Rotolando verso Sud – giorno 4, Napoli (bis)

Via Toledo. Ho saputo che sarebbe stata la prima strada che avrei percorso da quando la Triade ha scelto Napoli come meta delle sue vacanze, per me a forte connotazione ricciardiana. Per via Toledo il commissario Ricciardi passeggia perso nei suoi fantasmi, in via Toledo c’è il negozio di guanti e cappelli del padre di Enrica, sempre in via Toledo (quasi piazza del Plebiscito) si trova il Caffè Gambrinus. Oltre a essere sempre presente nei romanzi dedicati a Ricciardi, il Gambrinus ha una parte catartica nella vita di De Giovanni che fu iscritto dai colleghi a un concorso letterario che doveva avere almeno una scena ambientata proprio al Gambrinus. Quel concorso lo vinse e lui divenne scrittore.

Sarà la suggestione, sarà stata l’astinenza patita i primi giorni di vacanza, sta di fatto che quel caffè bevuto nella tazza bollente dai bordi spessi e cicciottosi lo ricorderò come tra i migliori della mia esperienza di caffeinomane. Anche al Gambrinus vige la tradizione del caffè sospeso: ne prendi uno tu, ne paghi uno a chi non può permetterselo, e lasci lo scontrino nella grossa moka appesa vicino alla cassa. Io l’ho bevuto al banco, che Alice voleva assolutamente andare a vedere le barche al porto e mi dovevo “spicciare”. L’arredamento ricorda molto il Fiorio vero, quello di via Po a Torino, solo tenuto meglio, senza la cappa decadente che ti cade addosso quando ci entri: ci sono specchi ovunque, marmi bianchi e verdi e tavoli in ferro battuto.


Il giorno 4 della nostra vacanza però rimarrà agli annali per l’incontro con Annarella, la proprietaria della friggitoria che si trova all’uscita della stazione Montesanto. Noi ci siamo arrivate con la linea 2 della Metro, l’unica che passa a Bagnoli dove viviamo. Fianchi larghi, coperti da un grembiule candido come la mia bandiera No Tav appesa da 3 anni al balcone della camera. Ha sorriso alle bambine mentre ci avvicinavamo, inguainando il forchettone/spada. Ci siamo ritrovate con due involti di carta che già stavano diventando trasparenti per la quantità di cibo olioso con cui erano in contatto. Il tutto mentre Annarella prendeva i nostri trigliceridi e li moltiplicava, camminando su di un lago di colesterolo, come una funambola. Senza dire una parola se non il totale: € 3,20. Poi, è scomparsa nel retro così come era venuta, lasciandoci soltanto medaglioni di olio sulle magliette come stigmate dell’incontro.

Negli involti c’erano: rustici, crocché di patate, pizze fritte e sfoglie di tonno. What else?


Pescherie, tripperie, bambini in 4 sui motorini spenti in discesa, musica che arriva da OVUNQUE.


Napoli ci accoglie e a Micol tra un po’ si svita la testa nel tentativo di vedere tutto e capire, frastornata da quel brulicare improvviso. Alice invece salta i lastroni della strada e sorride a tutti, salutandoli con la manina manco fosse la principessa borbonica in uscita, e raccogliendo carezze e buffetti. Percorriamo via Toledo direzione piazza del Plebiscito, piena di compagnie di ragazzi e di famiglie a spasso in quella che è una via dello shopping, mentre sulla destra spuntano i vicoletti in salita che sembrano cartoline. Non seguiamo mappe e cartine, ma solo le indicazioni stradali.


Orientarsi non è complicato e così passiamo accanto al Teatro San Carlo (in ristrutturazione, con la facciata coperta), al Maschio Angioino e scendiamo al porto, camminando sul lungomare che ci porta a vedere tramonto prima, e dopo le stelle, lungo l’eterna via Partenope. Da un lato il mare, dall’altro gli alberghi extra lusso e i locali turistici. Una foto a Castel dell’Ovo e le bambine implorano cibo e pietà, non in quest’ordine preciso.


Andando a tentoni e a sentimento, arriviamo in via Chiaia, che mi pare più dedita ai locali cool che agli stomaci della Triade. Ci piace l’insegna che spunta da uno dei vicoletti, Don Maccarone, e decidiamo che alle 22 è pure ora di fermarci a mangiare. Scegliamo di sederci fuori, sul vicolo stesso, e il proprietario Giuseppe si palesa in tutta la sua scorbutica gentilezza: chiacchieriamo tanto di lui, di Napoli, del presepe, le mie figlie lo tempestano di domande tra una forchettata e un’altra tanto che quasi quasi ci dispiace salutarlo. Lui mi dà il suo biglietto da visita: “Qualsiasi cosa avete bisogno chiamate, che state sola a Napoli con le creature”. 

La metro chiusa e le nostre gambe a pezzi: decidiamo di tornare a casa in taxi. Gennaro capisce la situazione e ci porta al volo a Bagnoli, mentre le bambine russano sui sedili. Poi mi guadagno un’altra porzione di Paradiso portando Alice in braccio per i 4 piani che ci separano dal letto.

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