Rotolando verso Sud – giorni 10 e 11, Napoli

Gli ultimi due giorni li abbiamo dedicati a Napoli, un po’ perché me lo chiedevano le occhiaie di Alice la mattina del giorno 10, un po’ perché a furia di andare di qua e di là la nostra città l’avevamo trascurata. E ci mancava. Sono successe tante cose in questi due giorni di saluto. Cose strane e quasi magiche. 


– Abbiamo incontrato nuovamente gli Spagnoli, in metropolitana. Io e Micol ormai, nonostante siamo a Torino da ore, ci guardiamo le spalle e ci aspettiamo di vedere il quartetto farci ciao con la mano, spie al sapore di gazpacho.


– Mentre ci dirigevamo alla stazione per prender il treno per arrivare a Torino, abbiamo rivisto ‘o  paccierel. Più sobrio della prima volta, aveva gli stessi vestiti e il suo odore era davvero devastante. Ma quelle fossette, quegli occhi grandi, erano più forti della voglia di salvare l’olfatto. Con il suo dialetto stretto e cadenzato, come un monologo teatrale, mi ha trascinato nel dedalo dei suoi pensieri che mischiavano passato, presente e fantasia: Mammà mi chiamava Salvatore testa vacant e mi diceva “scemarell vattinn, Salvato’ testa vacante”. Chella dieci figli ha fatto, dieci figli. ‘Na vota ci feci “mammà, che si’, ‘na vacca? Deci figli, m non bastavano due, tre?”. Che poi, a mammarella, morirono il terzo e il quinto, Raffaele e Salvatore, per attacchi pirettrici. Facevano bbbbbbbbbbbbb e bus, morti stecchiti. A, che bellina a criatura. Alice ti chiami? Io pure ho una femmina, si chiama Lina come mia mamma, che si chiama Pasqualina. Mo’ e criature non sugn scemarell come eravamo noi, mo nascono scetate. Ci vuole la femmina a casa, che i maschi poi salgono in moto e ti salutano, e femmine stanno cu te. I figli sono regali, quando torni a casa e tieni e criature sei felice, stappi o sciampagn. Se sei solo non fai nent, vai a dormire e la vita ti passa dinnanz”.


Siamo andate a vedere l’origine dell’odore di zolfo che ogni tanto arrivava sul nostro terrazzo. La Solfatara di Pozzuoli è un posto assurdo. Gli antichi Romani la chiamavano La bocca degli inferi per l’odore pungente a metà tra pipì di gatto e uova marce, per le fumarole che sfumacchiano a ogni angolo, per il caldo totale, per il fango che ribolle. Abbiamo passeggiato sull’antico cratere che è stato padre delle terre flegree poi ce ne siamo andate al mare, ad Arco Felice, dove per la prima volta nella mia vita mi sono vergognata per davvero.


– Spiaggia affollata, più pulita di Bagnoli. Troviamo posto accanto agli scogli, Alice raccoglie conchiglie e Micol si fionda in acqua facendo amicizia pure con i pesci.


A un certo punto sento la sua voce chiamarmi: “Mamma, mamma… Vai a prender la palla di quel bambino?”. Alzo lo sguardo e vedo una palletta azzurro metallizzato andare alla deriva per il forte vento. Vedo mia figlia sbracciarsi e un bimbetto accanto a lei. E mi butto in acqua. Ora, io non sono una sportiva e non ero bella da vedere nemmeno quando ero obbligata a fare nuoto agonistico (esperienza conclusa in pochi mesi, per fortuna). Ho uno stile, diciamo, elementare e pragmatico insieme, con quel tocco di ridotta capacità di respirazione che, mentre nuotavo verso la sciagurata paletta, mi faceva suonare come un traghetto Tirrenia. Ebbene sì, perché mi sono buttata per salvare la palletta e per far felice mia figlia che, bracciata dopo bracciata, mentre i miei bronchi si riunivano in preghiera, gridava: “Dai mamma, ci sei quasi”. 

E ce l’ho fatta, sono arrivata alla palla e l’ho agguantata, sollevando l’entusiasmo della spiaggia e di Micol, che nel frattempo dichiarava a tutti il suo orgoglio urlando: “Quella è mia mamma!”.

Poi l’imponderabile. Durante la nuotata il pezzo di sopra del costume mi era scivolato, volevo tirarlo su prima della croisette che mi aspettavo all’uscita dal mare, come nemmeno Ursula Andress e la Venere di Botticelli. Volevo tirare su il reggiseno del costume e nuotare fino a riva. Per farlo dovevo liberarmi la mano dalla palla. Quindi, scellerata, penso sia una bella idea lanciarla al bimbetto e al padre che mi stavano nuotando incontro. Il mio tiro si trasforma in una palombella leggiadra che, trascinata dal vento, termina alle mie spalle e comincia a navigare veloce verso il largo. Lontana. Irraggiungibile.

Guardo il bambino e il padre e mi sento una merda. Il papà scuote la testa, rassicurandomi a voce, mentre i suoi occhi tradivano disprezzo. Il bambino penso non si riprenderà più: non basteranno 5 anni di psicanalisi per salvarlo dal triste destino di serial killer di venditori di Supersantos che lo attende.


– Abbiamo vagato per il centro storico di Napoli, dichiarato patrimonio dell’Unesco. Da Porta Nolana a piazza Bellini, passando per il Duomo.


Nel frattempo la seconda colazione che mi fatto assaporare la sfoglia con peperoni e provola, una roba che non posso spiegare nemmeno con i miagolii che in quel momento ho emesso, senza vergogna, davanti alla panetteria che sogghignava.


Quella Napoli della musica dalle finestre, dei sorrisi e del casino. Quella delle macchine ammaccate e dei motorini sovraffollati.


– Un giro per via Toledo, un vassoio di sfogliatelle da Leopoldo e una pizza a portafoglio da Gennaro. Il degno arrivederci a un viaggio che mi ha insegnato tanto e che la Triade ricorderà per sempre.

Rotolando verso Sud – giorno 9, la costiera Amalfitana

E pensare che la volevo pure sacrificare, questa gita. Alla vigilia nessuna grande emozione, poche aspettative, pensavo si traducesse tutto con un posto da jet set ricco di turisti. E invece sbagliavo. Tornante dopo tornante la costiera Amalfitana regala delle suggestioni di sensi difficili da raccontare.


Come i colori. Il blu delle acque profonde, che lascia spazio al verde smeraldo del mare, vicino alle rocce. Ci sono i riflessi dorati del sole che vestono le onde. Il giallo dei limoni dipinti sulle ceramiche appese alle case, in mostra nelle vetrine.


Come gli odori. Se chiudo gli occhi risento il profumo delle distese di bouganville, del sale e degli arbusti di erbe aromatiche che crescono tra i costoni di roccia, a strapiombo nel mare.


Come i suoni. La musica, che si sente ovunque, e i clacson delle auto incolonnate nella panoramica. Potrei citare pure il turpiloquio dei guidatori incazzati, ma romperei l’incanto del ricordo.

La costiera Amalfitana è stata un regalo inaspettato ed emozionante, come quelli che piacciono a me. Che non ti aspetti e intanto ti fiorisce tra le mani.

Quando siamo arrivate a Sorrento dopo una cinquantina di fermate di Circumvesuviana, pensavo di cercare un posto dove fare il bagno, uno dove mangiare e poi tornare indietro, tenendo d’occhio gli orari dei treni di rientro a Napoli.


Invece abbiamo trovato un pullman turistico che, con un minimo investimento, ci ha portate a spasso per quelle strade, facendoci scoprire luoghi incantati: come le isole Gallico e la variopinta Positano, che s’arrampica sulle rocce a strapiombo e ha le case colorate che si accendono di sole. Furore, chiamata così per la forza con cui le onde s’infrangono sul fiordo in cui è nata. Praiano, sul cui mare abbiamo avuto la fortuna di vedere tramontare il sole. Amalfi, caotica e colorata, dalle acque di cristallo e dall’allegria disarmante. E infine Sorrento, protagonista delle canzoni che abbiamo ascoltato tutto il giorno (io e Micol a un certo punto ci siamo guardate con gli occhi pieni di BASTAAAAA).


Un giorno è troppo poco, te ne vai che hai la sensazione di abbandonare la festa quando sta per cominciare. E di tutti gli yacht megagalattici che stanno al largo nemmeno ti frega, nemmeno li vedi tanto hai gli occhi pieni di poesia.


Abbiamo cenato in un ristorante in piazza Tasso e poi siamo caracollate alla volta della Circumvesuviana. A Napoli Garibaldi siamo riuscite a prendere per un soffio l’ultima metro per Bagnoli, dove abbiamo incontrato ‘u paccierel.

Un omino tondeggiante, calvo e dal sorriso immenso con le fossette, passeggiava lungo la nostra carrozza parlando da solo, litigando con nemici immaginari. Alice sorrideva, Micol si sentiva a disagio e aveva paura. Io all’inizio lo ignoravo, ma poi è sceso alla nostra fermata e mi ha parlato (scusate, campani, se sbaglierò a trascrivere le sue parole in dialetto): “Signo’, non ve scantate: song solo pacc, un poco paccierel. Ma forse è ‘o vin che aggiu bevut inzieme ‘o pollo che me fa parla’. Io tengo na mugliera, e pure tre criature: due maschi e na fimmina. Raffaele e Salvatore m’aspettano a casa”.

“La bambina come si chiama?”

“La bambina? Nun sacc, forse Raffaella. Ma io ci voglio bene, e li farò studiare. Non devono fare il mestiere mio, in miniera, non devono lasciare Napoli pe’ fatica’. Devono studiare da avvocati e ingegneri. Come si chiama la criatura? Raffaella si chiama?”

“Devo andare, le bambine sono stanche. Lei abita qua vicino?”

“Vado ancora un poco in giro, venite a prendere una cosa da bere, ja. Venite e parliamo. Siete siciliana? Tenevo una cognata siciliana”.

“No, non sono siciliana. Devo andare a casa, mi dispiace, le bambine sono tanto stanche”.

“Che peccat, jamme ja, venite a bere una cosa. Non ve scantate, sono un poco paccierel. O forse è o vino”

“Buonanotte e grazie della compagnia”

“Buonanotte. Tengo Raffaele e Salvatore, ma a femmina…”


Rotolando verso Sud – giorno 8, Reggia di Caserta

La mattina dell’ottavo giorno si riposarono, in ritardo di 24 ore rispetto le Sacre Scritture, ma tant’è, la Triade mi è spontanea. In verità vi dico che quel giorno, l’ottavo, era destinato alle isole e avevamo anche già l’orario del traghetto in partenza per Procida da Pozzuoli. Mentre leggevo la guida e mi documentavo sugli itinerari, mi compare la piccoletta davanti, con gli occhi piccoli piccoli. Guarda me, la guida, il tablet aperto con il pdf degli orari dei traghetti, e sentenzia: “Ieri siamo salite sul Vesuvio che era altissimo. Oggi facciamo finta che siamo a casa a Torino e guardiamo i cartoni animati?”.

Il disappunto per tutti i miei studi da guida turistica hanno lasciato spazio alla tenerezza e, soprattutto, al sollievo che mi ha colto nell’osservare sconcertata che esistono membri femminili della mia famiglia non colpiti dal morbo del wonderwomanismo, rara patologia che rende difficile articolare le parole “Non ce la faccio”. Per cui, ciao Procida e benvenuta Peppa Pig.

Soltanto che, durante la mattinata, ci siamo accorte che ci annoiavamo e che, mentre i giorni di vacanza si stavano riducendo pericolosamente, le cose che volevamo vedere e visitare si moltiplicavano durante la notte. Micol ha la pensata geniale: “Perché non andiamo a Caserta a vedere la Reggia?”. Abbiamo accettato con entusiasmo, anche se per due secondi mi è balenato in mente che non fosse proprio la gita più riposante del mondo. Come ci hanno confermato gli Spagnoli, poco dopo sulla metro.

Ecco, parliamo degli Spagnoli. Gli Spagnoli sono una famigliola che appare e scompare nelle nostre vacanze, una sorta di gruppetto simpatico di angeli custodi che ci ritroviamo davanti nei posti più diversi: mamma, papà e bambini occhialuti assoldati dall’Intelligence borbonica per tenerci d’occhio. Per intenderci, gli Spagnoli erano sul pulmino di Nando che ci ha portato sul Vesuvio. Erano davanti al Maschio Angioino. Gli Spagnoli erano pure sulla Circumvesuviana che ci riportava a Napoli da Pompei (loro erano saliti alla fermata Ercolano). Noi salutiamo cortesemente gli Spagnoli, Alice gioca con la bambina Claudia, ma la Triade e gli Spagnoli non si accordano sulle gite (che la suddetta Triade cambia puntualmente tutti i giorni). 

Insomma, chiusa parentesi degli Spagnoli. Effettivamente arrivare a Caserta di domenica non è stato semplice, ma la Reggia ha ripagato di qualsiasi fatica. In queste vacanze ho scoperto in Alicetta una curiosità che non conoscevo, una sete di sapere davanti alla quale spesso mi trovo a dover capitolare, a non saper rispondere. Sia a Pompei che alla Reggia, su ogni oggetto che la incuriosisce viene e mi spara una raffica di domande che mi stordiscono.


Va bene raccontare storie su un letto a baldacchino, immaginare aneddoti su scrittoi e consolle, ma ditemi voi, su un chezz di vaso di pregiata fattura francese datato diciottesimo secolo, che posso dire? Per questo ci armiamo di opuscoli e guide, per far fronte allo spietato interrogatorio cui io e Micol siamo sistematicamente sottoposte. Fallendo spesso, ovviamente.


Il leit motive della Reggia di Caserta era “Di qui passava la principessa?”. Quando poi abbiamo visto i ritratti delle leggiadre principesse/regine transitate alla Reggia (le Bonaparte in primis) l’entusiasmo di Alice si è smorzato, fino a morire definitivamente davanti al pitale notturno che le ho fatto notare negli appartamenti regali. Si è messa la mano davanti alla bocca, ha sgranato gli occhietti e con un “che prepotente, almeno poteva svuotarlo lei il suo vasino” se ne è andata lungo i corridoi dove, davvero, secoli prima passava la principessa.


A dirla tutta, la Reggia è imponente, ben tenuta e le persone che fanno la “guardia” in ogni stanza sono magnificamente preparate. Non abbiamo avuto abbastanza tempo per visitare per bene i giardini inglesi, disseminati di animali di plastica colorati facenti parte di una rappresentazione artistica itinerante campana: Micol e Alice si sono fermate al laghetto dove pescigatto grandi quanti rotweiller su litigavano pezzi di pane lanciati dai turisti, prendendosi a colpi di baffoni a manubrio da far morire d’invidia i modaioli di tutto il mondo.


Ogni tanto veniva un CanadAir a fare scorta di acqua che serviva a spegnere un incendio scoppiato a Caserta vecchia.


Poi siamo salite al pelo sul treno, riuscendo addirittura ad arrivare a casa entro le 22 e a improvvisare una cena con quello rimasto a pranzo. 

Domanda di rito della giornata: cosa vi ha colpito oggi? Micol: “Abbiamo fatto pranzo e cena sedute a tavola a casa!”.

Ecco, questo non ditelo al Moige.

Rotolando verso Sud – giorno 7, Vesuvio!

Rotolando verso Sud – giorno 7, Vesuvio!

Cosa si fa quando si deve andare al Vesuvio e le previsioni da qui a per sempre sono di sole, sole e caldo, caldo? Si scelgono i giorni in cui ilmeteo.it prevede un grado in meno. Allora, giorno 7, che Vesuvio sia. Le bambine erano emozionantissime, nonostante io cercassi di smorzare tutti i loro ardori avvisandole che avrebbe fatto caldo e che ci sarebbee stata una salita di almeno mezz’ora dal pullman al cratere. Ma loro se ne sono fregate altamente e si vestono, fantasticando da avventuriere.

Questa volta scegliamo Ercolano come base di partenza per il Vesuvio EXPRESS: 20 euro a testa io e Micol, compreso trasporto andata e ritorno e ingresso al cratere. Ad Ercolano fa caldo, caldo vero. Ci sistemiamo all’ombra mentre attendiamo il pullman, in ritardo di oltre 50 minuti. Comincia a salire il nervosismo tra i turisti,  e i bambini cominciano a scazzarsi, tutti nello stesso modo, indipendentemente dalla nazione d’origine: frignando. 


Era evidente che il pullman arrivato allo spiazzo non avrebbe contenuto tutti i turisti stremati, ma nonostante questo non appena parcheggia un assembramento vario di componenti UE si assiepa alle porte, bestemmiando in babelese. Noto subito un brontosauro femmina dall’idioma francese e dalla simpatia diarroica: la donna, madre di due imbarazzati adolescenti, si fa largo a bracciate e comincia a insultare autisti e responsabili, un po’ in francese e un po’ in spagnolo (che nella sua testa tanto è come l’italiano). Nonostante la veemenza non riesce a salire sul pullman grande e, mentre noi della Triade e altri gruppetti, seguivamo gli autisti dei pulmini più piccoli arrivati in soccorso, lei dava a tutti degli animali fino a che non ha scansato Micol per far sedere il suo gallico culo sul pulmino. E da lì è partita una divertente litigata in francese tra me, alta 158 centimetri, e lei, di certo oltre i 180 centimetri oltre il livello del mare. Con il pubblico in silenzio che capiva una ceppà di minchià ma che seguiva con la testa la diatriba, manco fosse una partita di tennis. Ci ha pensato Nando a sedare il remake Materazzi-Zidane (se le avessi dato una testata le sarei arrivata altezza ombelico, praticamente un piercing con le Superga) facendoci salire tutti sul suo pulmino e cominciando a raccontarci la sua vita da abitante di Ercolano. Premessa, non appena salita sul taxi ho capito di non avere più il telefono. Ancora una volta.

CARO LETTORE, SE VUOI SAPERE COSA HA RACCONTATO NANDO PROSEGUI LA LETTURA, SE VUOI CONOSCERE IL DESTINO DEL MIO TELEFONO CORRI IN FONDO E LEGGI IL PARAGRAFO CHE INIZIA CON QUESTO SIMBOLO *

I racconti di Nando

Settant’anni che non si vedono sul suo viso, Nando capisce che per smontare la tensione post derby d’Oltralpe deve parlare e distrarci. 

– Ci racconta che il Vesuvio è tra i vulcani esplosivi e attivi più pericolosi al mondo, perché sui suoi versanti risiedono decine di migliaia di persone per salvare le quali non è stato studiato nessun piano di evacuazione efficace. La speranza sta nelle mani del vulcanologi e nella tempestività con cui capiranno che il Vesuvio sta per svegliarsi. (Lo stesso concetto ce lo ha ribadito la guida sul cratere).

– Ci dice anche che la Regione Campania anni fa aveva proposto agli abitanti dei 25 comuni a rischio di trasferirsi, dandogli i soldi per una casa altrove. Ma l’amore per la propria terra e la difficoltà nel ricominciare dal principio altrove, hanno fatto sì che in pochissimi accettassero la proposta.

– Nando ci racconta del senso di precarietà che respiri da quando nasci, se vivi all’ombra del Vesuvio. Che ogni lampadario e ogni ristrutturazione alle case sono pensate con il sorriso, sapendo che potrebbero andare distrutte con un colpo di tosse del vulcano.

– Accanto al Vesuvio sta Monte Somma, il padre ormai basso e addormentato del bacino vulcanico. 

– A Ercolano pare esserci il pasticcere più bravo d’Italia, incoronato due mesi fa razzie alla sua sfogliatella riccia al limone.

– Il polo dei vulcanologi è diventato museo, ma Nando ha visto macchinari in grado di prevedere almeno 20 giorni prima un’eruzione.

– il bradisismo flegreo, ovvero il moto attraverso cui la terra si alza e si abbassa di livello nell’arco degli anni. Adesso, dice Nando, siamo in fase ascendente: la terra si solleva e si nota soprattutto nella zona di Pozzuoli e della Solfatara.

– Sulla strada c’è un pezzo a strettoia, dovuto a un pulmino di cinesi che poche settimane prima era caduto giù dallo strapiombo in una giornata di pioggia, incredibilmente senza nessun danno ai passeggeri. Ma Nando dice: “Avete mai visto un cinese morto voi? Quelli sono immortali, ci facciate caso”.

Poi arriviamo a destinazione, con la mia certezza di aver perso il mio adorato Meizu. Chiedo a Nando di telefonare alla cooperativa, giù allo spiazzale, per capire se qualcuno lo avesse trovato nel frattempo. Lui mi presta il suo telefonino di riserva per controllare l’orologio e tornare in tempo all’appuntamento con lui per tornare a Ercolano.

Nel frattempo Alice si era addormentata in macchina e Micol guardava con occhietti piccini e preoccupati la salita che ci attendeva. Sotto il sole. In salita. Senza ombra. In salita.

Comunico alle bambine di non avere il telefono, che chiederemo a qualcuno sulla bocca del Vesuvio di fare un paio di foto e mandarcele via mail. Tento addirittura la carta delle macchinette usa e getta in uno dei chioschi. Inutilmente.

La salita è stata dura. Oltre il caldo, Alicetta pativa la pendenza e Micol somatizzava la tensione di essere sopra una pentola a pressione di magma e gas. Ogni tanto Alicetta mi zompava addosso tipo koala e quindi mi trovavo a inerpicarmi con lei addosso. Grazie, asma, di non essere venuta a ricordarmi che esisti.

Finalmente scorgiamo il gabbiotto di ristoro, il segnale che eravamo arrivate al cratere. Il rompete le righe emotivo. Facciamo un passo e gli occhi mi cadono su un Satomi barbuto che mi pare di riconoscere e che mi riconosce: fuori da calcoli e da statistiche, lontano da gruppi whatsapp creati appositamente per gli appuntamenti, l’amico Davide Boggia et moi riusciamo a incontrarci sul cratere del Vesuvio, a mille chilometri da casa, lo stesso giorno, la stessa ora e sullo stesso versante.


Riuniamo le rispettive famiglie e rapiamo una procace guida che ci racconta, con candore, quanto sia certo che il Vesuvio torni a farsi sentire: che passino anni, decenni, secoli o millenni, lui sta già accumulando gas nel condotto, che vanno a premere sul tappo. Che prima o poi, salterà. 

E mi torna in mente quello che diceva Nando, di come ci si senta tremendamente consapevoli di una precarietà che, alla fin fine, accomuna tutti: che viviamo sul Vesuvio, che si stia a Milano, o in riva al mare. La differenza, forse, sta nella consapevolezza e nelle sfumature che ti regala ogni giorno, rispetto quello che vivi e che vivono gli altri.

Tutta questa saggezza si è materializzata nel pensiero del mio cellulare prima, e della discesa da affrontare, per arrivare in orario al pulmino, dopo aver salutato The Boggias. Meglio mangiare una sfogliatella per un’iniezione di “sinz pensieri”. 

* Il destino del mio telefono

Mentre salivamo con il pulmino sul Vesuvio, e cercavo forsennatamente il mio cellulare nella borsa, nelle tasche e nella mia memoria, ho pensato seriamente me l’avesse rubato un tizio dell’azienda trasporti mentre discutevo con la francese. Avevo netto il ricordo di averlo infilato nelle tasche dei pantaloncini e poi, pouf, adieu Meizu, mio fido compagno di grandi avventure.

Allora ho pensato che, se avessi detto a Nando che non trovavo il mio telefono, evitando di raccontargli i miei sospetti sul furto ma puntando sullo smarrimento, avrei potuto avere qualche speranza di rivedere il mio cellulare, strumento fondamentale in questo viaggio in qualità di oracolo di orari dei mezzi. Dicendogli quanto fosse utile, quanto poco valesse economicamente e che mi serviva perché ero solo a Napoli con le bambine, lui avrebbe chiamato l’ufficio del piazzale, raccontato la cosa e il mariuolo si sarebbe messo una mano sulla coscienza, sentendosi sicuro del fatto che dicevo di credere di averlo perso.

Cervellotico, lo so, ma a questo pensavo affrontando i tornanti che ci portavano al cratere. Lo zolfo mi fa brutti effetti. E in tutto questo, ero convinta che alla fine l’avrei ritrovato.

Quando siamo scese dal cratere e ci siamo avvicinate a Nando, lui mi ha fatto un sorrisone grande così, dicendomi che avevo mollato il telefono nel cruscotto, magari mentre salivo di corsa dopo il round con il brontosaurò.

Penso sia altamente possibile, penso che ogni tanto il mio ottimismo rasenti livelli di follia. Penso pure che, comunque sia andata, il mio cellulare è del modello boomerang: torna sempre indietro da me.

Rotolando verso Sud – spiaggia di Bagnoli, giorno 6

In questi giorni mi sono trovata nella condizione di spiegare l’ovvietà a chi, leggendo i miei post, contestava questo entusiasmo da ingenuotta che scrive con i filtri alla Instagram: tutto bello, tutto buono, tutto yuppie. Come se fosse compito mio stare a far notare i ritardi dei pullman, gli scarsi collegamenti tra i siti dovuti ai tagli, la totale mancanza del controllori su treni, metropolitane e regionali.

Noi siamo in vacanza e se anche arriviamo mezz’ora dopo alla nostra meta, abbiamo la fortuna di stare “sinz pinsieri”. Se vivessimo qua, avremmo le stesse sfighe e gli stessi disagi di chi, magari, abita a Torino e si trova a dover lottare contro navette varie. Giusto per fare un esempio.

Noi qui ci cibiamo. Di atmosfere, di modi diversi di fare e parlare, fotografiamo nella nostra mente paesaggi e odori. Questo facciamo, non un reportage per Panorama.

E mentre ci cibiamo e fotografiamo, però, non possiamo fare a meno di notare quanta immondizia ci sia sparsa per Napoli, umiliandola. Nel giorno dedicato al relax abbiamo scelto di stare nei pressi della casa e di passare la giornata sulla spiaggia di Bagnoli, anche se eravamo coscienti del fatto che non avremmo trovato il mare di Paestum, le rane avevano bisogno di non salire su treni e metro.


Immondizia, rifiuti di cibo vario, sacchi di spazzatura enormi e ammassati, qualcuno aperto. Uno spettacolo triste, che mi ha regalato disagio e che per la prima ora buona trascorsa sulla sabbia, mi ha fatto pensare seriamente di portare via le bambine da là, nonostante ci fossimo sistemate in una zona pulita.


Poi loro hanno fatto amicizia, hanno cercato telline e costruito castelli di sabbia, Alice ha imparato a tuffarsi, io ho chiacchierato, letto.


La giornata è passata ed è diventata un altro momento indimenticabile, ma quel senso di disagio non mi ha abbandonata. Non mi metto nemmeno a riflettere sui perché, se si tratta di una questione culturale o di necessità: qui ci sto per pochi giorni e di certo non ho le conoscenze e gli strumenti per comprendere quello che è un totale abbrutimento di luoghi splendidi. Per la strada ho visto tanti bidoni per la differenziata, molto più che in Barriera di Milano a Torino. Li ho visti vuoti.

Napoli mi sembra una di quelle mamme generose che sulla faccia recano tutti i segni del dolore e della stanchezza, trasandate e tristi. Ma nonostante questo, s’intravede una bellezza da lasciare senza fiato. A me, quella bellezza, mi ha preso il cuore. E continuerò a cercarla in ogni suo angolo.

Rotolando verso Sud – giorno 5, Pompei

Ce lo aveva consigliato Teresa, la nostra consulente campana: a Pompei e sul Vesuvio si va quando le previsioni dicono che fa fresco, altrimenti più che una gita diventa un martirio.

Per cui, quando abbiamo visto i nuvoloni, abbiamo fatto una riunione triadesca, deliberando il Vesuvio come tappa della nostra giornata. Sulla guida leggiamo che i pullman che portano fino a ridosso della bocca partono da Pompei e da Ercolano. Noi scegliamo Pompei, che sulla carta sembra più facile da raggiungere con metro e trenini e varie. Chiamo il sevizio pullman che mi conferma il prezzo, la partenza ogni ora e il posto dove avrei trovato il pullman: proprio vicino alla stazione, via Villa dei Misteri. Nel frattempo i nuvoloni hanno cominciato a lasciarsi andare, inondando la città e lasciandoci sfaccendate sulle poltrone, per tutta la mattinata, tanto che abbiamo valutato di dedicarci alla città, ai musei, nel caso avesse continuato a piovere.

E invece…

Invece a un certo punto ha smesso di diluviare, e noi siamo scese con acqua e viveri nello zaino, felici della brezza. Che nel giro di 20 minuti ha lasciato spazio al sole che, quando siamo scese a Pompei, si era trasformato in una fornace. Sudate ma in orario per la navetta delle 15 per il vulcano. Navetta che, alla stazione di Pompei di via Villa dei Misteri, alle 15 ancora non si vedeva. Chiamo il numero della ditta, mi confermano che il pullman è parcheggiato. Io non lo vedo.

“Ma voi state allo spiazzo della stazione?”

“Sì, proprio davanti e non vedo il pullman”

“Ma alla stazione Pompei Scavi? Via Villa dei Misteri?”

“Così c’è scritto, quella”.

“Lo vedete il campeggio Zeus?”

“No”

“…”

“Pronto?”

“Signo’, mo voi state alla stazione ferroviaria. Invece il pullman parte da quella della Circumvesuviana”.

“Bene, dove si trova la stazione della Circumvesuviana?”

“Sta a due chilometri. Lontanuccio a piedi. È che io mi pensavo che voi sapevate”.

“No, io non sapevo”.

Cosa si fa quando non sai come raggiungere quella leggenda metropolitana rappresentata dalla Circumvesuviana e non vai al Vesuvio? Visiti gli scavi di Pompei.


Mentre percorriamo il tragitto mangiamo un gelato mega gigante (il gusto Benvenuti al Sud mi ha fatto tornare il sorriso: pistacchio e mandorla insieme) e compriamo un cappello a testa nel negozio di un ex programmatore che si è messo a vendere oggetti etnici a Pompei. Altre due bottiglie di acqua gelata (come suggerito anche dal buon Luca) e si parte.

Siamo state dentro 4 ore e ho visto:

– pavimenti a mosaico da rimanere incantati;


– coppie con o senza figli che sclerano a ogni angolo per caldo/fatica/stanchezza;

– giapponesi in tacchi cadere a ogni angolo;

– uomini interessati solo al Lupanare;

– donne che cercavano come forsennate l’Orto dei fuggiaschi;

– Alice commossa davanti il corpo di una mamma e della sua bambina abbracciate mentre la lava le copriva;

– le antenate delle strisce pedonali, in rilievo rispetto la strada, isole su cui i pedoni saltavano dall’altro lato della strada;


– il calco di un uomo che aspettava la morte accovacciato come un bambino, con le mani sul viso (difficile nascondere l’emozione che mi ha provocato);

– almeno 7 cani randagi, per ciascuno dei quali Micol ha trovato un nome ed elargito taralli;

– domus splendidamente decorate e guide felici di raccontartele;


– Alice emozionata davanti ai solchi creati dai carri sui lastroni delle strade;


– Micol affascinata, ogni secondo della gita.

Poi alle 19.30 ci hanno buttate fuori, da tutt’altra parte del posto in cui siamo entrate.

Proprio davanti… la leggendaria stazione della Circumvesuviana.

Rotolando verso Sud – giorno 4, Napoli (bis)

Via Toledo. Ho saputo che sarebbe stata la prima strada che avrei percorso da quando la Triade ha scelto Napoli come meta delle sue vacanze, per me a forte connotazione ricciardiana. Per via Toledo il commissario Ricciardi passeggia perso nei suoi fantasmi, in via Toledo c’è il negozio di guanti e cappelli del padre di Enrica, sempre in via Toledo (quasi piazza del Plebiscito) si trova il Caffè Gambrinus. Oltre a essere sempre presente nei romanzi dedicati a Ricciardi, il Gambrinus ha una parte catartica nella vita di De Giovanni che fu iscritto dai colleghi a un concorso letterario che doveva avere almeno una scena ambientata proprio al Gambrinus. Quel concorso lo vinse e lui divenne scrittore.

Sarà la suggestione, sarà stata l’astinenza patita i primi giorni di vacanza, sta di fatto che quel caffè bevuto nella tazza bollente dai bordi spessi e cicciottosi lo ricorderò come tra i migliori della mia esperienza di caffeinomane. Anche al Gambrinus vige la tradizione del caffè sospeso: ne prendi uno tu, ne paghi uno a chi non può permetterselo, e lasci lo scontrino nella grossa moka appesa vicino alla cassa. Io l’ho bevuto al banco, che Alice voleva assolutamente andare a vedere le barche al porto e mi dovevo “spicciare”. L’arredamento ricorda molto il Fiorio vero, quello di via Po a Torino, solo tenuto meglio, senza la cappa decadente che ti cade addosso quando ci entri: ci sono specchi ovunque, marmi bianchi e verdi e tavoli in ferro battuto.


Il giorno 4 della nostra vacanza però rimarrà agli annali per l’incontro con Annarella, la proprietaria della friggitoria che si trova all’uscita della stazione Montesanto. Noi ci siamo arrivate con la linea 2 della Metro, l’unica che passa a Bagnoli dove viviamo. Fianchi larghi, coperti da un grembiule candido come la mia bandiera No Tav appesa da 3 anni al balcone della camera. Ha sorriso alle bambine mentre ci avvicinavamo, inguainando il forchettone/spada. Ci siamo ritrovate con due involti di carta che già stavano diventando trasparenti per la quantità di cibo olioso con cui erano in contatto. Il tutto mentre Annarella prendeva i nostri trigliceridi e li moltiplicava, camminando su di un lago di colesterolo, come una funambola. Senza dire una parola se non il totale: € 3,20. Poi, è scomparsa nel retro così come era venuta, lasciandoci soltanto medaglioni di olio sulle magliette come stigmate dell’incontro.

Negli involti c’erano: rustici, crocché di patate, pizze fritte e sfoglie di tonno. What else?


Pescherie, tripperie, bambini in 4 sui motorini spenti in discesa, musica che arriva da OVUNQUE.


Napoli ci accoglie e a Micol tra un po’ si svita la testa nel tentativo di vedere tutto e capire, frastornata da quel brulicare improvviso. Alice invece salta i lastroni della strada e sorride a tutti, salutandoli con la manina manco fosse la principessa borbonica in uscita, e raccogliendo carezze e buffetti. Percorriamo via Toledo direzione piazza del Plebiscito, piena di compagnie di ragazzi e di famiglie a spasso in quella che è una via dello shopping, mentre sulla destra spuntano i vicoletti in salita che sembrano cartoline. Non seguiamo mappe e cartine, ma solo le indicazioni stradali.


Orientarsi non è complicato e così passiamo accanto al Teatro San Carlo (in ristrutturazione, con la facciata coperta), al Maschio Angioino e scendiamo al porto, camminando sul lungomare che ci porta a vedere tramonto prima, e dopo le stelle, lungo l’eterna via Partenope. Da un lato il mare, dall’altro gli alberghi extra lusso e i locali turistici. Una foto a Castel dell’Ovo e le bambine implorano cibo e pietà, non in quest’ordine preciso.


Andando a tentoni e a sentimento, arriviamo in via Chiaia, che mi pare più dedita ai locali cool che agli stomaci della Triade. Ci piace l’insegna che spunta da uno dei vicoletti, Don Maccarone, e decidiamo che alle 22 è pure ora di fermarci a mangiare. Scegliamo di sederci fuori, sul vicolo stesso, e il proprietario Giuseppe si palesa in tutta la sua scorbutica gentilezza: chiacchieriamo tanto di lui, di Napoli, del presepe, le mie figlie lo tempestano di domande tra una forchettata e un’altra tanto che quasi quasi ci dispiace salutarlo. Lui mi dà il suo biglietto da visita: “Qualsiasi cosa avete bisogno chiamate, che state sola a Napoli con le creature”. 

La metro chiusa e le nostre gambe a pezzi: decidiamo di tornare a casa in taxi. Gennaro capisce la situazione e ci porta al volo a Bagnoli, mentre le bambine russano sui sedili. Poi mi guadagno un’altra porzione di Paradiso portando Alice in braccio per i 4 piani che ci separano dal letto.