Dov’eri tu quando segnò Sparwasser? (Benvenuta prospettiva)

Come ha detto un amico qualche giorno fa, sembro riemersa da un buco spazio temporale, tipo la mamma di Goodbye Lenin che entra in coma prima del crollo del Muro e si riprende quando il mondo è già definitivamente cambiato. Nell’ultimo mese sono stata così tanto concentrata nel mio lavoro e nella realizzazione di quello per cui lavoriamo per mesi, che ho ristretto a poco a poco la visuale, togliendo dall’inquadratura tutto quello che nel frattempo succedeva nelle vite di chi mi sta attorno.

La mia fortuna è che mi vivono attorno persone intelligenti che sanno che, prima o poi, torno a bussare per aggiornamenti vari ed eventuali. Allora vado per associazione di idee e mi torna in mente Sparwasser e la partita tra Germania Ovest e Germania Est nei Mondiali del 1974 quando, nonostante entrambe le squadre fossero già qualificate per la seconda parte della competizione e i padroni di casa fossero ampiamente favoriti, a sorpresa vinse la Germania Est con un gol proprio di Sparwasser. Un gol talmente importante tanto da diventare avvenimento storico spartiacque, tanto da far diventare normale, tra tedeschi, chiedersi: “Dov’eri tu, quando segnò Sparwasser?“.

Per questo mi viene in mente adesso, perché nel mio giro di aggiornamenti di ciò che è accaduto nella vita di chi amo, mi sembra quasi di paragonare il Salone a quella partita e constato che, mentre mi abbronzavo a righe i piedi e mandavo foto e comunicati, Valentina trotterellava con i capelli ancora più corti, Ernesto andava al mare la prima volta, Micol finiva la scuola e Marika seguiva l’ultima lezione universitaria della sua vita. E ancora, Maria Chiara compilava l’ennesimo bando e iniziava il centro estivo, Raffaele vinceva le elezioni, Daniele partecipava a una decina di concerti, Morena andava a vivere con Luca, mamma festeggiava la sua pensione, Miriam trovava lavoro, Silvia rifiatava in Sardegna, mentre in Sardegna Patrizia e Paola tenevano stretta una mano prima che andasse via.

E io?

Io ho vissuto uno spazio tempo dalle leggi proprie, ho conosciuto persone che mi piacciono, ne ho riviste altre di cui l’unico difetto è la localizzazione geografica, ho baciato guance e condiviso caffè, mentre tanti altri purtroppo non sono riuscita a berli. Ho mangiato insalate e risposto a telefonate assurde. Ho bevute birre calde, sono entrata in decine di gruppi whatsapp, da cui sono anche uscita, ho comprato decine di quotidiani e letto centinaia di articoli E, nonostante più volte al giorno fosse possibile sentirmi dire “Odio tutti”, alla fine mi tocca ammettere che amo più di quelli che detesto e che, alla fine, questa settimana di follia è una di quelle settimane cui non rinuncerei mai.

Se dovessi ringraziare le persone che hanno reso speciale questa edizione del Salone diventerei scontata e diabetica. Ma questo non mi impedirà di farlo. Adesso, che vado a zonzo per le colline casco in testa e aria in faccia, rifletto sul gol di Sparwasser e ringrazio la fortuna di avere due figlie pazienti e appassionate, che vibrano delle mie stesse emozioni e che non contribuiscono al mio abnorme senso di colpa. La loro serenità è frutto anche delle persone speciali che le hanno accudite durante questo carnevale che annualmente ci investe. Ringrazio la sorte che mi ha fatto piombare in un ufficio di matti, di esseri umani in grado di condividere, di lavoratori creativi e di professionisti fantasiosi. Ringrazio anche le frustrazioni gravitazionali che hanno sfiorato il Salone, perché mi hanno permesso di concentrarmi ulteriormente e di dare il giusto peso alle cose. Tutto questo mi ha regalato la prospettiva, e la prospettiva è quella cosa lì che fa fare respiri profondi, che fa sbocciare sorrisi, che regala la rotondità della soddisfazione e che fa scorgere la moltitudine di verdi di cui di cui siamo circondati.

Nell’anno che è stato io ho ucciso Candy Candy (questione di bilanci)

Tutti buoni a fare bilanci e propositi a Capodanno. I fighi, quelli veri, i conti tra passato e futuro li regolano alla Befana, quando il resto del mondo sta già lottando con la frustrazione di aspettative inarrivabili.


Io, ovviamente, sono una figa.

Normalmente, per ricordarmi le annate trascorse, mi ricollego ad avvenimenti calcistici di rilievo (mondiali, europei, partite leggendarie, acquisti di giocatori ecc.) oppure ci appiccico nomignoli didascalici. Il 2016 è il cosiddetto “Anno effetto domino“, ovvero l’apoteosi del rapporto causa-effetto. Sono stati i soliti 12 mesi (insieme a un 29 febbraio irrilevante) eppure a me, oggi, che ci faccio i conti, mi sembra che abbiano condensato 5 anni in uno. Ogni giorno una casella domino che, a seconda di come la facevo cadere, spingeva a folate la mia vita da una parte all’altra.

Che se non fossi andata al mare, quel giorno di vento, non avrei letto quel messaggio che sarebbe valso un’ultima colazione. Tutto così, un unico incastro di cazzate che sono valse puntate salienti della mia fiction personale. Oggi, mentre sgranocchio monete di cioccolata, capisco bene il percorso arzigogolato di questo 2016 che mi ha fatto tanto bene e che resterà la chiave di volta delle narrazioni santisiane. 

Nel 2016 ho imparato a stirarmi i capelli da sola. Ma non solo: ho ripreso a indossare le autoreggenti e ho ridimensionato quel timore provinciale di “essere bella” oltre che incredibilmente intelligente. 

Nel 2016 ho preso dei NO megagalattici (parlo di tutti i campi) Alcuni dichiarati, altri sussurrati o inalati tramite parafrasi. Tutti questi NO sono stati la mia fortuna (effetto domino) per un sacco di motivi che non sto a spiegare ma, soprattutto, perché erano frutto della grande e non dichiarata paura che ha accompagnato il 2016: il timore di quello che sarò. Cioè, e va bene la separazione, e va bene la chiusura della Bottega, e va bene l’oroscopo di merda, e va bene tutto. Ma poi, dopo il periodo di convalescenza emotiva post mega-giga traumi, bisognerà pure tornare in pista con qualche super potere in più dovuto alle batoste, no? Ecco, il sequel della mia vita, messo parzialmente in ghiacciaia negli ultimi mesi causa lavori di ristrutturazione, dicevo di volerlo vivere e intanto facevo di tutto per rimandarne il primo ciak, provando ad ancorarmi a certezze del passato. La mia bisnonna l’avrebbe chiamata rincorsa, io l’ho capito solo quando stavo già saltando.

Nel 2016 mi sono confidata maggiormente con amiche che con amici. Per me, questa, rappresenta una vera rivoluzione emotiva e comunicativa, visto che non succedeva dal 1986 che preferissi le donne agli uomini per scambiare pezzetti di vita catartici.

Nel 2016 ho anche staccato definitivamente le macchine che tenevano in vita la Candy Candy che c’era in me. Sulla carta d’identità, al posto di crocerossina, adesso c’è scritto raccoglitrice di bacche. La cosa che mi rende più orgogliosa è che questa dipartita non è frutto di scelte dolorose, ma di consapevoli NON-bisogni: non mi servono i tristocinici autocompiacenti, non devo per forza sentire i lamenti della gente, non devo nemmeno fare la riserva di energia positiva ed esaudire i sogni-voragini del prossimo. Insomma, mentre il 2016 si trascinava, a poco a poco ho perso prima i codini biondi di Candy, poi le lentiggini, poi gli stivaletti di merda e infine pure camice e cuffietta. Un piccolo passo per un manga, un grande passo per una Santisella.

La cosa più importante del 2016: anche le persone di cui pensavo di conoscere ogni anfratto, mi hanno stupita. Per questo la canzone del mio Anno effetto domino è una canzone di Jeff Buckley, un duetto, scoperto per caso qualche settimana fa. Pensavo di conoscere qualsiasi cosa di Jeff, collaborazioni, testi scritti per altri, concerti unplugged a sorpresa nei club. Tutto. Di questo duetto non avevo mai sentito parlare e da quando l’ho scovato, lo ascolto tutti i giorni (immaginate la gioia di Micol&Alice) “All flowers in time bend towards the sun”. Come una formula magica, sono emerse caratteristiche inimmaginabili di persone che pensavo di conoscere a menadito e così, oggi, giorno di bilanci e di cioccolatini della Befana, mi ritrovo ad avere amici che sono diventati altro, ad altro che sono diventati amici. Ad avere dei punti di riferimento trasformarsi in niente e dei niente diventare film francesi.

Un casino.

L’avevo detto che questo 2016 era stato corposo, denso, a tratti faticoso.

Per il 2017 ho già comprato i lupini da sgranocchiare mentre lo percorrerò, giorno dopo giorno, senza grandi proclami esistenziali se non quello, fondamentale e catartico, sul quale prometto d’impegnarmi solennemente: dire NO al colesterolo e dire sì ai viaggi. Tanti. Soprattutto se prevedono piedi nudi sulla spiaggia.

Le cose in sospeso che non voglio lasciare

A me la morte fa questo effetto qua. Mi prende a ceffoni, quando arriva all’improvviso. Mi scuote, mi fa sedere a terra, senza respiro. La mia mente va alle cose lasciate a metà da chi non se lo aspettava di dover andare via.

Tipo telefonate da fare, maglie da piegare. Cose da scrivere. Cose da dire.

Io, oggi, ho la casa ricoperta di nylon e di goccioline di pittura bianca. Morissi adesso per la mia famiglia sarebbe un gran casino, magari farebbe pure fatica a trovarmi, in questo casino qui. E non saprebbe di tutte le cose che nella mia mente ho lasciato a metà, oltre alle pareti da imbiancare.

Mia sorella non sa che devo preparare delle lettere per il lavoro molto importanti, mio fratello ignora che ho un aperitivo in ballo con  Sonia, il mio capo avrà di certo dimenticato che devo rifare la carta d’identità entro martedì per poter salire sull’aereo per Parigi. Mia mamma non sa che ieri sera mi hanno detto che sono una splendida persona, e non ho fatto in tempo a raccontare alle mie amiche che un mago mi ha scritto il suo numero di telefono su una carta da gioco, di corsa, in un simpatico tentativo di abbordaggio. Devo ancora leggere l’ultimo libro di Harry Potter. Le mie figlie ignorano che ho comprato la vernice a lavagna per colorare le porte delle nostre stanze, e ancora non sanno che ho intenzione di farle traslocare nuovamente nella loro vecchia camera. Mariachiara non sa che cosa le voglio regalare al compleanno, Miriam deve ancora essere aggiornata sulle idee che mi sono venute sul nostro progetto. Stefano non saprebbe dove trovare il buono birra che ho promesso di dargli.

Avrei tante cose lasciate a metà, così, che resterebbero fluttuanti come incompiute note di una canzone che ti canticchi in testa mentre la inventi, che in quel mentre ti pare un successo discografico e poi la dimentichi in un soffio. In un attimo. Lo stesso in cui vai via.

La morte a me fa questo effetto qua. Mi mette davanti ai sospesi.

Mi solleva pensare che, se me ne andassi via adesso, così, vicino alla pistola a spruzzo che mi sono regalata questa mattina, forse le persone non saprebbero le mail che ho in programma di mandare, ma saprebbero esattamente cosa penso di loro e quanto le ami. 

Questa è l’unica cosa che conta, non lasciar passare nemmeno un secondo dal pensiero alla parola, al gesto, perché dire a qualcuno che è importante per te potrebbe essere l’equivalente di un sorriso inaspettato, di una vincita al gioco, di un cioccolatino buonissimo, di un paesaggio straordinario.

Io penso che Roberto, che questa mattina è pedalato lontano, abbia detto a tutti i suoi cari quanto li amasse. Non lo vedevo da tempo, da quando fumavamo canne alla chiusura del giornale, la domenica notte. Non ci siamo più visti ma ci siamo sempre un pochino seguiti, salutati attraverso quei social che anche a questo servono. Non sono mai andata a mangiare al suo ristorante, non ho mai conosciuto sua figlia e riabbracciato la sua mamma.

Sono seduta a terra, dovrei finire almeno la prima mano ma ho troppa voglia di chiudere il coperchio, mettere a bagno il rullo, farmi una doccia e andare a prendere le mie bambine. Mi sa che farò così.

Non è certo da questi particolari che si giudica un genitore

Questo è un post di felicità.

Cioè, sono contenta di quella contentezza che si ha se si raggiunge un obiettivo. Quando la bilancia dice che hai perso un etto (probabilmente hai tagliato i capelli), quando smetti di mangiarti le unghie, quando ti accorgi che è evaporata la voglia di stalkerare ex e affini, quando superi un limite e sposti in avanti il traguardo.

Ecco, io sono felice perché mi sono accorta all’improvviso di essere diventata più resistente ai giudizi sulla mia persona, anzi, sul mio interpretare la parte che preferisco della mia vita, quella di madre.

E me ne sono accorta in due contesti precisi, accomunati da un’accusa specifica a me diretta.

Il primo è avvenuto un mese fa. Ero sul balcone e stavo sistemando delle cose. Una coppia di una certa età, marito e moglie, non si è accorta della mia presenza e ha commentato il mio stile libero nello stendere la biancheria, ovvero senza pinze, un’abitudine che mi è rimasta da quando Micol era piccola e praticava alle mollette il suicidio assistito, facendo diventare l’acquisto delle sostitute un capitolo di spesa intollerabile. Dal fatto che io stenda la biancheria senza pinze hanno dedotto che “che non amo fare le cose della casa, della famiglia“.

Il secondo invece è avvenuto qualche giorno fa, su Facebook, a proposito della famigerata questione “cibo da casa” invece della mensa scolastica dei bambini. Un padre, dopo che ho espresso con moderazione tutti i dubbi circa il risultato a medio-lungo termine di questa cosa, si è sentito in dovere di dirmi che “ero libera di far cibare le mie figlie con quello che volevo, se non avevo voglia di alzarmi la mattina per preparare da mangiare“. Avrei potuto scendere nel fango con lui, sguazzando nei luoghi comuni, e chiedergli se sapeva trovare le mutande anche senza le indicazioni della moglie. Ma ho soprasseduto. In entrambi i casi non ho ribattuto.

E ne sono felice, perché ho raggiunto il risultato tanto ambito di stracatafottermene quando i miei atteggiamenti da madre non si allineano con quelli di chi mi sta giudicando in quel momento.

Perché di giudizi stiamo parlando, delle pietre scagliate sistematicamente contro genitori “diversi”. Semplifico qualche situazione.

Chi allatta al seno considera pigre le mamme che scelgono il latte artificiale e queste guardano alle lattanti con sguardo pieno di riprovazione, ritenendole frichettone e morbose. Chi porta con la fascia schifa le passegginate e viceversa. Poi c’è chi manda il figlio a calcio e dovrebbe mandarlo a rugby, chi fa guardare troppa TV o niente, chi legge sempre le storie e chi nemmeno una. Insomma, tra genitori ci guardiamo e abbiamo il ditino dell’accusa sempre pronto a scattare.

Il motivo, secondo me, è piuttosto elementare: essere genitori è complicato, ti senti perennemente in discussione, sai che le tue parole e i tuoi gesti contribuiscono agli adulti di domani. E sai che sbagli, perché è umano e ineluttabile.

Quindi è molto rassicurante vedere qualcuno che sta sbagliando più di noi. Secondo il nostro punto di vista, è chiaro.

Da quando il padre non vive più con noi, il percorso delle mie bambine non è stato semplice. Hanno fatto i conti con le mancanze, le battutine, si sono dovute barcamenare con i turni nemmeno fossero un supermercato, hanno surfato sulle tensioni e imparato l’arte del silenzio. Hanno conosciuto la parte peggiore di quello che era stato amore ed è questo, per me, il lato più triste della faccenda.

Quando la sera rifletto, considero se durante la giornata sono riuscita a mostrare alle mie ragazze la parte migliore dell’essere felici.

Perché questa è per me la sfida più grande: andare oltre le paure, oltre le diffidenze, superare i preconcetti e le mancanze, annientare la rabbia che travisa. Restituire loro una visione del mondo e dei rapporti d’amore il più ottimista che posso, nascondendo gli occhiali con cui vedo io la vita, dotati delle lenti deformanti dei miei trascorsi.

Un’educazione sentimentale basata sugli aspetti che vincono, e non solo su quelli che perdono e danno una scadenza ai rapporti. Perché questa, purtroppo, la conoscono già.

Credo fortemente in una visione gentile delle relazioni tra le persone, tra famigliari e amici e amanti e colleghi. Ed è su questa visione che mi concentro, quando dimentico di comprare le mollette per lo stendibiancheria. Sperando di non traviare ineluttabilmente un paio di massaie del futuro.

Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice

Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice.

L’infelicità non ha un colore, è una pellicola sbiadente sulle cose, sulla terrazza da cui, in soggettiva, osservi il mondo. Ha il gusto di uno sciroppo alle erbe stantìo, con lo zucchero cristallizzato nel tappo. L’infelicità ti si parcheggia in faccia, nelle ombre sotto gli occhi e nelle rughette ai lati della bocca, che la trascinano verso il basso e ne tirano le labbra, le assottigliano. La fanno sembrare la cicatrice di un taglio chirurgico, di una ferita. L’infelicità non ha odore, ma rende l’aria spessa, difficile da respirare. Ti senti opprimere i polmoni e, per reazione, quando la incontri devi allargare le narici per incamerare quanto più ossigeno possibile.

Ho incontrato una donna infelice che conosco da tempo. Abitiamo vicine, so che lavoro fa, di chi è composta la sua famiglia. Parzialmente conosco anche i motivi di una fetta della sua infelicità. Mi si è avvicinata sul tram, io l’ho salutata come faccio ogni volta che la incontro, soprattutto quando i nostri cani s’incrociano per la strada e si annusano. Normalmente si tratta di un saluto.

Quando ci siamo viste, sul 4, eravamo a Mirafiori, all’inizio del mio viaggio per tornare a casa. Un’ora di tram accanto a una donna infelice. Ho cominciato ad allargare le narici per respirare profondamente, a mano a mano che lei parlava e che l’aria diventava sempre più spessa. Le sue frustrazioni, le sue fatiche, i suoi dolori traghettavano nel mio spazio vitale trasportate dai suoi racconti, e i colori diventavano meno accesi.

Improvvisamente ho deciso d’inventare una scusa e sono scesa dal 4. Ho lasciato quella donna infelice sul tram, dopo un saluto frettoloso, e sono rimasta alla fermata a leggere.

Non lo so. So solo che la vita è fatta di scelte e bisogna saperle fare nell’ordine giusto“. Questa frase, trovata nel libro che sto leggendo, mi fa ha fatto pensare immediatamente alla donna infelice incontrata sul 4.

La sua infelicità era frutto di scelte giuste fatte nell’ordine sbagliato?

Di scelte sbagliate, compiute in ordine sparso?

Era infelice perché non aveva scelto?

Avrei potuto restare sul tram, ascoltarla, come decine di altre volte mi è successo di fare. Perché non l’ho fatto?

In quegli occhi dalla pupilla piccola e dallo spazio immenso, io non avevo scorto nemmeno un briciolo di speranza. Zero. Lei non chiedeva di stare meglio, non chiedeva consolazione, non chiedeva consigli e soluzioni.

Non voleva nemmeno essere ascoltata. Voleva essere compatita.

Poi sono salita sul 4 successivo, ma questa è un’altra storia.

L’amore ai tempi della navetta – dialoghi metropolitani di un agosto torinese

Bentornata Santisella, sembra dire la navetta che accosta al marciapiede. “Dai, sali su che ti porto in ufficio”. E sbuffa, mentre apre le porte e mi sventola i capelli con l’aria condizionata. Non ci piacciamo, io e lei, ma almeno fino a fine mese non possiamo far altro che incontrarci, un paio di volte al giorno.

Il vantaggio d’incontrarla in via Bertola sta nel fatto che è a stomaco vuoto e che si possono parcheggiare natiche e borse mentre lei, balena di strada, ti digerisce alla fermata che scampanelli. Per me il solito, navetta, portami a Traiano.

Nel mentre, l’umanità.

Davanti a me due ventenni, due ragazze con l’abbronzatura di chi è a Torino da almeno una settimana. Chiacchierano. Anzi, una parla, con il broncio di Sophie Marceau e le mani danzerine. L’altra ascolta e ogni tanto scuote la testa. 

Sophie è infervorata, sventola i capelli scuri e spande per i sedili odore di Fructis. L’amica invece muove solo la testa, un cestino di colori pastello. La chiamerò Iridella. Si capisce che Sophie e Iridella stanno parlando di amore, e che quella inguaiata è l’imbronciata logorroica.

S: “Vuoi dire che devo lasciare perdere?”

I: “Sì”

S: “Ma perché? Come fai essere così sicura che non gli interesso? Te lo ricordi che quella sera per poco non ci baciavamo?”

I: “Quanto tempo fa?”

S: “Un mese… Ma lo sai”

I: “Ti cerca mai?”

S: “No, scrivo sempre io. Però lui risponde, spesso mi sembra che sia contento di parlare con me”

I: “Ma non ti chiede di uscire e se lo fai tu, non può”

S: “Vero. Ma sai che…”

I: “Che ha finito una storia importante? Pure tu”

S: “Non siamo tutti uguali, lui ha bisogno di più tempo”.

I: “Ma se si innamora di altre ogni due mesi”

S: “Sono passatempi, sono cazzate”.

I: “Spiegami la logica, che telenovela ti stai raccontando per non vedere che non gli interessi”.

S: “Io penso di essere diversa per lui, che lui sa che nel momento in cui usciamo insieme e tutto quanto poi non si torna tanto indietro. Ci conosciamo da troppo tempo, sappiamo segreti nostri. Vuole essere sicuro. O forse non è sicuro di me, pensa che a me piacciano tanti”

I: “Ma sei seria? Se non esci con nessuno da mesi e lui lo sa bene”

S: “Si, ma forse lui ogni tanto passa sulla mia bacheca di Facebook e vede che ho tanti amici maschi con cui parlo e scherzo e… Sai, è tanto sensibile e insicuro, non sa forse che quelli sono solo miei amici. Che a me piace solo lui. Allora si è fatto un’idea sbagliata di me, crede che a me basta avere un fidanzato e quindi pensa che sto inciuciando con altri e che lui valga come loro”.

I: “Crede e pensa e immagina… Tu ti stai inventando un mucchio di storie per non accettare che non ti vuole e lo sai anche tu. Non si fa sentire, nemmeno più su Facebook”.

S: “Può essere che mi abbia nascosta da Facebook, perché gli dava fastidio vedere che ho tanti amici. O perché mi trova cretina”.

I: “Io dico che sei cogliona e che se ci fossi io al tuo posto, mi insulteresti. Se ti devo dire la verità, non capisco se ti piace davvero o se ti sei fissata”.

Io le ascoltavo. Risentivo mille discorsi con amiche e amici, l’eco di concetti pensati e ribaditi, emozioni travasate da cuore a cuore, con punti di vista contrapposti che raccontano reali verità.

Mi sentivo vicina alle due ventenni: capisco bene Sophie, così come comprendo ogni parola, che approvo totalmente, della visione di Iridella. Ed è questo che mi piace da morire degli esseri umani: siamo diversi, con esperienze differenti, dediti alla catalogazione per perseguire l’illusione che, divisi di microgruppi, diventiamo più comprensibili. Ma non esistono uomini che fanno così, donne che pensano colà, asiatici che preferiscono questo e ragionieri che invece preferiscono quello: siamo umani e ci piacciono le speranze.

S: “Me la devo far passare. Mi servirà da lezione per il futuro e così l’amore non mi fregherà più”.

Fermata Traiano. Raccolgo le borse, scendo dal sedile e guardo Sophie e Iridella. Mi viene da abbracciarle e sorridere, mi limito a scendere e a lasciarle nella speranza che crescendo diventi tutto più chiaro.

Rotolando verso Sud – giorni 10 e 11, Napoli

Gli ultimi due giorni li abbiamo dedicati a Napoli, un po’ perché me lo chiedevano le occhiaie di Alice la mattina del giorno 10, un po’ perché a furia di andare di qua e di là la nostra città l’avevamo trascurata. E ci mancava. Sono successe tante cose in questi due giorni di saluto. Cose strane e quasi magiche. 


– Abbiamo incontrato nuovamente gli Spagnoli, in metropolitana. Io e Micol ormai, nonostante siamo a Torino da ore, ci guardiamo le spalle e ci aspettiamo di vedere il quartetto farci ciao con la mano, spie al sapore di gazpacho.


– Mentre ci dirigevamo alla stazione per prender il treno per arrivare a Torino, abbiamo rivisto ‘o  paccierel. Più sobrio della prima volta, aveva gli stessi vestiti e il suo odore era davvero devastante. Ma quelle fossette, quegli occhi grandi, erano più forti della voglia di salvare l’olfatto. Con il suo dialetto stretto e cadenzato, come un monologo teatrale, mi ha trascinato nel dedalo dei suoi pensieri che mischiavano passato, presente e fantasia: Mammà mi chiamava Salvatore testa vacant e mi diceva “scemarell vattinn, Salvato’ testa vacante”. Chella dieci figli ha fatto, dieci figli. ‘Na vota ci feci “mammà, che si’, ‘na vacca? Deci figli, m non bastavano due, tre?”. Che poi, a mammarella, morirono il terzo e il quinto, Raffaele e Salvatore, per attacchi pirettrici. Facevano bbbbbbbbbbbbb e bus, morti stecchiti. A, che bellina a criatura. Alice ti chiami? Io pure ho una femmina, si chiama Lina come mia mamma, che si chiama Pasqualina. Mo’ e criature non sugn scemarell come eravamo noi, mo nascono scetate. Ci vuole la femmina a casa, che i maschi poi salgono in moto e ti salutano, e femmine stanno cu te. I figli sono regali, quando torni a casa e tieni e criature sei felice, stappi o sciampagn. Se sei solo non fai nent, vai a dormire e la vita ti passa dinnanz”.


Siamo andate a vedere l’origine dell’odore di zolfo che ogni tanto arrivava sul nostro terrazzo. La Solfatara di Pozzuoli è un posto assurdo. Gli antichi Romani la chiamavano La bocca degli inferi per l’odore pungente a metà tra pipì di gatto e uova marce, per le fumarole che sfumacchiano a ogni angolo, per il caldo totale, per il fango che ribolle. Abbiamo passeggiato sull’antico cratere che è stato padre delle terre flegree poi ce ne siamo andate al mare, ad Arco Felice, dove per la prima volta nella mia vita mi sono vergognata per davvero.


– Spiaggia affollata, più pulita di Bagnoli. Troviamo posto accanto agli scogli, Alice raccoglie conchiglie e Micol si fionda in acqua facendo amicizia pure con i pesci.


A un certo punto sento la sua voce chiamarmi: “Mamma, mamma… Vai a prender la palla di quel bambino?”. Alzo lo sguardo e vedo una palletta azzurro metallizzato andare alla deriva per il forte vento. Vedo mia figlia sbracciarsi e un bimbetto accanto a lei. E mi butto in acqua. Ora, io non sono una sportiva e non ero bella da vedere nemmeno quando ero obbligata a fare nuoto agonistico (esperienza conclusa in pochi mesi, per fortuna). Ho uno stile, diciamo, elementare e pragmatico insieme, con quel tocco di ridotta capacità di respirazione che, mentre nuotavo verso la sciagurata paletta, mi faceva suonare come un traghetto Tirrenia. Ebbene sì, perché mi sono buttata per salvare la palletta e per far felice mia figlia che, bracciata dopo bracciata, mentre i miei bronchi si riunivano in preghiera, gridava: “Dai mamma, ci sei quasi”. 

E ce l’ho fatta, sono arrivata alla palla e l’ho agguantata, sollevando l’entusiasmo della spiaggia e di Micol, che nel frattempo dichiarava a tutti il suo orgoglio urlando: “Quella è mia mamma!”.

Poi l’imponderabile. Durante la nuotata il pezzo di sopra del costume mi era scivolato, volevo tirarlo su prima della croisette che mi aspettavo all’uscita dal mare, come nemmeno Ursula Andress e la Venere di Botticelli. Volevo tirare su il reggiseno del costume e nuotare fino a riva. Per farlo dovevo liberarmi la mano dalla palla. Quindi, scellerata, penso sia una bella idea lanciarla al bimbetto e al padre che mi stavano nuotando incontro. Il mio tiro si trasforma in una palombella leggiadra che, trascinata dal vento, termina alle mie spalle e comincia a navigare veloce verso il largo. Lontana. Irraggiungibile.

Guardo il bambino e il padre e mi sento una merda. Il papà scuote la testa, rassicurandomi a voce, mentre i suoi occhi tradivano disprezzo. Il bambino penso non si riprenderà più: non basteranno 5 anni di psicanalisi per salvarlo dal triste destino di serial killer di venditori di Supersantos che lo attende.


– Abbiamo vagato per il centro storico di Napoli, dichiarato patrimonio dell’Unesco. Da Porta Nolana a piazza Bellini, passando per il Duomo.


Nel frattempo la seconda colazione che mi fatto assaporare la sfoglia con peperoni e provola, una roba che non posso spiegare nemmeno con i miagolii che in quel momento ho emesso, senza vergogna, davanti alla panetteria che sogghignava.


Quella Napoli della musica dalle finestre, dei sorrisi e del casino. Quella delle macchine ammaccate e dei motorini sovraffollati.


– Un giro per via Toledo, un vassoio di sfogliatelle da Leopoldo e una pizza a portafoglio da Gennaro. Il degno arrivederci a un viaggio che mi ha insegnato tanto e che la Triade ricorderà per sempre.