Essere o sentirsi diversi? (I bulletti vanno ghiotti di mia figlia)

Mia figlia è la classica sfigata.

Le piace fare gli esperimenti di scienze, ama le biografie, è goffa e sbatte dappertutto, legge Focus Junior, ha un suo stile preciso nel vestire, un po’ fricchettona e un po’ grunge. Mia figlia canta e balla, ma lo fa come manifestazione di gioia e non come esibizione calibrata. S’innamora tendenzialmente di chi non la ricambia, diventa amica soprattutto di chi viene lasciato ai margini della socialità, ed è anche attratta dai cosiddetti “popolari” che invece la schifano. Micol, mia figlia, ha qualche amico immaginario, ha anche gli occhiali, legge tanto e non è filiforme. Anzi, ha un pochino di pancetta e le cosce robuste e muscolose, le spalle formate. Ha il fisico sodo di un’atleta, in un mondo in cui la femmina, per essere conclamata come bella, deve essere bidimensionale. A mia figlia piacciono gli X-Men e Star Wars.

Mia figlia ha 9 anni e ha il cervello di una ragazzina più grande di almeno 3-4 anni, con l’emotività di una cucciola di 7. Mi spiego meglio: Micol sa raccontare e analizzare perfettamente un suo dolore, magari la rottura del rapporto con una sua amica, ma non sa gestirne la sofferenza. Analizza i motivi, contestualizza, spiega e racconta cosa prova, ma non ha maturato gli strumenti per arginare il fiume di tristezza, e si lascia inondare.

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane.

Mia figlia è la classica sfigata e quasi ogni giorno alcuni dei suoi compagni di classe si prendono la briga di ricordarglielo. Si mettono insieme quando le maestre sono distratte, e cominciano la litania. Il ritornello preferito è quello sul fatto che sia cicciona. Battute, canzoncine, sfottò. Fino a che lei non si mette a piangere. Lo so, piange. In questa società in cui le lacrime vengono lasciate alle puntate di C’è posta per te, piangere non si fa. 

Ma lei non piange silenziosa. Lei piange che non sa trattenersi, e grida anche. Difficile da gestire. Ogni tanto, per l’agitazione, le esce anche il sangue dal naso. 

Quando torno dal lavoro e mi faccio raccontare com’è andata la giornata, il bene o il male non sono determinati dalla quantità di cose imparate sui banchi di scuola, o dal grado d’interesse per una lezione. No, il bene e il male di una giornata di mia figlia è sancito da quanto la prendono più o meno per il culo e da come lei si sente abbastanza forte per reagire.

Sai mamma, oggi non ho nemmeno pianto“.

Perché se piange ha perso. Tipo videogioco. Se piange, e ricordatevi che lei non sa gestire come piangere, ferma la lezione e si entra nel melodramma. Game over.

Questo non vuole essere il processo di vittimizzazione di Micol, e nemmeno un’accusa alle istituzioni o alla scuola o balle varie. Le maestre di mia figlia sono speciali, non avrebbero potuto essere migliori e sono la parte bella di una situazione difficile. Lavorano in un contesto complicato e stanno dietro a tante Micol, ognuna con le sue criticità,  ma nonostante questo restano sempre vigili.

La questione è altra, la questione è la cattiveria. Chiamarla cicciona o stupida per minuti, ininterrotti, a gruppetti di 5-6 non è una cosa da bambini. Bambini il cazzo. Quelli sono teneri boccioli di adulti razzisti e individualisti.

Micol è una frignona. Ed è una ragazzina straordinariamente forte. Nella situazione vissuta ieri, in cortile, quando un gruppetto ha cominciato a prenderla in giro, io avrei alzato i tacchi e mi sarei avvicinata a una maestra. Lei è rimasta lì e ha ignorato fino a che ha potuto. Lei adotta la tecnica dell’indifferenza perché è ottimista, crede che tutti abbiano abbastanza neuroni per capirla, quella tecnica. Solo che certe volte è abbastanza forte per reggerla, e si isola nel suo mondo. E altre non ce la fa, e piange.

La via breve sarebbe insegnarle a rispondere, colpo su colpo, insultando i compagni perché non sanno parlare, perché sono sciocchi, perché hanno i denti in fuori e così via… E non è per santità che insegno altro, ma solo per egoismo: non voglio che mia figlia sia forte, voglio piuttosto che sia felice e non credo che razzisti e buzzurri adulti siano esseri umani felici.

Ogni tanto qualche simpatica amichetta della sua classe fa un giochino davvero interessante: fa finta di essere sua amica. A Micol non sembra vero di raccontare dei suoi esperimenti di scienze, di Frida Kahlo, dei suoi amici immaginari. Il giorno dopo, la simpatica amichetta, le rivela che aveva fatto finta e che non si sognerebbe mai di diventare amica di una come lei. Che si vergognerebbe.

Ma si sa, sono bambini.

Poi la sera me le racconta tutte queste cose, senza frignare, come mi recitasse la lista della spesa. Non utilizza mai le parole di una vittima, ma quelle di chi considera la cosa ormai assodata e che non è stato abbastanza bravo da non piangere, da non essere indifferente. Si sente in colpa quando non ce la fa, perché lo sa da sola che l’emotività è l’unica roba che non sa gestire con il suo splendido cervello, e le sale la frustrazione. 

Perché, mamma, perché io non piaccio ai miei compagni?

Perché? Ecco, non lo so perché. Non lo so nemmeno io perché. So che le lacrime stanno ai bulletti come il sangue sta agli squali. So che è la reazione dell’essere umano alla diversità che non si può spiegare, quella dell’isolamento. So anche che per stare a questo mondo, se sei un bambino, devi avere anche la fortuna che famiglia e società ti forniscano abbastanza strumenti per non diventare stronzo. So che qualche anno fa, quando tu eri tutta cervello e sorrisi e la tua emotivà la tenevi in un cassetto chiuso a doppia mandata, in classe andava meglio perché eri meno “diversa”. Poi si cresce, escono fuori le personalità, i caratteri, e ci si divide.

Quindi, chi lo decide chi è diverso?

Micol me la spiega così: “Le persone. Se una considerata figa decide che una è sfigata, tutti si accodano. Ma fai finta, mamma, che le parole degli altri siano macigni: se sei un elefante, lo scoglio che cade lo prendi al volo. Ma se sei uno scoiattolo, quello ti schiaccia”. 

Essere Micol, ogni tanto, non dev’essere semplice.

Ieri ho indossato un abito che amo molto e per il quale ho inventato una storia. E’ fatto a mano, rosso, con delle barchette bianche. Chi lo ha cucito, con un taglio anni ’60, non si è accorto che stava tagliando la stoffa al contrario per cui l’abito, indossato, ha le barchette a testa in giù. Alle mie figlie ho raccontato che la sarta, per non essere sgridata per l’errore, ha nascosto in fondo a un baule il vestito fino a che, qualche sua nipote, trovandolo, non ha deciso di portarlo al Baloon dove lo avrei comprato io.

Quando Micol ha finito di raccontarmi la sua tremenda avventura in cortile, mi ha fissato il vestito e mi ha chiesto perché lo mettessi, con le barchette palesemente al contrario. E io le ho detto che era tra i miei preferiti proprio per quel motivo: qualcuno ci vede solo lo sbaglio, io ci vedo una scelta artistica diversa che ha reso quell’abito unico al mondo. Speciale.

Vorrei che Micol non si prendesse la briga di dover sopportare la stupidità altrui sperando di cambiarla. Vorrei che diventasse forte da non farsi ferire, che acquisisse la consapevolezza di sè tale da non lasciarsi abbattere dalle battute. Vorrei che continuasse a parlare con me e si lasciasse coccolare. Vorrei che si concedesse di essere una bambina, perché quello è, anche se la sua testa è un po’ più grande di quanto dica l’anagrafe. 

Ma la cosa più di tutte che vorrei è che non smettesse di piangere. Perché se piange soffre, e resta umana, non si chiude in una scorza di cinismo che spegnerebbe alcuni colori del suo mondo. E lei si merita tutto l’arcobaleno.

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Un pensiero su “Essere o sentirsi diversi? (I bulletti vanno ghiotti di mia figlia)

  1. il tuo racconto mi ha toccata nel profondo….ho appena finito di vedere una serie…i bambini sanno essere cattivi a volte e molto. Anche nell’asilo di mia figlia ci sono già le nano bulle…sto insegnandole a difendersi ma non è facile…

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