Oggi non rido, non sorrido. Oggi mi lascio sommergere.

Questo è un post di quelli che serve solo a me, tipo latrina da usare prima di usare lo sciacquone.

Ieri sera sono andata a letto pensando a cosa scrivere oggi sul blog, se addentrarmi nelle ossessioni delle mamme integraliste che si fanno fare i gioielli con il latte materno, oppure se parlare dell’itinerario delle vacanze che stanno per iniziare, o ancora dei bislacchi tentativi di abbordaggio che si collezionano quando ti affacci al mondo tardona e single. Sul letto ho dato un’ultima occhiata a Facebook, indisponendomi o sorridendo, seguendo l’altalena delle condivisioni dei miei contatti. Ho raccolto buonanotti e sogni d’oro su whatsapp e mi sono addormentata, leggera.
Poi mi sono svegliata, nel cuore della notte. Non lo sapevo che mi avevano comunicato che il mondo nel frattempo era cambiato, cambiando un pochino anche il mio, di conseguenza. Non ne avevo idea, quando ho guardato whatsapp, quando ho letto il messaggio, quando mi sono affacciata nel baratro del più grande dolore che un essere umano possa provare nella vita.

Ho sentito la bile salirmi in bocca. Spersa in mezzo a un dramma mostruoso, mi sono sentita inadeguata a provare tutte quelle emozioni, perché toccata soltanto di rimbalzo. Una specie di ladra di un dolore senza fine, che porta via pezzi di sé e di senno.

Ho sentito flebile e lieve il sospiro di sollievo registrando che sì, loro ci sono e dormono e magari sognano.

Mi sono sentita ridicola nel mio sbeffeggiarmi di atteggiamenti e di pensieri, io ,che come tutti i genitori del mondo, convivo con quella sottile paura che mi è germogliata in petto nel momento in cui sono diventata madre. La stessa che mi porta a vivere seguendo regole rassicuranti, a sbagliare, a farmi domande. A cullarmi nel pensiero di “fare bene” fino a che l’insondabile non arriva e ti prende a schiaffi.

Che poi lo so da tempo che certe cose accadono, che nel mondo succedono, lo so e nonostante questo sorrido e canto e rido. Ma poi ti succedono e ti succedono affianco. Tu resti inerme, nella notte, con il desiderio acuto di sentire qualcuno che possa ascoltare anche la tua di paura, quella germogliata nel momento in cui sei diventata madre, e di cui non parli perché sei troppo impegnata a ridere, a vivere, a ballare e cantare.

Una nuvola di magone mi si è parcheggiata in gola, preme sugli occhi e spesso ha la meglio.

Ho anche dormito, stanotte, ma non ero più io. Ho sentito la musica, ma non suonava uguale.

Ci sarà un motivo per cui la ricca lingua italiana non prevede una parola per tutto questo, come mi facevano notare questa mattina. Esistono vedovo e vedova, c’è anche orfano. Ma per chi perde un pezzo di se stesso, non c’è parola che possa raccontare.

Domani forse tornerò a ridere e a sorridere. Oggi no, oggi mi lascio essere una madre impotente, abbracciata a madri e padri che si perdono in quel baratro. Penso a loro e non rinnego la paura, mi faccio sommergere.


Questo è per te. Non ho altro da porgerti che non sia amore. Non ho parole, non ho altro da darti se non amore e abbracci.

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