Del perché mi sono rotta le palle e non contestualizzo più 

Nella mia esistenza ho sempre cercato una ragione affinché fosse comprensibile e digeribile il motivo di un comportamento che mi aveva ferita, o che non reputavo etico/giusto/consono. Non credo si trattasse di eccesso di bontà, quanto di cieco egoismo: avevo bisogno di continuare a credere che la gente fosse buona e che soltanto a causa di certi motivi reconditi si comportasse male. Avevo soprattutto bisogno di credere che ci fosse un buon margine di speranza che smettesse di fare così.

Insomma, ho piantato nel mio giardino esistenziale il seme della celeberrima sindrome della crocerossina. Pianta grama per antonomasia.

Se mi dice certe cose è perché ha un blocco emotivo. Se non ne fa altre è perché i suoi genitori erano così, colà, colì e Corfù. Un’architettura di alibi e giustificazioni per digerire meschine prove di vigliaccheria, mentre io perduravo nella totale esposizione di me stessa, nella piena vulnerabilità di chi si mostra e non si nasconde, di chi si espone non per vincere ma per capire. Una gestione marketing di me stessa davvero pessima, perché chi trova allettante un detersivo che dice “faccio del mio meglio ma sappi che non funziono sempre e che qualcuno potrebbe sgrassare meglio di me?”.

Tutto questo, ovviamente, non ha riguardato solo le mie relazioni personali, di amicizia, amore e famiglia. Questo è un atteggiamento tenuto nei confronti della vita, della società.

Se fa così ci sarà un perché. Ovviamente avrà sofferto, non avrà avuto abbastanza affetto, magari non sa come arrivare a fine mese, ha paura, non ha potuto studiare. Tutte potenti giustificazioni. Tutte potentissime cazzate.

Perché io mi sono sonoramente rotta le palle della gente che ragiona con la pancia e, porella, va pure capita anche se ti passa sopra col trattore mentre va a comandare.

Io, quelli di Goro e Gorino, le loro barricate e le loro paure non le giustifico più. Posso pure capirle, ma non le scuso. Alla soglia dei 38 anni ho deciso che smetto di contestualizzare e accetto, mestamente, che nel mondo ci sia anche gente che ha deciso di avere la merda nel cervello.

Credo fermamente nell’essere umano, penso che sia sostanzialmente buono. Dopodiché ritengo anche che, ognuno di noi, al giorno, abbia diverse possibilità di scegliere dove stare.

Che fai? Scegli la Forza o il suo Lato oscuro? Scegli di prendere per il culo la tua collega con la macchia di rigurgito sulla giacca? Scegli di cambiare strada se vedi che ti viene incontro una rom sul marciapiede? Stai zitto se vedi qualcuno soccombere a una rissa? Usi la carta di credito aziendale approfittando della fiducia accordata? Tarocchi al ribasso il tuo ISEE per ottenere agevolazioni? Ridacchi con il tuo collega alla macchinetta del caffè che ha appena fatto una battuta sui froci?

Tu scegli chi essere. Lo fai ogni santa volta, e credo pure che tu ne abbia consapevolezza. Magari non sai che ogni azione, ogni scelta, rappresenta una conseguenza anche nel lungo termine e che questa conseguenza potrebbe riguardare altre persone, ma tu, cazzo di essere umano, scegli chi essere. E non me ne frega se sei figlio di separati, se da piccolo ti hanno dato poco amore, se hai vissuto anche la povertà, se hai beccato una ciliegia marcia o se un gatto ti ha graffiato la guancia. Tu scegli chi essere e di questa scelta devi essere consapevole e devi assumertene le responsabilità.

Quindi, cittadini di Goro e di Gorino, sappiate che dall’Umile megafono rappresentato da questo blog, io dico che mi fate pena e che se una delle mie figlie si azzardasse minimamente ad appoggiare una delle vostre tesi sulla paura, io mi toglierei il mantello della comprensione progressista e comincerei a prenderla a calci nel culo.

Perché siete razzisti. E scegliete di esserlo. Tutti i giorni, tutte le volte. 

Io non devo capirvi, non devo comprendervi. Non me ne frega nulla di spiegarvi perché ritengo che siate degli sfigati fuori dal tempo e che sarà proprio il vostro egoismo a farvi soccombere. Posso provare a raccontarvi chi sono e perché credo in un’umanità che sia priva di confini, ma non lo farò sperando di farvi cambiare idea. Continuerò a sperare che lo facciate, e scegliate di essere umani, ma ho smesso di credere nelle battaglie educative con chi pensa di essere superiore di altri esseri umani, permettendosi di arrogarsi il diritto di deciderne le sorti. Non devo evangelizzarvi, approcciandomi a voi come se foste scimmiette sfortunate cui regalare la mia umanità.

Voi avete scelto di essere razzisti, di chiudervi nel vostro piccolo mondo antico fatto di barbecue e bancali.

Perciò, chiedendo scusa a Gandhi e al mio karma, per quanto mi riguarda potete anche andare a fare in culo.

E questa pioggia da un momento all’altro potrebbe smettere di venir giù

Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un viaggio da ricominciare. Bella ragazza, begli occhi e bel cuore, bello sguardo da incrociare, sarebbe bello una sera doverti riaccompagnare. Accompagnarti per certi angoli del presente, che fortunatamente diventeranno curve nella memoria. 

Quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente, ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria. 

Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere, e non guardiamo in faccia a nessuno e nessuno ci guarderà. 

Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già? 

E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali, o a Milano con i suoi sarti ed i suoi giornali, o a Venezia che sogna e si bagna sui suoi canali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali, o a Milano coi suoi terroni settentrionali, oppure a Modena coi suoi motori fenomenali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. 

Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da desiderare, come del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un letto da ricordare. Bella ragazza ma chi l’ha detto che non si deve provare? Ma chi l’ha detto che non si deve provare a provare? 

Così partiamo, partiamo che il tempo potrebbe impazzire, e questa pioggia da un momento all’altro potrebbe smettere di venir giù. E non avremmo più scuse allora per non uscire. Ma che bel sole, ma che bel giallo, ma che bel blu! 

Perciò pedala, pedala che il tempo potrebbe passare, e questa pioggia paradossalmente potrebbe non finire mai. E noi con questo ombrelluccio bucato che ci potremmo inventare? Ma partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti ormai? 

E andiamo a Genova coi suoi spiriti musicali, o a Milano con i suoi sarti ed i suoi industriali, oppure a Napoli con i suoi martiri professionali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. E andiamo a Genova coi suoi svincoli musicali, o a Firenze coi suoi turisti internazionali, oppure a Roma che sembra una cagna in mezzo ai maiali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. o a Bologna, Bologna coi suoi… orchestrali“.

Questa qui, proprio questa canzone qua mi sono cantata in testa dal momento in cui mi è suonata la sveglia malefica (alle 4.20) fino a che non sono scesa dal treno a Padova, sotto la pioggerellina resa inoffensiva dal mio ombrellino di Dory. E un pochino la mugugnavo pure per strada, mentre seguivo il flusso di universitari che inconsapevolmente mi trascinava alla Fiera. Perché questo viaggio era un miraggio perfetto per questo tempo della mia vita in cui ho certezze, domande e supposizioni. Le seconde sono sempre numericamente più cazzute delle prime, ma normalmente sono le terze che faccio fatica a digerire. Sono state sufficienti 4 ore su un Frecciabianca, la desolante decadenza offerta dalla pianura padana immersa nella nebbia e un ombrello da bambina per buttarle giù come se fossero caramelline.

Poche sere fa Micol mi ha stupita con una riflessione sulla morte. Mi ha detto: “Non ho più paura di morire perché penso che la mia vita sia un libro scritto da qualcuno e quindi so che morirò quando arriverà l’ultima pagina”. 

Ora, io so che la paura di morire ce l’ha sempre, come tutti noi, eppure ho preso in prestito questa sua visione quasi fatalista dell’esistenza e devo dire che si vive bene: quello che è stato è finito, quello che è vivilo, quello che sarà scoprilo continuando a leggere il tuo libro, senza avere fretta di sapere e di sbirciare le pagine. E con questo pensiero le supposizioni sono evaporate, come i timori, e mi sono goduta la pioggia, gli universitari, la parte che più amo del mio lavoro, la brioche, il sushi, la passeggiata in centro, i tremila caffè, il saluto alla stazione, il ritorno a casa.

Di Padova mi rimangono il gettone del bagno della stazione, qualche scontrino da ridare ad Antonellina, facce e parole da lavoro e una dozzina di biglietti da visita. Poi mi restano gli incontri e le emozioni, quelle di dare un suono, un profumo a persone che virtualmente mi accompagnano in questo libro e che sono diventate tridimensionali.

Quello che succederà domani o la settimana prossima non mi interessa, adesso mi tengo il gettone del bagno della stazione e mi godo ogni riga del capitolo che racconta il mio presente. Attenta a non voler prevedere i colpi di scena, che altrimenti rovino tutto il lavoro dell’artista.

PS Io e Luca, in foto. Uno dei due momenti più spettacolari del mio viaggio, una tappa di un’amicizia che non finirà mai.

Ogni volta che prendo l’aereo e mi dichiaro (leggi Sindrome di Nicolas Cage)

Io non so se a voi succede, ma ogni qual volta io debba prendere un aereo, a un certo punto, mi catapulto anima e corpo in una sceneggiatura di uno dei mille mila film catastrofici. D’incidenti aerei, ovviamente.

Avete presente le scene iniziali, quando la mamma saluta i figli al telefono e con gesti sicuri s’imbarca, senza sapere che al minuto 8 è già risucchiata di culo nel nulla cosmico dopo che una bomba/missile/incendio apre uno sbreco di lamiere proprio affianco a lei?

Ecco, io a un certo punto vivo le cose come se fossi sia l’attore che lo spettatore al cinema. L’addetto al metal detector che mi guarda di sfuggita, l’hostess che mi saluta sbrigativa mentre mi controlla la carta d’imbarco e sorride distratta, lo steward gentile che mi indica dove sedermi… tutti momenti di spensierata vita inconsapevole di essere agli sgoccioli. Non è paura, perché viaggio serena in fin dei conti, ma è quel sottile senso di consapevolezza che la mia vita è appesa a un pilota automatico in cabina di regìa. Il che conferma che la sindrome di controllo fa più danni dell’olio di palma.

Io la chiamo “Sindrome di Nicolas Cage” questa cosa qui, comincio a guardarmi in giro e a dare i ruoli ai passeggeri dell’aereo insieme a me, noto facce e sento discorsi mentre il film catastrofico si dipana nella mia mente. E poi decollo e passa tutto.

La Sindrome Nicola Cage riguarda comunque vari aspetti della mia vita. Ci sono film che mi hanno segnata profondamente e che hanno influito sulla mia crescita e sulla mia personalità.

Tipo, Notting Hill. Quella storia assurda e impossibile, quella rincorsa di due anime che finisce con il dolcissimo e bastardissimo discorso di lei che va da lui e gli regala il suo cuore, cuore che lui ha troppa paura di prendere in carico. Avete presente la dichiarazione d’amore di Julia Roberts che dice:Non dimenticare anche che sono una semplice ragazza che sta di fronte a un ragazzo e gli sta chiedendo di amarla”.

Lui la guarda, non parla e lei se ne va. Poi lui racconta ai suoi amici la faccenda, gli fanno capire di essere stato un cazzone avariato e parte la rincorsa con l’arrivo e con la felicità finale. A me ‘sto film è riuscito a far passare tutti i traumi dell’essere figlia dei miei genitori, quelli che mi hanno insegnato che l’amore non basta (mamma se leggi non me ne volere, siete stati bravissimi a insegnarmi tante altre cose) e che poi si sono separati. Ecco, io sto al romanticismo come gli illuministi stanno alla scaramanzia: dico che non ci credo, faccio spallucce e invece spasimo all’idea di calarmi nella sindrome di Nicolas Cage e pronunciare discorsi simili. 

Peccato che i miei film, mentali e reali, somiglino sempre più a drammi neorealisti o a film dell’orrore. Ma questa è un’altra storia.

Se non avete mai visto la dichiarazione d’amore di Notting Hill vi favorisco i filmati su YouTube e vi faccio una domanda: qual è il film che vi ha segnato l’esistenza modificando i vostri comportamenti?

dichiarazione d’amore 1/ dichiarazione d’amore 2