Tutti dovrebbero avere una migliore amica come la mia

Sarà un post melenso, intimista, con tratti di una retorica difficili da sostenere. E lo scriverò lo stesso.

Tutti dovrebbero averne una per diritto costituzionale, preferibile sarebbe che alla nascita ciascuno ricevesse un foglietto con le sue coordinate per non rischiare di non trovarla, lungo il cammino. Parlo della migliore amica.

La prima botta di qualunquismo: di amici ce n’è sempre bisogno. A vagonate, a mazzi, a folate. Che siano di tutti i giorni o delle serate una tantum, contribuiscono a quella sventagliata di spensieratezza che annienta l’esistenza quando ce la mette tutta a stracciarti le palle. Loro ci sono anche quando tu scompari e pensi che le priorità siano altre, restano a fare gli imbecilli, a raccattarti con il cucchiaino, ci sono senza fare domande.

Ma la migliore amica è tutta un’altra cosa.

Io ho la fortuna di averne una da ormai 24 anni, la mia relazione più lunga con un essere umano non legato a me da vincoli di sangue, colei che senza ombra di dubbio mi conosce meglio di chiunque altro su questo pianeta, e pure nelle altre varie galassie. E scrivo di lei perché in questi giorni in cui la qui presente Santisella veleggia verso il massimo della forma, inanellando performance da tempi d’oro, sento il bisogno di dirle grazie. Di esserci, in primis, di seguire i voli pindarici in cui la catapulto senza mai esprimere un giudizio sulla mia capacità di volo e sulle mie scelte di rotta. Anche questa, potrebbe essere una banalità, ma per me che nei sentimenti niente è scontato, si tratta di una fortuna di cui spesso faccio fatica a capacitarmi.

Entrambe adolescenti con forti propensioni al disadattamento, ci siamo incontrate e non ci siamo più lasciate anche se la vita ci ha provato a più riprese, riuscendo soltanto a tenerci spesso lontane fisicamente.

In 24 anni di vita condivisa sono tante le cose che sono successe e che sono incastonate nella mia memoria, eppure non è stato difficile scegliere 5 momenti speciali, 5 situazioni che per la sottoscritta valgono quanto una vita intera.

IL NOSTRO INCONTRO Non siamo sportive, Miriam e io. Anzi, facciamo proprio pena e rifuggiamo lo sforzo fisico come gli esseri umani rifuggono le cimici. Insieme nella stessa classe alle superiori, fino a quel giorno in cortile avevamo scambiato poche parole. Poi ci siamo ritrovate con le gambe a penzoloni sui cilindri di cemento, mentre il resto delle nostre compagne sgambettava durante l’ora di educazione fisica. Io avevo finto di avere mestruazioni dolorosissime per saltare quel patema di 50 minuti di corsette ed esercizi a corpo libero, regalandomene altrettanti di parole con lei. La scoperta di quanto fossimo  entrambe tremendamente freak è stata la svolta, il mio biglietto dorato nella tavoletta di cioccolato Wonka.

IL CAPODANNO A LONDRA In estate lei era stata a Londra e si era invaghita di Marco, italoinglese residente in UK. Dal suo ritorno il pensiero del tenebroso professore non la lasciava e quindi abbiamo preso la folle decisione di trascorrere il Capodanno a Londra, andandoci in pullman per spendere poco. Dieci giorni di camminate, di tallonite, di risate nel cuore della notte nei nostri britannici lettini. Ogni giorno poteva essere quello giusto per farle prendere il telefono (serve dire che non esistevano i cellulari?!?!) e chiamare l’oggetto del suo desiderio. Ogni giorno se la faceva sotto e rimandava. Rimandava. Fino a che, nel tardo pomeriggio di quell’ormai celeberrimo 31 dicembre, mi blocco davanti una cabina e la obbligo a comporre quel minchia di numero, che a furia di fare i chilometri per passare due secondi sotto casa del suo bello, a me erano venuti gli adduttori di Zola e mi si erano sbriciolati i tendini. Quando chiama e il fanciullo ci invita a casa sua per la cena capodannizia, l’esultanza dimostrata in quella british strada avrebbe fatto impallidire le manifestazioni di gaudio degli hooligans. Alla cena era presente anche un principe indiano (o roba simile, non ricordo) di nome Lithin con il quale qualche ora dopo ho ingaggiato un interessante duello a singolar limone. Ma la cosa più bella di quella nottata, leggendo i miei ricordi, erano gli occhi felici ed emozionati della mia amica. Se sentite la sua versione, lo so per certo, sarà invece ricca di particolari su di me issata sul bancone del pub inglese dove abbiamo finito la serata, me che ballavo offrendo spettacolo aii nerboruti inglesi che applaudivano i miei dimenamenti che Heather Parisi scansate. Questa si chiama selezione dei ricordi.

LACRIME AL TELEFONO Ne abbiamo versate tante da poter irrorare distese di praterie, in questi 24 anni. Ma ci sono due telefonate che non potrò mai dimenticare, durante le quali ho sentito immenso il mio amore per la mia migliore Amica. In una piangevo io, e camminavo sul marciapiede, mentre le raccontavo la mia infelicità con il padre delle mie figlie durante la prima grande crisi. Micol era piccola, da poco avevo aperto Marachelle e la nostra relazione scivolava nel baratro che poi l’avrebbe ingoiata definitivamente 3 anni dopo. Penso di essermi disidratata quel pomeriggio, mentre Miriam ascoltava. E ascoltava. Il silenzio più caldo che abbia mai sentito. Nella seconda telefonata sono stata io ad ascoltarla piangere e disperarsi mentre il suo castello di convinzioni crollava.

L’OSPEDALE Micol piccina e la mia amica in ospedale, ricoverata per quella malattia che le tiene compagnia spesso silente. Sempre cazzona, Miriam, sempre imbecille e dalla battuta pronta. Mentre io, quella notoriamente forte, non riuscivo a soffocare la paura. E a farne le spese è stato  Marco (do you remember Londra?), che poi è scomparso dalla sua vita e che quel giorno ha rischiato che io gli regalassi un buono per un pronto ricovero nel reparto “coglioni con le ossa in frantumi”. La sua colpa, oltre di essere coglione, è stata quella di non essere il principe azzurro che doveva essere per Miriam. Un essere umano elevato e non un malmostronzo dall’ego obeso. Ma, soprattutto, la sua vera colpa è stata quella di essermi capitato davanti in un momento in cui non riuscivo a contenere la paura di perdere quella mia anima gemella dalle tette grosse.

GLI ABBRACCI I nostri abbracci sono porti sicuri, sono la sensazione di essere a casa, sono la certezza che tutto si può superare. I nostri abbracci sono amore distillato.

E poi ci sono stati i chewing gum attaccati alle pellicce delle signore del centro, i pedinamenti stalkerizzanti a quelle povere anime che ergevamo a nostre temporanee anime gemelle, i raccontini porno scambiati a scuola durante le lezioni, i cuori su whatsapp, gli obiettivi per il futuro, il ritrovarsi in una stanza e parlare per ore, i miei capelli crespi, l’orgoglio per il suo impegno con l’associazione che ha fatto diventare un capolavoro, gi sguardi che si parlano, le litigate e il suo insegnarmi a non mollare mai.

Come si fa a condensare in un post tutta questa vita?

Io non lo so, se ci sono riuscita. So che ci sono altri trilioni di cose che vorrei dire, e invece penso che mi fermerò qui.

TI voglio bene.