Rotolando verso Sud – giorni 10 e 11, Napoli

Gli ultimi due giorni li abbiamo dedicati a Napoli, un po’ perché me lo chiedevano le occhiaie di Alice la mattina del giorno 10, un po’ perché a furia di andare di qua e di là la nostra città l’avevamo trascurata. E ci mancava. Sono successe tante cose in questi due giorni di saluto. Cose strane e quasi magiche. 


– Abbiamo incontrato nuovamente gli Spagnoli, in metropolitana. Io e Micol ormai, nonostante siamo a Torino da ore, ci guardiamo le spalle e ci aspettiamo di vedere il quartetto farci ciao con la mano, spie al sapore di gazpacho.


– Mentre ci dirigevamo alla stazione per prender il treno per arrivare a Torino, abbiamo rivisto ‘o  paccierel. Più sobrio della prima volta, aveva gli stessi vestiti e il suo odore era davvero devastante. Ma quelle fossette, quegli occhi grandi, erano più forti della voglia di salvare l’olfatto. Con il suo dialetto stretto e cadenzato, come un monologo teatrale, mi ha trascinato nel dedalo dei suoi pensieri che mischiavano passato, presente e fantasia: Mammà mi chiamava Salvatore testa vacant e mi diceva “scemarell vattinn, Salvato’ testa vacante”. Chella dieci figli ha fatto, dieci figli. ‘Na vota ci feci “mammà, che si’, ‘na vacca? Deci figli, m non bastavano due, tre?”. Che poi, a mammarella, morirono il terzo e il quinto, Raffaele e Salvatore, per attacchi pirettrici. Facevano bbbbbbbbbbbbb e bus, morti stecchiti. A, che bellina a criatura. Alice ti chiami? Io pure ho una femmina, si chiama Lina come mia mamma, che si chiama Pasqualina. Mo’ e criature non sugn scemarell come eravamo noi, mo nascono scetate. Ci vuole la femmina a casa, che i maschi poi salgono in moto e ti salutano, e femmine stanno cu te. I figli sono regali, quando torni a casa e tieni e criature sei felice, stappi o sciampagn. Se sei solo non fai nent, vai a dormire e la vita ti passa dinnanz”.


Siamo andate a vedere l’origine dell’odore di zolfo che ogni tanto arrivava sul nostro terrazzo. La Solfatara di Pozzuoli è un posto assurdo. Gli antichi Romani la chiamavano La bocca degli inferi per l’odore pungente a metà tra pipì di gatto e uova marce, per le fumarole che sfumacchiano a ogni angolo, per il caldo totale, per il fango che ribolle. Abbiamo passeggiato sull’antico cratere che è stato padre delle terre flegree poi ce ne siamo andate al mare, ad Arco Felice, dove per la prima volta nella mia vita mi sono vergognata per davvero.


– Spiaggia affollata, più pulita di Bagnoli. Troviamo posto accanto agli scogli, Alice raccoglie conchiglie e Micol si fionda in acqua facendo amicizia pure con i pesci.


A un certo punto sento la sua voce chiamarmi: “Mamma, mamma… Vai a prender la palla di quel bambino?”. Alzo lo sguardo e vedo una palletta azzurro metallizzato andare alla deriva per il forte vento. Vedo mia figlia sbracciarsi e un bimbetto accanto a lei. E mi butto in acqua. Ora, io non sono una sportiva e non ero bella da vedere nemmeno quando ero obbligata a fare nuoto agonistico (esperienza conclusa in pochi mesi, per fortuna). Ho uno stile, diciamo, elementare e pragmatico insieme, con quel tocco di ridotta capacità di respirazione che, mentre nuotavo verso la sciagurata paletta, mi faceva suonare come un traghetto Tirrenia. Ebbene sì, perché mi sono buttata per salvare la palletta e per far felice mia figlia che, bracciata dopo bracciata, mentre i miei bronchi si riunivano in preghiera, gridava: “Dai mamma, ci sei quasi”. 

E ce l’ho fatta, sono arrivata alla palla e l’ho agguantata, sollevando l’entusiasmo della spiaggia e di Micol, che nel frattempo dichiarava a tutti il suo orgoglio urlando: “Quella è mia mamma!”.

Poi l’imponderabile. Durante la nuotata il pezzo di sopra del costume mi era scivolato, volevo tirarlo su prima della croisette che mi aspettavo all’uscita dal mare, come nemmeno Ursula Andress e la Venere di Botticelli. Volevo tirare su il reggiseno del costume e nuotare fino a riva. Per farlo dovevo liberarmi la mano dalla palla. Quindi, scellerata, penso sia una bella idea lanciarla al bimbetto e al padre che mi stavano nuotando incontro. Il mio tiro si trasforma in una palombella leggiadra che, trascinata dal vento, termina alle mie spalle e comincia a navigare veloce verso il largo. Lontana. Irraggiungibile.

Guardo il bambino e il padre e mi sento una merda. Il papà scuote la testa, rassicurandomi a voce, mentre i suoi occhi tradivano disprezzo. Il bambino penso non si riprenderà più: non basteranno 5 anni di psicanalisi per salvarlo dal triste destino di serial killer di venditori di Supersantos che lo attende.


– Abbiamo vagato per il centro storico di Napoli, dichiarato patrimonio dell’Unesco. Da Porta Nolana a piazza Bellini, passando per il Duomo.


Nel frattempo la seconda colazione che mi fatto assaporare la sfoglia con peperoni e provola, una roba che non posso spiegare nemmeno con i miagolii che in quel momento ho emesso, senza vergogna, davanti alla panetteria che sogghignava.


Quella Napoli della musica dalle finestre, dei sorrisi e del casino. Quella delle macchine ammaccate e dei motorini sovraffollati.


– Un giro per via Toledo, un vassoio di sfogliatelle da Leopoldo e una pizza a portafoglio da Gennaro. Il degno arrivederci a un viaggio che mi ha insegnato tanto e che la Triade ricorderà per sempre.

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