Rotolando verso Sud – giorni 10 e 11, Napoli

Gli ultimi due giorni li abbiamo dedicati a Napoli, un po’ perché me lo chiedevano le occhiaie di Alice la mattina del giorno 10, un po’ perché a furia di andare di qua e di là la nostra città l’avevamo trascurata. E ci mancava. Sono successe tante cose in questi due giorni di saluto. Cose strane e quasi magiche. 


– Abbiamo incontrato nuovamente gli Spagnoli, in metropolitana. Io e Micol ormai, nonostante siamo a Torino da ore, ci guardiamo le spalle e ci aspettiamo di vedere il quartetto farci ciao con la mano, spie al sapore di gazpacho.


– Mentre ci dirigevamo alla stazione per prender il treno per arrivare a Torino, abbiamo rivisto ‘o  paccierel. Più sobrio della prima volta, aveva gli stessi vestiti e il suo odore era davvero devastante. Ma quelle fossette, quegli occhi grandi, erano più forti della voglia di salvare l’olfatto. Con il suo dialetto stretto e cadenzato, come un monologo teatrale, mi ha trascinato nel dedalo dei suoi pensieri che mischiavano passato, presente e fantasia: Mammà mi chiamava Salvatore testa vacant e mi diceva “scemarell vattinn, Salvato’ testa vacante”. Chella dieci figli ha fatto, dieci figli. ‘Na vota ci feci “mammà, che si’, ‘na vacca? Deci figli, m non bastavano due, tre?”. Che poi, a mammarella, morirono il terzo e il quinto, Raffaele e Salvatore, per attacchi pirettrici. Facevano bbbbbbbbbbbbb e bus, morti stecchiti. A, che bellina a criatura. Alice ti chiami? Io pure ho una femmina, si chiama Lina come mia mamma, che si chiama Pasqualina. Mo’ e criature non sugn scemarell come eravamo noi, mo nascono scetate. Ci vuole la femmina a casa, che i maschi poi salgono in moto e ti salutano, e femmine stanno cu te. I figli sono regali, quando torni a casa e tieni e criature sei felice, stappi o sciampagn. Se sei solo non fai nent, vai a dormire e la vita ti passa dinnanz”.


Siamo andate a vedere l’origine dell’odore di zolfo che ogni tanto arrivava sul nostro terrazzo. La Solfatara di Pozzuoli è un posto assurdo. Gli antichi Romani la chiamavano La bocca degli inferi per l’odore pungente a metà tra pipì di gatto e uova marce, per le fumarole che sfumacchiano a ogni angolo, per il caldo totale, per il fango che ribolle. Abbiamo passeggiato sull’antico cratere che è stato padre delle terre flegree poi ce ne siamo andate al mare, ad Arco Felice, dove per la prima volta nella mia vita mi sono vergognata per davvero.


– Spiaggia affollata, più pulita di Bagnoli. Troviamo posto accanto agli scogli, Alice raccoglie conchiglie e Micol si fionda in acqua facendo amicizia pure con i pesci.


A un certo punto sento la sua voce chiamarmi: “Mamma, mamma… Vai a prender la palla di quel bambino?”. Alzo lo sguardo e vedo una palletta azzurro metallizzato andare alla deriva per il forte vento. Vedo mia figlia sbracciarsi e un bimbetto accanto a lei. E mi butto in acqua. Ora, io non sono una sportiva e non ero bella da vedere nemmeno quando ero obbligata a fare nuoto agonistico (esperienza conclusa in pochi mesi, per fortuna). Ho uno stile, diciamo, elementare e pragmatico insieme, con quel tocco di ridotta capacità di respirazione che, mentre nuotavo verso la sciagurata paletta, mi faceva suonare come un traghetto Tirrenia. Ebbene sì, perché mi sono buttata per salvare la palletta e per far felice mia figlia che, bracciata dopo bracciata, mentre i miei bronchi si riunivano in preghiera, gridava: “Dai mamma, ci sei quasi”. 

E ce l’ho fatta, sono arrivata alla palla e l’ho agguantata, sollevando l’entusiasmo della spiaggia e di Micol, che nel frattempo dichiarava a tutti il suo orgoglio urlando: “Quella è mia mamma!”.

Poi l’imponderabile. Durante la nuotata il pezzo di sopra del costume mi era scivolato, volevo tirarlo su prima della croisette che mi aspettavo all’uscita dal mare, come nemmeno Ursula Andress e la Venere di Botticelli. Volevo tirare su il reggiseno del costume e nuotare fino a riva. Per farlo dovevo liberarmi la mano dalla palla. Quindi, scellerata, penso sia una bella idea lanciarla al bimbetto e al padre che mi stavano nuotando incontro. Il mio tiro si trasforma in una palombella leggiadra che, trascinata dal vento, termina alle mie spalle e comincia a navigare veloce verso il largo. Lontana. Irraggiungibile.

Guardo il bambino e il padre e mi sento una merda. Il papà scuote la testa, rassicurandomi a voce, mentre i suoi occhi tradivano disprezzo. Il bambino penso non si riprenderà più: non basteranno 5 anni di psicanalisi per salvarlo dal triste destino di serial killer di venditori di Supersantos che lo attende.


– Abbiamo vagato per il centro storico di Napoli, dichiarato patrimonio dell’Unesco. Da Porta Nolana a piazza Bellini, passando per il Duomo.


Nel frattempo la seconda colazione che mi fatto assaporare la sfoglia con peperoni e provola, una roba che non posso spiegare nemmeno con i miagolii che in quel momento ho emesso, senza vergogna, davanti alla panetteria che sogghignava.


Quella Napoli della musica dalle finestre, dei sorrisi e del casino. Quella delle macchine ammaccate e dei motorini sovraffollati.


– Un giro per via Toledo, un vassoio di sfogliatelle da Leopoldo e una pizza a portafoglio da Gennaro. Il degno arrivederci a un viaggio che mi ha insegnato tanto e che la Triade ricorderà per sempre.

Rotolando verso Sud – giorno 9, la costiera Amalfitana

E pensare che la volevo pure sacrificare, questa gita. Alla vigilia nessuna grande emozione, poche aspettative, pensavo si traducesse tutto con un posto da jet set ricco di turisti. E invece sbagliavo. Tornante dopo tornante la costiera Amalfitana regala delle suggestioni di sensi difficili da raccontare.


Come i colori. Il blu delle acque profonde, che lascia spazio al verde smeraldo del mare, vicino alle rocce. Ci sono i riflessi dorati del sole che vestono le onde. Il giallo dei limoni dipinti sulle ceramiche appese alle case, in mostra nelle vetrine.


Come gli odori. Se chiudo gli occhi risento il profumo delle distese di bouganville, del sale e degli arbusti di erbe aromatiche che crescono tra i costoni di roccia, a strapiombo nel mare.


Come i suoni. La musica, che si sente ovunque, e i clacson delle auto incolonnate nella panoramica. Potrei citare pure il turpiloquio dei guidatori incazzati, ma romperei l’incanto del ricordo.

La costiera Amalfitana è stata un regalo inaspettato ed emozionante, come quelli che piacciono a me. Che non ti aspetti e intanto ti fiorisce tra le mani.

Quando siamo arrivate a Sorrento dopo una cinquantina di fermate di Circumvesuviana, pensavo di cercare un posto dove fare il bagno, uno dove mangiare e poi tornare indietro, tenendo d’occhio gli orari dei treni di rientro a Napoli.


Invece abbiamo trovato un pullman turistico che, con un minimo investimento, ci ha portate a spasso per quelle strade, facendoci scoprire luoghi incantati: come le isole Gallico e la variopinta Positano, che s’arrampica sulle rocce a strapiombo e ha le case colorate che si accendono di sole. Furore, chiamata così per la forza con cui le onde s’infrangono sul fiordo in cui è nata. Praiano, sul cui mare abbiamo avuto la fortuna di vedere tramontare il sole. Amalfi, caotica e colorata, dalle acque di cristallo e dall’allegria disarmante. E infine Sorrento, protagonista delle canzoni che abbiamo ascoltato tutto il giorno (io e Micol a un certo punto ci siamo guardate con gli occhi pieni di BASTAAAAA).


Un giorno è troppo poco, te ne vai che hai la sensazione di abbandonare la festa quando sta per cominciare. E di tutti gli yacht megagalattici che stanno al largo nemmeno ti frega, nemmeno li vedi tanto hai gli occhi pieni di poesia.


Abbiamo cenato in un ristorante in piazza Tasso e poi siamo caracollate alla volta della Circumvesuviana. A Napoli Garibaldi siamo riuscite a prendere per un soffio l’ultima metro per Bagnoli, dove abbiamo incontrato ‘u paccierel.

Un omino tondeggiante, calvo e dal sorriso immenso con le fossette, passeggiava lungo la nostra carrozza parlando da solo, litigando con nemici immaginari. Alice sorrideva, Micol si sentiva a disagio e aveva paura. Io all’inizio lo ignoravo, ma poi è sceso alla nostra fermata e mi ha parlato (scusate, campani, se sbaglierò a trascrivere le sue parole in dialetto): “Signo’, non ve scantate: song solo pacc, un poco paccierel. Ma forse è ‘o vin che aggiu bevut inzieme ‘o pollo che me fa parla’. Io tengo na mugliera, e pure tre criature: due maschi e na fimmina. Raffaele e Salvatore m’aspettano a casa”.

“La bambina come si chiama?”

“La bambina? Nun sacc, forse Raffaella. Ma io ci voglio bene, e li farò studiare. Non devono fare il mestiere mio, in miniera, non devono lasciare Napoli pe’ fatica’. Devono studiare da avvocati e ingegneri. Come si chiama la criatura? Raffaella si chiama?”

“Devo andare, le bambine sono stanche. Lei abita qua vicino?”

“Vado ancora un poco in giro, venite a prendere una cosa da bere, ja. Venite e parliamo. Siete siciliana? Tenevo una cognata siciliana”.

“No, non sono siciliana. Devo andare a casa, mi dispiace, le bambine sono tanto stanche”.

“Che peccat, jamme ja, venite a bere una cosa. Non ve scantate, sono un poco paccierel. O forse è o vino”

“Buonanotte e grazie della compagnia”

“Buonanotte. Tengo Raffaele e Salvatore, ma a femmina…”


Rotolando verso Sud – giorno 8, Reggia di Caserta

La mattina dell’ottavo giorno si riposarono, in ritardo di 24 ore rispetto le Sacre Scritture, ma tant’è, la Triade mi è spontanea. In verità vi dico che quel giorno, l’ottavo, era destinato alle isole e avevamo anche già l’orario del traghetto in partenza per Procida da Pozzuoli. Mentre leggevo la guida e mi documentavo sugli itinerari, mi compare la piccoletta davanti, con gli occhi piccoli piccoli. Guarda me, la guida, il tablet aperto con il pdf degli orari dei traghetti, e sentenzia: “Ieri siamo salite sul Vesuvio che era altissimo. Oggi facciamo finta che siamo a casa a Torino e guardiamo i cartoni animati?”.

Il disappunto per tutti i miei studi da guida turistica hanno lasciato spazio alla tenerezza e, soprattutto, al sollievo che mi ha colto nell’osservare sconcertata che esistono membri femminili della mia famiglia non colpiti dal morbo del wonderwomanismo, rara patologia che rende difficile articolare le parole “Non ce la faccio”. Per cui, ciao Procida e benvenuta Peppa Pig.

Soltanto che, durante la mattinata, ci siamo accorte che ci annoiavamo e che, mentre i giorni di vacanza si stavano riducendo pericolosamente, le cose che volevamo vedere e visitare si moltiplicavano durante la notte. Micol ha la pensata geniale: “Perché non andiamo a Caserta a vedere la Reggia?”. Abbiamo accettato con entusiasmo, anche se per due secondi mi è balenato in mente che non fosse proprio la gita più riposante del mondo. Come ci hanno confermato gli Spagnoli, poco dopo sulla metro.

Ecco, parliamo degli Spagnoli. Gli Spagnoli sono una famigliola che appare e scompare nelle nostre vacanze, una sorta di gruppetto simpatico di angeli custodi che ci ritroviamo davanti nei posti più diversi: mamma, papà e bambini occhialuti assoldati dall’Intelligence borbonica per tenerci d’occhio. Per intenderci, gli Spagnoli erano sul pulmino di Nando che ci ha portato sul Vesuvio. Erano davanti al Maschio Angioino. Gli Spagnoli erano pure sulla Circumvesuviana che ci riportava a Napoli da Pompei (loro erano saliti alla fermata Ercolano). Noi salutiamo cortesemente gli Spagnoli, Alice gioca con la bambina Claudia, ma la Triade e gli Spagnoli non si accordano sulle gite (che la suddetta Triade cambia puntualmente tutti i giorni). 

Insomma, chiusa parentesi degli Spagnoli. Effettivamente arrivare a Caserta di domenica non è stato semplice, ma la Reggia ha ripagato di qualsiasi fatica. In queste vacanze ho scoperto in Alicetta una curiosità che non conoscevo, una sete di sapere davanti alla quale spesso mi trovo a dover capitolare, a non saper rispondere. Sia a Pompei che alla Reggia, su ogni oggetto che la incuriosisce viene e mi spara una raffica di domande che mi stordiscono.


Va bene raccontare storie su un letto a baldacchino, immaginare aneddoti su scrittoi e consolle, ma ditemi voi, su un chezz di vaso di pregiata fattura francese datato diciottesimo secolo, che posso dire? Per questo ci armiamo di opuscoli e guide, per far fronte allo spietato interrogatorio cui io e Micol siamo sistematicamente sottoposte. Fallendo spesso, ovviamente.


Il leit motive della Reggia di Caserta era “Di qui passava la principessa?”. Quando poi abbiamo visto i ritratti delle leggiadre principesse/regine transitate alla Reggia (le Bonaparte in primis) l’entusiasmo di Alice si è smorzato, fino a morire definitivamente davanti al pitale notturno che le ho fatto notare negli appartamenti regali. Si è messa la mano davanti alla bocca, ha sgranato gli occhietti e con un “che prepotente, almeno poteva svuotarlo lei il suo vasino” se ne è andata lungo i corridoi dove, davvero, secoli prima passava la principessa.


A dirla tutta, la Reggia è imponente, ben tenuta e le persone che fanno la “guardia” in ogni stanza sono magnificamente preparate. Non abbiamo avuto abbastanza tempo per visitare per bene i giardini inglesi, disseminati di animali di plastica colorati facenti parte di una rappresentazione artistica itinerante campana: Micol e Alice si sono fermate al laghetto dove pescigatto grandi quanti rotweiller su litigavano pezzi di pane lanciati dai turisti, prendendosi a colpi di baffoni a manubrio da far morire d’invidia i modaioli di tutto il mondo.


Ogni tanto veniva un CanadAir a fare scorta di acqua che serviva a spegnere un incendio scoppiato a Caserta vecchia.


Poi siamo salite al pelo sul treno, riuscendo addirittura ad arrivare a casa entro le 22 e a improvvisare una cena con quello rimasto a pranzo. 

Domanda di rito della giornata: cosa vi ha colpito oggi? Micol: “Abbiamo fatto pranzo e cena sedute a tavola a casa!”.

Ecco, questo non ditelo al Moige.

Rotolando verso Sud – spiaggia di Bagnoli, giorno 6

In questi giorni mi sono trovata nella condizione di spiegare l’ovvietà a chi, leggendo i miei post, contestava questo entusiasmo da ingenuotta che scrive con i filtri alla Instagram: tutto bello, tutto buono, tutto yuppie. Come se fosse compito mio stare a far notare i ritardi dei pullman, gli scarsi collegamenti tra i siti dovuti ai tagli, la totale mancanza del controllori su treni, metropolitane e regionali.

Noi siamo in vacanza e se anche arriviamo mezz’ora dopo alla nostra meta, abbiamo la fortuna di stare “sinz pinsieri”. Se vivessimo qua, avremmo le stesse sfighe e gli stessi disagi di chi, magari, abita a Torino e si trova a dover lottare contro navette varie. Giusto per fare un esempio.

Noi qui ci cibiamo. Di atmosfere, di modi diversi di fare e parlare, fotografiamo nella nostra mente paesaggi e odori. Questo facciamo, non un reportage per Panorama.

E mentre ci cibiamo e fotografiamo, però, non possiamo fare a meno di notare quanta immondizia ci sia sparsa per Napoli, umiliandola. Nel giorno dedicato al relax abbiamo scelto di stare nei pressi della casa e di passare la giornata sulla spiaggia di Bagnoli, anche se eravamo coscienti del fatto che non avremmo trovato il mare di Paestum, le rane avevano bisogno di non salire su treni e metro.


Immondizia, rifiuti di cibo vario, sacchi di spazzatura enormi e ammassati, qualcuno aperto. Uno spettacolo triste, che mi ha regalato disagio e che per la prima ora buona trascorsa sulla sabbia, mi ha fatto pensare seriamente di portare via le bambine da là, nonostante ci fossimo sistemate in una zona pulita.


Poi loro hanno fatto amicizia, hanno cercato telline e costruito castelli di sabbia, Alice ha imparato a tuffarsi, io ho chiacchierato, letto.


La giornata è passata ed è diventata un altro momento indimenticabile, ma quel senso di disagio non mi ha abbandonata. Non mi metto nemmeno a riflettere sui perché, se si tratta di una questione culturale o di necessità: qui ci sto per pochi giorni e di certo non ho le conoscenze e gli strumenti per comprendere quello che è un totale abbrutimento di luoghi splendidi. Per la strada ho visto tanti bidoni per la differenziata, molto più che in Barriera di Milano a Torino. Li ho visti vuoti.

Napoli mi sembra una di quelle mamme generose che sulla faccia recano tutti i segni del dolore e della stanchezza, trasandate e tristi. Ma nonostante questo, s’intravede una bellezza da lasciare senza fiato. A me, quella bellezza, mi ha preso il cuore. E continuerò a cercarla in ogni suo angolo.

Rotolando verso Sud – giorno 5, Pompei

Ce lo aveva consigliato Teresa, la nostra consulente campana: a Pompei e sul Vesuvio si va quando le previsioni dicono che fa fresco, altrimenti più che una gita diventa un martirio.

Per cui, quando abbiamo visto i nuvoloni, abbiamo fatto una riunione triadesca, deliberando il Vesuvio come tappa della nostra giornata. Sulla guida leggiamo che i pullman che portano fino a ridosso della bocca partono da Pompei e da Ercolano. Noi scegliamo Pompei, che sulla carta sembra più facile da raggiungere con metro e trenini e varie. Chiamo il sevizio pullman che mi conferma il prezzo, la partenza ogni ora e il posto dove avrei trovato il pullman: proprio vicino alla stazione, via Villa dei Misteri. Nel frattempo i nuvoloni hanno cominciato a lasciarsi andare, inondando la città e lasciandoci sfaccendate sulle poltrone, per tutta la mattinata, tanto che abbiamo valutato di dedicarci alla città, ai musei, nel caso avesse continuato a piovere.

E invece…

Invece a un certo punto ha smesso di diluviare, e noi siamo scese con acqua e viveri nello zaino, felici della brezza. Che nel giro di 20 minuti ha lasciato spazio al sole che, quando siamo scese a Pompei, si era trasformato in una fornace. Sudate ma in orario per la navetta delle 15 per il vulcano. Navetta che, alla stazione di Pompei di via Villa dei Misteri, alle 15 ancora non si vedeva. Chiamo il numero della ditta, mi confermano che il pullman è parcheggiato. Io non lo vedo.

“Ma voi state allo spiazzo della stazione?”

“Sì, proprio davanti e non vedo il pullman”

“Ma alla stazione Pompei Scavi? Via Villa dei Misteri?”

“Così c’è scritto, quella”.

“Lo vedete il campeggio Zeus?”

“No”

“…”

“Pronto?”

“Signo’, mo voi state alla stazione ferroviaria. Invece il pullman parte da quella della Circumvesuviana”.

“Bene, dove si trova la stazione della Circumvesuviana?”

“Sta a due chilometri. Lontanuccio a piedi. È che io mi pensavo che voi sapevate”.

“No, io non sapevo”.

Cosa si fa quando non sai come raggiungere quella leggenda metropolitana rappresentata dalla Circumvesuviana e non vai al Vesuvio? Visiti gli scavi di Pompei.


Mentre percorriamo il tragitto mangiamo un gelato mega gigante (il gusto Benvenuti al Sud mi ha fatto tornare il sorriso: pistacchio e mandorla insieme) e compriamo un cappello a testa nel negozio di un ex programmatore che si è messo a vendere oggetti etnici a Pompei. Altre due bottiglie di acqua gelata (come suggerito anche dal buon Luca) e si parte.

Siamo state dentro 4 ore e ho visto:

– pavimenti a mosaico da rimanere incantati;


– coppie con o senza figli che sclerano a ogni angolo per caldo/fatica/stanchezza;

– giapponesi in tacchi cadere a ogni angolo;

– uomini interessati solo al Lupanare;

– donne che cercavano come forsennate l’Orto dei fuggiaschi;

– Alice commossa davanti il corpo di una mamma e della sua bambina abbracciate mentre la lava le copriva;

– le antenate delle strisce pedonali, in rilievo rispetto la strada, isole su cui i pedoni saltavano dall’altro lato della strada;


– il calco di un uomo che aspettava la morte accovacciato come un bambino, con le mani sul viso (difficile nascondere l’emozione che mi ha provocato);

– almeno 7 cani randagi, per ciascuno dei quali Micol ha trovato un nome ed elargito taralli;

– domus splendidamente decorate e guide felici di raccontartele;


– Alice emozionata davanti ai solchi creati dai carri sui lastroni delle strade;


– Micol affascinata, ogni secondo della gita.

Poi alle 19.30 ci hanno buttate fuori, da tutt’altra parte del posto in cui siamo entrate.

Proprio davanti… la leggendaria stazione della Circumvesuviana.

Rotolando verso Sud – giorno 4, Napoli (bis)

Via Toledo. Ho saputo che sarebbe stata la prima strada che avrei percorso da quando la Triade ha scelto Napoli come meta delle sue vacanze, per me a forte connotazione ricciardiana. Per via Toledo il commissario Ricciardi passeggia perso nei suoi fantasmi, in via Toledo c’è il negozio di guanti e cappelli del padre di Enrica, sempre in via Toledo (quasi piazza del Plebiscito) si trova il Caffè Gambrinus. Oltre a essere sempre presente nei romanzi dedicati a Ricciardi, il Gambrinus ha una parte catartica nella vita di De Giovanni che fu iscritto dai colleghi a un concorso letterario che doveva avere almeno una scena ambientata proprio al Gambrinus. Quel concorso lo vinse e lui divenne scrittore.

Sarà la suggestione, sarà stata l’astinenza patita i primi giorni di vacanza, sta di fatto che quel caffè bevuto nella tazza bollente dai bordi spessi e cicciottosi lo ricorderò come tra i migliori della mia esperienza di caffeinomane. Anche al Gambrinus vige la tradizione del caffè sospeso: ne prendi uno tu, ne paghi uno a chi non può permetterselo, e lasci lo scontrino nella grossa moka appesa vicino alla cassa. Io l’ho bevuto al banco, che Alice voleva assolutamente andare a vedere le barche al porto e mi dovevo “spicciare”. L’arredamento ricorda molto il Fiorio vero, quello di via Po a Torino, solo tenuto meglio, senza la cappa decadente che ti cade addosso quando ci entri: ci sono specchi ovunque, marmi bianchi e verdi e tavoli in ferro battuto.


Il giorno 4 della nostra vacanza però rimarrà agli annali per l’incontro con Annarella, la proprietaria della friggitoria che si trova all’uscita della stazione Montesanto. Noi ci siamo arrivate con la linea 2 della Metro, l’unica che passa a Bagnoli dove viviamo. Fianchi larghi, coperti da un grembiule candido come la mia bandiera No Tav appesa da 3 anni al balcone della camera. Ha sorriso alle bambine mentre ci avvicinavamo, inguainando il forchettone/spada. Ci siamo ritrovate con due involti di carta che già stavano diventando trasparenti per la quantità di cibo olioso con cui erano in contatto. Il tutto mentre Annarella prendeva i nostri trigliceridi e li moltiplicava, camminando su di un lago di colesterolo, come una funambola. Senza dire una parola se non il totale: € 3,20. Poi, è scomparsa nel retro così come era venuta, lasciandoci soltanto medaglioni di olio sulle magliette come stigmate dell’incontro.

Negli involti c’erano: rustici, crocché di patate, pizze fritte e sfoglie di tonno. What else?


Pescherie, tripperie, bambini in 4 sui motorini spenti in discesa, musica che arriva da OVUNQUE.


Napoli ci accoglie e a Micol tra un po’ si svita la testa nel tentativo di vedere tutto e capire, frastornata da quel brulicare improvviso. Alice invece salta i lastroni della strada e sorride a tutti, salutandoli con la manina manco fosse la principessa borbonica in uscita, e raccogliendo carezze e buffetti. Percorriamo via Toledo direzione piazza del Plebiscito, piena di compagnie di ragazzi e di famiglie a spasso in quella che è una via dello shopping, mentre sulla destra spuntano i vicoletti in salita che sembrano cartoline. Non seguiamo mappe e cartine, ma solo le indicazioni stradali.


Orientarsi non è complicato e così passiamo accanto al Teatro San Carlo (in ristrutturazione, con la facciata coperta), al Maschio Angioino e scendiamo al porto, camminando sul lungomare che ci porta a vedere tramonto prima, e dopo le stelle, lungo l’eterna via Partenope. Da un lato il mare, dall’altro gli alberghi extra lusso e i locali turistici. Una foto a Castel dell’Ovo e le bambine implorano cibo e pietà, non in quest’ordine preciso.


Andando a tentoni e a sentimento, arriviamo in via Chiaia, che mi pare più dedita ai locali cool che agli stomaci della Triade. Ci piace l’insegna che spunta da uno dei vicoletti, Don Maccarone, e decidiamo che alle 22 è pure ora di fermarci a mangiare. Scegliamo di sederci fuori, sul vicolo stesso, e il proprietario Giuseppe si palesa in tutta la sua scorbutica gentilezza: chiacchieriamo tanto di lui, di Napoli, del presepe, le mie figlie lo tempestano di domande tra una forchettata e un’altra tanto che quasi quasi ci dispiace salutarlo. Lui mi dà il suo biglietto da visita: “Qualsiasi cosa avete bisogno chiamate, che state sola a Napoli con le creature”. 

La metro chiusa e le nostre gambe a pezzi: decidiamo di tornare a casa in taxi. Gennaro capisce la situazione e ci porta al volo a Bagnoli, mentre le bambine russano sui sedili. Poi mi guadagno un’altra porzione di Paradiso portando Alice in braccio per i 4 piani che ci separano dal letto.

Rotolando verso Sud – giorni 1-2 -3, Paestum

Paestum è bella. Il mare è splendido, la spiaggia un incanto, le persone gentilissime e il cibo… ecchevelodicoaffare.

Ma la verità è che io a Paestum mi sono oggettivamente rotta le palle.

La colpa non è del posto, sia chiaro, la colpa è solo mia che non sono geneticamente in grado di apprezzare le stroboscopiche qualità del “nonfareuncazz”. Attenzione, l’ozio lo apprezzo e pure il relax, ma me li devo andare a cercare e non devono prepotentemente prendersi il monopolio delle mie giornate.

A maggior ragione non posso esimermi dal raccontare le cose le cose che mi hanno affascinato di questo angolo del Cilento.

Bambini Gli adulti amano i bambini. Non ne sono infastiditi, non li trattano con sufficienza. Proprio ‘e criatur ci piacciono e le tengono in grande considerazione. Ci è capitato di andare fuori, a mangiare ovviamente, e sia camerieri che proprietari si sono rapportati alle mie rane con tenerezza, facendo domande non per farle, ma perché interessati alle risposte. Infatti, è stata la prima cosa che ha notato Alice e che ha raccontato al telefono al papà: “Qui sono tutti gentili con me, mi parlano e sorridono”.


Ospitalità Il luogo comune per eccellenza del sud Italia: l’accoglienza. Che se ne dica, è tutto vero. Le persone si sperticano in aiuto e indicazioni e consigli. Sempre. In fila alla cassa del supermercato, sul predellino di un treno, in mezzo all’acqua mentre provi a toglierti la sabbia dal costume. Sempre. La gente parla tanto, ti vuole mettere a suo agio e, cosa che a me manda in delirio totale, risponde senza tentennamenti alle mille milioni di domande che sono in grado di sparare.


La relatività dello spazio Se non hai la macchina muoversi in certi spazi è complicato, nel senso che o cammini o cammini. Per cui, gli indigeni, quando provi a chiedere dove sia un posto, sottintendendo che ci arriverai sulle tue gambe e con una bambina camminante per ciascuna mano, arricciano naso e labbra e, dondolando, sentenziano: “lontanuccio…”. Quando poi scopri che il lontanuccio è un minimarket distante solo 500 metri. Il secondo step è: “Vi ci porto io” o se non possono accompagnarti, scatta l’urlo: “Peppinooooo/Mariuccia/Antooooo vieni, porta la signora allo spaccio”.


La relatività del sole Lo sanno pure i sassi, io non mi brucio. E per una che dimentica la crema solare a Torino 4 volte su 5 al momento di fare la valigia, si tratta di una bella caratteristica. L’ultima volta che mi sono bruciata è stato nel 1988 in Sardegna, vacanza di cui ci sono reperti fotografici in cui sono immortalata come Robbie Williams in Rock DJ, ma senza Roller. Dopodiché, mai più. Fino a Paestum, località balneare dal tenue e ristoratore venticello, dalle spiagge ampie e sabbiose e dal sole ingannatore. Dopo due giorni sono diventata un evidenziatore rosso che vagava per via Poseidonia, con al lato la piccola con la pelle del colore del cioccolato al latte, e la grande, la mia Mini Me, che infatti pareva pure lei un evidenziatore rosso più piccolo, di quelli da tasca.


La relatività delle regole Un altro luogo comune sull’estro campano. Io a Paestum (per onestà intellettuale devo ammettere che queste righe le sto scrivendo da Napoli, città in cui la parola anarchia ha assunto un nuovo e colorato significato) ho notato una certa elasticità di pensiero.

Due esempi, chiarificatori.

1. La signora Clara, proprietaria della magione in cui abbiamo affittato la stanza, ci ha indicato la strada che ci avrebbe condotte alla spiaggia, oltre la pineta (ci hanno lasciato andare a piedi perché si trattava di 80 metri scarsi di cammino). Arriviamo e vediamo lettini e ombrelloni eleganti battenti bandiera Oleandri Resort, disposti ordinati davanti un bar sulla spiaggia con portico, tutto tremendamente shabby chic. Mi faccio coraggio e chiedo a un bagnino se possiamo prendere due lettini e un ombrellone giusto per non arrostire le bambine pronti-via. In Liguria funziona che se solo ti avvicini a una sdraio scatta l’allarme, una rete ti ingabbia e ti issa sulla cima dell’ombrellone, mentre un elicottero ti intima ti tirare fuori lentamente il portafogli e sganciare il cinquantone. Il bagnino mi guarda come se fossi imbecille e mi dice: “Scelga lei”. E restiamo a guardarci così per qualche secondo buono, lui pensando che fossi rincoglionita, io provando a indovinare i suoi occhi nascosti dietro le lenti a specchio. Che poi potrebbero essere state la causa recondita della mia scottatura…. Ora che ci penso. Insomma, per farla breve ci sistemiamo su due lettini, sotto un ombrellone e pure con una sedia in terza fila. Viene pure Karim, altro bagnino di cui parlerò più avanti, che ci saluta, gioca con le bambine e poi torna in torretta a tenersi pronto a salvare vite. Al termine della giornata ho capito che quella era la spiaggia riservata ai clienti di un resort, che eravamo abusive e che però stavamo simpatiche al racket dei bagnini che ci ha fatto stazionare aggratis in entrambi i giorni di mare, nonostante le mie (deboli) richieste di pagare qualche euro. La spiaggia offriva anche animazione per i bambini ed energici corsi di Acquagym per le bagnanti che, non appena le abbiamo viste sgambettare, ci ha pensato Micol a smorzare possibili mie voglie saltellanti: “Ricordati che hai una dignità mamma”. Giusto.

2. Giostrine, alla cassa la possibilità di pagare 6 gettoni € 10 per i giochi fighi oppure 6 gettoni € 5 per i giochi mosciarelli (indovinate le bambine che giochi volevano fare). Prima Tagabì, poi Galeone poi Alice propone il Trenino, giostra da gettone del valore di € 1. Chiedo al responsabile del trenino se possiamo utilizzare un gettone del valore di € 2 per il Trenino, dice di no. Gli propongo addirittura di prendere due gettoni da € 2 per ‘sto Trenino, in un impeto di supervalutazione da incentivi statali. Niente, scuote la testa e mi sputa addosso la sentenza: “Chist’è ‘a regola”.

La signora Clara ci ha accompagnate alla stazione per prendere il regionale che ci avrebbe portate a Napoli. In macchina ha dato un pacchetto a testa alle rane, due regalini deliziosi pensati per loro. Io mi sono commossa per il gesto e anche nel vedere che era sinceramente dispiaciuta della nostra partenza. Come se fossimo parenti o amiche di lungo corso. In quel momento questa vacanza mi è sembrata perfetta.


FOCUS 1. Micol è stata sommersa di protezione 50 dal primo giorno. Una precisazione tipo quelle che si fanno per gli animali che compaiono negli spot, ancora poi qualcuno avvisa il Moige di questo post (il Moige non legge, raccoglie testimonianze) e poi me li ritrovo tutti con il fiato sul collo.

FOCUS 2. Il bagnino Karim lo abbiamo conosciuto appena siamo arrivate a Paestum, nel pomeriggio che siamo corse al mare nonostante avesse appena finito di piovere (che poi è uscito il sole e le bambine avevano assolutamente ragione a volermi trascinare in spiaggia). Lui vive a Grenoble dove ha un locale con un amico, ma in estate si trasferisce a Paestum dove da 12 anni lavora all’Oleandri Resort, dormendo al lido per non spendere soldi. Quando parla unisce campano e francese a una decisa cadenza araba che rende una chiacchierata con lui un corso intensivo con Babbel.

FOCUS 3. Villa Rosa è il nome del B&B dove siamo state accolte da Clara, proprietaria, e Salvatore, suo marito. L’enorme casa, che ricorda Southfork Ranch di Dallas,  è stata costruita dal papà di Clara decenni fa. I due proprietari sono stati fantastici, gentili, pieni di racconti e di consigli. Per mille motivi rimarranno nel mio cuore. Se cercate un posto piacevole, dove sentirvi a casa al di fuori della retorica, allora ve lo consiglio spassionatamente.


FOCUS 4. Paestum, sono arrivata da te con la testa ricca di nuvole. Per questo non ti ho apprezzata a dovere, ma ti ringrazio per tutti i sorrisi che hai fatto spuntare sulle facce delle mie bambine.