac Wine, che mi racconta di Nina Simone, e la drammatica Corpus Christi Carol.

Quando capita che qualche radio la passi, o che la senta uscire da una macchina o che rimbalzi nelle stanze di un locale, mi prende una strana euforia mista a un senso di casa. La voce di Jeff per me sono graffi nel cuore, di quelli che non fanno male ma che lasciano il segno.

Si può dire di voler bene a un disco? Io dico di sì, voglio bene a Grace e sono felice di aver avuto la fortuna di ascoltarlo.

Oggi ritagliatevi qualche momento, e fatelo anche voi. 

Mojo Pin

Grace

Last Goodbye

Lilac Wine

So real

Halleluja

Lover, you should’ve come over

Corpus christi carol

Eternal life

Dream brother 

Forget her

L’amore ai tempi della navetta – dialoghi metropolitani di un agosto torinese

Bentornata Santisella, sembra dire la navetta che accosta al marciapiede. “Dai, sali su che ti porto in ufficio”. E sbuffa, mentre apre le porte e mi sventola i capelli con l’aria condizionata. Non ci piacciamo, io e lei, ma almeno fino a fine mese non possiamo far altro che incontrarci, un paio di volte al giorno.

Il vantaggio d’incontrarla in via Bertola sta nel fatto che è a stomaco vuoto e che si possono parcheggiare natiche e borse mentre lei, balena di strada, ti digerisce alla fermata che scampanelli. Per me il solito, navetta, portami a Traiano.

Nel mentre, l’umanità.

Davanti a me due ventenni, due ragazze con l’abbronzatura di chi è a Torino da almeno una settimana. Chiacchierano. Anzi, una parla, con il broncio di Sophie Marceau e le mani danzerine. L’altra ascolta e ogni tanto scuote la testa. 

Sophie è infervorata, sventola i capelli scuri e spande per i sedili odore di Fructis. L’amica invece muove solo la testa, un cestino di colori pastello. La chiamerò Iridella. Si capisce che Sophie e Iridella stanno parlando di amore, e che quella inguaiata è l’imbronciata logorroica.

S: “Vuoi dire che devo lasciare perdere?”

I: “Sì”

S: “Ma perché? Come fai essere così sicura che non gli interesso? Te lo ricordi che quella sera per poco non ci baciavamo?”

I: “Quanto tempo fa?”

S: “Un mese… Ma lo sai”

I: “Ti cerca mai?”

S: “No, scrivo sempre io. Però lui risponde, spesso mi sembra che sia contento di parlare con me”

I: “Ma non ti chiede di uscire e se lo fai tu, non può”

S: “Vero. Ma sai che…”

I: “Che ha finito una storia importante? Pure tu”

S: “Non siamo tutti uguali, lui ha bisogno di più tempo”.

I: “Ma se si innamora di altre ogni due mesi”

S: “Sono passatempi, sono cazzate”.

I: “Spiegami la logica, che telenovela ti stai raccontando per non vedere che non gli interessi”.

S: “Io penso di essere diversa per lui, che lui sa che nel momento in cui usciamo insieme e tutto quanto poi non si torna tanto indietro. Ci conosciamo da troppo tempo, sappiamo segreti nostri. Vuole essere sicuro. O forse non è sicuro di me, pensa che a me piacciano tanti”

I: “Ma sei seria? Se non esci con nessuno da mesi e lui lo sa bene”

S: “Si, ma forse lui ogni tanto passa sulla mia bacheca di Facebook e vede che ho tanti amici maschi con cui parlo e scherzo e… Sai, è tanto sensibile e insicuro, non sa forse che quelli sono solo miei amici. Che a me piace solo lui. Allora si è fatto un’idea sbagliata di me, crede che a me basta avere un fidanzato e quindi pensa che sto inciuciando con altri e che lui valga come loro”.

I: “Crede e pensa e immagina… Tu ti stai inventando un mucchio di storie per non accettare che non ti vuole e lo sai anche tu. Non si fa sentire, nemmeno più su Facebook”.

S: “Può essere che mi abbia nascosta da Facebook, perché gli dava fastidio vedere che ho tanti amici. O perché mi trova cretina”.

I: “Io dico che sei cogliona e che se ci fossi io al tuo posto, mi insulteresti. Se ti devo dire la verità, non capisco se ti piace davvero o se ti sei fissata”.

Io le ascoltavo. Risentivo mille discorsi con amiche e amici, l’eco di concetti pensati e ribaditi, emozioni travasate da cuore a cuore, con punti di vista contrapposti che raccontano reali verità.

Mi sentivo vicina alle due ventenni: capisco bene Sophie, così come comprendo ogni parola, che approvo totalmente, della visione di Iridella. Ed è questo che mi piace da morire degli esseri umani: siamo diversi, con esperienze differenti, dediti alla catalogazione per perseguire l’illusione che, divisi di microgruppi, diventiamo più comprensibili. Ma non esistono uomini che fanno così, donne che pensano colà, asiatici che preferiscono questo e ragionieri che invece preferiscono quello: siamo umani e ci piacciono le speranze.

S: “Me la devo far passare. Mi servirà da lezione per il futuro e così l’amore non mi fregherà più”.

Fermata Traiano. Raccolgo le borse, scendo dal sedile e guardo Sophie e Iridella. Mi viene da abbracciarle e sorridere, mi limito a scendere e a lasciarle nella speranza che crescendo diventi tutto più chiaro.

Strangers Things – la serie che non si può guardare da soli

Sono rimasta lontana dai profili di chi, subodoravo, la stesse seguendo. Ho fatto promettere a un amico nerd di aspettarmi a vederla. Sono tornata a casa, ho disfatto le valigie, fatto le lavatrici, distribuito souvenir e dolci. Ho aspettato di essere sola e, a braccetto con Netflix, mi sono avvicinata a Stranger Things, la serie di cui tutti parlano.


Senza mezze misure, ho dato il via alla maratona della prima stagione: 8 puntate da 50 minuti circa ciascuna, viste una dietro l’altra, in una giornata di abbruttimento psicofisico dovuta, soprattutto dopo il movimento fatto durante le vacanze. Sette ore buone di nuotata nella storia che si svolge a Hawkins nell’Indiana, cittadina immaginaria, durante i concreti anni ’80.

Da qui in poi spoilero senza ritegno.

La serie è stata esaminata in lungo e in largo, vivisezionata nelle sue innumerevoli citazioni (l’inizio alla Twin Peaks qualcuno lo ha già detto?). Quindi, perché ne scrivo?

Perché mi ha emozionata e perché credo fermamente che non sia un serie da guardare da soli. C’è da piangere, c’è da farsi venire il magone, c’è da empatizzare con chiunque, pure con il mostro. C’è da fare un posto sul divano accanto a me, almeno uno.

La trama, in breve. Ci sono 4 amichetti alla Goonies, sfigatelli-nerd-bullizzati-bravi a scuola. Una sera uno di loro, Will, viene preso da un mostro nel gabbiotto degli attrezzi di casa sua dove si era nascosto. In casa non c’era nessuno e, nonostante la prontezza di spirito, scompare con il mostro. La scomparsa viene notata da mamma e fratello maggiore la mattina, e subito partono le ricerche a cominciare da casa di Mike, dove i ragazzi si trovano a giocare e dove Will era rimasto il giorno prima.

La mamma, uno scricciolo di Wynona Rider, contatta lo sceriffo Hopper, dedito agli psicofarmaci e alla birra. Nel frattempo fa la sua comparsa Undici, ragazzina strana dai poteri mentali straordinari che entra nel gruppetto goonies, instaurando con Mike un rapporto profondo di fiducia e di preadolescenziale corrispondenza d’amorosi sensi. In tutto questo la CIA, ilgoverno, gli esperimenti, la Russia eccetera eccetera.

C’è da piangere e c’è pure da riflettere.

Il fumo. Innanzitutto fumano in continuazione, questa serie è un inno al tabagismo anni ’80. Stupisce perché erano anni che non si vedeva così tanto catrame in televisione, a causa della smania salutista americana in grado di livellare qualsiasi sceneggiatura. Fumano, si lavano poco tutti, bevono e s’impasticcano. 

La famiglia. A me ha colpito la palese contrapposizione della famiglia borghese di Mike e della sorella Nancy con quella di Will e del fratello Jonathan. Una famiglia linda, che sa di muffin ai mirtilli cucinati da una mamma con i capelli a onde, maniaca del controllo, contro quella sgarrupata di una madre single che vive in un prefabbricato in grado di raggruppare qualsiasi tono del marrone e del beige nell’arredamento. Pochi soldi, tanti lavoretti, tanto stress. La vita di provincia americana che fabbrica tanti ribelli a scadenza, pronti a ripetere i cliché dei loro genitori. Di puntata in puntata quella che sembra la madre sull’orlo della crisi di nervi e disadattata si dimostra essere genitore fino in fondo, un modello fallimentare per la società, ma vincente nella psicologia spiccia dei sentimenti. Quando tiene la mano a Undici dentro la vasca da bagno, rincuorandola e rassicurandola durante il suo viaggio terrificante nel Sottosopra, Joyce/Wynona mi ha commossa.

Padri. Sarà che sono sensibile all’argomento, sarà che le figure materne nella serie sono preponderanti, ma i padri con figli viventi in Stranger Things fanno veramente cagare. Sono figure a un piano, totalmente inutili se non dannosi, di nessun appoggio alla famiglia. Il padre borghese dimostra di non conoscere i figli, di sopravvivere alla retorica di quel che si deve fare, ripetendo frasi e comportamenti da patriarca paternalista anni ’50. Il padre di Will invece è una merda umana: convivente con una fanciullina di almeno 20 anni più giovane, si palesa nella vita della ex e del figlio maggiore solo quando pensa di poterci fare due soldi. Poi c’è il finto padre/scienziato/sfruttatore di Undici che ti viene voglia di prendere a cinghiate sullo scroto alla sua prima comparsa sullo schermo.

Lo sceriffo. Anti eroe per eccellenza. Panzottello, dedito alle medicine e alla birra e alle scopate saltuarie e alle sigarette, non propriamente attento alla comunità. Si scopre che il suo dolore è la morte della figlioletta di cancro e la separazione dalla moglie che, nel frattempo, si è rifatta una vita. A poco a poco, fra le pieghe del suo personaggio, si dimostra il perno delle indagini, temerario senza la solita arroganza a stelle e strisce, quella che  non scende a compromessi. Lui ci scende eccome, e con la sua mossa, si garantisce l’ingresso nel Sottosopra per salvare Will.

La diversità. Quando sei piccolo e sei diverso dal resto del gruppo, non fai altro che provare ad adeguarti e desiderare di uniformarti. Poi cresci e fai di tutto per distinguerti. In questa serie i bambini protagonisti sono impopolari e bruttini, uniti dalla passione per la scienza e per i giochi di ruolo, per i fumetti e i film dell’orrore. Sono diversi tra loro e si compensano, come nelle migliori delle boyband. La diversa per eccellenza è Undici, personaggio speciale non solo per i poteri, ma per la purezza e per tutte le debolezze che manifesta a livello umano, nonostante sia letale come un ibrido Tempesta-Kill Bill-Carrie. L’avrei adottata seduta stante e preparato per il resto della sua vita goffri e altro junk food a suo piacimento. 


Il mostro. Insomma, non è che mi stesse antipatico. Una sorta di uomo senza pelle con la faccia a orchidea selvaggia, vive in una dimensione tristissima e piena di muco, Undici e i suoi poteri gli vanno a rompere le palle aprendo un varco con la nostra dimensione, nella quale ogni tanto lui va a fare uno spuntino. Si manifesta con sbalzi di corrente e con un gingle geniale della produzione, una sorte di musichetta elettronica che fa molto videogioco da sala giochi.

Cosa non mi è piaciuto. Geniale la comunicazione tra mamma e Will, intrappolato nel Sottosopra: il bambino parlava con Joyce attraverso le lucine. A un certo punto smette di farlo (forse quando lei prende a colpi di ascia la parete da cui lui si manifestava?). Smettono di parlarsi, immagino per responsabilizzare in questo senso il personaggio di Undici, ma non danno molte spiegazioni e a me quando non mi dicono perché mi viene il nervoso e vengo meno al patto con l’autore. E poi una parte del finale. Fantastica la trovata dello sceriffo che si presuppone sappia che fine ha fatto Undici e che si occupa di fornirle i goffri e il cibo di cui ha bisogno. Il polipo sputazzato da Will la notte di Natale, onestamente, mi pare ‘na strunzata… 

E quindi?

Quindi penso che lo farò vedere a Micol.

Quindi non vedo l’ora di vedere la seconda stagione. Facendo uno spazio sul divano per dividere lacrime ed emozioni di una delle serie migliori che abbia visto negli ultimi anni.

Rotolando verso Sud – giorni 10 e 11, Napoli

Gli ultimi due giorni li abbiamo dedicati a Napoli, un po’ perché me lo chiedevano le occhiaie di Alice la mattina del giorno 10, un po’ perché a furia di andare di qua e di là la nostra città l’avevamo trascurata. E ci mancava. Sono successe tante cose in questi due giorni di saluto. Cose strane e quasi magiche. 


– Abbiamo incontrato nuovamente gli Spagnoli, in metropolitana. Io e Micol ormai, nonostante siamo a Torino da ore, ci guardiamo le spalle e ci aspettiamo di vedere il quartetto farci ciao con la mano, spie al sapore di gazpacho.


– Mentre ci dirigevamo alla stazione per prender il treno per arrivare a Torino, abbiamo rivisto ‘o  paccierel. Più sobrio della prima volta, aveva gli stessi vestiti e il suo odore era davvero devastante. Ma quelle fossette, quegli occhi grandi, erano più forti della voglia di salvare l’olfatto. Con il suo dialetto stretto e cadenzato, come un monologo teatrale, mi ha trascinato nel dedalo dei suoi pensieri che mischiavano passato, presente e fantasia: Mammà mi chiamava Salvatore testa vacant e mi diceva “scemarell vattinn, Salvato’ testa vacante”. Chella dieci figli ha fatto, dieci figli. ‘Na vota ci feci “mammà, che si’, ‘na vacca? Deci figli, m non bastavano due, tre?”. Che poi, a mammarella, morirono il terzo e il quinto, Raffaele e Salvatore, per attacchi pirettrici. Facevano bbbbbbbbbbbbb e bus, morti stecchiti. A, che bellina a criatura. Alice ti chiami? Io pure ho una femmina, si chiama Lina come mia mamma, che si chiama Pasqualina. Mo’ e criature non sugn scemarell come eravamo noi, mo nascono scetate. Ci vuole la femmina a casa, che i maschi poi salgono in moto e ti salutano, e femmine stanno cu te. I figli sono regali, quando torni a casa e tieni e criature sei felice, stappi o sciampagn. Se sei solo non fai nent, vai a dormire e la vita ti passa dinnanz”.


Siamo andate a vedere l’origine dell’odore di zolfo che ogni tanto arrivava sul nostro terrazzo. La Solfatara di Pozzuoli è un posto assurdo. Gli antichi Romani la chiamavano La bocca degli inferi per l’odore pungente a metà tra pipì di gatto e uova marce, per le fumarole che sfumacchiano a ogni angolo, per il caldo totale, per il fango che ribolle. Abbiamo passeggiato sull’antico cratere che è stato padre delle terre flegree poi ce ne siamo andate al mare, ad Arco Felice, dove per la prima volta nella mia vita mi sono vergognata per davvero.


– Spiaggia affollata, più pulita di Bagnoli. Troviamo posto accanto agli scogli, Alice raccoglie conchiglie e Micol si fionda in acqua facendo amicizia pure con i pesci.


A un certo punto sento la sua voce chiamarmi: “Mamma, mamma… Vai a prender la palla di quel bambino?”. Alzo lo sguardo e vedo una palletta azzurro metallizzato andare alla deriva per il forte vento. Vedo mia figlia sbracciarsi e un bimbetto accanto a lei. E mi butto in acqua. Ora, io non sono una sportiva e non ero bella da vedere nemmeno quando ero obbligata a fare nuoto agonistico (esperienza conclusa in pochi mesi, per fortuna). Ho uno stile, diciamo, elementare e pragmatico insieme, con quel tocco di ridotta capacità di respirazione che, mentre nuotavo verso la sciagurata paletta, mi faceva suonare come un traghetto Tirrenia. Ebbene sì, perché mi sono buttata per salvare la palletta e per far felice mia figlia che, bracciata dopo bracciata, mentre i miei bronchi si riunivano in preghiera, gridava: “Dai mamma, ci sei quasi”. 

E ce l’ho fatta, sono arrivata alla palla e l’ho agguantata, sollevando l’entusiasmo della spiaggia e di Micol, che nel frattempo dichiarava a tutti il suo orgoglio urlando: “Quella è mia mamma!”.

Poi l’imponderabile. Durante la nuotata il pezzo di sopra del costume mi era scivolato, volevo tirarlo su prima della croisette che mi aspettavo all’uscita dal mare, come nemmeno Ursula Andress e la Venere di Botticelli. Volevo tirare su il reggiseno del costume e nuotare fino a riva. Per farlo dovevo liberarmi la mano dalla palla. Quindi, scellerata, penso sia una bella idea lanciarla al bimbetto e al padre che mi stavano nuotando incontro. Il mio tiro si trasforma in una palombella leggiadra che, trascinata dal vento, termina alle mie spalle e comincia a navigare veloce verso il largo. Lontana. Irraggiungibile.

Guardo il bambino e il padre e mi sento una merda. Il papà scuote la testa, rassicurandomi a voce, mentre i suoi occhi tradivano disprezzo. Il bambino penso non si riprenderà più: non basteranno 5 anni di psicanalisi per salvarlo dal triste destino di serial killer di venditori di Supersantos che lo attende.


– Abbiamo vagato per il centro storico di Napoli, dichiarato patrimonio dell’Unesco. Da Porta Nolana a piazza Bellini, passando per il Duomo.


Nel frattempo la seconda colazione che mi fatto assaporare la sfoglia con peperoni e provola, una roba che non posso spiegare nemmeno con i miagolii che in quel momento ho emesso, senza vergogna, davanti alla panetteria che sogghignava.


Quella Napoli della musica dalle finestre, dei sorrisi e del casino. Quella delle macchine ammaccate e dei motorini sovraffollati.


– Un giro per via Toledo, un vassoio di sfogliatelle da Leopoldo e una pizza a portafoglio da Gennaro. Il degno arrivederci a un viaggio che mi ha insegnato tanto e che la Triade ricorderà per sempre.

Rotolando verso Sud – giorno 9, la costiera Amalfitana

E pensare che la volevo pure sacrificare, questa gita. Alla vigilia nessuna grande emozione, poche aspettative, pensavo si traducesse tutto con un posto da jet set ricco di turisti. E invece sbagliavo. Tornante dopo tornante la costiera Amalfitana regala delle suggestioni di sensi difficili da raccontare.


Come i colori. Il blu delle acque profonde, che lascia spazio al verde smeraldo del mare, vicino alle rocce. Ci sono i riflessi dorati del sole che vestono le onde. Il giallo dei limoni dipinti sulle ceramiche appese alle case, in mostra nelle vetrine.


Come gli odori. Se chiudo gli occhi risento il profumo delle distese di bouganville, del sale e degli arbusti di erbe aromatiche che crescono tra i costoni di roccia, a strapiombo nel mare.


Come i suoni. La musica, che si sente ovunque, e i clacson delle auto incolonnate nella panoramica. Potrei citare pure il turpiloquio dei guidatori incazzati, ma romperei l’incanto del ricordo.

La costiera Amalfitana è stata un regalo inaspettato ed emozionante, come quelli che piacciono a me. Che non ti aspetti e intanto ti fiorisce tra le mani.

Quando siamo arrivate a Sorrento dopo una cinquantina di fermate di Circumvesuviana, pensavo di cercare un posto dove fare il bagno, uno dove mangiare e poi tornare indietro, tenendo d’occhio gli orari dei treni di rientro a Napoli.


Invece abbiamo trovato un pullman turistico che, con un minimo investimento, ci ha portate a spasso per quelle strade, facendoci scoprire luoghi incantati: come le isole Gallico e la variopinta Positano, che s’arrampica sulle rocce a strapiombo e ha le case colorate che si accendono di sole. Furore, chiamata così per la forza con cui le onde s’infrangono sul fiordo in cui è nata. Praiano, sul cui mare abbiamo avuto la fortuna di vedere tramontare il sole. Amalfi, caotica e colorata, dalle acque di cristallo e dall’allegria disarmante. E infine Sorrento, protagonista delle canzoni che abbiamo ascoltato tutto il giorno (io e Micol a un certo punto ci siamo guardate con gli occhi pieni di BASTAAAAA).


Un giorno è troppo poco, te ne vai che hai la sensazione di abbandonare la festa quando sta per cominciare. E di tutti gli yacht megagalattici che stanno al largo nemmeno ti frega, nemmeno li vedi tanto hai gli occhi pieni di poesia.


Abbiamo cenato in un ristorante in piazza Tasso e poi siamo caracollate alla volta della Circumvesuviana. A Napoli Garibaldi siamo riuscite a prendere per un soffio l’ultima metro per Bagnoli, dove abbiamo incontrato ‘u paccierel.

Un omino tondeggiante, calvo e dal sorriso immenso con le fossette, passeggiava lungo la nostra carrozza parlando da solo, litigando con nemici immaginari. Alice sorrideva, Micol si sentiva a disagio e aveva paura. Io all’inizio lo ignoravo, ma poi è sceso alla nostra fermata e mi ha parlato (scusate, campani, se sbaglierò a trascrivere le sue parole in dialetto): “Signo’, non ve scantate: song solo pacc, un poco paccierel. Ma forse è ‘o vin che aggiu bevut inzieme ‘o pollo che me fa parla’. Io tengo na mugliera, e pure tre criature: due maschi e na fimmina. Raffaele e Salvatore m’aspettano a casa”.

“La bambina come si chiama?”

“La bambina? Nun sacc, forse Raffaella. Ma io ci voglio bene, e li farò studiare. Non devono fare il mestiere mio, in miniera, non devono lasciare Napoli pe’ fatica’. Devono studiare da avvocati e ingegneri. Come si chiama la criatura? Raffaella si chiama?”

“Devo andare, le bambine sono stanche. Lei abita qua vicino?”

“Vado ancora un poco in giro, venite a prendere una cosa da bere, ja. Venite e parliamo. Siete siciliana? Tenevo una cognata siciliana”.

“No, non sono siciliana. Devo andare a casa, mi dispiace, le bambine sono tanto stanche”.

“Che peccat, jamme ja, venite a bere una cosa. Non ve scantate, sono un poco paccierel. O forse è o vino”

“Buonanotte e grazie della compagnia”

“Buonanotte. Tengo Raffaele e Salvatore, ma a femmina…”