Cara la mia futura adolescente (pensierini per un domani ormai prossimo)

Cara Micol, l’ho visto proprio lì, sul divano di casa della nonna, quello che sarà il nostro prossimo futuro. In uno sguardo, in quello sguardo con cui mi hai avvolta per pochi secondi perenni, io sono riuscita a scorgere cosa saremo da qui a breve, io e te. E ho provato due sentimenti distinti: la paura di non essere all’altezza, e le vertigini per il privilegio che ho nell’assistere alla trasformazione a tappe di un panzerotto che diventa un adulto.

Non te la scrivo una lettera frignona, di quelle che ti mettono in imbarazzo. No, stai serena. Però due o tre cose devo dirtele e te le scrivo, che così io mi levo un groppo e tu le hai come promemoria.

Se fossimo alle battute iniziali, al battesimo di Aurora La bella addormentata nel bosco, tu fossi Aurora, e io fossi Malefica, saprei cosa regalarti. Eviterei la puntura con l’ago dell’arcolaio perché poi mi toccherebbe correre a disinfettarti e a rassicurare te, piccola ipocondriaca in erba, che non morirai di tetano.

Io sceglierei di regalarti l’imperfezione. Anzi, la consapevole ammissione dell’imperfezione.

Ci saranno momenti, Micol, in cui vorrai essere al massimo. Vestito, umore, sorrisi, situazioni, meteo: per quei momenti lì tu immaginerai tutto e ci investirai tutto. Vorrai che fossero perfetti. E non lo saranno mai perché, se c’è una cosa che ho imparato dalla vita, è che memoria e cuore incoronano come perfetti istanti spontanei, improvvisi, sui quali non c’è nessun controllo. Ti accorgerai che ne stai vivendo uno perché, a un certo punto, si fermerà tutto attorno a te e avrai la piena consapevolezza di essere felice. 

Che non significa, bada bene, che devi lasciare al caso le cose che ritieni importanti. Ci sono la tenacia, l’impegno, il lavoro e la passione che sono fiori per i quali ti prego di avere cura. Ti serviranno perché ti insegneranno il metodo per puntare i tuoi obiettivi e lottare per raggiungerli. Lo so, ogni tanto li teniamo chiusi in balcone e ci dimentichiamo addirittura di bagnarli. Sono quei periodi di scazzo fotonico in cui il bioritmo è basso e si procede per forza d’inerzia. Ma proprio perché tu, quei fiori, li hai piantati e battezzati, sai che sono la risorsa alla quale attingere quando il talento e il genio, la spontaneità e le capacità hanno bisogno di un’organizzata accelerata verso quella luna che hai deciso di acchiappare.

Il fatto è che quando sai di essere imperfetta, tutto diventa più semplice. Quando ti scruti e impari a riconoscere i tuoi punti deboli, quando annusi gli scivoloni, poi impari a cadere bene. E a rialzarti velocemente. 

Quando sai di essere perfetta nella tua imperfezione sai prenderti le responsabilità delle tue azioni e della tua vita. Ci vorranno magari giorni di riflessione, o soltanto pochi minuti di esitazione, ma poi sceglierai la strada più adatta a te e al momento che stai vivendo. Non perché sarai sicura che sia la strada giusta, ma perché l’avrai scelta tu con la consapevolezza che a ogni passo sarai lucida.

Ecco, potrei rimangiarmi tutto quello che sto per dirti nel giro di pochi anni, ma adesso prendi queste parole per buone.

Non aver paura di deludermi.

Succederà, e nessuna di noi due potrà farci nulla. Perché accadrà che io deluda te, le tue aspettative, i tuoi sogni.

La genetica ci ha fatte simili, ma non uguali. Lo specchio ci dice che ci somigliamo, abbiamo addirittura gli stessi tic e io, in qualsiasi momento della giornata, sento nelle ossa chi sei e come stai. La genetica ci ha fatte simili. Non si tratta di rapporto madre-figlia o di sangue, ci sono un sacco di parenti che al di fuori della famiglia, forse, non si sceglierebbero nemmeno come amici. E non c’è nulla di male ad ammetterlo. Tu e io siamo connesse e da sempre lo siamo. E’ impressionante avere il potere di scorgere i pensieri attraverso una fronte, uno sguardo. Ecco, tutto questo panegirico per dirti che se la genetica ci ha fatte simili e l’universo ci ha connesse, devi sempre ricordarti che io e te non siamo uguali. Che io vivo la mia vita, faccio le mie scelte, faccio dei grandi casini e con estrema imperfezione provo a sistemarli, poi. Ma io e te non siamo la stessa persona e questo è un mantra che devi ripeterti perché non c’è niente di più triste di una vita votata alla ricerca del consenso di qualcuno che si ama.

Tu sei tu, Micol. E sei speciale per come sei, per chi sei e per chi diventerai. Io sono qui che osservo emozionata la tua trasformazione e scelgo di mettere le pattine per camminare senza fare rumore. Lo so che mi vuoi bene e che ammiri tante cose che faccio, che ti piace come affronto le cose e che sei tanto orgogliosa di me. Ci sono momenti in cui mi guardi come se fossi un supereroe e mi si bagnano gli occhi. Ma lo scopo della tua vita non è quello di rendermi felice, ma quello di essere felice tu.


Concediti di fare cazzate, Micol. Mettiti alla prova.

Innamorati di un amore che ti sbriciolerà il cuore. Poi, dopo, imparerai a gestire il tuo dolore e a capire che ne vale sempre la pena. Ti capiterà a tua volta di sbriciolare un cuore, succede. La cosa importante è non fare del male deliberatamente, con cattiveria. Per il resto, perdonati.

Ubriacati. Fallo con persone che ti fanno ridere, con amici che ti sfotteranno per le cose assurde che farai. Ricordati sempre di tenere il cellulare acceso (quando lo avrai) con la batteria carica, e di stare con gente di cui ti fidi. Tieni a mente che potrai chiamarmi in qualsiasi momento del giorno e della notte, aspettandoti comunque che ti faccia un culo grande quanto l’Oceania. Se il giorno dopo non vorrai raccontarmelo, non sentirti in colpa. Io lo capirò, mi preoccuperò, mi incazzerò, ma mi fiderò di te. E non leggerò il tuo diario segreto.

Fai l’amore. Ma fai anche sesso. Ti ricordi cosa ti ho detto l’altro giorno quando parlavamo di vagina? “Devi diventarci amica, Micol, la vagina può essere una grande amica”. Tu sei diventata rossa, ma io lo so che hai capito. Perché avere consapevolezza del proprio corpo è una cosa sana, bella, che ti fa sentire libera come quando fai la ruota in un prato. Fare l’amore è una delle cose più belle che abbiamo a disposizione. Non ti sto dicendo di darla via come il pane a priori, ma di non infilare in sovrastrutture morali una cosa che è naturale e che è il motore dell’evoluzione di questo mondo.

Devi volerti bene. Questo è fondamentale. Devi amare le tue cosce robuste, il tuo sorriso incerto, i tuoi occhi allungati. Le tue manine. Tutto. Questo corpo qua, di cui devi avere cura, è quello che ti permette di vivere e andare per musei, ballare, studiare. E poi devi volere bene alla tua anima. Che non è perfetta, proprio come il tuo corpo, ma che ti fa sentire le emozioni e che collega i profumi alle persone, i vestiti agli avvenimenti. Attenzione, voler bene a corpo e anima vuole anche dire lavorarci se qualcosa non ti piace: accetta chi sei, ma non fermarti mai nel progetto di migliorarti.

Incazzati. Micol, porca miseria, incazzati. Non menare, ma incazzati. Incazzarsi fa bene, non aver paura della rabbia. Non è vero che quando si litiga ci si allontana. Se ci sono argomenti di discussione, e si litiga, poi ci si conosce un pelo di più e ci si vuole più bene. Non colpire mai sotto la cintura, non usare le debolezze di chi hai davanti per ferirlo, litigaci in modo costruttivo. Ma fallo. Perché potrebbe pure essere che l’universo stesso sia nato da un momento di grande incazzatura degli elementi.

Gestisci la paura. Tante cose fanno paura. Non ti dico di non averla, ma soltanto di provare a gestirla. Non hai idea del senso di liberazione che sentirai quando riuscirai a superarla e ad arrivare a vincerla. Quindi assaggia cose strane, vai in posti lontani, mettiti alla prova e insegui i tuoi sogni. I tuoi, non i miei. Perché ai miei bado io.

Focalizzati sul presente. Utilizza il passato come culla per i bei momenti, come avviso per quelli più bruttini. Pensa al futuro quando muoverai i passi verso gli obiettivi. Ma non dimenticare mai che vivi nel presente e che nell’attimo in cui vivi ci sono farfalle da vedere,sorrisi da scorgere, persone da salutare e gelati da mangiare. Il passato non si cambia, sul futuro si deve lavorare, ma il presente è una giostra figa che dà un senso allo scorrere dei giorni.

Studia. Sempre, fino all’ultimo dei tuoi giorni. Usa la tua curiosità e studia. Fai di te un essere umano libero, polemico, appassionato, costruttivo. Studia, o vedi che ti faccio…

L’altro giorno, sul divano della nonna, ho capito che i prossimi anni saranno un affare tra me e te. Sarò io la figura che abbatterai per diventare grande. Ecco, volevo dire che ne sono orgogliosa. Proverò a tenere sempre a mente quello che ti ho appena scritto, ma proprio per questo ti avverto che sono tua mamma e che mi toccherà fare la mamma, e l’educatrice e la stronza. A volte. In potenza, insieme a tua sorella Alice, siamo una grande squadra. Io lo so, tu lo sai, Alice si è preparata i popcorn ed è pronta alla saga adolescenziale che ci aspetta.

In bocca al lupo a noi.

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Ecco, se in questi giorni vi capitasse di vedermi abbacchiata, con la testa tra le nuvole, incredibilmente di poche parole non chiedetemi se mi è morto il gatto, vi evito una gaffe: la risposta sarebbe sì. Non un gatto, una gatta, precisamente una gatta con un nome da cerbiatto maschio. La mia gatta Bambi.

Dopo 15 anni di coabitazione Bambi ha deciso che ne aveva abbastanza e se ne è andata via, tornando probabilmente nel regno dei felini eleganti e regali cui appartiene. Ha avuto il buonsenso di aspettare finisse il 2016, così da non mischiare la propria dipartita con quella di banali umani di fama effimera, e ha scelto il giorno dell’anniversario della morte di Coco Chanel per lasciare il palco, con la stessa dignità con cui è vissuta.

Se scegli di dividere la tua vita con gli animali sai che succede ciclicamente, capita che loro se ne vadano, probabilmente prima di te. Essendo io una collezionista compulsiva di animali, ho vissuto più di una volta il lutto, con più o meno coinvolgimento a secondo dell’amico che stava per lasciarmi. Non ho perso i loro ultimi respiri, li ho ascoltati andare via e poi ho chiesto sempre che del corpicino si occupasse qualcuno perché, io, non vivo il culto del sepolcro per gli esseri umani così come per gli animali. Bambi invece se ne è andata via così, da sola, di notte. Per monitorarla avevo messo la sveglia ogni ora: lei è andata via tra una sveglia e l’altra, tra le 2 e le 3, in quella che mia nonna chiamava “l’ora delle anime”.

Micol è dispiaciuta per me, per Alice non c’è presa di coscienza: se ne accorgerà mattino dopo mattino, quando nessun felino andrà a darle il buongiorno strofinandosi contro le sue gambe penzoloni, mentre fa la pipì.

Per me Bambi è il penultimo legame che conservo della mia cosiddetta vita a.M., ovvero prima di Micol, il grande spartiacque che divide la mia trentottenne esistenza. Prima di Micol ero più carrierista, più disinvolta, più insicura e più soda. Ero un’altra me, a cui ogni tanto penso con tenerezza, e Bambi faceva già parte della mia vita. 

È arrivata pochi giorni dopo il mio trasferimento nella casa di corso Palermo, la prima in cui avrei vissuto da sola dopo aver lasciato quella dei miei genitori. Bambi quindi è spaghetti alle 2 del mattino, intenta a scrivere la tesi. Bambi è il ritorno dal negozio dove lavoravo durante la settimana, è il ritorno dal giornale dove scrivevo nei fine settimana. È la felicità con il mio fidanzato dell’epoca, il mio principe. È un cumulo di dolori vari. È la portaborraccia alla rincorsa dell’autostima. È le partite del Toro sentite alla radio. È il primo stipendio “serio” da giornalista. È il suo parto e l’emozione di tagliare i cordoni ombelicali che la tenevano legata ai suoi cuccioli.

Di quel periodo mi rimangono il dondolo, la scrivania e un sacco di libri.

Ciao Bambi, sono stati 15 anni intensi e, lo sai, non ho rimpianti. Se non quello di non aver imparato, per ormosi, almeno un briciolo della tua eleganza. Miao.

Nell’anno che è stato io ho ucciso Candy Candy (questione di bilanci)

Tutti buoni a fare bilanci e propositi a Capodanno. I fighi, quelli veri, i conti tra passato e futuro li regolano alla Befana, quando il resto del mondo sta già lottando con la frustrazione di aspettative inarrivabili.


Io, ovviamente, sono una figa.

Normalmente, per ricordarmi le annate trascorse, mi ricollego ad avvenimenti calcistici di rilievo (mondiali, europei, partite leggendarie, acquisti di giocatori ecc.) oppure ci appiccico nomignoli didascalici. Il 2016 è il cosiddetto “Anno effetto domino“, ovvero l’apoteosi del rapporto causa-effetto. Sono stati i soliti 12 mesi (insieme a un 29 febbraio irrilevante) eppure a me, oggi, che ci faccio i conti, mi sembra che abbiano condensato 5 anni in uno. Ogni giorno una casella domino che, a seconda di come la facevo cadere, spingeva a folate la mia vita da una parte all’altra.

Che se non fossi andata al mare, quel giorno di vento, non avrei letto quel messaggio che sarebbe valso un’ultima colazione. Tutto così, un unico incastro di cazzate che sono valse puntate salienti della mia fiction personale. Oggi, mentre sgranocchio monete di cioccolata, capisco bene il percorso arzigogolato di questo 2016 che mi ha fatto tanto bene e che resterà la chiave di volta delle narrazioni santisiane. 

Nel 2016 ho imparato a stirarmi i capelli da sola. Ma non solo: ho ripreso a indossare le autoreggenti e ho ridimensionato quel timore provinciale di “essere bella” oltre che incredibilmente intelligente. 

Nel 2016 ho preso dei NO megagalattici (parlo di tutti i campi) Alcuni dichiarati, altri sussurrati o inalati tramite parafrasi. Tutti questi NO sono stati la mia fortuna (effetto domino) per un sacco di motivi che non sto a spiegare ma, soprattutto, perché erano frutto della grande e non dichiarata paura che ha accompagnato il 2016: il timore di quello che sarò. Cioè, e va bene la separazione, e va bene la chiusura della Bottega, e va bene l’oroscopo di merda, e va bene tutto. Ma poi, dopo il periodo di convalescenza emotiva post mega-giga traumi, bisognerà pure tornare in pista con qualche super potere in più dovuto alle batoste, no? Ecco, il sequel della mia vita, messo parzialmente in ghiacciaia negli ultimi mesi causa lavori di ristrutturazione, dicevo di volerlo vivere e intanto facevo di tutto per rimandarne il primo ciak, provando ad ancorarmi a certezze del passato. La mia bisnonna l’avrebbe chiamata rincorsa, io l’ho capito solo quando stavo già saltando.

Nel 2016 mi sono confidata maggiormente con amiche che con amici. Per me, questa, rappresenta una vera rivoluzione emotiva e comunicativa, visto che non succedeva dal 1986 che preferissi le donne agli uomini per scambiare pezzetti di vita catartici.

Nel 2016 ho anche staccato definitivamente le macchine che tenevano in vita la Candy Candy che c’era in me. Sulla carta d’identità, al posto di crocerossina, adesso c’è scritto raccoglitrice di bacche. La cosa che mi rende più orgogliosa è che questa dipartita non è frutto di scelte dolorose, ma di consapevoli NON-bisogni: non mi servono i tristocinici autocompiacenti, non devo per forza sentire i lamenti della gente, non devo nemmeno fare la riserva di energia positiva ed esaudire i sogni-voragini del prossimo. Insomma, mentre il 2016 si trascinava, a poco a poco ho perso prima i codini biondi di Candy, poi le lentiggini, poi gli stivaletti di merda e infine pure camice e cuffietta. Un piccolo passo per un manga, un grande passo per una Santisella.

La cosa più importante del 2016: anche le persone di cui pensavo di conoscere ogni anfratto, mi hanno stupita. Per questo la canzone del mio Anno effetto domino è una canzone di Jeff Buckley, un duetto, scoperto per caso qualche settimana fa. Pensavo di conoscere qualsiasi cosa di Jeff, collaborazioni, testi scritti per altri, concerti unplugged a sorpresa nei club. Tutto. Di questo duetto non avevo mai sentito parlare e da quando l’ho scovato, lo ascolto tutti i giorni (immaginate la gioia di Micol&Alice) “All flowers in time bend towards the sun”. Come una formula magica, sono emerse caratteristiche inimmaginabili di persone che pensavo di conoscere a menadito e così, oggi, giorno di bilanci e di cioccolatini della Befana, mi ritrovo ad avere amici che sono diventati altro, ad altro che sono diventati amici. Ad avere dei punti di riferimento trasformarsi in niente e dei niente diventare film francesi.

Un casino.

L’avevo detto che questo 2016 era stato corposo, denso, a tratti faticoso.

Per il 2017 ho già comprato i lupini da sgranocchiare mentre lo percorrerò, giorno dopo giorno, senza grandi proclami esistenziali se non quello, fondamentale e catartico, sul quale prometto d’impegnarmi solennemente: dire NO al colesterolo e dire sì ai viaggi. Tanti. Soprattutto se prevedono piedi nudi sulla spiaggia.

Ci sono serate che sono filosofie (dialoghi sull’amore con le mie figlie)


Mi ricordo qualche anno fa il male che mi aveva fatto una frase inconsapevole di una delle maestre di Micol, durante un colloquio, quando mi aveva avvertita che la mia bambina le aveva confessato di “non credere più nell’amore”. A sei anni, a pochi mesi dalla separazione dei suoi genitori. In quel momento ho fatto una gran fatica a non piangere davanti alla maestra, sentendo su ogni centimetro del mio corpo la colpevolezza, la responsabilità: avevo considerato che, decidendo di porre fine alla mia relazione con il suo papà, avevo anche sbriciolato la patina di fiducia nei rapporti d’amore in dotazione alla mia primogenita?

Quando sono arrivata a casa e mi sono vista quelle guanciotte tondine e rosse in attesa di sapere cosa pensassero le maestre di lei, non ce l’ho fatta e me la sono stritolata tra le braccia tanto forte da sentire il suo cuore battere contro il mio petto. Avevo deciso di non chiederle nulla, ma in quel momento è stato più forte di me: “Amore, ma davvero pensi di non credere più nell’amore?”.

Le è morto il sorriso, ha abbassato gli occhi e poi ha cominciato a mormorare: “Mamma, non volevo che la maestra te lo dicesse: il fatto è che a me piace Marco, ieri diceva che mi amava, poi ha detto amava Carla. E allora, che amore è questo? Come si fa a credergli?”.

Un po’ il sollievo e un po’ il senso profondo di quella frase mi hanno lasciata così, a bocca aperta, davanti a una Micol dalle guanciotte tondine e rosse. Forse, ma forse forse, la decisione di separarmi avrebbe avuto il senso che volevo avesse. A lungo termine, tra saliscendi emotivi, ma lo avrebbe avuto.

A distanza di mesi, in una serata di dolcissimo triadismo natalizio, Micol e Alice sconfiggono quell’eterna paura di averle private del coraggio di amare. Mentre io mi metto lo smalto, le due fanciulle scrivono la letterina a Babbo Natale. Alzo lo sguardo e adocchio il disegno di Alice: c’è lei, c’è sua sorella, ci sono io e vicino ho un marcantonio con la barba.

Io: “Chi è quello, Alice?”

Alice: “È Stefano”.

Io: “Ma io e Stefano non siamo fidanzati”.

Alice: “Ma io dico Stefano per farti capire: non lo so come si chiama, ma so che è il tuo fidanzato”

Io, sorridendo, provo a buttarla in caciara: “Ma pensi di chiedere addirittura a Babbo Natale di trovarmi un fidanzato? Sono messa bene, va”.

Alice sbuffa, vuole spiegarmi: “Noooo, non capisci. Io lo disegno a Babbo Natale, disegno la mia famiglia. Disegno pure un tuo fidanzato speciale”.

Io: “Capito, e cosa fa questo fidanzato speciale?”.

Alice: “Lui ti fa ridere e poi sta seduto vicino a te e ti guarda quando scrivi i racconti, perché tu quando ridi e scrivi i racconti sei bellissima e lui si innamora sempre”.

Non so cosa risponderle, non so nemmeno se sia proprio necessario tentare di rispondere a quest’immagine di poesia che ha nella mente la mia bambina. Interviene Micol, che parla mentre scrive sdraiata sul foglio.

Micol: “Io mica ho deciso se voglio fidanzarmi con un uomo o con una donna. Per ora mi sono innamorata solo di maschi, ma non so bene. Però pure a me piacerebbe che mi facesse ridere”.

Alice: “L’amore è bello”.

Micol: “Come fai a dirlo? Sei innamorata?”.

Alice: “Ma noooo, uffa. L’amore è bello perché ti fa felice anche se per tutto il giorno litighi con tanta gente. Come quando stiamo insieme noi e balliamo le canzoni vecchie di mamma o facciamo i disegni e vediamo insieme i cartoni sul divano”.

Io, lo ammetto, le ascolto e ho paura di interrompere quel dialogo fragile e prezioso che sembra uscire direttamente dai loro cuori. Mi sento quasi di troppo, curiosa di quello che si cela nella loro anima plasmata da dolori veri, da fantasia e da sogni.

Micol: “Penso che l’amore è come mangiare sempre la stessa pizza e volerla sempre, anche a colazione”.

Alice: “Mamma, è vero che l’amore fa paura?”.

Io: “A volte le cose forti fanno paura, se sei felice felice magari ti viene paura di non esserlo più”.

Micol: “Ci vuole coraggio quindi per innamorarsi”.

Alice: “Io ho solo paura di morire o che muore mamma. Anche se poi scrivo a Babbo Natale e gli chiedo di resuscitarci”.

Micol: “E se muoio io?”.

Alice: “Ma tu sei piccola, dobbiamo impegnarci per mamma che ha fatto adesso il compleanno e quindi muore prima”.

Io sorrido e mi soffio sulle dita per far asciugare lo smalto sulle unghie. Ognuna prosegue a fare quello che stava facendo qualche minuto prima, in silenzio. Io le guardo e mi verrebbe da ringraziarle: non sanno che per tre anni sono stata in attesa di quelle parole, come se attendessi una sentenza di assoluzione che con razionalità mi ero già concessa.

E lo faccio: “Grazie bambine”.

Non mi chiedono il perché, fanno un sorriso e rispondono prego. Poi Alice si mette un dito nel naso, e tutto torna normale.

Del perché mi sono rotta le palle e non contestualizzo più 

Nella mia esistenza ho sempre cercato una ragione affinché fosse comprensibile e digeribile il motivo di un comportamento che mi aveva ferita, o che non reputavo etico/giusto/consono. Non credo si trattasse di eccesso di bontà, quanto di cieco egoismo: avevo bisogno di continuare a credere che la gente fosse buona e che soltanto a causa di certi motivi reconditi si comportasse male. Avevo soprattutto bisogno di credere che ci fosse un buon margine di speranza che smettesse di fare così.

Insomma, ho piantato nel mio giardino esistenziale il seme della celeberrima sindrome della crocerossina. Pianta grama per antonomasia.

Se mi dice certe cose è perché ha un blocco emotivo. Se non ne fa altre è perché i suoi genitori erano così, colà, colì e Corfù. Un’architettura di alibi e giustificazioni per digerire meschine prove di vigliaccheria, mentre io perduravo nella totale esposizione di me stessa, nella piena vulnerabilità di chi si mostra e non si nasconde, di chi si espone non per vincere ma per capire. Una gestione marketing di me stessa davvero pessima, perché chi trova allettante un detersivo che dice “faccio del mio meglio ma sappi che non funziono sempre e che qualcuno potrebbe sgrassare meglio di me?”.

Tutto questo, ovviamente, non ha riguardato solo le mie relazioni personali, di amicizia, amore e famiglia. Questo è un atteggiamento tenuto nei confronti della vita, della società.

Se fa così ci sarà un perché. Ovviamente avrà sofferto, non avrà avuto abbastanza affetto, magari non sa come arrivare a fine mese, ha paura, non ha potuto studiare. Tutte potenti giustificazioni. Tutte potentissime cazzate.

Perché io mi sono sonoramente rotta le palle della gente che ragiona con la pancia e, porella, va pure capita anche se ti passa sopra col trattore mentre va a comandare.

Io, quelli di Goro e Gorino, le loro barricate e le loro paure non le giustifico più. Posso pure capirle, ma non le scuso. Alla soglia dei 38 anni ho deciso che smetto di contestualizzare e accetto, mestamente, che nel mondo ci sia anche gente che ha deciso di avere la merda nel cervello.

Credo fermamente nell’essere umano, penso che sia sostanzialmente buono. Dopodiché ritengo anche che, ognuno di noi, al giorno, abbia diverse possibilità di scegliere dove stare.

Che fai? Scegli la Forza o il suo Lato oscuro? Scegli di prendere per il culo la tua collega con la macchia di rigurgito sulla giacca? Scegli di cambiare strada se vedi che ti viene incontro una rom sul marciapiede? Stai zitto se vedi qualcuno soccombere a una rissa? Usi la carta di credito aziendale approfittando della fiducia accordata? Tarocchi al ribasso il tuo ISEE per ottenere agevolazioni? Ridacchi con il tuo collega alla macchinetta del caffè che ha appena fatto una battuta sui froci?

Tu scegli chi essere. Lo fai ogni santa volta, e credo pure che tu ne abbia consapevolezza. Magari non sai che ogni azione, ogni scelta, rappresenta una conseguenza anche nel lungo termine e che questa conseguenza potrebbe riguardare altre persone, ma tu, cazzo di essere umano, scegli chi essere. E non me ne frega se sei figlio di separati, se da piccolo ti hanno dato poco amore, se hai vissuto anche la povertà, se hai beccato una ciliegia marcia o se un gatto ti ha graffiato la guancia. Tu scegli chi essere e di questa scelta devi essere consapevole e devi assumertene le responsabilità.

Quindi, cittadini di Goro e di Gorino, sappiate che dall’Umile megafono rappresentato da questo blog, io dico che mi fate pena e che se una delle mie figlie si azzardasse minimamente ad appoggiare una delle vostre tesi sulla paura, io mi toglierei il mantello della comprensione progressista e comincerei a prenderla a calci nel culo.

Perché siete razzisti. E scegliete di esserlo. Tutti i giorni, tutte le volte. 

Io non devo capirvi, non devo comprendervi. Non me ne frega nulla di spiegarvi perché ritengo che siate degli sfigati fuori dal tempo e che sarà proprio il vostro egoismo a farvi soccombere. Posso provare a raccontarvi chi sono e perché credo in un’umanità che sia priva di confini, ma non lo farò sperando di farvi cambiare idea. Continuerò a sperare che lo facciate, e scegliate di essere umani, ma ho smesso di credere nelle battaglie educative con chi pensa di essere superiore di altri esseri umani, permettendosi di arrogarsi il diritto di deciderne le sorti. Non devo evangelizzarvi, approcciandomi a voi come se foste scimmiette sfortunate cui regalare la mia umanità.

Voi avete scelto di essere razzisti, di chiudervi nel vostro piccolo mondo antico fatto di barbecue e bancali.

Perciò, chiedendo scusa a Gandhi e al mio karma, per quanto mi riguarda potete anche andare a fare in culo.

Della bellezza di strapparsi il cerotto per poter finalmente guarire

Dovrei imparare a vivere come sto in acqua, nel mare, quando la saggezza mi suggerisce il momento giusto per nuotare, quello per rincorrere palloni che cercano la libertà aiutati dal vento, quello per lasciarsi trasportare dalla corrente, galleggiando sul filo dell’acqua a pancia in su, quello per stare a riva. Dovrei riesumare quello stesso istinto anche sulla terra ferma, nelle mie scorribande metropolitane, perché mi aiuterebbe a capire cosa veramente è importante per stare bene.

Negli ultimi mesi ho sbagliato la diagnosi della mia frenesia. Pensavo che quel dolore sordo in fondo al cuore fosse dovuto alla mia necessità di ritrovarmi e di riscoprirmi dopo la nascita di Alice, dopo la separazione, dopo il fallimento della Bottega, dopo la delusione. Praticamente mi vedevo come un San Sebastiano bisognoso di acqua ossigenata e cerotti.

E in parte avevo ragione. Tutta quella vita che avevo vissuto e che mi aveva ferita andava digerita, metabolizzata, perché uscisse fuori chi fossi diventata. Ho fatto un gran lavoro, su quelle ferite riconosciute, mi sono perdonata e per ciascuna ho usato la medicina che ritenevo giusta: ho riscoperto amici, ho scoperto amici, ho ritrovato la voglia dell’impegno, ho riconosciuto le cause perse e dedotto le regole per stare comunque in partita. Alcune, di quelle regole, le ho reinventate.

Mi piace quello che ho macinato, negli ultimi mesi, e mi piace pure la Santisella che ne è uscita, da tutto quel macinare e pensare e ridere e bere e cercare. Eppure quel dolore sordo resta.

Se fossi stata in acqua avrei capito che si chiama rammarico: non avevo dato le due ultime bracciate per riprendere il pallone che scappava nelle onde. Probabilmente non sarei riuscita a riacciuffarlo, il fuggiasco: contro quel vento il mio stile libero sarebbe risultato insufficiente. Ma quelle due bracciate andavano fatte.

Perché l’amore è una cosa bellissima, anche quando fa male. Negli ultimi giorni ho capito da dove proveniva quel dolore costante, ho scoperto che avevo ancora un cerotto, messo a caso su una ferita nemmeno disinfettata. L’avevo chiusa di corsa, dicendomi che sarebbe guarita insieme a tutte le altre, e invece necessitava di una diagnosi propria, di una cura ad hoc. Dovevo semplicemente riconoscermi innamorata.

Che, di per sè, sarebbe anche una bella scoperta se di quell’amore non mi fosse rimasto il pensiero delle ultime due bracciate, del rush finale che non avevo corso. E questa scoperta mi ha anche magicamente spiegato perché i vari Uomo Bellissimo, Uomo Perfetto, Uomo straniante eccetera non avessero alcuna possibilità con me.

Ora, il mio stato fisico è quello che è, l’asma pure. Quante possibilità ci sono che bastino davvero soltanto due bracciate per riacchiappare il pallone che ho visto filare veloce nel mare, tra le onde? 

Praticamente nessuna.

Ma provarci e sperare di farcela sono la cura giusta per quella ferita lasciata là, dolorante e trascurata. E non esiste ceretta che tenga quando prendi il coraggio a due mani e strappi il cerotto.

Non mi sono nemmeno scaldata, probabilmente avevo il costume meno adatto: ma sono orgogliosa perché ho dato le due ultime bracciate, non ho più sospesi. Adesso so che sono andata fino in fondo.

Ho strappato il cerotto e aspetto di guarire, a pancia in su, sul filo dell’acqua.

Le cose in sospeso che non voglio lasciare

A me la morte fa questo effetto qua. Mi prende a ceffoni, quando arriva all’improvviso. Mi scuote, mi fa sedere a terra, senza respiro. La mia mente va alle cose lasciate a metà da chi non se lo aspettava di dover andare via.

Tipo telefonate da fare, maglie da piegare. Cose da scrivere. Cose da dire.

Io, oggi, ho la casa ricoperta di nylon e di goccioline di pittura bianca. Morissi adesso per la mia famiglia sarebbe un gran casino, magari farebbe pure fatica a trovarmi, in questo casino qui. E non saprebbe di tutte le cose che nella mia mente ho lasciato a metà, oltre alle pareti da imbiancare.

Mia sorella non sa che devo preparare delle lettere per il lavoro molto importanti, mio fratello ignora che ho un aperitivo in ballo con  Sonia, il mio capo avrà di certo dimenticato che devo rifare la carta d’identità entro martedì per poter salire sull’aereo per Parigi. Mia mamma non sa che ieri sera mi hanno detto che sono una splendida persona, e non ho fatto in tempo a raccontare alle mie amiche che un mago mi ha scritto il suo numero di telefono su una carta da gioco, di corsa, in un simpatico tentativo di abbordaggio. Devo ancora leggere l’ultimo libro di Harry Potter. Le mie figlie ignorano che ho comprato la vernice a lavagna per colorare le porte delle nostre stanze, e ancora non sanno che ho intenzione di farle traslocare nuovamente nella loro vecchia camera. Mariachiara non sa che cosa le voglio regalare al compleanno, Miriam deve ancora essere aggiornata sulle idee che mi sono venute sul nostro progetto. Stefano non saprebbe dove trovare il buono birra che ho promesso di dargli.

Avrei tante cose lasciate a metà, così, che resterebbero fluttuanti come incompiute note di una canzone che ti canticchi in testa mentre la inventi, che in quel mentre ti pare un successo discografico e poi la dimentichi in un soffio. In un attimo. Lo stesso in cui vai via.

La morte a me fa questo effetto qua. Mi mette davanti ai sospesi.

Mi solleva pensare che, se me ne andassi via adesso, così, vicino alla pistola a spruzzo che mi sono regalata questa mattina, forse le persone non saprebbero le mail che ho in programma di mandare, ma saprebbero esattamente cosa penso di loro e quanto le ami. 

Questa è l’unica cosa che conta, non lasciar passare nemmeno un secondo dal pensiero alla parola, al gesto, perché dire a qualcuno che è importante per te potrebbe essere l’equivalente di un sorriso inaspettato, di una vincita al gioco, di un cioccolatino buonissimo, di un paesaggio straordinario.

Io penso che Roberto, che questa mattina è pedalato lontano, abbia detto a tutti i suoi cari quanto li amasse. Non lo vedevo da tempo, da quando fumavamo canne alla chiusura del giornale, la domenica notte. Non ci siamo più visti ma ci siamo sempre un pochino seguiti, salutati attraverso quei social che anche a questo servono. Non sono mai andata a mangiare al suo ristorante, non ho mai conosciuto sua figlia e riabbracciato la sua mamma.

Sono seduta a terra, dovrei finire almeno la prima mano ma ho troppa voglia di chiudere il coperchio, mettere a bagno il rullo, farmi una doccia e andare a prendere le mie bambine. Mi sa che farò così.