Della bellezza di strapparsi il cerotto per poter finalmente guarire

Dovrei imparare a vivere come sto in acqua, nel mare, quando la saggezza mi suggerisce il momento giusto per nuotare, quello per rincorrere palloni che cercano la libertà aiutati dal vento, quello per lasciarsi trasportare dalla corrente, galleggiando sul filo dell’acqua a pancia in su, quello per stare a riva. Dovrei riesumare quello stesso istinto anche sulla terra ferma, nelle mie scorribande metropolitane, perché mi aiuterebbe a capire cosa veramente è importante per stare bene.

Negli ultimi mesi ho sbagliato la diagnosi della mia frenesia. Pensavo che quel dolore sordo in fondo al cuore fosse dovuto alla mia necessità di ritrovarmi e di riscoprirmi dopo la nascita di Alice, dopo la separazione, dopo il fallimento della Bottega, dopo la delusione. Praticamente mi vedevo come un San Sebastiano bisognoso di acqua ossigenata e cerotti.

E in parte avevo ragione. Tutta quella vita che avevo vissuto e che mi aveva ferita andava digerita, metabolizzata, perché uscisse fuori chi fossi diventata. Ho fatto un gran lavoro, su quelle ferite riconosciute, mi sono perdonata e per ciascuna ho usato la medicina che ritenevo giusta: ho riscoperto amici, ho scoperto amici, ho ritrovato la voglia dell’impegno, ho riconosciuto le cause perse e dedotto le regole per stare comunque in partita. Alcune, di quelle regole, le ho reinventate.

Mi piace quello che ho macinato, negli ultimi mesi, e mi piace pure la Santisella che ne è uscita, da tutto quel macinare e pensare e ridere e bere e cercare. Eppure quel dolore sordo resta.

Se fossi stata in acqua avrei capito che si chiama rammarico: non avevo dato le due ultime bracciate per riprendere il pallone che scappava nelle onde. Probabilmente non sarei riuscita a riacciuffarlo, il fuggiasco: contro quel vento il mio stile libero sarebbe risultato insufficiente. Ma quelle due bracciate andavano fatte.

Perché l’amore è una cosa bellissima, anche quando fa male. Negli ultimi giorni ho capito da dove proveniva quel dolore costante, ho scoperto che avevo ancora un cerotto, messo a caso su una ferita nemmeno disinfettata. L’avevo chiusa di corsa, dicendomi che sarebbe guarita insieme a tutte le altre, e invece necessitava di una diagnosi propria, di una cura ad hoc. Dovevo semplicemente riconoscermi innamorata.

Che, di per sè, sarebbe anche una bella scoperta se di quell’amore non mi fosse rimasto il pensiero delle ultime due bracciate, del rush finale che non avevo corso. E questa scoperta mi ha anche magicamente spiegato perché i vari Uomo Bellissimo, Uomo Perfetto, Uomo straniante eccetera non avessero alcuna possibilità con me.

Ora, il mio stato fisico è quello che è, l’asma pure. Quante possibilità ci sono che bastino davvero soltanto due bracciate per riacchiappare il pallone che ho visto filare veloce nel mare, tra le onde? 

Praticamente nessuna.

Ma provarci e sperare di farcela sono la cura giusta per quella ferita lasciata là, dolorante e trascurata. E non esiste ceretta che tenga quando prendi il coraggio a due mani e strappi il cerotto.

Non mi sono nemmeno scaldata, probabilmente avevo il costume meno adatto: ma sono orgogliosa perché ho dato le due ultime bracciate, non ho più sospesi. Adesso so che sono andata fino in fondo.

Ho strappato il cerotto e aspetto di guarire, a pancia in su, sul filo dell’acqua.

Le cose in sospeso che non voglio lasciare

A me la morte fa questo effetto qua. Mi prende a ceffoni, quando arriva all’improvviso. Mi scuote, mi fa sedere a terra, senza respiro. La mia mente va alle cose lasciate a metà da chi non se lo aspettava di dover andare via.

Tipo telefonate da fare, maglie da piegare. Cose da scrivere. Cose da dire.

Io, oggi, ho la casa ricoperta di nylon e di goccioline di pittura bianca. Morissi adesso per la mia famiglia sarebbe un gran casino, magari farebbe pure fatica a trovarmi, in questo casino qui. E non saprebbe di tutte le cose che nella mia mente ho lasciato a metà, oltre alle pareti da imbiancare.

Mia sorella non sa che devo preparare delle lettere per il lavoro molto importanti, mio fratello ignora che ho un aperitivo in ballo con  Sonia, il mio capo avrà di certo dimenticato che devo rifare la carta d’identità entro martedì per poter salire sull’aereo per Parigi. Mia mamma non sa che ieri sera mi hanno detto che sono una splendida persona, e non ho fatto in tempo a raccontare alle mie amiche che un mago mi ha scritto il suo numero di telefono su una carta da gioco, di corsa, in un simpatico tentativo di abbordaggio. Devo ancora leggere l’ultimo libro di Harry Potter. Le mie figlie ignorano che ho comprato la vernice a lavagna per colorare le porte delle nostre stanze, e ancora non sanno che ho intenzione di farle traslocare nuovamente nella loro vecchia camera. Mariachiara non sa che cosa le voglio regalare al compleanno, Miriam deve ancora essere aggiornata sulle idee che mi sono venute sul nostro progetto. Stefano non saprebbe dove trovare il buono birra che ho promesso di dargli.

Avrei tante cose lasciate a metà, così, che resterebbero fluttuanti come incompiute note di una canzone che ti canticchi in testa mentre la inventi, che in quel mentre ti pare un successo discografico e poi la dimentichi in un soffio. In un attimo. Lo stesso in cui vai via.

La morte a me fa questo effetto qua. Mi mette davanti ai sospesi.

Mi solleva pensare che, se me ne andassi via adesso, così, vicino alla pistola a spruzzo che mi sono regalata questa mattina, forse le persone non saprebbero le mail che ho in programma di mandare, ma saprebbero esattamente cosa penso di loro e quanto le ami. 

Questa è l’unica cosa che conta, non lasciar passare nemmeno un secondo dal pensiero alla parola, al gesto, perché dire a qualcuno che è importante per te potrebbe essere l’equivalente di un sorriso inaspettato, di una vincita al gioco, di un cioccolatino buonissimo, di un paesaggio straordinario.

Io penso che Roberto, che questa mattina è pedalato lontano, abbia detto a tutti i suoi cari quanto li amasse. Non lo vedevo da tempo, da quando fumavamo canne alla chiusura del giornale, la domenica notte. Non ci siamo più visti ma ci siamo sempre un pochino seguiti, salutati attraverso quei social che anche a questo servono. Non sono mai andata a mangiare al suo ristorante, non ho mai conosciuto sua figlia e riabbracciato la sua mamma.

Sono seduta a terra, dovrei finire almeno la prima mano ma ho troppa voglia di chiudere il coperchio, mettere a bagno il rullo, farmi una doccia e andare a prendere le mie bambine. Mi sa che farò così.

Non è certo da questi particolari che si giudica un genitore

Questo è un post di felicità.

Cioè, sono contenta di quella contentezza che si ha se si raggiunge un obiettivo. Quando la bilancia dice che hai perso un etto (probabilmente hai tagliato i capelli), quando smetti di mangiarti le unghie, quando ti accorgi che è evaporata la voglia di stalkerare ex e affini, quando superi un limite e sposti in avanti il traguardo.

Ecco, io sono felice perché mi sono accorta all’improvviso di essere diventata più resistente ai giudizi sulla mia persona, anzi, sul mio interpretare la parte che preferisco della mia vita, quella di madre.

E me ne sono accorta in due contesti precisi, accomunati da un’accusa specifica a me diretta.

Il primo è avvenuto un mese fa. Ero sul balcone e stavo sistemando delle cose. Una coppia di una certa età, marito e moglie, non si è accorta della mia presenza e ha commentato il mio stile libero nello stendere la biancheria, ovvero senza pinze, un’abitudine che mi è rimasta da quando Micol era piccola e praticava alle mollette il suicidio assistito, facendo diventare l’acquisto delle sostitute un capitolo di spesa intollerabile. Dal fatto che io stenda la biancheria senza pinze hanno dedotto che “che non amo fare le cose della casa, della famiglia“.

Il secondo invece è avvenuto qualche giorno fa, su Facebook, a proposito della famigerata questione “cibo da casa” invece della mensa scolastica dei bambini. Un padre, dopo che ho espresso con moderazione tutti i dubbi circa il risultato a medio-lungo termine di questa cosa, si è sentito in dovere di dirmi che “ero libera di far cibare le mie figlie con quello che volevo, se non avevo voglia di alzarmi la mattina per preparare da mangiare“. Avrei potuto scendere nel fango con lui, sguazzando nei luoghi comuni, e chiedergli se sapeva trovare le mutande anche senza le indicazioni della moglie. Ma ho soprasseduto. In entrambi i casi non ho ribattuto.

E ne sono felice, perché ho raggiunto il risultato tanto ambito di stracatafottermene quando i miei atteggiamenti da madre non si allineano con quelli di chi mi sta giudicando in quel momento.

Perché di giudizi stiamo parlando, delle pietre scagliate sistematicamente contro genitori “diversi”. Semplifico qualche situazione.

Chi allatta al seno considera pigre le mamme che scelgono il latte artificiale e queste guardano alle lattanti con sguardo pieno di riprovazione, ritenendole frichettone e morbose. Chi porta con la fascia schifa le passegginate e viceversa. Poi c’è chi manda il figlio a calcio e dovrebbe mandarlo a rugby, chi fa guardare troppa TV o niente, chi legge sempre le storie e chi nemmeno una. Insomma, tra genitori ci guardiamo e abbiamo il ditino dell’accusa sempre pronto a scattare.

Il motivo, secondo me, è piuttosto elementare: essere genitori è complicato, ti senti perennemente in discussione, sai che le tue parole e i tuoi gesti contribuiscono agli adulti di domani. E sai che sbagli, perché è umano e ineluttabile.

Quindi è molto rassicurante vedere qualcuno che sta sbagliando più di noi. Secondo il nostro punto di vista, è chiaro.

Da quando il padre non vive più con noi, il percorso delle mie bambine non è stato semplice. Hanno fatto i conti con le mancanze, le battutine, si sono dovute barcamenare con i turni nemmeno fossero un supermercato, hanno surfato sulle tensioni e imparato l’arte del silenzio. Hanno conosciuto la parte peggiore di quello che era stato amore ed è questo, per me, il lato più triste della faccenda.

Quando la sera rifletto, considero se durante la giornata sono riuscita a mostrare alle mie ragazze la parte migliore dell’essere felici.

Perché questa è per me la sfida più grande: andare oltre le paure, oltre le diffidenze, superare i preconcetti e le mancanze, annientare la rabbia che travisa. Restituire loro una visione del mondo e dei rapporti d’amore il più ottimista che posso, nascondendo gli occhiali con cui vedo io la vita, dotati delle lenti deformanti dei miei trascorsi.

Un’educazione sentimentale basata sugli aspetti che vincono, e non solo su quelli che perdono e danno una scadenza ai rapporti. Perché questa, purtroppo, la conoscono già.

Credo fortemente in una visione gentile delle relazioni tra le persone, tra famigliari e amici e amanti e colleghi. Ed è su questa visione che mi concentro, quando dimentico di comprare le mollette per lo stendibiancheria. Sperando di non traviare ineluttabilmente un paio di massaie del futuro.

Tutta colpa della mia faida con il contapassi

La mia ultima perversa passione: camminare.

Nasce tutto dal cumulo di carboidrati complessi e fritti che mi hanno accompagnata da Napoli a Torino, sotto forma di morbidume antichiusura dei jeans: ho scaricato un’app per cominciare a fare ginnastica seriamente. Solo che, insieme all’app, ho dimenticato di scaricare pure la voglia, quindi, mi sono limitata a seguire il contapassi.

Il mio contapassi è di quelli cafoni, che punta all’umiliazione per spronarti. Ti comunica i chilometri percorsi, le calorie bruciate e poi ti cataloga come un populista qualsiasi: sedentario fino a 3000 passi, moderatamente attivo fino a 5000, poi leggermente attivo e poi, a quota 10000 passi, diventi attivo.

Ha guadagnato il titolo di molto attivo solo Forrest Gump.

Questa roba dell’insulto insito dell’app, per una competitiva come me, è una cosa inaudita, come il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. E così ho cominciato ad allungare il giro con Lola per aumentare i passi percorsi. Poi a fare due volte le scale. Poi ad andare in bicicletta, portandomi il fido cellulare con me e guardando salire il jackpot dei passi eseguiti con perversa soddisfazione.

L’obiettivo è cambiato: non voglio più solo diventare una gnocca soda, ma voglio conquistare il califfo dell’applicazione, ambisco ai suoi tiepidi complimenti. Ho cominciato la mattina, andando a prendere il 4 una fermata dopo la solita. Poi le fermate sono diventate due. E sono aumentate ancora. Al ritorno, idem. Sono arrivata a prendere il 4 di ritorno saltando fino a 5-6 fermate.

Ed è successa una cosa strana e bellissima insieme: ho cominciato a divertirmi, appassionandomi di una Torino diversa. Sembrerà banale, ma passeggiare per i quartieri che normalmente attraverso con i mezzi, rappresenta una grande fonte d’ispirazione e conoscenza: le tipologie di negozi, le abitudini, chi frequenta certi giardinetti… 

Quindi, adesso, in questa fase della mia dipendenza da promenade metropolitana, salgo sul tram e poi scendo, passeggio per qualche fermata e lo riprendo. Assaggio caffè e focacce, il che non mi aiuta nella lotta al morbidume, ma mi mette in uno stato d’animo di totale appartenenza a una città in grado di stupirmi ogni giorno, per la sua bellezza e per gli scorci nuovi che nasconde.

Venerdì ho fatto l’intera traversata: approfittando del fatto che le bambine fossero dai nonni e che non avevo problemi di orario, ho deciso che dall’ufficio a Mirafiori sarei arrivata a piedi a casa, in Barriera di Milano, seguendo l’itinerario del mio fido 4. Ebbene, raramente mi sono divertita così tanto a camminare per Torino. Mi sono sentita turista nella mia città e questa cosa mi ha messo di buonumore, nonostante la camminata di due ore.

Non so bene quanto durerà, se continuerò quando le bambine cominceranno ad andare a scuola, farà freddo e ripartirà la lotta dura con l’orologio, però per adesso mi godo le endorfine in circolo, il sorriso che mi fanno fiorire mentre cammino, e gli adduttori alla Gianfranco Zola.


Fino alla prossima (salutare) perversione.

Questa canzone la canticchiava un ambulante che montava il suo banchetto stamattina, sotto i portici di via Sacchi, davanti Porta Nuova: Ma che freddo fa.