Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Ecco, se in questi giorni vi capitasse di vedermi abbacchiata, con la testa tra le nuvole, incredibilmente di poche parole non chiedetemi se mi è morto il gatto, vi evito una gaffe: la risposta sarebbe sì. Non un gatto, una gatta, precisamente una gatta con un nome da cerbiatto maschio. La mia gatta Bambi.

Dopo 15 anni di coabitazione Bambi ha deciso che ne aveva abbastanza e se ne è andata via, tornando probabilmente nel regno dei felini eleganti e regali cui appartiene. Ha avuto il buonsenso di aspettare finisse il 2016, così da non mischiare la propria dipartita con quella di banali umani di fama effimera, e ha scelto il giorno dell’anniversario della morte di Coco Chanel per lasciare il palco, con la stessa dignità con cui è vissuta.

Se scegli di dividere la tua vita con gli animali sai che succede ciclicamente, capita che loro se ne vadano, probabilmente prima di te. Essendo io una collezionista compulsiva di animali, ho vissuto più di una volta il lutto, con più o meno coinvolgimento a secondo dell’amico che stava per lasciarmi. Non ho perso i loro ultimi respiri, li ho ascoltati andare via e poi ho chiesto sempre che del corpicino si occupasse qualcuno perché, io, non vivo il culto del sepolcro per gli esseri umani così come per gli animali. Bambi invece se ne è andata via così, da sola, di notte. Per monitorarla avevo messo la sveglia ogni ora: lei è andata via tra una sveglia e l’altra, tra le 2 e le 3, in quella che mia nonna chiamava “l’ora delle anime”.

Micol è dispiaciuta per me, per Alice non c’è presa di coscienza: se ne accorgerà mattino dopo mattino, quando nessun felino andrà a darle il buongiorno strofinandosi contro le sue gambe penzoloni, mentre fa la pipì.

Per me Bambi è il penultimo legame che conservo della mia cosiddetta vita a.M., ovvero prima di Micol, il grande spartiacque che divide la mia trentottenne esistenza. Prima di Micol ero più carrierista, più disinvolta, più insicura e più soda. Ero un’altra me, a cui ogni tanto penso con tenerezza, e Bambi faceva già parte della mia vita. 

È arrivata pochi giorni dopo il mio trasferimento nella casa di corso Palermo, la prima in cui avrei vissuto da sola dopo aver lasciato quella dei miei genitori. Bambi quindi è spaghetti alle 2 del mattino, intenta a scrivere la tesi. Bambi è il ritorno dal negozio dove lavoravo durante la settimana, è il ritorno dal giornale dove scrivevo nei fine settimana. È la felicità con il mio fidanzato dell’epoca, il mio principe. È un cumulo di dolori vari. È la portaborraccia alla rincorsa dell’autostima. È le partite del Toro sentite alla radio. È il primo stipendio “serio” da giornalista. È il suo parto e l’emozione di tagliare i cordoni ombelicali che la tenevano legata ai suoi cuccioli.

Di quel periodo mi rimangono il dondolo, la scrivania e un sacco di libri.

Ciao Bambi, sono stati 15 anni intensi e, lo sai, non ho rimpianti. Se non quello di non aver imparato, per ormosi, almeno un briciolo della tua eleganza. Miao.

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