Le cose che ho imparato dalla Grecia – giorno 9 e 10

Micol&Alice,si sono innamorate di due micetti di 40 giorni che vivono a Villa Pontinos. Se non sto attenta me li ritrovo nascosti in valigia destinazione Torino…

   
 Anche se un po’ mi dispiace aver rinunciato ad Atene per continuare il soggiorno marittimo, devo dire che ne è valsa la pena. La costa da queste parti è molto turistica ma sia mare che spiagge sono imbattibili. E se ad affermarlo sono due sardi vuol dire che è vero! Per il secondo giorno in Argolide abbiamo scelto la costa di Tolo, vicino Nafplio. L’idea era quella di fare mare e poi i turisti in serata, mangiando fuori alla ricerca della solita taverna zozzona. Poi siamo arrivati nella Riccione con il mare bello e niente, addio gita culturale.

1. Ombrelloni gratis again

Anche da questa parte del golfo si è scelto di rendere gratis ombrelloni e lettini in cambio di una consumazione. Inoltre le infrastrutture sono ottime e nuovissime. Dico soltanto che abbiamo percorso metri e metri e metri e metri prima di trovare un buchetto dove metterci, al ristorante Ultopia. Poco distante dei giochi galleggianti per bambini fighissimi, roba che in Italia sarebbero inavvicinabili mentre qui con 5 euro te la cavi tutto il giorno. Per capirci una struttura da Giochi senza Frontiere sull’acqua. Micol e Stefano ci hanno fatto una capatina di quasi due ore nel pomeriggio e la mia piccoletta, che ormai è spericolata come in Barriera di Milano si conviene, ha percorso a piedi un salsiccione dando tante di quelle panzate che Paperissima avrebbe potuto vivere di rendita per mesi. A Utopia ho mangiato le polpette di zucchine più buone del creato. Sarà il nome…

   
 
2. Casette votive sulla via

Come nel nostro meridione, anche in Grecia spuntano come funghetti religiosi le casette votive lungo le strade, al lato destro della carreggiata. Possono essere di metallo, di mattoni, ma tutte sono concave all’interno, per ospitare santini o fotografie di defunti o lumini, e tutte hanno una grossa croce sopra.

   
 
3. Croci lampeggianti

Sulle chiese, come già detto disseminate in gran quantità su tutto il territorio del Peloponneso (suppongo anche nel resto della Grecia, comunque), campeggiano delle croci. Ovvio, penserete voi, le chiese cristiane si riconoscono dalla croce sul tetto, simbolo di riconoscimento per i fedeli che così possono identificare il luogo di culto anche in terre sconosciute. Ebbene, in Grecia le croci sono luminose così da essere visibili anche con la nebbia e al buio. Sarebbe una cosa funzionale se non fosse che certe chiesette, da lontano, dopo il crepuscolo, sembrerebbero più dei tabacchini architettonicamente pretenziosi.

  
4. I piatti nella rastrelliera

Un mese prima di partire ho giustiziato una dozzina di piatti per he, impilati l’uno sull’altro, poggiavano su di un fondo instabile che sotto quel peso, ha dato via libera al crollo della torre pisana di ceramiche. L’epilogo è ovvio. Ebbene, in Grecia ho notato che utilizzano la disposizione verticale dei piatti. Magari qualcuno la utilizza pure in Italy, ma io non li ho mai visti disposti in questo modo fino a che non sono giunta in Ellenic place.

  
5. Goodbye Miloi, a presto Grecia

Domattina si parte all’alba. Anzi, prima. Con Mareblu si correrà ad Atene dove il volo delle 9.45 ci riporterà in Italia.

Ciao Villa Pontinos, ciao micetti, ciao Grecia. Ieri sera una cena ruspante, stasera moussaka come se non ci fosse un domani. Ciao birra Fix, ciao Parakalo.

   
 
A presto.

Le cose che ho imparato dalla Grecia – giorno 8

1. Villa Pontinos

A onor del vero questa terza meta ce l’ha consigliata la mitica Nena: ovvero, ci ha detto che da queste parti del Peloponneso avremmo trovato un’altra Grecia ancora, molto marittima e turistica. Effettivamente non sbagliava: la sera prima di partire abbiamo trovato una casa a Miloi tramite Booking, una sistemazione che sembrava bella in foto. Molto meno bella di come sia in realtà.

Per intenderci, sta a metà tra il ranch di Dallas e la dimora in campagna dei genitori di Topazio, la telenovela venezuelana degli anni ’90.

Si chiama Villa Pontinos, sta un un colle alle spalle di Miloi, a pochi minuti dalla spiaggia ed è arredata con pietre e legno scuro, con mobili antichi e importanti, solidi, non come quelli che trovi nelle varie case vacanza. Accanto alla nostra casa c’è quella padronale, in cui vive la famiglia.

  
 Il padrone di casa è Dimitri, un elegante signore che parla fluentemente francese (quella di Francia è la mia di perversione), poi c’è la moglie (bionda, minuta ed elegante… Pare davvero la mamma di Topazio) e il figlio più o meno dell’età mia e di Stefano, Jorgos, il quale ha un’azienda di import-export per il commercio marittimo. La mia sensazione è che la mamma di Topazio non sia anche la mamma di Jorgos, devo indagare in merito.

Insomma, per farla breve, siamo finiti in una casa di proletari.
Quando arriviamo a Miloi è Dimitri che ci viene a prendere e che poi ci mostra in seguito la casa, mentre la moglie ci porta marmellata e biscotti e Jorgos tre bicchierini del vino che fanno loro (il migliore bevuto in Grecia, per il resto il vino lascia davvero a desiderare. Oppure siamo stati sfortunati).

2. Ombrelloni gratis

La strategia è questa: stabilimento organizzato, con ombrelloni e sdraio e lettini gratis. Anche i giochi sono a disposizione come Monopoli, backgamon, racchettoni. Tutto free. In cambio tu consumi al bar del chiosco. Niente di esagerato, un caffè e un succo di frutta. E stai al mare a sollazzarti tutto il giorno, in un’acqua limpida e cristallina, in una delle spiagge più belle in cui io sia mai stata.

  

La strategia è vincente: quasi tutti sono più rilassati e spendono più volentieri in panini e bibite sapendo di non aver sborsato nulla per la sistemazione. Il contrario di quanto accade in Italia, mi viene da dire, che piuttosto che prendere una bottiglia d’acqua in uno stabilimento ce la portiamo da casa.

3. Prezzi discordanti

Mi viene da dire che la vita in Grecia costi meno che in Italia. Un trend comune in tutte le zone che abbiamo visitato. L’unica cosa che mi sconvolge sono i prezzi nei supermercati: lì sono uguali o più alti rispetto Torino, il che mi fa sorgere il dubbio sul fatto che alcuni possano essere supermercati per turisti e in altri posti acquistino i locali. Ma non ne sono sicura…

A Miloi effettivamente è un’altra Grecia, molto più internazionale. E i prezzi per gli allocchi di fuori li comprenderei. Ma a Koroni, che vive di un altro turismo, o addirittura a Stemnìtsa, tutti questi turisti non è che li abbia visti.

Nella foto una confezione da 1,5 l di latte parzialmente scremato: non proprio regalato direi.


4. Ospitalità greca

Che sia a nord o a sud, che sia ai monti o al mare, l’ospitalità greca ricorda quella del nostro sud: non è finta, non è furba, è genuina come il loro piacere nel mostrarti orgogliosi la loro terra.

Io i greci li amo proprio.

Giorno 5 – Il viaggio da Koroni a Stemnìtsa, passando da Olimpia

Con il labbro tremulo ci prepariamo a lasciare Koroni. Valige chiuse, borse pronte, bimbe sveglie e affamate (as usual…) salutiamo Andrea e ci dirigiamo verso la fermata del pullman che ci avrebbe portati a Kalamata, all’aeroporto, dove avremmo trovato la macchina che Stefano ha prenotato su Hertz (in seguito questa macchina,  una scatoletta di tonno, la troverete nominata Mareblu).

h 10.21 – h 11.11

Colazione alla Kafeteria e indovinate chi troviamo? Il nostro Jani è sinceramente dispiaciuto della nostra partenza, Micol ancora di più e mi chiede di dirgli che vorrebbe venisse a trovarci a Torino, lui la bacia e ci dà un indirizzo dove vedere spettacoli di sirtaki su internet. Poi vuole fare qualche foto ricordo, ma non ha un indirizzo mail al quale farle arrivare. Allora comincia il pellegrinaggio tra i negozi della piazza, fino a che non decidiamo che le stamperemo e gliele manderemo via posta, all’indirizzo del biglietto da visita che mi porge un po’ commosso. Nel frattempo arriva la sontuosa colazione che ci spazzoliamo seduti in piazza, in attesa di un pullman che giunge all’improvviso. Jani si raccomanda con gli autisti, carichiamo i bagagli al volo e partiamo… Senza pagare la colazione! Il tutto si risolve con un 20 euro allungato al bigliettaio sul pullman che lo darà a Jani che lo darà alla barista, prima che l’Interpol si metta alle nostre calcagna.

h 11.30 – h 13.02

Rapportarsi con le addette dell’auto noleggio è stato piacevole quanto una visita da un sadico proctologo. Montiamo su Mareblu un po’ innervositi. Ci mettiamo una quarantina di minuti per trovare la strada che da Kalamata ci avrebbe portati prima a Olimpia, e poi tra i monti di Stemnìtsa. Appena imbocchiamo la via giusta il nervoso viene soppiantato dalla fame maiala. Nel cammino, vista l’esperienza con i locali turistici, scegliamo d’indirizzare denaro e stomaci alle tabernae, che lo trovi scritto un po’ in mille modi e che dignifica sempre e solo: cibo casalingo. Sulla strada scorgiamo un posto apparentemente abbastanza lercio per ospitarci, per rendere l’idea posso solo dire che in confronto il peggiore bar di Caracas avrebbe potuto concorrere alla stella Michelin del lusso. Abbastanza lercio, dicevo, ma non immaginavamo quanto. Ordiniamo 4 panini e una bottiglia d’acqua, poi andiamo a sederci fuori in un dehor coperto da una vite e abitato da figuri che se do retta a Lombroso avrebbero potuto mangiarci ancora vivi. Nel gruppetto di clienti cala il silenzio fino a che non ci sediamo, ci guardano tanto che a Micol comincia a venire paura che ci possano avvelenare. Mentre tento di spiegarle che al massimo potrebbero accoltellarci, uno dei ragazzi seduti al tavolo “adolescenti” mi chiama e mi fa segno che il mio tatuaggio alla gamba gli piace. Gli altri annuiscono con il pollice alzato. Sorrido, ringrazio, mi chiedono quanto l’ho pagato. Spiego che è stato un regalo. Silenzio. Intanto Stefano torna dopo aver fatto le ordinazioni e due-tre baldi giovini del tavolo adolescenti si alzano ed entrano nel locale. Per spiegare meglio: nel dehor c’era, oltre al già citato tavolo dei ragazzi, anche quello degli anziani (fino a quel momento non avevo mai visto una donna masticare tabacco e sputarlo al suolo, centrando sempre la montagnetta senza sgarrare di un millimetro), quelle delle ragazzine e quello dove mangiava e fumava un camionista. Noi eravamo in fondo al cortile, al tavolo vittime sacrificali.

A un centro punto avverto una bizzarra sensazione, bisbiglio a Stefano di andare a dare un’occhiata alla macchina, nel parcheggio dall’altra parte. Lui non fa domande, si alza e va. Nel tragitto che lo separa dalla porta per rientrare nel locale il camionista gli consiglia di prendere la macchina e portarla da quel lato del cortile, visibile. Quando torna mi dice che i baldi virgulti erano seduti innocentemente accanto Mareblu. Tutto è bene quel che finisce bene. Anzi, benissimo se aggiungo che per i panini e la bottiglia d’acqua abbiamo pagato solo 6 euro e io ancora mi sogno il gusto della feta sfusa di quel giorno…

h 13.03 – h 14.36

Rimango sempre affascinata dalla natura greca: riglogliosa e profumata, per vari aspetti mi ricorda la Calabria dei miei nonni. Lungo il tragitto chilometri di ulivi ci accompagnano destinazione Olimpia.


h 14.37 – h 17.02 Olimpia

  
  
(Le foto sono opera di Micol, come si può notare dal selfie. Tante delle foto di questo viaggio pubblicate su Santisella sono opera di Micol. Per la cronaca)

Le piccole non pagano, mentre per me e Stefano il biglietto per visitare le rovine di Olimpia costa soltanto 3 euro a testa. Prima facciamo un giro all’interno del museo, come suggerito da madama Lonely Planet, poi ci avventuriamo all’interno del sito archeologico. Apro una parentesi: io detesto i gruppi con le guide. Mi confondono, sono chiassosi, occupano le sale e mi stanno in culo. Ne avevamo uno di spagnoli a pochi metri da noi. Dovete sapere che Stefano è come Gomes degli Addams: appena sente parlare spagnolo sbarella, comincia a salivare come uno dei cani di Pavlov, si avvicina ipnotizzato. Quindi mentre lui segue gli iberici io e il dinamico duo passeggiamo. Ringrazio sempre le piccolette che mi seguono nei musei facendomi vedere quello che voglio, evitando di farmi pesare quando si divertono come a una dimostrazione del Folletto. Quando mi fanno consapevolmente felice. Stefano abbandona la Spagna e torna dalla Triade per spiegarle le notizie ottenute dalla guida. Allora passiamo accanto alla Palestra, al Ginnasio, al tempio di Era e lì succede il finimondo.

Un tizio, con maglietta bianca e sindrome di Hulk, prima urla qualcosa a qualcuno degli spagnoli, poi corre verso di loro con il chiaro intento di infilare all’avversario un’ipotetica fiamma olimpica nello sfintere. Parapiglia, vociare, io sono dibattuta tra il ficcarmi dentro il casino per seguire la curiosità e il mio ruolo materno, ovvero quello che mi suggerisce di tranquillizzare il mio gruppo, continuando a la visita. Comunque, secondo me o qualche spagnolo ha guardato troppo spagnolamente una donna greca, o si tratta di mariulamento indiscriminato oppure di follìa testosteronica. Infatti l’energumeno a un certo punto monta su una colonna che in migliaia di anni non aveva mai visto nulla di simile: in vetta continua a ringhiare, poi si toglie la maglietta e la lancia a terra. Dopodiché si dà alla macchia insieme a tutta la mia curiosità.

Nel mentre arriviamo allo stadio: emozionante. Restano ancora parte delle tribune in pietra che ospitavano i tifosi e poi la linea di partenza, in marmo, da cui iniziava la gara di velocità. Gara che anche il dinamico duo ha voluto tentare…

  
    

h 17.10 – notte fonda… Road to Stemnìtsa

Questa non vuole essere una guida, e nemmeno una rubrica di consigli. Ma uno ve lo do, spassionato: se andate a Stemnìtsa sappiate che la parola tornante acquisirà un nuovo significato. E anche la parola infinito. Insieme, queste due parole, daranno il remake dell’Odissea.

Mettici che tutto scritto in greco non è semplice, che i cartelli, a differenza dell’Italia, ti dicono che la strada intrapresa è corretta a un chilometro dalla destinazione. Indi per cui, se hai sbagliato, cambia verso di Mareblu e fatti il segno della croce.

Mettici la stanchezza e mettici che Stemnìtsa sta in mezzo ai monti. Mettici pure la fame.

Ma mettici anche la sorpresa di una tartaruga che ti cammina in mezzo alla strada…


Mettici un paesaggio mozzafiato


Mettici la classica fermata per rifocillarci…


Micol, ormai, viene scambiata per greca. Nella taverna gioca con dei bambini insieme alla sorella, prima che arrivino a tavola succulenti manicaretti: catserulas per Stefano (maiale e arancia stufati), pollo per Micol e Alice, tsatziki e crema di formaggio per me che credo,ormai di essere fatta per il 65% di feta.

Anche questa taverna risulta essere frequentata solo da greci e portatrice sana di bontà. Curiosità: le patatine fritte qui le condiscono con l’origano. E sono buone!!

E poi, a notte fonda, metti di trovare questa benedetta Stemnìtsa e mettici pure la proprietaria della Guesthouse dove hai prenotato, Mpelleiko, che ti aspetta in piazza per accompagnarti a casa. La stessa proprietaria, Nena, che ha scambiato varie mail con mia sorella nella serata: io, sprovvista di internet, avevo bisogno di qualcuno che l’avvertisse del nostro ritardo. Marika, come sempre, si è prestata. Nena, appena entrata nella mia stanza, mi ha raccomandato di avvertire mia sorella, sua nuova migliore amica, del nostro arrivo perché altrimenti stava in pensiero.

Simpatica e dolcissima, Nena, peccato per il suo anatema

Le cose che ho imparato in Grecia – giorno 4

1. Non sempre si riescono a ottimizzare le proprie risorse

Le risorse, ogni tanto è semplice questione di gestione delle risorse. Se Jani dice che a Koroni il turismo è diminuito molto da quando era meta di facoltosi greci, una ventina d’anni fa, penso che non sbagli. Penso che lui, essendo di nascita di Koroni, sia tornato sempre, ogni anno, anche quando faceva il taxi driver nella capitale. Immagino che, di anno in anno, abbia cominciato a vedere i segni della decadenza di case e vie prima richiestissimi e poi sempre meno affittati, meno abitati.

La prima cosa che ci ha mostrato quando siamo arrivati e ci ha portati a fare il giro della città, è stato il cantiere a terra rimasto abbandonato. Quello stesso cantiere che avrebbe ristrutturato le infrastrutture intorno i bastioni del Castello veneziano sul promontorio. Da quelle parti partivano traghetti per le grotte e le escursioni. Adesso ci sono cumuli di macerie. Quando siamo saliti per visitarlo dall’interno, l’antico  castello così strategico per sventare gli attacchi via mare, siamo rimasti a bocca aperta per la bellezza naturalistica e storica in cui ci trovavamo. Oltre a un paesaggio da paura  (in tutti i sensi, viste le vertigini) lì si respirava storia. E mi sono ritrovata improvvisamente sotto le Porte Palatine a Torino, straordinaria testimonianza di ciò che fu, ormai date da noi torinesi per scontate perché la nostra, fino a oggi, non è mai stata una città turistica. Per Koroni invece quel castello potrebbe essere la ripartenza, e sta lì, incredibile suo malgrado, con i cantieri chiusi e la sua storia.

Mancano i soldi per continuare i lavori. I soldi servono per altro, vista la crisi, per altro ritenuto più importante. Ma quanto sarebbe importante e quanta fiducia nel futuro regalerebbe il castello rimesso a nuovo, vetrina acchiappa-turisti. Sale lo stupore se si pensa a questo capitale inutilizzato, a questa risorsa non sfruttata. Poi basta pensare a Pompei e il mio italico sdegno si smonta come soufflé.

In compenso, sempre a proposito di risorse, tutte le case hanno i pannelli solari e l’acqua calda arriva da lì. Meditiamo…

  
  
2. Pizza e pasta si mangiano solo in Italia

Quando Stefano ha chiesto a Jani un posto dove si mangiasse bene greco, lui era stato chiaro: a Koroni se vuoi mangiare bene greco conviene che ti compri qualcosa al supermercato e te lo prepari, oppure che vai a mangiare in qualche famiglia. Abbiamo compreso il secondo giorno perché, quando siamo andati in un posto sul lungo mare: in cibo era buono ma con prezzi imbarazzanti. Un po’ come succede a Roma, ai Fori per esempio, che in quanto turista ti propinano le peggio cose facendotele pagare quanto un rene. Noi, tutto sommato, non abbiamo mangiato male ma ci hanno presentato un formaggio chiamato Koroni, delizioso, che non si chiama così e non viene fatto a Koroni. Per farla breve, ci hanno coglionati come pivelli turisti fai da te. Ahi ahi ahi ahi!

Non contenti, la quarta sera siamo andati a mangiare italiano in quello che Jani ci aveva definitivo un posto gestito da italiani: il cibo nostrano non ci mancava, ma alle bambine sgorgavano dalle orecchie feta e olive e o pomodori. Ok, aiuto. Il padrone, in italiano, ci ha accolti dichiarando che avremmo mangiato  meglio che in Italia. Fiduciosi abbiamo aspettato fino a che non sono arrivate queste cose brutte. Già io sono in conclamata astinenza da caffè VERO (no, quello greco che sembra turco non mi piace. Sembra l’acqua che rimane nel serbatoio della moka quando non esce tutto il caffè) poi mi arriva questa cosa tonda, la cui forma è la sola cosa in comune con la pizza. A ogni morso che davamo un pizzaiolo a Napoli si prendeva a palate in faccia.

Colpa nostra. Quando si va all’estero non si mangia italiano. Punto. Basta. Stop.

3. Acqua del mare caldissima

Avete presente quelle figure che zompettano in punta di piedi dal bagnasciuga, a un centimetro alla,volta, in direzione mare aperto? Quelli che sobbalzano a ogni micro schizzo e che per la temperatura dell’acqua tengono indietro la pancia manco a Miss Italia? Ecco, a Koroni non accade perché la temperatura del mare è molto alta. Il più delle volte hai la sensazione di entrare in un bagno da Spa, con l’acqua che ti accoglie e ti culla tipo liquido amniotico. Altre capisci come  si sente un rigatone quando lo tuffi per rendergli giustizia. Evito di prender per buona l’ipotesi di Micol secondo cui questo fenomeno deriva dalle numerose e copiose minzioni riversate dai turisti nell’acqua. Credo sia dovuto più che altro al fatto che Koroni si trovi all’interno di un golfo piuttosto chiuso e forse alla presenza di qualche vena vulcanica.

4. Ciao Koroni, arrivederci

Chi mi conosce lo sa, io non sono una che si affeziona ai posti, agli oggetti. Io ho la saudade solo del caffè. Eppure lasciare questa casa qui, a Koroni, mi procura quel sottile senso di perdita che si ha quando si parte e quando si sa che, molto probabilmente, non si tornerà più. Micol ha cominciato a frignare dalla sera, pensando alla partenza, io cinematograficamente ho avvertito il distacco dopo le valigie, le pulizie, con le bambine pronte, nel momento in cui erano da chiudere gli scuri e scendere per prendere il pullman. Ciao Koroni, e grazie.

Le cose che ho imparato dalla Grecia – giorno 3

Lo ammetto, ho sottovalutato l’impatto con una lingua che non solo suona diversa, ma che anche è scritta diversa. Confesso che questa cosa l’ho presa allegramente sotto gamba, anche se deve essere stata un’impennata di buonsenso quella che mi è presa quando ho comprato il dizionarietto da Feltrinelli. Perché non si tratta di tentare di comprendere parole straniere, cercando assonanza con la propria lingua madre, usando la fantasia e quel poco di linguistica imparata all’università.

In Grecia, come in Russia, in Corea, in Giappone, in Cina, nei Paesi arabi… (E tanti altri che ora non mi vengono in mente)… Cambia tutto l’alfabeto e tu ti ritrovi con quella sensazione che avevi in prima elementare, inebetito e analfabeta.

  1. Per fortuna l’inglese c’è

Qui tutti parlano inglese. Tutti. Anche i settantenni . Anche le sciure che riconoscono dai tuoi tratti somatici che non sei svedese e ti attaccano bottone al supermercato, davanti al reparto frutta fresca. E ti parlano del viaggio che hanno fatto qualche mese fa in Italia, a Venezia. Parlano tutti inglese e questo per noi è un gran culo perché, oltre a comprenderci, riescono a insegnarci qualche parola di greco che fa sempre piacere sapere. Quelle paroline che pronunci in una situazione, torniamo al famoso supermercato, magari quando ti danno il resto. Con voce incerta e sguardo soddisfatto pronunci efharisto (grazie). Sei sudato manco avessi fatto il tappone della montagna senza sellino e guardi tutti, aspettandoti standing ovation, scene di svenimento, sguardi ammirati. Invece rimedi un parakalo (prego) di circostanza, un bouquet di sorrisi imbarazzati e divertiti e la mesta sensazione di aver fatto la figura del coglione. Per fortuna che l’inglese c’è, dunque. Anche se non è una lingua che amo particolarmente, ne ammetto l’utilità around the world. Soprattutto guardando Micol, che vive di contatti sociali. Il suo dramma era rappresentato dal non riuscire a fare amicizia con i bambini in spiaggia o ai giardinetti. Un dramma brillantemente superato dall’inglese che le hanno insegnato a scuola, dalla sua faccia da culo, dalla sua sorprendente capacità di apprendere le lingue velocemente e  dalla sua immensa curiosità nei confronti del mondo. Tutto questo le hanno fruttato un amico greco, un’italiana e una coppia di sorelle austriache, di cui ha anche preso l’indirizzo!

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2. Venghino, signori venghino

La vita sociale di Koroni è vivace e scoppiettante (noi, dopo una giornata al mare, nettamente meno). La somiglianza impressionante con il sud Italia, da me ampiamente e assiduamente frequentato da infante e adolescente, risiede anche negli artisti che portano la loro arte in giro per le piazze turistiche della costa. Potrebbero essere fratelli di sangue di Gianni Esposito o Roberto D’Amore, a vedere i manifestini che annunciano la loro neomelodica venuta: stessi ciuffi imponenti, stessi sguardi grondanti passione, stessi primi piani alla Lancio (i fotoromanzi cui mi ha iniziata mio nonno Francesco, ndr). Stessa musica, lingua diversa. Esiste un altro modo per richiamare le folle agli eventi all’aperto, che siano partite di calcio, concerti, rappresentazioni teatrali: i lenzuoloni affissi ai muri nel centro città o lungo le strade a lunga percorrenza. Un sistema economico e di sicuro impatto per richiamare le persone a fare festa. Oppppppa!

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3. Tutti tifano le tartarughe Caretta Caretta

Ha immediatamente attirato l’attenzione di quella fringuella di Micol una piramide fatta di canne bianche e blu in mezzo alla spiaggia, la nostra amata Zaga Beach. Avvicinandoci abbiamo scorto un biglietto scritto in greco dove però spiccavano le parole Caretta Caretta. Illuminazione: le tartarughe! Immediatamente chiediamo notizie alla barista del chiosco della spiaggia che ci spiega che ogni 67 giorni le tartarughe vanno a deporre e che quella piramide indica il luogo in cui, atavicamente, le lente ragazze vanno a depositare le loro uova, lasciandole sotterrate e reiterando l’immemore voto di fiducia nei confronti del mondo: che siano uccelli affamati, bambini curiosi, pesci predatori, i genitori lasciano le uova e augurano ai loro piccoli di superare le prove ed entrare in acqua, per farsi portatori dell’ottimismo.

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4. Rapput ve la ricordate?

Io penso spesso a Claudio Bisio e Rocco Tanica che cantavano dell’amore dei pescatori greci per le turiste. Mi viene in mente perché sia la nostra padrona di casa, la rigorosa Andrea, che la proprietaria del chiosco di Zaga Beach, Brunilde, sono due tedesche che stanno trascorrendo la seconda parte della loro vita in Grecia, abbandonando con gioia e consapevolezza il loro passato. Entrambe qui per amore, sia di qualche aitante pescatore (quello di Andrea non mi pare ‘sto adone, ma tant’è…) che del posto di cui, oggettivamente, non ci si può non infatuare. Una, la nostra padrona di casa, si è inventata la casa vacanze per arrotondare mentre porta avanti la sua professione di fotografa. Brunilde invece fa la Pamela Anderson abbronzatissima e biondissima tra le sdraio, sulla sabbia (noi lo straconsigliamo lo stabilimento di Brunilde: 5 euro per ombrellone, due lettini e connessione WiFi… Ciao ciao stabilimenti liguri!)

Le cose che ho imparato dalla Grecia – giorno 2

1. Scale… Scale ovunque (come le cicale, ovviamente)

Koroni è un posto delizioso e molto greco, per seguire gli stereotipi che così vorrebbero la Grecia: qui sono ospitali al punto da interrompere qualsiasi loro attività per aiutarti; feta e tsatziki regnano sovrane nelle tavole, insieme a pomodori e olive; gli uomini cotti dal sole mangiano agnello nelle taverna di prima mattina; fa caldo; è tutto azzurro e bianco eccetera eccetera. Quello che nessuno mi ha detto, nemmeno la Lonely Planet che tante altre informazioni ci ha fornito, nessuno, ribadisco, ci ha detto che ci sono decine di scale.

Centinaia di gradini per andare al supermercato. Migliaia per arrivare alla spiaggia. Bilioni per fare una passeggiata al porto. Scale, scale ovunque. Quando partiremo per la prossima tappa, penso che ci saranno quattro culi sodi in più su questo pianeta…

  

    
    

E comunque, a parte la lamentela da viziata cittadina, direi che se devi fare tante scale per arrivare in posti come questi allora sì, ne vale la pena. Nella foto la nostra spiaggia preferita, Zaga Beach: con 5 euro al giorno hai due lettini, un ombrellone e pure internet. Almeno fino a che non si alza il solito vento incazzato from the Monte Olimpo

Le cose che ho imparato dalla Grecia – giorno 1

Ci sono cose che, quando vai in un Paese straniero, ti saltano subito agli occhi come differenti, sono quegli usi&costumi che io adoro scorgere quando ho la fortuna di viaggiare. Mi sembrano le ombre, le sfumature, i chiari di un acquerello che compone la gente, le persone. Sono arrivata a Koroni da poche ore e immediate le sfumature hanno colpito la mia immaginazione. Nel primo giorno di vacanza a Koroni ho imparato che…
1. I gatti sono i Sindaci di Koroni: fieri e liberI hanno colonizzato questo villaggio che più che di pescatori sembra di filosofi. L’equilibrio tra felini e umani è idilliaco. L’unico problema è convincere Micol&Alice che i cuccioli stanno bene dove sono, e che no, in Italia non possiamo portarli.

   
 
2. L’acqua è gratis per tutti. Nei locali te la portano senza nemmeno chiederlo: un bicchiere a testa per commensale. E per la gentilezza ti passa pure la saudade del caffè.

  
3. I bancomat non sono presi d’assalto. Come si può vedere dalla foto, un omino con la maglietta gialla sta allo sportello e dietro non si vedono le orde di correntisti con lo scalpo in mano. La difficoltà c’è, ma sempre meno della dignità.

  
4. A un certo punto, la sera, il cielo s’incazza. Diventa nero, le nuvole s’ammassano, tuona e lampa. Pochi minuti di nervoso di Zeus, poi tutto torna normale.