Rotolando verso Sud – giorno 9, la costiera Amalfitana

E pensare che la volevo pure sacrificare, questa gita. Alla vigilia nessuna grande emozione, poche aspettative, pensavo si traducesse tutto con un posto da jet set ricco di turisti. E invece sbagliavo. Tornante dopo tornante la costiera Amalfitana regala delle suggestioni di sensi difficili da raccontare.


Come i colori. Il blu delle acque profonde, che lascia spazio al verde smeraldo del mare, vicino alle rocce. Ci sono i riflessi dorati del sole che vestono le onde. Il giallo dei limoni dipinti sulle ceramiche appese alle case, in mostra nelle vetrine.


Come gli odori. Se chiudo gli occhi risento il profumo delle distese di bouganville, del sale e degli arbusti di erbe aromatiche che crescono tra i costoni di roccia, a strapiombo nel mare.


Come i suoni. La musica, che si sente ovunque, e i clacson delle auto incolonnate nella panoramica. Potrei citare pure il turpiloquio dei guidatori incazzati, ma romperei l’incanto del ricordo.

La costiera Amalfitana è stata un regalo inaspettato ed emozionante, come quelli che piacciono a me. Che non ti aspetti e intanto ti fiorisce tra le mani.

Quando siamo arrivate a Sorrento dopo una cinquantina di fermate di Circumvesuviana, pensavo di cercare un posto dove fare il bagno, uno dove mangiare e poi tornare indietro, tenendo d’occhio gli orari dei treni di rientro a Napoli.


Invece abbiamo trovato un pullman turistico che, con un minimo investimento, ci ha portate a spasso per quelle strade, facendoci scoprire luoghi incantati: come le isole Gallico e la variopinta Positano, che s’arrampica sulle rocce a strapiombo e ha le case colorate che si accendono di sole. Furore, chiamata così per la forza con cui le onde s’infrangono sul fiordo in cui è nata. Praiano, sul cui mare abbiamo avuto la fortuna di vedere tramontare il sole. Amalfi, caotica e colorata, dalle acque di cristallo e dall’allegria disarmante. E infine Sorrento, protagonista delle canzoni che abbiamo ascoltato tutto il giorno (io e Micol a un certo punto ci siamo guardate con gli occhi pieni di BASTAAAAA).


Un giorno è troppo poco, te ne vai che hai la sensazione di abbandonare la festa quando sta per cominciare. E di tutti gli yacht megagalattici che stanno al largo nemmeno ti frega, nemmeno li vedi tanto hai gli occhi pieni di poesia.


Abbiamo cenato in un ristorante in piazza Tasso e poi siamo caracollate alla volta della Circumvesuviana. A Napoli Garibaldi siamo riuscite a prendere per un soffio l’ultima metro per Bagnoli, dove abbiamo incontrato ‘u paccierel.

Un omino tondeggiante, calvo e dal sorriso immenso con le fossette, passeggiava lungo la nostra carrozza parlando da solo, litigando con nemici immaginari. Alice sorrideva, Micol si sentiva a disagio e aveva paura. Io all’inizio lo ignoravo, ma poi è sceso alla nostra fermata e mi ha parlato (scusate, campani, se sbaglierò a trascrivere le sue parole in dialetto): “Signo’, non ve scantate: song solo pacc, un poco paccierel. Ma forse è ‘o vin che aggiu bevut inzieme ‘o pollo che me fa parla’. Io tengo na mugliera, e pure tre criature: due maschi e na fimmina. Raffaele e Salvatore m’aspettano a casa”.

“La bambina come si chiama?”

“La bambina? Nun sacc, forse Raffaella. Ma io ci voglio bene, e li farò studiare. Non devono fare il mestiere mio, in miniera, non devono lasciare Napoli pe’ fatica’. Devono studiare da avvocati e ingegneri. Come si chiama la criatura? Raffaella si chiama?”

“Devo andare, le bambine sono stanche. Lei abita qua vicino?”

“Vado ancora un poco in giro, venite a prendere una cosa da bere, ja. Venite e parliamo. Siete siciliana? Tenevo una cognata siciliana”.

“No, non sono siciliana. Devo andare a casa, mi dispiace, le bambine sono tanto stanche”.

“Che peccat, jamme ja, venite a bere una cosa. Non ve scantate, sono un poco paccierel. O forse è o vino”

“Buonanotte e grazie della compagnia”

“Buonanotte. Tengo Raffaele e Salvatore, ma a femmina…”


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