Cara la mia futura adolescente (pensierini per un domani ormai prossimo)

Cara Micol, l’ho visto proprio lì, sul divano di casa della nonna, quello che sarà il nostro prossimo futuro. In uno sguardo, in quello sguardo con cui mi hai avvolta per pochi secondi perenni, io sono riuscita a scorgere cosa saremo da qui a breve, io e te. E ho provato due sentimenti distinti: la paura di non essere all’altezza, e le vertigini per il privilegio che ho nell’assistere alla trasformazione a tappe di un panzerotto che diventa un adulto.

Non te la scrivo una lettera frignona, di quelle che ti mettono in imbarazzo. No, stai serena. Però due o tre cose devo dirtele e te le scrivo, che così io mi levo un groppo e tu le hai come promemoria.

Se fossimo alle battute iniziali, al battesimo di Aurora La bella addormentata nel bosco, tu fossi Aurora, e io fossi Malefica, saprei cosa regalarti. Eviterei la puntura con l’ago dell’arcolaio perché poi mi toccherebbe correre a disinfettarti e a rassicurare te, piccola ipocondriaca in erba, che non morirai di tetano.

Io sceglierei di regalarti l’imperfezione. Anzi, la consapevole ammissione dell’imperfezione.

Ci saranno momenti, Micol, in cui vorrai essere al massimo. Vestito, umore, sorrisi, situazioni, meteo: per quei momenti lì tu immaginerai tutto e ci investirai tutto. Vorrai che fossero perfetti. E non lo saranno mai perché, se c’è una cosa che ho imparato dalla vita, è che memoria e cuore incoronano come perfetti istanti spontanei, improvvisi, sui quali non c’è nessun controllo. Ti accorgerai che ne stai vivendo uno perché, a un certo punto, si fermerà tutto attorno a te e avrai la piena consapevolezza di essere felice. 

Che non significa, bada bene, che devi lasciare al caso le cose che ritieni importanti. Ci sono la tenacia, l’impegno, il lavoro e la passione che sono fiori per i quali ti prego di avere cura. Ti serviranno perché ti insegneranno il metodo per puntare i tuoi obiettivi e lottare per raggiungerli. Lo so, ogni tanto li teniamo chiusi in balcone e ci dimentichiamo addirittura di bagnarli. Sono quei periodi di scazzo fotonico in cui il bioritmo è basso e si procede per forza d’inerzia. Ma proprio perché tu, quei fiori, li hai piantati e battezzati, sai che sono la risorsa alla quale attingere quando il talento e il genio, la spontaneità e le capacità hanno bisogno di un’organizzata accelerata verso quella luna che hai deciso di acchiappare.

Il fatto è che quando sai di essere imperfetta, tutto diventa più semplice. Quando ti scruti e impari a riconoscere i tuoi punti deboli, quando annusi gli scivoloni, poi impari a cadere bene. E a rialzarti velocemente. 

Quando sai di essere perfetta nella tua imperfezione sai prenderti le responsabilità delle tue azioni e della tua vita. Ci vorranno magari giorni di riflessione, o soltanto pochi minuti di esitazione, ma poi sceglierai la strada più adatta a te e al momento che stai vivendo. Non perché sarai sicura che sia la strada giusta, ma perché l’avrai scelta tu con la consapevolezza che a ogni passo sarai lucida.

Ecco, potrei rimangiarmi tutto quello che sto per dirti nel giro di pochi anni, ma adesso prendi queste parole per buone.

Non aver paura di deludermi.

Succederà, e nessuna di noi due potrà farci nulla. Perché accadrà che io deluda te, le tue aspettative, i tuoi sogni.

La genetica ci ha fatte simili, ma non uguali. Lo specchio ci dice che ci somigliamo, abbiamo addirittura gli stessi tic e io, in qualsiasi momento della giornata, sento nelle ossa chi sei e come stai. La genetica ci ha fatte simili. Non si tratta di rapporto madre-figlia o di sangue, ci sono un sacco di parenti che al di fuori della famiglia, forse, non si sceglierebbero nemmeno come amici. E non c’è nulla di male ad ammetterlo. Tu e io siamo connesse e da sempre lo siamo. E’ impressionante avere il potere di scorgere i pensieri attraverso una fronte, uno sguardo. Ecco, tutto questo panegirico per dirti che se la genetica ci ha fatte simili e l’universo ci ha connesse, devi sempre ricordarti che io e te non siamo uguali. Che io vivo la mia vita, faccio le mie scelte, faccio dei grandi casini e con estrema imperfezione provo a sistemarli, poi. Ma io e te non siamo la stessa persona e questo è un mantra che devi ripeterti perché non c’è niente di più triste di una vita votata alla ricerca del consenso di qualcuno che si ama.

Tu sei tu, Micol. E sei speciale per come sei, per chi sei e per chi diventerai. Io sono qui che osservo emozionata la tua trasformazione e scelgo di mettere le pattine per camminare senza fare rumore. Lo so che mi vuoi bene e che ammiri tante cose che faccio, che ti piace come affronto le cose e che sei tanto orgogliosa di me. Ci sono momenti in cui mi guardi come se fossi un supereroe e mi si bagnano gli occhi. Ma lo scopo della tua vita non è quello di rendermi felice, ma quello di essere felice tu.


Concediti di fare cazzate, Micol. Mettiti alla prova.

Innamorati di un amore che ti sbriciolerà il cuore. Poi, dopo, imparerai a gestire il tuo dolore e a capire che ne vale sempre la pena. Ti capiterà a tua volta di sbriciolare un cuore, succede. La cosa importante è non fare del male deliberatamente, con cattiveria. Per il resto, perdonati.

Ubriacati. Fallo con persone che ti fanno ridere, con amici che ti sfotteranno per le cose assurde che farai. Ricordati sempre di tenere il cellulare acceso (quando lo avrai) con la batteria carica, e di stare con gente di cui ti fidi. Tieni a mente che potrai chiamarmi in qualsiasi momento del giorno e della notte, aspettandoti comunque che ti faccia un culo grande quanto l’Oceania. Se il giorno dopo non vorrai raccontarmelo, non sentirti in colpa. Io lo capirò, mi preoccuperò, mi incazzerò, ma mi fiderò di te. E non leggerò il tuo diario segreto.

Fai l’amore. Ma fai anche sesso. Ti ricordi cosa ti ho detto l’altro giorno quando parlavamo di vagina? “Devi diventarci amica, Micol, la vagina può essere una grande amica”. Tu sei diventata rossa, ma io lo so che hai capito. Perché avere consapevolezza del proprio corpo è una cosa sana, bella, che ti fa sentire libera come quando fai la ruota in un prato. Fare l’amore è una delle cose più belle che abbiamo a disposizione. Non ti sto dicendo di darla via come il pane a priori, ma di non infilare in sovrastrutture morali una cosa che è naturale e che è il motore dell’evoluzione di questo mondo.

Devi volerti bene. Questo è fondamentale. Devi amare le tue cosce robuste, il tuo sorriso incerto, i tuoi occhi allungati. Le tue manine. Tutto. Questo corpo qua, di cui devi avere cura, è quello che ti permette di vivere e andare per musei, ballare, studiare. E poi devi volere bene alla tua anima. Che non è perfetta, proprio come il tuo corpo, ma che ti fa sentire le emozioni e che collega i profumi alle persone, i vestiti agli avvenimenti. Attenzione, voler bene a corpo e anima vuole anche dire lavorarci se qualcosa non ti piace: accetta chi sei, ma non fermarti mai nel progetto di migliorarti.

Incazzati. Micol, porca miseria, incazzati. Non menare, ma incazzati. Incazzarsi fa bene, non aver paura della rabbia. Non è vero che quando si litiga ci si allontana. Se ci sono argomenti di discussione, e si litiga, poi ci si conosce un pelo di più e ci si vuole più bene. Non colpire mai sotto la cintura, non usare le debolezze di chi hai davanti per ferirlo, litigaci in modo costruttivo. Ma fallo. Perché potrebbe pure essere che l’universo stesso sia nato da un momento di grande incazzatura degli elementi.

Gestisci la paura. Tante cose fanno paura. Non ti dico di non averla, ma soltanto di provare a gestirla. Non hai idea del senso di liberazione che sentirai quando riuscirai a superarla e ad arrivare a vincerla. Quindi assaggia cose strane, vai in posti lontani, mettiti alla prova e insegui i tuoi sogni. I tuoi, non i miei. Perché ai miei bado io.

Focalizzati sul presente. Utilizza il passato come culla per i bei momenti, come avviso per quelli più bruttini. Pensa al futuro quando muoverai i passi verso gli obiettivi. Ma non dimenticare mai che vivi nel presente e che nell’attimo in cui vivi ci sono farfalle da vedere,sorrisi da scorgere, persone da salutare e gelati da mangiare. Il passato non si cambia, sul futuro si deve lavorare, ma il presente è una giostra figa che dà un senso allo scorrere dei giorni.

Studia. Sempre, fino all’ultimo dei tuoi giorni. Usa la tua curiosità e studia. Fai di te un essere umano libero, polemico, appassionato, costruttivo. Studia, o vedi che ti faccio…

L’altro giorno, sul divano della nonna, ho capito che i prossimi anni saranno un affare tra me e te. Sarò io la figura che abbatterai per diventare grande. Ecco, volevo dire che ne sono orgogliosa. Proverò a tenere sempre a mente quello che ti ho appena scritto, ma proprio per questo ti avverto che sono tua mamma e che mi toccherà fare la mamma, e l’educatrice e la stronza. A volte. In potenza, insieme a tua sorella Alice, siamo una grande squadra. Io lo so, tu lo sai, Alice si è preparata i popcorn ed è pronta alla saga adolescenziale che ci aspetta.

In bocca al lupo a noi.

Sul come e quando si aspettano le farfalle (sono bruchi signo’, che famo? Lascio?)

Ora, tu stai lì che vedi una persona che ti piace molto, con cui hai più cose in comune di quante pensassi potessi averne, ci fai pure dell’ottimo e fantasioso sesso e avete una conversazione variopinta. Insomma, una bella situazione che arriva almeno dopo una relazione categoria “definitiva” che si è trasferita nel reparto “Titanic sentimentale”.

Quindi, tu stai lì, con questa bella situazione, mentre nel frattempo continui a vivere e lavorare e consumare ossigeno e organizzare vacanze. Fino a che, tutto d’un tratto, il lobo frontale ricomincia a lavorare e ti sussurra: “Ma le farfalle? Dove sono le farfalle? Ti hanno detto che arrivano? Sono in ritardo come i Re Magi?”.

Eh, le farfalle. Possibilmente a frotte, nello stomaco, stanno a significare per antonomasia che stai perdendo la brocca. Sono rassicuranti, le farfalle, sono uno sintomo infallibile. Le farfalle promettono, portano con sé pensieri d’amore, come quelli di Mal dei Primitives.

Il lobo frontale, si sa, è stronzo. Ha tendenze da psicodramma, pone criticità che nemmeno nelle puntate più tristi di Lovely Sarah sono contemplate. Figurati se perde la ghiotta occasione di farti notare, il bastardo, che quello che ti sfarfalla nello stomaco, al massimo, è la caponata di mamma che, per quanto buona possa essere, non è niente di paragonabile all’amore di Romeo per Giulietta, al trasporto di Angelica per il conte De Peyrac, alla mia ossessione per l’olio di Palma.

Quindi, che significa quando non si sentono le farfalle in una bella situazione? Sono in differita? Non arrivano? Si sono perse nei meandri dei dolori e delle delusioni? La paura lega loro le ali? Sei sordo e non le senti? Te le sei mangiate? Le hai digerite?

Per rispondere a questa domanda mi sono rivolta a un gruppo di amiche e di amici che mi ha fornito una serie di punti di vista: assurdi, emozionanti, commoventi, divertenti, bastardi, veri. Da una domanda spuntata osservando la nebbia in treno, ne è nato un sondaggio che ha portato ad alcune considerazioni e alla creazione di macrogruppi di adepti allo sfarfallamento emotivo.

Inversamente proporzionali alla loro opportunità Le farfalle non ne fanno una questione anagrafica. Questo pensa la maggior parte delle persone a cui ho rivolto la mia domanda. Se ti innamori, o sei coinvolto, prima o poi arrivano. Esatto, prima o poi. Saltellando tra le vite dei miei amici intervistati ho notato che quelli che ultimamente le hanno proprio sentite roteare vicino il piloro sono quelli che “non avrebbero dovuto sentirle”. Nel senso che o si trovavano in una situazione di relazione extra (uno dei due o entrambi già impegnati) o di relazione impossibile (distanza, differenza d’età). Per cui, capisco che, se sei oltre i 35 anni e senti fortissime le farfalle è più facile che sia così perché sono farfalle proibite.

L’idealismo degli uomini Una delle grandi sorprese del mio sondaggio: l’idealismo di relazione della parte maschia del cielo. Le farfalle si sentono, sempre, altrimenti non siete una coppia, ma compagni di Fantacalcio. Ma, esiste un ma. Se per le donne le farfalle sono identificate con smania, mancanza di sonno, pensieri ossessivi e sorrisi ebeti, nei fallodotati la questione diventa più pragmatica e sottile, diventa un insieme di attenzioni e un’ispirazione di pazzie, tipo non andare a lavorare per farle una sorpresa. Ecco, ispirazione, perché poi non è detto che si abbia l’opportunità di realizzarle. Ma per i maschietti anche solo sentire di volerle fare rappresenta eco di farfalle. Un altro aspetto, un’ulteriore sorpresa: la gelosia. Nella mia mente di pseudoscienziata di esseri umani da sempre alberga l’idea che gli uomini siano SEMPRE gelosi o comunque provino SEMPRE fastidio quando caracolla un altro esponente dotato di pene dalle parti un soggetto femminile considerato della propria “crew”. Pensavo a disposizione di una genetica da polletto nel pollaio, e invece… e invece gli uomini lo sanno, lo sanno sempre quando sono gelosi o solo testosteronicamente infastiditi, distinguono le due emozioni e quindi per loro le farfalle hanno anche il rumore dei denti che digrignano.

La paura insonorizza E poi ci sono le persone Survivor che dopo il Titanic hanno trovato spazio sulla scialuppa di salvataggio e colonizzato una nuova terra. Per quelle, le farfalle, sono un discorso delicato. Sono diventate selettive, hanno scoperto quanto si possa stare bene in una dimensione single, qualcuna ha addirittura cominciato ad apprezzare l’attività di collezionista di peni e vagine di pregio, altre persone Survivor si godono amiche e amici. Per loro trovare qualcuno di decente che regga all’impatto del secondo appuntamento è già impresa improba, roba da fatiche di Ercole. Figurarsi se pensano alle farfalle.

Eppure.

Eppure potrebbero incontrare una bella situazione. Sapere che si tratta di una bella situazione, esserne consapevoli. Arrivare anche al terzo appuntamento e sentire sempre in sottofondo Celine Dion che gorgheggia My heart will go on, una sorta di preavviso dell’ipotetica fine della bella situazione in evoluzione. Ecco, sentire nelle orecchie Celine ti distoglie dalle farfalle. Potrebbe ammutolirle e i Survivor rischierebbero di non accorgersi che, per evoluzione e per necessità, nel frattempo le farfalle in questione potrebbero aver imparato nuovi linguaggi, nuovi segnali. Ci sono ma non si vedono, e non si sentono. E potresti ritrovartele lì, sotto forma di bruchi, quando meno te lo aspetti. Vivendo giorno dopo giorno.

Quindi, ricapitolando.

Le farfalle ci devono essere. Se vivi una situazione di frustrazione sentimentale potresti quasi invocarle, come antidoto alla monotonia e al bisogno di sentirsi vivi, e loro arriverebbero in sciami portando con sé una deliziosa relazione “pericolosa”. Se invece vivi un momento esistenziale zen, conquistato a fatica, le farfalle potresti addirittura vederle con diffidenza, illudendoti che sia possibile controllare emozioni ed eventi, credendoti tanto forte da poter tagliare l’acqua con le forbici.

 
Foto di Mircea Cantor 

Chiudo citando quella saggia di Micol: “sai come faccio quando una cosa mi fa paura? Penso a quanto sarei felice se riuscissi a realizzarla, non a come sarei triste se fallissi. E allora mi viene voglia di farla”.

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Ecco, se in questi giorni vi capitasse di vedermi abbacchiata, con la testa tra le nuvole, incredibilmente di poche parole non chiedetemi se mi è morto il gatto, vi evito una gaffe: la risposta sarebbe sì. Non un gatto, una gatta, precisamente una gatta con un nome da cerbiatto maschio. La mia gatta Bambi.

Dopo 15 anni di coabitazione Bambi ha deciso che ne aveva abbastanza e se ne è andata via, tornando probabilmente nel regno dei felini eleganti e regali cui appartiene. Ha avuto il buonsenso di aspettare finisse il 2016, così da non mischiare la propria dipartita con quella di banali umani di fama effimera, e ha scelto il giorno dell’anniversario della morte di Coco Chanel per lasciare il palco, con la stessa dignità con cui è vissuta.

Se scegli di dividere la tua vita con gli animali sai che succede ciclicamente, capita che loro se ne vadano, probabilmente prima di te. Essendo io una collezionista compulsiva di animali, ho vissuto più di una volta il lutto, con più o meno coinvolgimento a secondo dell’amico che stava per lasciarmi. Non ho perso i loro ultimi respiri, li ho ascoltati andare via e poi ho chiesto sempre che del corpicino si occupasse qualcuno perché, io, non vivo il culto del sepolcro per gli esseri umani così come per gli animali. Bambi invece se ne è andata via così, da sola, di notte. Per monitorarla avevo messo la sveglia ogni ora: lei è andata via tra una sveglia e l’altra, tra le 2 e le 3, in quella che mia nonna chiamava “l’ora delle anime”.

Micol è dispiaciuta per me, per Alice non c’è presa di coscienza: se ne accorgerà mattino dopo mattino, quando nessun felino andrà a darle il buongiorno strofinandosi contro le sue gambe penzoloni, mentre fa la pipì.

Per me Bambi è il penultimo legame che conservo della mia cosiddetta vita a.M., ovvero prima di Micol, il grande spartiacque che divide la mia trentottenne esistenza. Prima di Micol ero più carrierista, più disinvolta, più insicura e più soda. Ero un’altra me, a cui ogni tanto penso con tenerezza, e Bambi faceva già parte della mia vita. 

È arrivata pochi giorni dopo il mio trasferimento nella casa di corso Palermo, la prima in cui avrei vissuto da sola dopo aver lasciato quella dei miei genitori. Bambi quindi è spaghetti alle 2 del mattino, intenta a scrivere la tesi. Bambi è il ritorno dal negozio dove lavoravo durante la settimana, è il ritorno dal giornale dove scrivevo nei fine settimana. È la felicità con il mio fidanzato dell’epoca, il mio principe. È un cumulo di dolori vari. È la portaborraccia alla rincorsa dell’autostima. È le partite del Toro sentite alla radio. È il primo stipendio “serio” da giornalista. È il suo parto e l’emozione di tagliare i cordoni ombelicali che la tenevano legata ai suoi cuccioli.

Di quel periodo mi rimangono il dondolo, la scrivania e un sacco di libri.

Ciao Bambi, sono stati 15 anni intensi e, lo sai, non ho rimpianti. Se non quello di non aver imparato, per ormosi, almeno un briciolo della tua eleganza. Miao.

Ci sono serate che sono filosofie (dialoghi sull’amore con le mie figlie)


Mi ricordo qualche anno fa il male che mi aveva fatto una frase inconsapevole di una delle maestre di Micol, durante un colloquio, quando mi aveva avvertita che la mia bambina le aveva confessato di “non credere più nell’amore”. A sei anni, a pochi mesi dalla separazione dei suoi genitori. In quel momento ho fatto una gran fatica a non piangere davanti alla maestra, sentendo su ogni centimetro del mio corpo la colpevolezza, la responsabilità: avevo considerato che, decidendo di porre fine alla mia relazione con il suo papà, avevo anche sbriciolato la patina di fiducia nei rapporti d’amore in dotazione alla mia primogenita?

Quando sono arrivata a casa e mi sono vista quelle guanciotte tondine e rosse in attesa di sapere cosa pensassero le maestre di lei, non ce l’ho fatta e me la sono stritolata tra le braccia tanto forte da sentire il suo cuore battere contro il mio petto. Avevo deciso di non chiederle nulla, ma in quel momento è stato più forte di me: “Amore, ma davvero pensi di non credere più nell’amore?”.

Le è morto il sorriso, ha abbassato gli occhi e poi ha cominciato a mormorare: “Mamma, non volevo che la maestra te lo dicesse: il fatto è che a me piace Marco, ieri diceva che mi amava, poi ha detto amava Carla. E allora, che amore è questo? Come si fa a credergli?”.

Un po’ il sollievo e un po’ il senso profondo di quella frase mi hanno lasciata così, a bocca aperta, davanti a una Micol dalle guanciotte tondine e rosse. Forse, ma forse forse, la decisione di separarmi avrebbe avuto il senso che volevo avesse. A lungo termine, tra saliscendi emotivi, ma lo avrebbe avuto.

A distanza di mesi, in una serata di dolcissimo triadismo natalizio, Micol e Alice sconfiggono quell’eterna paura di averle private del coraggio di amare. Mentre io mi metto lo smalto, le due fanciulle scrivono la letterina a Babbo Natale. Alzo lo sguardo e adocchio il disegno di Alice: c’è lei, c’è sua sorella, ci sono io e vicino ho un marcantonio con la barba.

Io: “Chi è quello, Alice?”

Alice: “È Stefano”.

Io: “Ma io e Stefano non siamo fidanzati”.

Alice: “Ma io dico Stefano per farti capire: non lo so come si chiama, ma so che è il tuo fidanzato”

Io, sorridendo, provo a buttarla in caciara: “Ma pensi di chiedere addirittura a Babbo Natale di trovarmi un fidanzato? Sono messa bene, va”.

Alice sbuffa, vuole spiegarmi: “Noooo, non capisci. Io lo disegno a Babbo Natale, disegno la mia famiglia. Disegno pure un tuo fidanzato speciale”.

Io: “Capito, e cosa fa questo fidanzato speciale?”.

Alice: “Lui ti fa ridere e poi sta seduto vicino a te e ti guarda quando scrivi i racconti, perché tu quando ridi e scrivi i racconti sei bellissima e lui si innamora sempre”.

Non so cosa risponderle, non so nemmeno se sia proprio necessario tentare di rispondere a quest’immagine di poesia che ha nella mente la mia bambina. Interviene Micol, che parla mentre scrive sdraiata sul foglio.

Micol: “Io mica ho deciso se voglio fidanzarmi con un uomo o con una donna. Per ora mi sono innamorata solo di maschi, ma non so bene. Però pure a me piacerebbe che mi facesse ridere”.

Alice: “L’amore è bello”.

Micol: “Come fai a dirlo? Sei innamorata?”.

Alice: “Ma noooo, uffa. L’amore è bello perché ti fa felice anche se per tutto il giorno litighi con tanta gente. Come quando stiamo insieme noi e balliamo le canzoni vecchie di mamma o facciamo i disegni e vediamo insieme i cartoni sul divano”.

Io, lo ammetto, le ascolto e ho paura di interrompere quel dialogo fragile e prezioso che sembra uscire direttamente dai loro cuori. Mi sento quasi di troppo, curiosa di quello che si cela nella loro anima plasmata da dolori veri, da fantasia e da sogni.

Micol: “Penso che l’amore è come mangiare sempre la stessa pizza e volerla sempre, anche a colazione”.

Alice: “Mamma, è vero che l’amore fa paura?”.

Io: “A volte le cose forti fanno paura, se sei felice felice magari ti viene paura di non esserlo più”.

Micol: “Ci vuole coraggio quindi per innamorarsi”.

Alice: “Io ho solo paura di morire o che muore mamma. Anche se poi scrivo a Babbo Natale e gli chiedo di resuscitarci”.

Micol: “E se muoio io?”.

Alice: “Ma tu sei piccola, dobbiamo impegnarci per mamma che ha fatto adesso il compleanno e quindi muore prima”.

Io sorrido e mi soffio sulle dita per far asciugare lo smalto sulle unghie. Ognuna prosegue a fare quello che stava facendo qualche minuto prima, in silenzio. Io le guardo e mi verrebbe da ringraziarle: non sanno che per tre anni sono stata in attesa di quelle parole, come se attendessi una sentenza di assoluzione che con razionalità mi ero già concessa.

E lo faccio: “Grazie bambine”.

Non mi chiedono il perché, fanno un sorriso e rispondono prego. Poi Alice si mette un dito nel naso, e tutto torna normale.

Tutti dovrebbero avere una migliore amica come la mia

Sarà un post melenso, intimista, con tratti di una retorica difficili da sostenere. E lo scriverò lo stesso.

Tutti dovrebbero averne una per diritto costituzionale, preferibile sarebbe che alla nascita ciascuno ricevesse un foglietto con le sue coordinate per non rischiare di non trovarla, lungo il cammino. Parlo della migliore amica.

La prima botta di qualunquismo: di amici ce n’è sempre bisogno. A vagonate, a mazzi, a folate. Che siano di tutti i giorni o delle serate una tantum, contribuiscono a quella sventagliata di spensieratezza che annienta l’esistenza quando ce la mette tutta a stracciarti le palle. Loro ci sono anche quando tu scompari e pensi che le priorità siano altre, restano a fare gli imbecilli, a raccattarti con il cucchiaino, ci sono senza fare domande.

Ma la migliore amica è tutta un’altra cosa.

Io ho la fortuna di averne una da ormai 24 anni, la mia relazione più lunga con un essere umano non legato a me da vincoli di sangue, colei che senza ombra di dubbio mi conosce meglio di chiunque altro su questo pianeta, e pure nelle altre varie galassie. E scrivo di lei perché in questi giorni in cui la qui presente Santisella veleggia verso il massimo della forma, inanellando performance da tempi d’oro, sento il bisogno di dirle grazie. Di esserci, in primis, di seguire i voli pindarici in cui la catapulto senza mai esprimere un giudizio sulla mia capacità di volo e sulle mie scelte di rotta. Anche questa, potrebbe essere una banalità, ma per me che nei sentimenti niente è scontato, si tratta di una fortuna di cui spesso faccio fatica a capacitarmi.

Entrambe adolescenti con forti propensioni al disadattamento, ci siamo incontrate e non ci siamo più lasciate anche se la vita ci ha provato a più riprese, riuscendo soltanto a tenerci spesso lontane fisicamente.

In 24 anni di vita condivisa sono tante le cose che sono successe e che sono incastonate nella mia memoria, eppure non è stato difficile scegliere 5 momenti speciali, 5 situazioni che per la sottoscritta valgono quanto una vita intera.

IL NOSTRO INCONTRO Non siamo sportive, Miriam e io. Anzi, facciamo proprio pena e rifuggiamo lo sforzo fisico come gli esseri umani rifuggono le cimici. Insieme nella stessa classe alle superiori, fino a quel giorno in cortile avevamo scambiato poche parole. Poi ci siamo ritrovate con le gambe a penzoloni sui cilindri di cemento, mentre il resto delle nostre compagne sgambettava durante l’ora di educazione fisica. Io avevo finto di avere mestruazioni dolorosissime per saltare quel patema di 50 minuti di corsette ed esercizi a corpo libero, regalandomene altrettanti di parole con lei. La scoperta di quanto fossimo  entrambe tremendamente freak è stata la svolta, il mio biglietto dorato nella tavoletta di cioccolato Wonka.

IL CAPODANNO A LONDRA In estate lei era stata a Londra e si era invaghita di Marco, italoinglese residente in UK. Dal suo ritorno il pensiero del tenebroso professore non la lasciava e quindi abbiamo preso la folle decisione di trascorrere il Capodanno a Londra, andandoci in pullman per spendere poco. Dieci giorni di camminate, di tallonite, di risate nel cuore della notte nei nostri britannici lettini. Ogni giorno poteva essere quello giusto per farle prendere il telefono (serve dire che non esistevano i cellulari?!?!) e chiamare l’oggetto del suo desiderio. Ogni giorno se la faceva sotto e rimandava. Rimandava. Fino a che, nel tardo pomeriggio di quell’ormai celeberrimo 31 dicembre, mi blocco davanti una cabina e la obbligo a comporre quel minchia di numero, che a furia di fare i chilometri per passare due secondi sotto casa del suo bello, a me erano venuti gli adduttori di Zola e mi si erano sbriciolati i tendini. Quando chiama e il fanciullo ci invita a casa sua per la cena capodannizia, l’esultanza dimostrata in quella british strada avrebbe fatto impallidire le manifestazioni di gaudio degli hooligans. Alla cena era presente anche un principe indiano (o roba simile, non ricordo) di nome Lithin con il quale qualche ora dopo ho ingaggiato un interessante duello a singolar limone. Ma la cosa più bella di quella nottata, leggendo i miei ricordi, erano gli occhi felici ed emozionati della mia amica. Se sentite la sua versione, lo so per certo, sarà invece ricca di particolari su di me issata sul bancone del pub inglese dove abbiamo finito la serata, me che ballavo offrendo spettacolo aii nerboruti inglesi che applaudivano i miei dimenamenti che Heather Parisi scansate. Questa si chiama selezione dei ricordi.

LACRIME AL TELEFONO Ne abbiamo versate tante da poter irrorare distese di praterie, in questi 24 anni. Ma ci sono due telefonate che non potrò mai dimenticare, durante le quali ho sentito immenso il mio amore per la mia migliore Amica. In una piangevo io, e camminavo sul marciapiede, mentre le raccontavo la mia infelicità con il padre delle mie figlie durante la prima grande crisi. Micol era piccola, da poco avevo aperto Marachelle e la nostra relazione scivolava nel baratro che poi l’avrebbe ingoiata definitivamente 3 anni dopo. Penso di essermi disidratata quel pomeriggio, mentre Miriam ascoltava. E ascoltava. Il silenzio più caldo che abbia mai sentito. Nella seconda telefonata sono stata io ad ascoltarla piangere e disperarsi mentre il suo castello di convinzioni crollava.

L’OSPEDALE Micol piccina e la mia amica in ospedale, ricoverata per quella malattia che le tiene compagnia spesso silente. Sempre cazzona, Miriam, sempre imbecille e dalla battuta pronta. Mentre io, quella notoriamente forte, non riuscivo a soffocare la paura. E a farne le spese è stato  Marco (do you remember Londra?), che poi è scomparso dalla sua vita e che quel giorno ha rischiato che io gli regalassi un buono per un pronto ricovero nel reparto “coglioni con le ossa in frantumi”. La sua colpa, oltre di essere coglione, è stata quella di non essere il principe azzurro che doveva essere per Miriam. Un essere umano elevato e non un malmostronzo dall’ego obeso. Ma, soprattutto, la sua vera colpa è stata quella di essermi capitato davanti in un momento in cui non riuscivo a contenere la paura di perdere quella mia anima gemella dalle tette grosse.

GLI ABBRACCI I nostri abbracci sono porti sicuri, sono la sensazione di essere a casa, sono la certezza che tutto si può superare. I nostri abbracci sono amore distillato.

E poi ci sono stati i chewing gum attaccati alle pellicce delle signore del centro, i pedinamenti stalkerizzanti a quelle povere anime che ergevamo a nostre temporanee anime gemelle, i raccontini porno scambiati a scuola durante le lezioni, i cuori su whatsapp, gli obiettivi per il futuro, il ritrovarsi in una stanza e parlare per ore, i miei capelli crespi, l’orgoglio per il suo impegno con l’associazione che ha fatto diventare un capolavoro, gi sguardi che si parlano, le litigate e il suo insegnarmi a non mollare mai.

Come si fa a condensare in un post tutta questa vita?

Io non lo so, se ci sono riuscita. So che ci sono altri trilioni di cose che vorrei dire, e invece penso che mi fermerò qui.

TI voglio bene.

Del perché mi sono rotta le palle e non contestualizzo più 

Nella mia esistenza ho sempre cercato una ragione affinché fosse comprensibile e digeribile il motivo di un comportamento che mi aveva ferita, o che non reputavo etico/giusto/consono. Non credo si trattasse di eccesso di bontà, quanto di cieco egoismo: avevo bisogno di continuare a credere che la gente fosse buona e che soltanto a causa di certi motivi reconditi si comportasse male. Avevo soprattutto bisogno di credere che ci fosse un buon margine di speranza che smettesse di fare così.

Insomma, ho piantato nel mio giardino esistenziale il seme della celeberrima sindrome della crocerossina. Pianta grama per antonomasia.

Se mi dice certe cose è perché ha un blocco emotivo. Se non ne fa altre è perché i suoi genitori erano così, colà, colì e Corfù. Un’architettura di alibi e giustificazioni per digerire meschine prove di vigliaccheria, mentre io perduravo nella totale esposizione di me stessa, nella piena vulnerabilità di chi si mostra e non si nasconde, di chi si espone non per vincere ma per capire. Una gestione marketing di me stessa davvero pessima, perché chi trova allettante un detersivo che dice “faccio del mio meglio ma sappi che non funziono sempre e che qualcuno potrebbe sgrassare meglio di me?”.

Tutto questo, ovviamente, non ha riguardato solo le mie relazioni personali, di amicizia, amore e famiglia. Questo è un atteggiamento tenuto nei confronti della vita, della società.

Se fa così ci sarà un perché. Ovviamente avrà sofferto, non avrà avuto abbastanza affetto, magari non sa come arrivare a fine mese, ha paura, non ha potuto studiare. Tutte potenti giustificazioni. Tutte potentissime cazzate.

Perché io mi sono sonoramente rotta le palle della gente che ragiona con la pancia e, porella, va pure capita anche se ti passa sopra col trattore mentre va a comandare.

Io, quelli di Goro e Gorino, le loro barricate e le loro paure non le giustifico più. Posso pure capirle, ma non le scuso. Alla soglia dei 38 anni ho deciso che smetto di contestualizzare e accetto, mestamente, che nel mondo ci sia anche gente che ha deciso di avere la merda nel cervello.

Credo fermamente nell’essere umano, penso che sia sostanzialmente buono. Dopodiché ritengo anche che, ognuno di noi, al giorno, abbia diverse possibilità di scegliere dove stare.

Che fai? Scegli la Forza o il suo Lato oscuro? Scegli di prendere per il culo la tua collega con la macchia di rigurgito sulla giacca? Scegli di cambiare strada se vedi che ti viene incontro una rom sul marciapiede? Stai zitto se vedi qualcuno soccombere a una rissa? Usi la carta di credito aziendale approfittando della fiducia accordata? Tarocchi al ribasso il tuo ISEE per ottenere agevolazioni? Ridacchi con il tuo collega alla macchinetta del caffè che ha appena fatto una battuta sui froci?

Tu scegli chi essere. Lo fai ogni santa volta, e credo pure che tu ne abbia consapevolezza. Magari non sai che ogni azione, ogni scelta, rappresenta una conseguenza anche nel lungo termine e che questa conseguenza potrebbe riguardare altre persone, ma tu, cazzo di essere umano, scegli chi essere. E non me ne frega se sei figlio di separati, se da piccolo ti hanno dato poco amore, se hai vissuto anche la povertà, se hai beccato una ciliegia marcia o se un gatto ti ha graffiato la guancia. Tu scegli chi essere e di questa scelta devi essere consapevole e devi assumertene le responsabilità.

Quindi, cittadini di Goro e di Gorino, sappiate che dall’Umile megafono rappresentato da questo blog, io dico che mi fate pena e che se una delle mie figlie si azzardasse minimamente ad appoggiare una delle vostre tesi sulla paura, io mi toglierei il mantello della comprensione progressista e comincerei a prenderla a calci nel culo.

Perché siete razzisti. E scegliete di esserlo. Tutti i giorni, tutte le volte. 

Io non devo capirvi, non devo comprendervi. Non me ne frega nulla di spiegarvi perché ritengo che siate degli sfigati fuori dal tempo e che sarà proprio il vostro egoismo a farvi soccombere. Posso provare a raccontarvi chi sono e perché credo in un’umanità che sia priva di confini, ma non lo farò sperando di farvi cambiare idea. Continuerò a sperare che lo facciate, e scegliate di essere umani, ma ho smesso di credere nelle battaglie educative con chi pensa di essere superiore di altri esseri umani, permettendosi di arrogarsi il diritto di deciderne le sorti. Non devo evangelizzarvi, approcciandomi a voi come se foste scimmiette sfortunate cui regalare la mia umanità.

Voi avete scelto di essere razzisti, di chiudervi nel vostro piccolo mondo antico fatto di barbecue e bancali.

Perciò, chiedendo scusa a Gandhi e al mio karma, per quanto mi riguarda potete anche andare a fare in culo.

Ogni volta che prendo l’aereo e mi dichiaro (leggi Sindrome di Nicolas Cage)

Io non so se a voi succede, ma ogni qual volta io debba prendere un aereo, a un certo punto, mi catapulto anima e corpo in una sceneggiatura di uno dei mille mila film catastrofici. D’incidenti aerei, ovviamente.

Avete presente le scene iniziali, quando la mamma saluta i figli al telefono e con gesti sicuri s’imbarca, senza sapere che al minuto 8 è già risucchiata di culo nel nulla cosmico dopo che una bomba/missile/incendio apre uno sbreco di lamiere proprio affianco a lei?

Ecco, io a un certo punto vivo le cose come se fossi sia l’attore che lo spettatore al cinema. L’addetto al metal detector che mi guarda di sfuggita, l’hostess che mi saluta sbrigativa mentre mi controlla la carta d’imbarco e sorride distratta, lo steward gentile che mi indica dove sedermi… tutti momenti di spensierata vita inconsapevole di essere agli sgoccioli. Non è paura, perché viaggio serena in fin dei conti, ma è quel sottile senso di consapevolezza che la mia vita è appesa a un pilota automatico in cabina di regìa. Il che conferma che la sindrome di controllo fa più danni dell’olio di palma.

Io la chiamo “Sindrome di Nicolas Cage” questa cosa qui, comincio a guardarmi in giro e a dare i ruoli ai passeggeri dell’aereo insieme a me, noto facce e sento discorsi mentre il film catastrofico si dipana nella mia mente. E poi decollo e passa tutto.

La Sindrome Nicola Cage riguarda comunque vari aspetti della mia vita. Ci sono film che mi hanno segnata profondamente e che hanno influito sulla mia crescita e sulla mia personalità.

Tipo, Notting Hill. Quella storia assurda e impossibile, quella rincorsa di due anime che finisce con il dolcissimo e bastardissimo discorso di lei che va da lui e gli regala il suo cuore, cuore che lui ha troppa paura di prendere in carico. Avete presente la dichiarazione d’amore di Julia Roberts che dice:Non dimenticare anche che sono una semplice ragazza che sta di fronte a un ragazzo e gli sta chiedendo di amarla”.

Lui la guarda, non parla e lei se ne va. Poi lui racconta ai suoi amici la faccenda, gli fanno capire di essere stato un cazzone avariato e parte la rincorsa con l’arrivo e con la felicità finale. A me ‘sto film è riuscito a far passare tutti i traumi dell’essere figlia dei miei genitori, quelli che mi hanno insegnato che l’amore non basta (mamma se leggi non me ne volere, siete stati bravissimi a insegnarmi tante altre cose) e che poi si sono separati. Ecco, io sto al romanticismo come gli illuministi stanno alla scaramanzia: dico che non ci credo, faccio spallucce e invece spasimo all’idea di calarmi nella sindrome di Nicolas Cage e pronunciare discorsi simili. 

Peccato che i miei film, mentali e reali, somiglino sempre più a drammi neorealisti o a film dell’orrore. Ma questa è un’altra storia.

Se non avete mai visto la dichiarazione d’amore di Notting Hill vi favorisco i filmati su YouTube e vi faccio una domanda: qual è il film che vi ha segnato l’esistenza modificando i vostri comportamenti?

dichiarazione d’amore 1/ dichiarazione d’amore 2