Cosa si fa quando si deve andare al Vesuvio e le previsioni da qui a per sempre sono di sole, sole e caldo, caldo? Si scelgono i giorni in cui ilmeteo.it prevede un grado in meno. Allora, giorno 7, che Vesuvio sia. Le bambine erano emozionantissime, nonostante io cercassi di smorzare tutti i loro ardori avvisandole che avrebbe fatto caldo e che ci sarebbee stata una salita di almeno mezz’ora dal pullman al cratere. Ma loro se ne sono fregate altamente e si vestono, fantasticando da avventuriere.

Questa volta scegliamo Ercolano come base di partenza per il Vesuvio EXPRESS: 20 euro a testa io e Micol, compreso trasporto andata e ritorno e ingresso al cratere. Ad Ercolano fa caldo, caldo vero. Ci sistemiamo all’ombra mentre attendiamo il pullman, in ritardo di oltre 50 minuti. Comincia a salire il nervosismo tra i turisti,  e i bambini cominciano a scazzarsi, tutti nello stesso modo, indipendentemente dalla nazione d’origine: frignando. 


Era evidente che il pullman arrivato allo spiazzo non avrebbe contenuto tutti i turisti stremati, ma nonostante questo non appena parcheggia un assembramento vario di componenti UE si assiepa alle porte, bestemmiando in babelese. Noto subito un brontosauro femmina dall’idioma francese e dalla simpatia diarroica: la donna, madre di due imbarazzati adolescenti, si fa largo a bracciate e comincia a insultare autisti e responsabili, un po’ in francese e un po’ in spagnolo (che nella sua testa tanto è come l’italiano). Nonostante la veemenza non riesce a salire sul pullman grande e, mentre noi della Triade e altri gruppetti, seguivamo gli autisti dei pulmini più piccoli arrivati in soccorso, lei dava a tutti degli animali fino a che non ha scansato Micol per far sedere il suo gallico culo sul pulmino. E da lì è partita una divertente litigata in francese tra me, alta 158 centimetri, e lei, di certo oltre i 180 centimetri oltre il livello del mare. Con il pubblico in silenzio che capiva una ceppà di minchià ma che seguiva con la testa la diatriba, manco fosse una partita di tennis. Ci ha pensato Nando a sedare il remake Materazzi-Zidane (se le avessi dato una testata le sarei arrivata altezza ombelico, praticamente un piercing con le Superga) facendoci salire tutti sul suo pulmino e cominciando a raccontarci la sua vita da abitante di Ercolano. Premessa, non appena salita sul taxi ho capito di non avere più il telefono. Ancora una volta.

CARO LETTORE, SE VUOI SAPERE COSA HA RACCONTATO NANDO PROSEGUI LA LETTURA, SE VUOI CONOSCERE IL DESTINO DEL MIO TELEFONO CORRI IN FONDO E LEGGI IL PARAGRAFO CHE INIZIA CON QUESTO SIMBOLO *

I racconti di Nando

Settant’anni che non si vedono sul suo viso, Nando capisce che per smontare la tensione post derby d’Oltralpe deve parlare e distrarci. 

– Ci racconta che il Vesuvio è tra i vulcani esplosivi e attivi più pericolosi al mondo, perché sui suoi versanti risiedono decine di migliaia di persone per salvare le quali non è stato studiato nessun piano di evacuazione efficace. La speranza sta nelle mani del vulcanologi e nella tempestività con cui capiranno che il Vesuvio sta per svegliarsi. (Lo stesso concetto ce lo ha ribadito la guida sul cratere).

– Ci dice anche che la Regione Campania anni fa aveva proposto agli abitanti dei 25 comuni a rischio di trasferirsi, dandogli i soldi per una casa altrove. Ma l’amore per la propria terra e la difficoltà nel ricominciare dal principio altrove, hanno fatto sì che in pochissimi accettassero la proposta.

– Nando ci racconta del senso di precarietà che respiri da quando nasci, se vivi all’ombra del Vesuvio. Che ogni lampadario e ogni ristrutturazione alle case sono pensate con il sorriso, sapendo che potrebbero andare distrutte con un colpo di tosse del vulcano.

– Accanto al Vesuvio sta Monte Somma, il padre ormai basso e addormentato del bacino vulcanico. 

– A Ercolano pare esserci il pasticcere più bravo d’Italia, incoronato due mesi fa razzie alla sua sfogliatella riccia al limone.

– Il polo dei vulcanologi è diventato museo, ma Nando ha visto macchinari in grado di prevedere almeno 20 giorni prima un’eruzione.

– il bradisismo flegreo, ovvero il moto attraverso cui la terra si alza e si abbassa di livello nell’arco degli anni. Adesso, dice Nando, siamo in fase ascendente: la terra si solleva e si nota soprattutto nella zona di Pozzuoli e della Solfatara.

– Sulla strada c’è un pezzo a strettoia, dovuto a un pulmino di cinesi che poche settimane prima era caduto giù dallo strapiombo in una giornata di pioggia, incredibilmente senza nessun danno ai passeggeri. Ma Nando dice: “Avete mai visto un cinese morto voi? Quelli sono immortali, ci facciate caso”.

Poi arriviamo a destinazione, con la mia certezza di aver perso il mio adorato Meizu. Chiedo a Nando di telefonare alla cooperativa, giù allo spiazzale, per capire se qualcuno lo avesse trovato nel frattempo. Lui mi presta il suo telefonino di riserva per controllare l’orologio e tornare in tempo all’appuntamento con lui per tornare a Ercolano.

Nel frattempo Alice si era addormentata in macchina e Micol guardava con occhietti piccini e preoccupati la salita che ci attendeva. Sotto il sole. In salita. Senza ombra. In salita.

Comunico alle bambine di non avere il telefono, che chiederemo a qualcuno sulla bocca del Vesuvio di fare un paio di foto e mandarcele via mail. Tento addirittura la carta delle macchinette usa e getta in uno dei chioschi. Inutilmente.

La salita è stata dura. Oltre il caldo, Alicetta pativa la pendenza e Micol somatizzava la tensione di essere sopra una pentola a pressione di magma e gas. Ogni tanto Alicetta mi zompava addosso tipo koala e quindi mi trovavo a inerpicarmi con lei addosso. Grazie, asma, di non essere venuta a ricordarmi che esisti.

Finalmente scorgiamo il gabbiotto di ristoro, il segnale che eravamo arrivate al cratere. Il rompete le righe emotivo. Facciamo un passo e gli occhi mi cadono su un Satomi barbuto che mi pare di riconoscere e che mi riconosce: fuori da calcoli e da statistiche, lontano da gruppi whatsapp creati appositamente per gli appuntamenti, l’amico Davide Boggia et moi riusciamo a incontrarci sul cratere del Vesuvio, a mille chilometri da casa, lo stesso giorno, la stessa ora e sullo stesso versante.


Riuniamo le rispettive famiglie e rapiamo una procace guida che ci racconta, con candore, quanto sia certo che il Vesuvio torni a farsi sentire: che passino anni, decenni, secoli o millenni, lui sta già accumulando gas nel condotto, che vanno a premere sul tappo. Che prima o poi, salterà. 

E mi torna in mente quello che diceva Nando, di come ci si senta tremendamente consapevoli di una precarietà che, alla fin fine, accomuna tutti: che viviamo sul Vesuvio, che si stia a Milano, o in riva al mare. La differenza, forse, sta nella consapevolezza e nelle sfumature che ti regala ogni giorno, rispetto quello che vivi e che vivono gli altri.

Tutta questa saggezza si è materializzata nel pensiero del mio cellulare prima, e della discesa da affrontare, per arrivare in orario al pulmino, dopo aver salutato The Boggias. Meglio mangiare una sfogliatella per un’iniezione di “sinz pensieri”. 

* Il destino del mio telefono

Mentre salivamo con il pulmino sul Vesuvio, e cercavo forsennatamente il mio cellulare nella borsa, nelle tasche e nella mia memoria, ho pensato seriamente me l’avesse rubato un tizio dell’azienda trasporti mentre discutevo con la francese. Avevo netto il ricordo di averlo infilato nelle tasche dei pantaloncini e poi, pouf, adieu Meizu, mio fido compagno di grandi avventure.

Allora ho pensato che, se avessi detto a Nando che non trovavo il mio telefono, evitando di raccontargli i miei sospetti sul furto ma puntando sullo smarrimento, avrei potuto avere qualche speranza di rivedere il mio cellulare, strumento fondamentale in questo viaggio in qualità di oracolo di orari dei mezzi. Dicendogli quanto fosse utile, quanto poco valesse economicamente e che mi serviva perché ero solo a Napoli con le bambine, lui avrebbe chiamato l’ufficio del piazzale, raccontato la cosa e il mariuolo si sarebbe messo una mano sulla coscienza, sentendosi sicuro del fatto che dicevo di credere di averlo perso.

Cervellotico, lo so, ma a questo pensavo affrontando i tornanti che ci portavano al cratere. Lo zolfo mi fa brutti effetti. E in tutto questo, ero convinta che alla fine l’avrei ritrovato.

Quando siamo scese dal cratere e ci siamo avvicinate a Nando, lui mi ha fatto un sorrisone grande così, dicendomi che avevo mollato il telefono nel cruscotto, magari mentre salivo di corsa dopo il round con il brontosaurò.

Penso sia altamente possibile, penso che ogni tanto il mio ottimismo rasenti livelli di follia. Penso pure che, comunque sia andata, il mio cellulare è del modello boomerang: torna sempre indietro da me.

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