SdCII, il Senso di Colpa Introiettato Immotivato delle mamme felici

Notte, asfalto lucido per la pioggia. Alice, con il tutù di tulle azzurro di Elsa e i capelli al vento, sfreccia per le strade con un libro in mano. Corre, dispettosa, nonostante la richiami all’ordine cercando di farla salire sul marciapiede. Una stazione, all’esterno. Lei corre, io la chiamo, poi mi ritrovo su un taxi con i miei amici e vado via. Qualche minuto dopo mi rendo conto di non averla fatta salire con noi. Torniamo indietro, ma Alice alla stazione non c’è più.

Mi sono svegliata con il cuore in tumulto. Sono corsa nella stanza delle rane e Alice era lì, capelli sparsi sul lenzuolo e boccuccia imbronciata. Ma la sensazione di angoscioso dolore non se n’è andata fino a che non ho dato un nome a tutto quanto: SdCII, ovvero Senso di Colpa Introiettato Immotivato.

Introiettato, sì, perché lo mando giù come si fa con le medicine schifiltose. Immotivato, sì, perché alla fine sono felice.

Il problema, in fondo, è proprio questo: la mia felice soddisfazione. In un periodo in cui per lavoro mi è capitato di viaggiare più spesso e frequentare le stazioni più di quanto frequenti casa di mamma, la Triade si vede poco. Sono più le sere in cui le rane dormono dalla nonna o dal papà, in modo da potermi permettere di partire presto. 

Della Triade le reazioni sono ovviamente diverse. C’è Micol, che dice: mi manchi, ti voglio bene, sento tanto la tua mancanza. Micol esprime, magari frigna a scuola o piange a casa della nonna. Poi c’è Alice, che non dice ma accarezza, sta in braccio, tiene la manina anche mentre mangiamo a tavola. Due modi differenti di esprimere emozionalmente qualcosa che razionalmente è ben chiaro: mamma va a lavorare. Lo sanno, loro, così come sanno che si tratta di periodi specifici dell’anno. Così come sanno che mamma, quando lavora e fa certe trasferte, torna sempre felice e piena di cose da raccontare e piccoli successi da condividere.

Il SdCII alla fine sta tutto nella felicità del trovare appagante cosa si fa, anche se ti porta lontano dal tuo focolare. E non è la società a puntare il dito su di te e i tuoi rigurgiti di donna metropolitana e soddisfatta professionalmente, ma sei tu stessa. Per questo il bastardo SdCII s’insinua tra uno scatto davanti al Colosseo e un caffè vicino il balcone di Giulietta, quando il pensiero delle rane è dolce e persistente ma tu hai da andare e parlare e spiegare. Lui sta lì, nel suo bozzolo, e aspetta il momento in cui la guardia è bassa per colpirti, regalandoti un sogno di cui è evidente cosa pensa una parte di te, piccola ma resistente: sei talmente egoista da dimenticare tua figlia alla stazione.

Che poi, quando ti svegli, lo sai che si tratta di una cosa che non ha senso. Ma sai anche che, irrazionalmente, il tuo subconscio sarebbe ben più lieto di assolverti se paradossalmente tornassi meno soddisfatta e più sofferente dalle tue trasferte. Si chiama: espiazione. 

Mi guardo attorno e le vedo le gocce di espiazione che noi donne, madri, c’instilliamo quando non arriviamo a fare tutto quello che decidiamo è necessario per potere essere all’altezza delle nostre aspettative. Le nostre, non quelle dei figli, dei mariti, della società. Le nostre. In tutti questi traguardi irraggiungibili e frustranti si evolve il SdCII fino a diventare il grillo parlante delle negazioni, quelle che relegano all’ultimo posto i piaceri: un libro letto sul prato, una mezzora di televisione, un jeans figo visto in vetrina, una pomiciata estemporanea. Tutto quanto rotola alla fine della lista delle cose da fare, perché tu, madre metropolitana tendenzialmente felice del tuo lavoro e pure senza marito, tu, proprio tu, sei l’artefice della tua indipendenza. E perciò, suca. 

Ma poi. Ma poi succede pure che, nel frattempo che macini pensieri cupi e pessimisti sulla tua condotta non in linea con il manuale della donna perfetta, si risvegli la figlia che oniricamente hai abbandonato alla stazione. Senti i suoi piedini correre sul pavimento e te la ritrovi affianco, scarmigliata, con la manina che s’infila nella tua. Vi guardate, vi sorridete e poi lei ti dice: “Quando torni a  Ginevra che voglio ancora quei cioccolatini che mi hai portato?”. E il SdCII sparisce in un soffio. Almeno fino al prossimo treno da prendere.

Cara la mia futura adolescente (pensierini per un domani ormai prossimo)

Cara Micol, l’ho visto proprio lì, sul divano di casa della nonna, quello che sarà il nostro prossimo futuro. In uno sguardo, in quello sguardo con cui mi hai avvolta per pochi secondi perenni, io sono riuscita a scorgere cosa saremo da qui a breve, io e te. E ho provato due sentimenti distinti: la paura di non essere all’altezza, e le vertigini per il privilegio che ho nell’assistere alla trasformazione a tappe di un panzerotto che diventa un adulto.

Non te la scrivo una lettera frignona, di quelle che ti mettono in imbarazzo. No, stai serena. Però due o tre cose devo dirtele e te le scrivo, che così io mi levo un groppo e tu le hai come promemoria.

Se fossimo alle battute iniziali, al battesimo di Aurora La bella addormentata nel bosco, tu fossi Aurora, e io fossi Malefica, saprei cosa regalarti. Eviterei la puntura con l’ago dell’arcolaio perché poi mi toccherebbe correre a disinfettarti e a rassicurare te, piccola ipocondriaca in erba, che non morirai di tetano.

Io sceglierei di regalarti l’imperfezione. Anzi, la consapevole ammissione dell’imperfezione.

Ci saranno momenti, Micol, in cui vorrai essere al massimo. Vestito, umore, sorrisi, situazioni, meteo: per quei momenti lì tu immaginerai tutto e ci investirai tutto. Vorrai che fossero perfetti. E non lo saranno mai perché, se c’è una cosa che ho imparato dalla vita, è che memoria e cuore incoronano come perfetti istanti spontanei, improvvisi, sui quali non c’è nessun controllo. Ti accorgerai che ne stai vivendo uno perché, a un certo punto, si fermerà tutto attorno a te e avrai la piena consapevolezza di essere felice. 

Che non significa, bada bene, che devi lasciare al caso le cose che ritieni importanti. Ci sono la tenacia, l’impegno, il lavoro e la passione che sono fiori per i quali ti prego di avere cura. Ti serviranno perché ti insegneranno il metodo per puntare i tuoi obiettivi e lottare per raggiungerli. Lo so, ogni tanto li teniamo chiusi in balcone e ci dimentichiamo addirittura di bagnarli. Sono quei periodi di scazzo fotonico in cui il bioritmo è basso e si procede per forza d’inerzia. Ma proprio perché tu, quei fiori, li hai piantati e battezzati, sai che sono la risorsa alla quale attingere quando il talento e il genio, la spontaneità e le capacità hanno bisogno di un’organizzata accelerata verso quella luna che hai deciso di acchiappare.

Il fatto è che quando sai di essere imperfetta, tutto diventa più semplice. Quando ti scruti e impari a riconoscere i tuoi punti deboli, quando annusi gli scivoloni, poi impari a cadere bene. E a rialzarti velocemente. 

Quando sai di essere perfetta nella tua imperfezione sai prenderti le responsabilità delle tue azioni e della tua vita. Ci vorranno magari giorni di riflessione, o soltanto pochi minuti di esitazione, ma poi sceglierai la strada più adatta a te e al momento che stai vivendo. Non perché sarai sicura che sia la strada giusta, ma perché l’avrai scelta tu con la consapevolezza che a ogni passo sarai lucida.

Ecco, potrei rimangiarmi tutto quello che sto per dirti nel giro di pochi anni, ma adesso prendi queste parole per buone.

Non aver paura di deludermi.

Succederà, e nessuna di noi due potrà farci nulla. Perché accadrà che io deluda te, le tue aspettative, i tuoi sogni.

La genetica ci ha fatte simili, ma non uguali. Lo specchio ci dice che ci somigliamo, abbiamo addirittura gli stessi tic e io, in qualsiasi momento della giornata, sento nelle ossa chi sei e come stai. La genetica ci ha fatte simili. Non si tratta di rapporto madre-figlia o di sangue, ci sono un sacco di parenti che al di fuori della famiglia, forse, non si sceglierebbero nemmeno come amici. E non c’è nulla di male ad ammetterlo. Tu e io siamo connesse e da sempre lo siamo. E’ impressionante avere il potere di scorgere i pensieri attraverso una fronte, uno sguardo. Ecco, tutto questo panegirico per dirti che se la genetica ci ha fatte simili e l’universo ci ha connesse, devi sempre ricordarti che io e te non siamo uguali. Che io vivo la mia vita, faccio le mie scelte, faccio dei grandi casini e con estrema imperfezione provo a sistemarli, poi. Ma io e te non siamo la stessa persona e questo è un mantra che devi ripeterti perché non c’è niente di più triste di una vita votata alla ricerca del consenso di qualcuno che si ama.

Tu sei tu, Micol. E sei speciale per come sei, per chi sei e per chi diventerai. Io sono qui che osservo emozionata la tua trasformazione e scelgo di mettere le pattine per camminare senza fare rumore. Lo so che mi vuoi bene e che ammiri tante cose che faccio, che ti piace come affronto le cose e che sei tanto orgogliosa di me. Ci sono momenti in cui mi guardi come se fossi un supereroe e mi si bagnano gli occhi. Ma lo scopo della tua vita non è quello di rendermi felice, ma quello di essere felice tu.


Concediti di fare cazzate, Micol. Mettiti alla prova.

Innamorati di un amore che ti sbriciolerà il cuore. Poi, dopo, imparerai a gestire il tuo dolore e a capire che ne vale sempre la pena. Ti capiterà a tua volta di sbriciolare un cuore, succede. La cosa importante è non fare del male deliberatamente, con cattiveria. Per il resto, perdonati.

Ubriacati. Fallo con persone che ti fanno ridere, con amici che ti sfotteranno per le cose assurde che farai. Ricordati sempre di tenere il cellulare acceso (quando lo avrai) con la batteria carica, e di stare con gente di cui ti fidi. Tieni a mente che potrai chiamarmi in qualsiasi momento del giorno e della notte, aspettandoti comunque che ti faccia un culo grande quanto l’Oceania. Se il giorno dopo non vorrai raccontarmelo, non sentirti in colpa. Io lo capirò, mi preoccuperò, mi incazzerò, ma mi fiderò di te. E non leggerò il tuo diario segreto.

Fai l’amore. Ma fai anche sesso. Ti ricordi cosa ti ho detto l’altro giorno quando parlavamo di vagina? “Devi diventarci amica, Micol, la vagina può essere una grande amica”. Tu sei diventata rossa, ma io lo so che hai capito. Perché avere consapevolezza del proprio corpo è una cosa sana, bella, che ti fa sentire libera come quando fai la ruota in un prato. Fare l’amore è una delle cose più belle che abbiamo a disposizione. Non ti sto dicendo di darla via come il pane a priori, ma di non infilare in sovrastrutture morali una cosa che è naturale e che è il motore dell’evoluzione di questo mondo.

Devi volerti bene. Questo è fondamentale. Devi amare le tue cosce robuste, il tuo sorriso incerto, i tuoi occhi allungati. Le tue manine. Tutto. Questo corpo qua, di cui devi avere cura, è quello che ti permette di vivere e andare per musei, ballare, studiare. E poi devi volere bene alla tua anima. Che non è perfetta, proprio come il tuo corpo, ma che ti fa sentire le emozioni e che collega i profumi alle persone, i vestiti agli avvenimenti. Attenzione, voler bene a corpo e anima vuole anche dire lavorarci se qualcosa non ti piace: accetta chi sei, ma non fermarti mai nel progetto di migliorarti.

Incazzati. Micol, porca miseria, incazzati. Non menare, ma incazzati. Incazzarsi fa bene, non aver paura della rabbia. Non è vero che quando si litiga ci si allontana. Se ci sono argomenti di discussione, e si litiga, poi ci si conosce un pelo di più e ci si vuole più bene. Non colpire mai sotto la cintura, non usare le debolezze di chi hai davanti per ferirlo, litigaci in modo costruttivo. Ma fallo. Perché potrebbe pure essere che l’universo stesso sia nato da un momento di grande incazzatura degli elementi.

Gestisci la paura. Tante cose fanno paura. Non ti dico di non averla, ma soltanto di provare a gestirla. Non hai idea del senso di liberazione che sentirai quando riuscirai a superarla e ad arrivare a vincerla. Quindi assaggia cose strane, vai in posti lontani, mettiti alla prova e insegui i tuoi sogni. I tuoi, non i miei. Perché ai miei bado io.

Focalizzati sul presente. Utilizza il passato come culla per i bei momenti, come avviso per quelli più bruttini. Pensa al futuro quando muoverai i passi verso gli obiettivi. Ma non dimenticare mai che vivi nel presente e che nell’attimo in cui vivi ci sono farfalle da vedere,sorrisi da scorgere, persone da salutare e gelati da mangiare. Il passato non si cambia, sul futuro si deve lavorare, ma il presente è una giostra figa che dà un senso allo scorrere dei giorni.

Studia. Sempre, fino all’ultimo dei tuoi giorni. Usa la tua curiosità e studia. Fai di te un essere umano libero, polemico, appassionato, costruttivo. Studia, o vedi che ti faccio…

L’altro giorno, sul divano della nonna, ho capito che i prossimi anni saranno un affare tra me e te. Sarò io la figura che abbatterai per diventare grande. Ecco, volevo dire che ne sono orgogliosa. Proverò a tenere sempre a mente quello che ti ho appena scritto, ma proprio per questo ti avverto che sono tua mamma e che mi toccherà fare la mamma, e l’educatrice e la stronza. A volte. In potenza, insieme a tua sorella Alice, siamo una grande squadra. Io lo so, tu lo sai, Alice si è preparata i popcorn ed è pronta alla saga adolescenziale che ci aspetta.

In bocca al lupo a noi.

Sul come e quando si aspettano le farfalle (sono bruchi signo’, che famo? Lascio?)

Ora, tu stai lì che vedi una persona che ti piace molto, con cui hai più cose in comune di quante pensassi potessi averne, ci fai pure dell’ottimo e fantasioso sesso e avete una conversazione variopinta. Insomma, una bella situazione che arriva almeno dopo una relazione categoria “definitiva” che si è trasferita nel reparto “Titanic sentimentale”.

Quindi, tu stai lì, con questa bella situazione, mentre nel frattempo continui a vivere e lavorare e consumare ossigeno e organizzare vacanze. Fino a che, tutto d’un tratto, il lobo frontale ricomincia a lavorare e ti sussurra: “Ma le farfalle? Dove sono le farfalle? Ti hanno detto che arrivano? Sono in ritardo come i Re Magi?”.

Eh, le farfalle. Possibilmente a frotte, nello stomaco, stanno a significare per antonomasia che stai perdendo la brocca. Sono rassicuranti, le farfalle, sono uno sintomo infallibile. Le farfalle promettono, portano con sé pensieri d’amore, come quelli di Mal dei Primitives.

Il lobo frontale, si sa, è stronzo. Ha tendenze da psicodramma, pone criticità che nemmeno nelle puntate più tristi di Lovely Sarah sono contemplate. Figurati se perde la ghiotta occasione di farti notare, il bastardo, che quello che ti sfarfalla nello stomaco, al massimo, è la caponata di mamma che, per quanto buona possa essere, non è niente di paragonabile all’amore di Romeo per Giulietta, al trasporto di Angelica per il conte De Peyrac, alla mia ossessione per l’olio di Palma.

Quindi, che significa quando non si sentono le farfalle in una bella situazione? Sono in differita? Non arrivano? Si sono perse nei meandri dei dolori e delle delusioni? La paura lega loro le ali? Sei sordo e non le senti? Te le sei mangiate? Le hai digerite?

Per rispondere a questa domanda mi sono rivolta a un gruppo di amiche e di amici che mi ha fornito una serie di punti di vista: assurdi, emozionanti, commoventi, divertenti, bastardi, veri. Da una domanda spuntata osservando la nebbia in treno, ne è nato un sondaggio che ha portato ad alcune considerazioni e alla creazione di macrogruppi di adepti allo sfarfallamento emotivo.

Inversamente proporzionali alla loro opportunità Le farfalle non ne fanno una questione anagrafica. Questo pensa la maggior parte delle persone a cui ho rivolto la mia domanda. Se ti innamori, o sei coinvolto, prima o poi arrivano. Esatto, prima o poi. Saltellando tra le vite dei miei amici intervistati ho notato che quelli che ultimamente le hanno proprio sentite roteare vicino il piloro sono quelli che “non avrebbero dovuto sentirle”. Nel senso che o si trovavano in una situazione di relazione extra (uno dei due o entrambi già impegnati) o di relazione impossibile (distanza, differenza d’età). Per cui, capisco che, se sei oltre i 35 anni e senti fortissime le farfalle è più facile che sia così perché sono farfalle proibite.

L’idealismo degli uomini Una delle grandi sorprese del mio sondaggio: l’idealismo di relazione della parte maschia del cielo. Le farfalle si sentono, sempre, altrimenti non siete una coppia, ma compagni di Fantacalcio. Ma, esiste un ma. Se per le donne le farfalle sono identificate con smania, mancanza di sonno, pensieri ossessivi e sorrisi ebeti, nei fallodotati la questione diventa più pragmatica e sottile, diventa un insieme di attenzioni e un’ispirazione di pazzie, tipo non andare a lavorare per farle una sorpresa. Ecco, ispirazione, perché poi non è detto che si abbia l’opportunità di realizzarle. Ma per i maschietti anche solo sentire di volerle fare rappresenta eco di farfalle. Un altro aspetto, un’ulteriore sorpresa: la gelosia. Nella mia mente di pseudoscienziata di esseri umani da sempre alberga l’idea che gli uomini siano SEMPRE gelosi o comunque provino SEMPRE fastidio quando caracolla un altro esponente dotato di pene dalle parti un soggetto femminile considerato della propria “crew”. Pensavo a disposizione di una genetica da polletto nel pollaio, e invece… e invece gli uomini lo sanno, lo sanno sempre quando sono gelosi o solo testosteronicamente infastiditi, distinguono le due emozioni e quindi per loro le farfalle hanno anche il rumore dei denti che digrignano.

La paura insonorizza E poi ci sono le persone Survivor che dopo il Titanic hanno trovato spazio sulla scialuppa di salvataggio e colonizzato una nuova terra. Per quelle, le farfalle, sono un discorso delicato. Sono diventate selettive, hanno scoperto quanto si possa stare bene in una dimensione single, qualcuna ha addirittura cominciato ad apprezzare l’attività di collezionista di peni e vagine di pregio, altre persone Survivor si godono amiche e amici. Per loro trovare qualcuno di decente che regga all’impatto del secondo appuntamento è già impresa improba, roba da fatiche di Ercole. Figurarsi se pensano alle farfalle.

Eppure.

Eppure potrebbero incontrare una bella situazione. Sapere che si tratta di una bella situazione, esserne consapevoli. Arrivare anche al terzo appuntamento e sentire sempre in sottofondo Celine Dion che gorgheggia My heart will go on, una sorta di preavviso dell’ipotetica fine della bella situazione in evoluzione. Ecco, sentire nelle orecchie Celine ti distoglie dalle farfalle. Potrebbe ammutolirle e i Survivor rischierebbero di non accorgersi che, per evoluzione e per necessità, nel frattempo le farfalle in questione potrebbero aver imparato nuovi linguaggi, nuovi segnali. Ci sono ma non si vedono, e non si sentono. E potresti ritrovartele lì, sotto forma di bruchi, quando meno te lo aspetti. Vivendo giorno dopo giorno.

Quindi, ricapitolando.

Le farfalle ci devono essere. Se vivi una situazione di frustrazione sentimentale potresti quasi invocarle, come antidoto alla monotonia e al bisogno di sentirsi vivi, e loro arriverebbero in sciami portando con sé una deliziosa relazione “pericolosa”. Se invece vivi un momento esistenziale zen, conquistato a fatica, le farfalle potresti addirittura vederle con diffidenza, illudendoti che sia possibile controllare emozioni ed eventi, credendoti tanto forte da poter tagliare l’acqua con le forbici.

 
Foto di Mircea Cantor 

Chiudo citando quella saggia di Micol: “sai come faccio quando una cosa mi fa paura? Penso a quanto sarei felice se riuscissi a realizzarla, non a come sarei triste se fallissi. E allora mi viene voglia di farla”.

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Ecco, se in questi giorni vi capitasse di vedermi abbacchiata, con la testa tra le nuvole, incredibilmente di poche parole non chiedetemi se mi è morto il gatto, vi evito una gaffe: la risposta sarebbe sì. Non un gatto, una gatta, precisamente una gatta con un nome da cerbiatto maschio. La mia gatta Bambi.

Dopo 15 anni di coabitazione Bambi ha deciso che ne aveva abbastanza e se ne è andata via, tornando probabilmente nel regno dei felini eleganti e regali cui appartiene. Ha avuto il buonsenso di aspettare finisse il 2016, così da non mischiare la propria dipartita con quella di banali umani di fama effimera, e ha scelto il giorno dell’anniversario della morte di Coco Chanel per lasciare il palco, con la stessa dignità con cui è vissuta.

Se scegli di dividere la tua vita con gli animali sai che succede ciclicamente, capita che loro se ne vadano, probabilmente prima di te. Essendo io una collezionista compulsiva di animali, ho vissuto più di una volta il lutto, con più o meno coinvolgimento a secondo dell’amico che stava per lasciarmi. Non ho perso i loro ultimi respiri, li ho ascoltati andare via e poi ho chiesto sempre che del corpicino si occupasse qualcuno perché, io, non vivo il culto del sepolcro per gli esseri umani così come per gli animali. Bambi invece se ne è andata via così, da sola, di notte. Per monitorarla avevo messo la sveglia ogni ora: lei è andata via tra una sveglia e l’altra, tra le 2 e le 3, in quella che mia nonna chiamava “l’ora delle anime”.

Micol è dispiaciuta per me, per Alice non c’è presa di coscienza: se ne accorgerà mattino dopo mattino, quando nessun felino andrà a darle il buongiorno strofinandosi contro le sue gambe penzoloni, mentre fa la pipì.

Per me Bambi è il penultimo legame che conservo della mia cosiddetta vita a.M., ovvero prima di Micol, il grande spartiacque che divide la mia trentottenne esistenza. Prima di Micol ero più carrierista, più disinvolta, più insicura e più soda. Ero un’altra me, a cui ogni tanto penso con tenerezza, e Bambi faceva già parte della mia vita. 

È arrivata pochi giorni dopo il mio trasferimento nella casa di corso Palermo, la prima in cui avrei vissuto da sola dopo aver lasciato quella dei miei genitori. Bambi quindi è spaghetti alle 2 del mattino, intenta a scrivere la tesi. Bambi è il ritorno dal negozio dove lavoravo durante la settimana, è il ritorno dal giornale dove scrivevo nei fine settimana. È la felicità con il mio fidanzato dell’epoca, il mio principe. È un cumulo di dolori vari. È la portaborraccia alla rincorsa dell’autostima. È le partite del Toro sentite alla radio. È il primo stipendio “serio” da giornalista. È il suo parto e l’emozione di tagliare i cordoni ombelicali che la tenevano legata ai suoi cuccioli.

Di quel periodo mi rimangono il dondolo, la scrivania e un sacco di libri.

Ciao Bambi, sono stati 15 anni intensi e, lo sai, non ho rimpianti. Se non quello di non aver imparato, per ormosi, almeno un briciolo della tua eleganza. Miao.

Nell’anno che è stato io ho ucciso Candy Candy (questione di bilanci)

Tutti buoni a fare bilanci e propositi a Capodanno. I fighi, quelli veri, i conti tra passato e futuro li regolano alla Befana, quando il resto del mondo sta già lottando con la frustrazione di aspettative inarrivabili.


Io, ovviamente, sono una figa.

Normalmente, per ricordarmi le annate trascorse, mi ricollego ad avvenimenti calcistici di rilievo (mondiali, europei, partite leggendarie, acquisti di giocatori ecc.) oppure ci appiccico nomignoli didascalici. Il 2016 è il cosiddetto “Anno effetto domino“, ovvero l’apoteosi del rapporto causa-effetto. Sono stati i soliti 12 mesi (insieme a un 29 febbraio irrilevante) eppure a me, oggi, che ci faccio i conti, mi sembra che abbiano condensato 5 anni in uno. Ogni giorno una casella domino che, a seconda di come la facevo cadere, spingeva a folate la mia vita da una parte all’altra.

Che se non fossi andata al mare, quel giorno di vento, non avrei letto quel messaggio che sarebbe valso un’ultima colazione. Tutto così, un unico incastro di cazzate che sono valse puntate salienti della mia fiction personale. Oggi, mentre sgranocchio monete di cioccolata, capisco bene il percorso arzigogolato di questo 2016 che mi ha fatto tanto bene e che resterà la chiave di volta delle narrazioni santisiane. 

Nel 2016 ho imparato a stirarmi i capelli da sola. Ma non solo: ho ripreso a indossare le autoreggenti e ho ridimensionato quel timore provinciale di “essere bella” oltre che incredibilmente intelligente. 

Nel 2016 ho preso dei NO megagalattici (parlo di tutti i campi) Alcuni dichiarati, altri sussurrati o inalati tramite parafrasi. Tutti questi NO sono stati la mia fortuna (effetto domino) per un sacco di motivi che non sto a spiegare ma, soprattutto, perché erano frutto della grande e non dichiarata paura che ha accompagnato il 2016: il timore di quello che sarò. Cioè, e va bene la separazione, e va bene la chiusura della Bottega, e va bene l’oroscopo di merda, e va bene tutto. Ma poi, dopo il periodo di convalescenza emotiva post mega-giga traumi, bisognerà pure tornare in pista con qualche super potere in più dovuto alle batoste, no? Ecco, il sequel della mia vita, messo parzialmente in ghiacciaia negli ultimi mesi causa lavori di ristrutturazione, dicevo di volerlo vivere e intanto facevo di tutto per rimandarne il primo ciak, provando ad ancorarmi a certezze del passato. La mia bisnonna l’avrebbe chiamata rincorsa, io l’ho capito solo quando stavo già saltando.

Nel 2016 mi sono confidata maggiormente con amiche che con amici. Per me, questa, rappresenta una vera rivoluzione emotiva e comunicativa, visto che non succedeva dal 1986 che preferissi le donne agli uomini per scambiare pezzetti di vita catartici.

Nel 2016 ho anche staccato definitivamente le macchine che tenevano in vita la Candy Candy che c’era in me. Sulla carta d’identità, al posto di crocerossina, adesso c’è scritto raccoglitrice di bacche. La cosa che mi rende più orgogliosa è che questa dipartita non è frutto di scelte dolorose, ma di consapevoli NON-bisogni: non mi servono i tristocinici autocompiacenti, non devo per forza sentire i lamenti della gente, non devo nemmeno fare la riserva di energia positiva ed esaudire i sogni-voragini del prossimo. Insomma, mentre il 2016 si trascinava, a poco a poco ho perso prima i codini biondi di Candy, poi le lentiggini, poi gli stivaletti di merda e infine pure camice e cuffietta. Un piccolo passo per un manga, un grande passo per una Santisella.

La cosa più importante del 2016: anche le persone di cui pensavo di conoscere ogni anfratto, mi hanno stupita. Per questo la canzone del mio Anno effetto domino è una canzone di Jeff Buckley, un duetto, scoperto per caso qualche settimana fa. Pensavo di conoscere qualsiasi cosa di Jeff, collaborazioni, testi scritti per altri, concerti unplugged a sorpresa nei club. Tutto. Di questo duetto non avevo mai sentito parlare e da quando l’ho scovato, lo ascolto tutti i giorni (immaginate la gioia di Micol&Alice) “All flowers in time bend towards the sun”. Come una formula magica, sono emerse caratteristiche inimmaginabili di persone che pensavo di conoscere a menadito e così, oggi, giorno di bilanci e di cioccolatini della Befana, mi ritrovo ad avere amici che sono diventati altro, ad altro che sono diventati amici. Ad avere dei punti di riferimento trasformarsi in niente e dei niente diventare film francesi.

Un casino.

L’avevo detto che questo 2016 era stato corposo, denso, a tratti faticoso.

Per il 2017 ho già comprato i lupini da sgranocchiare mentre lo percorrerò, giorno dopo giorno, senza grandi proclami esistenziali se non quello, fondamentale e catartico, sul quale prometto d’impegnarmi solennemente: dire NO al colesterolo e dire sì ai viaggi. Tanti. Soprattutto se prevedono piedi nudi sulla spiaggia.

Ci sono serate che sono filosofie (dialoghi sull’amore con le mie figlie)


Mi ricordo qualche anno fa il male che mi aveva fatto una frase inconsapevole di una delle maestre di Micol, durante un colloquio, quando mi aveva avvertita che la mia bambina le aveva confessato di “non credere più nell’amore”. A sei anni, a pochi mesi dalla separazione dei suoi genitori. In quel momento ho fatto una gran fatica a non piangere davanti alla maestra, sentendo su ogni centimetro del mio corpo la colpevolezza, la responsabilità: avevo considerato che, decidendo di porre fine alla mia relazione con il suo papà, avevo anche sbriciolato la patina di fiducia nei rapporti d’amore in dotazione alla mia primogenita?

Quando sono arrivata a casa e mi sono vista quelle guanciotte tondine e rosse in attesa di sapere cosa pensassero le maestre di lei, non ce l’ho fatta e me la sono stritolata tra le braccia tanto forte da sentire il suo cuore battere contro il mio petto. Avevo deciso di non chiederle nulla, ma in quel momento è stato più forte di me: “Amore, ma davvero pensi di non credere più nell’amore?”.

Le è morto il sorriso, ha abbassato gli occhi e poi ha cominciato a mormorare: “Mamma, non volevo che la maestra te lo dicesse: il fatto è che a me piace Marco, ieri diceva che mi amava, poi ha detto amava Carla. E allora, che amore è questo? Come si fa a credergli?”.

Un po’ il sollievo e un po’ il senso profondo di quella frase mi hanno lasciata così, a bocca aperta, davanti a una Micol dalle guanciotte tondine e rosse. Forse, ma forse forse, la decisione di separarmi avrebbe avuto il senso che volevo avesse. A lungo termine, tra saliscendi emotivi, ma lo avrebbe avuto.

A distanza di mesi, in una serata di dolcissimo triadismo natalizio, Micol e Alice sconfiggono quell’eterna paura di averle private del coraggio di amare. Mentre io mi metto lo smalto, le due fanciulle scrivono la letterina a Babbo Natale. Alzo lo sguardo e adocchio il disegno di Alice: c’è lei, c’è sua sorella, ci sono io e vicino ho un marcantonio con la barba.

Io: “Chi è quello, Alice?”

Alice: “È Stefano”.

Io: “Ma io e Stefano non siamo fidanzati”.

Alice: “Ma io dico Stefano per farti capire: non lo so come si chiama, ma so che è il tuo fidanzato”

Io, sorridendo, provo a buttarla in caciara: “Ma pensi di chiedere addirittura a Babbo Natale di trovarmi un fidanzato? Sono messa bene, va”.

Alice sbuffa, vuole spiegarmi: “Noooo, non capisci. Io lo disegno a Babbo Natale, disegno la mia famiglia. Disegno pure un tuo fidanzato speciale”.

Io: “Capito, e cosa fa questo fidanzato speciale?”.

Alice: “Lui ti fa ridere e poi sta seduto vicino a te e ti guarda quando scrivi i racconti, perché tu quando ridi e scrivi i racconti sei bellissima e lui si innamora sempre”.

Non so cosa risponderle, non so nemmeno se sia proprio necessario tentare di rispondere a quest’immagine di poesia che ha nella mente la mia bambina. Interviene Micol, che parla mentre scrive sdraiata sul foglio.

Micol: “Io mica ho deciso se voglio fidanzarmi con un uomo o con una donna. Per ora mi sono innamorata solo di maschi, ma non so bene. Però pure a me piacerebbe che mi facesse ridere”.

Alice: “L’amore è bello”.

Micol: “Come fai a dirlo? Sei innamorata?”.

Alice: “Ma noooo, uffa. L’amore è bello perché ti fa felice anche se per tutto il giorno litighi con tanta gente. Come quando stiamo insieme noi e balliamo le canzoni vecchie di mamma o facciamo i disegni e vediamo insieme i cartoni sul divano”.

Io, lo ammetto, le ascolto e ho paura di interrompere quel dialogo fragile e prezioso che sembra uscire direttamente dai loro cuori. Mi sento quasi di troppo, curiosa di quello che si cela nella loro anima plasmata da dolori veri, da fantasia e da sogni.

Micol: “Penso che l’amore è come mangiare sempre la stessa pizza e volerla sempre, anche a colazione”.

Alice: “Mamma, è vero che l’amore fa paura?”.

Io: “A volte le cose forti fanno paura, se sei felice felice magari ti viene paura di non esserlo più”.

Micol: “Ci vuole coraggio quindi per innamorarsi”.

Alice: “Io ho solo paura di morire o che muore mamma. Anche se poi scrivo a Babbo Natale e gli chiedo di resuscitarci”.

Micol: “E se muoio io?”.

Alice: “Ma tu sei piccola, dobbiamo impegnarci per mamma che ha fatto adesso il compleanno e quindi muore prima”.

Io sorrido e mi soffio sulle dita per far asciugare lo smalto sulle unghie. Ognuna prosegue a fare quello che stava facendo qualche minuto prima, in silenzio. Io le guardo e mi verrebbe da ringraziarle: non sanno che per tre anni sono stata in attesa di quelle parole, come se attendessi una sentenza di assoluzione che con razionalità mi ero già concessa.

E lo faccio: “Grazie bambine”.

Non mi chiedono il perché, fanno un sorriso e rispondono prego. Poi Alice si mette un dito nel naso, e tutto torna normale.

Tutti dovrebbero avere una migliore amica come la mia

Sarà un post melenso, intimista, con tratti di una retorica difficili da sostenere. E lo scriverò lo stesso.

Tutti dovrebbero averne una per diritto costituzionale, preferibile sarebbe che alla nascita ciascuno ricevesse un foglietto con le sue coordinate per non rischiare di non trovarla, lungo il cammino. Parlo della migliore amica.

La prima botta di qualunquismo: di amici ce n’è sempre bisogno. A vagonate, a mazzi, a folate. Che siano di tutti i giorni o delle serate una tantum, contribuiscono a quella sventagliata di spensieratezza che annienta l’esistenza quando ce la mette tutta a stracciarti le palle. Loro ci sono anche quando tu scompari e pensi che le priorità siano altre, restano a fare gli imbecilli, a raccattarti con il cucchiaino, ci sono senza fare domande.

Ma la migliore amica è tutta un’altra cosa.

Io ho la fortuna di averne una da ormai 24 anni, la mia relazione più lunga con un essere umano non legato a me da vincoli di sangue, colei che senza ombra di dubbio mi conosce meglio di chiunque altro su questo pianeta, e pure nelle altre varie galassie. E scrivo di lei perché in questi giorni in cui la qui presente Santisella veleggia verso il massimo della forma, inanellando performance da tempi d’oro, sento il bisogno di dirle grazie. Di esserci, in primis, di seguire i voli pindarici in cui la catapulto senza mai esprimere un giudizio sulla mia capacità di volo e sulle mie scelte di rotta. Anche questa, potrebbe essere una banalità, ma per me che nei sentimenti niente è scontato, si tratta di una fortuna di cui spesso faccio fatica a capacitarmi.

Entrambe adolescenti con forti propensioni al disadattamento, ci siamo incontrate e non ci siamo più lasciate anche se la vita ci ha provato a più riprese, riuscendo soltanto a tenerci spesso lontane fisicamente.

In 24 anni di vita condivisa sono tante le cose che sono successe e che sono incastonate nella mia memoria, eppure non è stato difficile scegliere 5 momenti speciali, 5 situazioni che per la sottoscritta valgono quanto una vita intera.

IL NOSTRO INCONTRO Non siamo sportive, Miriam e io. Anzi, facciamo proprio pena e rifuggiamo lo sforzo fisico come gli esseri umani rifuggono le cimici. Insieme nella stessa classe alle superiori, fino a quel giorno in cortile avevamo scambiato poche parole. Poi ci siamo ritrovate con le gambe a penzoloni sui cilindri di cemento, mentre il resto delle nostre compagne sgambettava durante l’ora di educazione fisica. Io avevo finto di avere mestruazioni dolorosissime per saltare quel patema di 50 minuti di corsette ed esercizi a corpo libero, regalandomene altrettanti di parole con lei. La scoperta di quanto fossimo  entrambe tremendamente freak è stata la svolta, il mio biglietto dorato nella tavoletta di cioccolato Wonka.

IL CAPODANNO A LONDRA In estate lei era stata a Londra e si era invaghita di Marco, italoinglese residente in UK. Dal suo ritorno il pensiero del tenebroso professore non la lasciava e quindi abbiamo preso la folle decisione di trascorrere il Capodanno a Londra, andandoci in pullman per spendere poco. Dieci giorni di camminate, di tallonite, di risate nel cuore della notte nei nostri britannici lettini. Ogni giorno poteva essere quello giusto per farle prendere il telefono (serve dire che non esistevano i cellulari?!?!) e chiamare l’oggetto del suo desiderio. Ogni giorno se la faceva sotto e rimandava. Rimandava. Fino a che, nel tardo pomeriggio di quell’ormai celeberrimo 31 dicembre, mi blocco davanti una cabina e la obbligo a comporre quel minchia di numero, che a furia di fare i chilometri per passare due secondi sotto casa del suo bello, a me erano venuti gli adduttori di Zola e mi si erano sbriciolati i tendini. Quando chiama e il fanciullo ci invita a casa sua per la cena capodannizia, l’esultanza dimostrata in quella british strada avrebbe fatto impallidire le manifestazioni di gaudio degli hooligans. Alla cena era presente anche un principe indiano (o roba simile, non ricordo) di nome Lithin con il quale qualche ora dopo ho ingaggiato un interessante duello a singolar limone. Ma la cosa più bella di quella nottata, leggendo i miei ricordi, erano gli occhi felici ed emozionati della mia amica. Se sentite la sua versione, lo so per certo, sarà invece ricca di particolari su di me issata sul bancone del pub inglese dove abbiamo finito la serata, me che ballavo offrendo spettacolo aii nerboruti inglesi che applaudivano i miei dimenamenti che Heather Parisi scansate. Questa si chiama selezione dei ricordi.

LACRIME AL TELEFONO Ne abbiamo versate tante da poter irrorare distese di praterie, in questi 24 anni. Ma ci sono due telefonate che non potrò mai dimenticare, durante le quali ho sentito immenso il mio amore per la mia migliore Amica. In una piangevo io, e camminavo sul marciapiede, mentre le raccontavo la mia infelicità con il padre delle mie figlie durante la prima grande crisi. Micol era piccola, da poco avevo aperto Marachelle e la nostra relazione scivolava nel baratro che poi l’avrebbe ingoiata definitivamente 3 anni dopo. Penso di essermi disidratata quel pomeriggio, mentre Miriam ascoltava. E ascoltava. Il silenzio più caldo che abbia mai sentito. Nella seconda telefonata sono stata io ad ascoltarla piangere e disperarsi mentre il suo castello di convinzioni crollava.

L’OSPEDALE Micol piccina e la mia amica in ospedale, ricoverata per quella malattia che le tiene compagnia spesso silente. Sempre cazzona, Miriam, sempre imbecille e dalla battuta pronta. Mentre io, quella notoriamente forte, non riuscivo a soffocare la paura. E a farne le spese è stato  Marco (do you remember Londra?), che poi è scomparso dalla sua vita e che quel giorno ha rischiato che io gli regalassi un buono per un pronto ricovero nel reparto “coglioni con le ossa in frantumi”. La sua colpa, oltre di essere coglione, è stata quella di non essere il principe azzurro che doveva essere per Miriam. Un essere umano elevato e non un malmostronzo dall’ego obeso. Ma, soprattutto, la sua vera colpa è stata quella di essermi capitato davanti in un momento in cui non riuscivo a contenere la paura di perdere quella mia anima gemella dalle tette grosse.

GLI ABBRACCI I nostri abbracci sono porti sicuri, sono la sensazione di essere a casa, sono la certezza che tutto si può superare. I nostri abbracci sono amore distillato.

E poi ci sono stati i chewing gum attaccati alle pellicce delle signore del centro, i pedinamenti stalkerizzanti a quelle povere anime che ergevamo a nostre temporanee anime gemelle, i raccontini porno scambiati a scuola durante le lezioni, i cuori su whatsapp, gli obiettivi per il futuro, il ritrovarsi in una stanza e parlare per ore, i miei capelli crespi, l’orgoglio per il suo impegno con l’associazione che ha fatto diventare un capolavoro, gi sguardi che si parlano, le litigate e il suo insegnarmi a non mollare mai.

Come si fa a condensare in un post tutta questa vita?

Io non lo so, se ci sono riuscita. So che ci sono altri trilioni di cose che vorrei dire, e invece penso che mi fermerò qui.

TI voglio bene.