Credi negli unicorni? E nella famiglia dopo la separazione?

Ci sono piccoli momenti di gioia che stanno lì, a puntinarti la vita. Però non parlo di quel genere di gioie spontanee, garantite da un tramonto, da una sorpresa, da un bacio scambiato con gli occhi o da una manina appiccicaticcia che s’infila nella tua. Io parlo di quel genere di felicità che ti fa salire le lacrime agli occhi perché per arrivarci, anche solo a sfiorarla, hai lavorato tanto. Ci hai creduto quando il resto del mondo ti guardava come se fossi una cacciatrice di pandaunicorni, quando hai dovuto ingurgitare tanta di quella bile che avresti potuto riempirci laghi e laghi di dolore, e di frustrazione.

Quando ho preso la decisione di separarmi dal papà delle mie figlie, Mauro, io non avevo idea di quello a cui saremo andati incontro. Confidavo nel rispetto che nutrivamo reciprocamente, nell’amore che ci aveva legati, nell’affetto che ci aveva portato a pensare di convidividere la vita e costruire un pezzo di mondo insieme. Avevo rimuginato la decisione per mesi, sapevo che non avrei potuto decidere diversamente. Con questa convinzione ho affrontato le prime settimane, quando ancora dividevamo la casa e la cappa di sofferenza aveva preso domicilio da noi.

Tutto quello che non ci eravamo nemmeno sussurrati in quegli anni di “noi”, abbiamo cominciato a gridarcelo, a sbattercelo in faccia. A seminare di odio quello che era stato un percorso fatto di semplice amore, come semplici eravamo noi e come lo erano i nostri sogni e i cuori delle nostre bambine. Ci siamo trasformati in due mostri che subivano una centrifuga di pensieri spezzati e di recriminazioni, giocando un gioco al massacro che aveva come vittime principali proprio le nostre figlie. Un gioco in cui le curve hanno giocato un ruolo a volte predominante: il dodicesimo uomo in campo, ma nella partita sbagliata.

La svolta è stata quando abbiamo chiuso il locale che avevamo insieme, e che era diventata una prigione che non augurerei nemmeno a Salvini, quando ho capito che avevo il dovere di concedere una gioia alle mie figlie, quella alla quale avevo creduto anche quando io e Mauro eravamo felici, la stessa per la quale, inconsciamente, avevo deciso di separarmi. Avevo il dovere di restituire una famiglia d’amore a Micol e Alice, lavorare affinché ci fosse, indipendentemente da soldi, ripicche, insulti e colpi bassi.

Micol e Alice al primo posto, il resto conta poco. Anche quando vai contro il tuo carattere, interventista, e accetti di non rispondere al fuoco nemico. Io, che mai sono stata gandhiana, mi sono trovata a esserlo senza nemmeno mai pensarci un attimo.

Volevo che le mie figlie avessero una madre e un padre di cui fidarsi, cui appoggiarsi. Non ho fatto grandi progetti a lungo termine, non potevo permettermelo, perché l’obiettivo da raggiungere era ambizioso e non sempre le energie erano abbastanza perché ci fosse spazio per altro. Testa bassa, giorno dopo giorno, compleanni dopo compleanni. Tutto perché si vedesse la fine del tunnel, tutto per arrivare a scoprire che la pentola d’oro, al fondo dell’arcobaleno, esisteva per davvero.

Ho creduto così tanto alla costruzione di questa famiglia disarticolata, che ho smesso di parlare dei problemi che avevo Mauro con le persone: ero stufa di sentirmi dire “ma come fai”, “ma io farei” eccetera. Consigli dati con il cuore, certo, che però non tenevano a mente di quella pentola d’oro in fondo all’arcobaleno. Non ho mai pensato che Mauro e io potessimo diventare amici, troppe le contrapposizioni di carattere e benzine esistenziali che ci hanno divisi a poco a poco, ma per il mio sogno non è necessario che si arrivi ai livelli della Marcuzzi: per me, da 4 anni a questa parte, il lavoro si concentra sulle bambine e sul mio grande desiderio che abbiano il più libero accesso a quel papà che vive da un’altra parte e vive un altro percorso.

Poi, la gioia. 


In uno degli ultimi giorni di asilo, Alice mi regala un disegno. Alice mi regala sempre disegni, normalmente ritraggono me e lei con la sorella, o me con un fidanzato immaginario, o lei vestita da eroina dei fumetti. Quello che mi porge è un disegno tutto colorato che mi urla nel cervello: “ce l’avete fatta” e mi chiude il respiro di commozione. Ci siamo noi tre, al mare, con un costume identico e con lo stesso sorriso. E poi c’è il papà. Un pochino discostato, ma con noi dentro l’acqua e con noi che sorride.

Ce l’abbiamo fatta, ci sono i pandaunicorni e probabilmente vedrò anche uno scudetto del Toro prima di morire. Ma, soprattutto, su quel disegno c’è la famiglia. 

Ne è valsa la pena. 

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