Tutta colpa della mia faida con il contapassi

La mia ultima perversa passione: camminare.

Nasce tutto dal cumulo di carboidrati complessi e fritti che mi hanno accompagnata da Napoli a Torino, sotto forma di morbidume antichiusura dei jeans: ho scaricato un’app per cominciare a fare ginnastica seriamente. Solo che, insieme all’app, ho dimenticato di scaricare pure la voglia, quindi, mi sono limitata a seguire il contapassi.

Il mio contapassi è di quelli cafoni, che punta all’umiliazione per spronarti. Ti comunica i chilometri percorsi, le calorie bruciate e poi ti cataloga come un populista qualsiasi: sedentario fino a 3000 passi, moderatamente attivo fino a 5000, poi leggermente attivo e poi, a quota 10000 passi, diventi attivo.

Ha guadagnato il titolo di molto attivo solo Forrest Gump.

Questa roba dell’insulto insito dell’app, per una competitiva come me, è una cosa inaudita, come il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. E così ho cominciato ad allungare il giro con Lola per aumentare i passi percorsi. Poi a fare due volte le scale. Poi ad andare in bicicletta, portandomi il fido cellulare con me e guardando salire il jackpot dei passi eseguiti con perversa soddisfazione.

L’obiettivo è cambiato: non voglio più solo diventare una gnocca soda, ma voglio conquistare il califfo dell’applicazione, ambisco ai suoi tiepidi complimenti. Ho cominciato la mattina, andando a prendere il 4 una fermata dopo la solita. Poi le fermate sono diventate due. E sono aumentate ancora. Al ritorno, idem. Sono arrivata a prendere il 4 di ritorno saltando fino a 5-6 fermate.

Ed è successa una cosa strana e bellissima insieme: ho cominciato a divertirmi, appassionandomi di una Torino diversa. Sembrerà banale, ma passeggiare per i quartieri che normalmente attraverso con i mezzi, rappresenta una grande fonte d’ispirazione e conoscenza: le tipologie di negozi, le abitudini, chi frequenta certi giardinetti… 

Quindi, adesso, in questa fase della mia dipendenza da promenade metropolitana, salgo sul tram e poi scendo, passeggio per qualche fermata e lo riprendo. Assaggio caffè e focacce, il che non mi aiuta nella lotta al morbidume, ma mi mette in uno stato d’animo di totale appartenenza a una città in grado di stupirmi ogni giorno, per la sua bellezza e per gli scorci nuovi che nasconde.

Venerdì ho fatto l’intera traversata: approfittando del fatto che le bambine fossero dai nonni e che non avevo problemi di orario, ho deciso che dall’ufficio a Mirafiori sarei arrivata a piedi a casa, in Barriera di Milano, seguendo l’itinerario del mio fido 4. Ebbene, raramente mi sono divertita così tanto a camminare per Torino. Mi sono sentita turista nella mia città e questa cosa mi ha messo di buonumore, nonostante la camminata di due ore.

Non so bene quanto durerà, se continuerò quando le bambine cominceranno ad andare a scuola, farà freddo e ripartirà la lotta dura con l’orologio, però per adesso mi godo le endorfine in circolo, il sorriso che mi fanno fiorire mentre cammino, e gli adduttori alla Gianfranco Zola.


Fino alla prossima (salutare) perversione.

Questa canzone la canticchiava un ambulante che montava il suo banchetto stamattina, sotto i portici di via Sacchi, davanti Porta Nuova: Ma che freddo fa.

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