Ci sono serate che sono filosofie (dialoghi sull’amore con le mie figlie)


Mi ricordo qualche anno fa il male che mi aveva fatto una frase inconsapevole di una delle maestre di Micol, durante un colloquio, quando mi aveva avvertita che la mia bambina le aveva confessato di “non credere più nell’amore”. A sei anni, a pochi mesi dalla separazione dei suoi genitori. In quel momento ho fatto una gran fatica a non piangere davanti alla maestra, sentendo su ogni centimetro del mio corpo la colpevolezza, la responsabilità: avevo considerato che, decidendo di porre fine alla mia relazione con il suo papà, avevo anche sbriciolato la patina di fiducia nei rapporti d’amore in dotazione alla mia primogenita?

Quando sono arrivata a casa e mi sono vista quelle guanciotte tondine e rosse in attesa di sapere cosa pensassero le maestre di lei, non ce l’ho fatta e me la sono stritolata tra le braccia tanto forte da sentire il suo cuore battere contro il mio petto. Avevo deciso di non chiederle nulla, ma in quel momento è stato più forte di me: “Amore, ma davvero pensi di non credere più nell’amore?”.

Le è morto il sorriso, ha abbassato gli occhi e poi ha cominciato a mormorare: “Mamma, non volevo che la maestra te lo dicesse: il fatto è che a me piace Marco, ieri diceva che mi amava, poi ha detto amava Carla. E allora, che amore è questo? Come si fa a credergli?”.

Un po’ il sollievo e un po’ il senso profondo di quella frase mi hanno lasciata così, a bocca aperta, davanti a una Micol dalle guanciotte tondine e rosse. Forse, ma forse forse, la decisione di separarmi avrebbe avuto il senso che volevo avesse. A lungo termine, tra saliscendi emotivi, ma lo avrebbe avuto.

A distanza di mesi, in una serata di dolcissimo triadismo natalizio, Micol e Alice sconfiggono quell’eterna paura di averle private del coraggio di amare. Mentre io mi metto lo smalto, le due fanciulle scrivono la letterina a Babbo Natale. Alzo lo sguardo e adocchio il disegno di Alice: c’è lei, c’è sua sorella, ci sono io e vicino ho un marcantonio con la barba.

Io: “Chi è quello, Alice?”

Alice: “È Stefano”.

Io: “Ma io e Stefano non siamo fidanzati”.

Alice: “Ma io dico Stefano per farti capire: non lo so come si chiama, ma so che è il tuo fidanzato”

Io, sorridendo, provo a buttarla in caciara: “Ma pensi di chiedere addirittura a Babbo Natale di trovarmi un fidanzato? Sono messa bene, va”.

Alice sbuffa, vuole spiegarmi: “Noooo, non capisci. Io lo disegno a Babbo Natale, disegno la mia famiglia. Disegno pure un tuo fidanzato speciale”.

Io: “Capito, e cosa fa questo fidanzato speciale?”.

Alice: “Lui ti fa ridere e poi sta seduto vicino a te e ti guarda quando scrivi i racconti, perché tu quando ridi e scrivi i racconti sei bellissima e lui si innamora sempre”.

Non so cosa risponderle, non so nemmeno se sia proprio necessario tentare di rispondere a quest’immagine di poesia che ha nella mente la mia bambina. Interviene Micol, che parla mentre scrive sdraiata sul foglio.

Micol: “Io mica ho deciso se voglio fidanzarmi con un uomo o con una donna. Per ora mi sono innamorata solo di maschi, ma non so bene. Però pure a me piacerebbe che mi facesse ridere”.

Alice: “L’amore è bello”.

Micol: “Come fai a dirlo? Sei innamorata?”.

Alice: “Ma noooo, uffa. L’amore è bello perché ti fa felice anche se per tutto il giorno litighi con tanta gente. Come quando stiamo insieme noi e balliamo le canzoni vecchie di mamma o facciamo i disegni e vediamo insieme i cartoni sul divano”.

Io, lo ammetto, le ascolto e ho paura di interrompere quel dialogo fragile e prezioso che sembra uscire direttamente dai loro cuori. Mi sento quasi di troppo, curiosa di quello che si cela nella loro anima plasmata da dolori veri, da fantasia e da sogni.

Micol: “Penso che l’amore è come mangiare sempre la stessa pizza e volerla sempre, anche a colazione”.

Alice: “Mamma, è vero che l’amore fa paura?”.

Io: “A volte le cose forti fanno paura, se sei felice felice magari ti viene paura di non esserlo più”.

Micol: “Ci vuole coraggio quindi per innamorarsi”.

Alice: “Io ho solo paura di morire o che muore mamma. Anche se poi scrivo a Babbo Natale e gli chiedo di resuscitarci”.

Micol: “E se muoio io?”.

Alice: “Ma tu sei piccola, dobbiamo impegnarci per mamma che ha fatto adesso il compleanno e quindi muore prima”.

Io sorrido e mi soffio sulle dita per far asciugare lo smalto sulle unghie. Ognuna prosegue a fare quello che stava facendo qualche minuto prima, in silenzio. Io le guardo e mi verrebbe da ringraziarle: non sanno che per tre anni sono stata in attesa di quelle parole, come se attendessi una sentenza di assoluzione che con razionalità mi ero già concessa.

E lo faccio: “Grazie bambine”.

Non mi chiedono il perché, fanno un sorriso e rispondono prego. Poi Alice si mette un dito nel naso, e tutto torna normale.