SdCII, il Senso di Colpa Introiettato Immotivato delle mamme felici

Notte, asfalto lucido per la pioggia. Alice, con il tutù di tulle azzurro di Elsa e i capelli al vento, sfreccia per le strade con un libro in mano. Corre, dispettosa, nonostante la richiami all’ordine cercando di farla salire sul marciapiede. Una stazione, all’esterno. Lei corre, io la chiamo, poi mi ritrovo su un taxi con i miei amici e vado via. Qualche minuto dopo mi rendo conto di non averla fatta salire con noi. Torniamo indietro, ma Alice alla stazione non c’è più.

Mi sono svegliata con il cuore in tumulto. Sono corsa nella stanza delle rane e Alice era lì, capelli sparsi sul lenzuolo e boccuccia imbronciata. Ma la sensazione di angoscioso dolore non se n’è andata fino a che non ho dato un nome a tutto quanto: SdCII, ovvero Senso di Colpa Introiettato Immotivato.

Introiettato, sì, perché lo mando giù come si fa con le medicine schifiltose. Immotivato, sì, perché alla fine sono felice.

Il problema, in fondo, è proprio questo: la mia felice soddisfazione. In un periodo in cui per lavoro mi è capitato di viaggiare più spesso e frequentare le stazioni più di quanto frequenti casa di mamma, la Triade si vede poco. Sono più le sere in cui le rane dormono dalla nonna o dal papà, in modo da potermi permettere di partire presto. 

Della Triade le reazioni sono ovviamente diverse. C’è Micol, che dice: mi manchi, ti voglio bene, sento tanto la tua mancanza. Micol esprime, magari frigna a scuola o piange a casa della nonna. Poi c’è Alice, che non dice ma accarezza, sta in braccio, tiene la manina anche mentre mangiamo a tavola. Due modi differenti di esprimere emozionalmente qualcosa che razionalmente è ben chiaro: mamma va a lavorare. Lo sanno, loro, così come sanno che si tratta di periodi specifici dell’anno. Così come sanno che mamma, quando lavora e fa certe trasferte, torna sempre felice e piena di cose da raccontare e piccoli successi da condividere.

Il SdCII alla fine sta tutto nella felicità del trovare appagante cosa si fa, anche se ti porta lontano dal tuo focolare. E non è la società a puntare il dito su di te e i tuoi rigurgiti di donna metropolitana e soddisfatta professionalmente, ma sei tu stessa. Per questo il bastardo SdCII s’insinua tra uno scatto davanti al Colosseo e un caffè vicino il balcone di Giulietta, quando il pensiero delle rane è dolce e persistente ma tu hai da andare e parlare e spiegare. Lui sta lì, nel suo bozzolo, e aspetta il momento in cui la guardia è bassa per colpirti, regalandoti un sogno di cui è evidente cosa pensa una parte di te, piccola ma resistente: sei talmente egoista da dimenticare tua figlia alla stazione.

Che poi, quando ti svegli, lo sai che si tratta di una cosa che non ha senso. Ma sai anche che, irrazionalmente, il tuo subconscio sarebbe ben più lieto di assolverti se paradossalmente tornassi meno soddisfatta e più sofferente dalle tue trasferte. Si chiama: espiazione. 

Mi guardo attorno e le vedo le gocce di espiazione che noi donne, madri, c’instilliamo quando non arriviamo a fare tutto quello che decidiamo è necessario per potere essere all’altezza delle nostre aspettative. Le nostre, non quelle dei figli, dei mariti, della società. Le nostre. In tutti questi traguardi irraggiungibili e frustranti si evolve il SdCII fino a diventare il grillo parlante delle negazioni, quelle che relegano all’ultimo posto i piaceri: un libro letto sul prato, una mezzora di televisione, un jeans figo visto in vetrina, una pomiciata estemporanea. Tutto quanto rotola alla fine della lista delle cose da fare, perché tu, madre metropolitana tendenzialmente felice del tuo lavoro e pure senza marito, tu, proprio tu, sei l’artefice della tua indipendenza. E perciò, suca. 

Ma poi. Ma poi succede pure che, nel frattempo che macini pensieri cupi e pessimisti sulla tua condotta non in linea con il manuale della donna perfetta, si risvegli la figlia che oniricamente hai abbandonato alla stazione. Senti i suoi piedini correre sul pavimento e te la ritrovi affianco, scarmigliata, con la manina che s’infila nella tua. Vi guardate, vi sorridete e poi lei ti dice: “Quando torni a  Ginevra che voglio ancora quei cioccolatini che mi hai portato?”. E il SdCII sparisce in un soffio. Almeno fino al prossimo treno da prendere.