Dov’eri tu quando segnò Sparwasser? (Benvenuta prospettiva)

Come ha detto un amico qualche giorno fa, sembro riemersa da un buco spazio temporale, tipo la mamma di Goodbye Lenin che entra in coma prima del crollo del Muro e si riprende quando il mondo è già definitivamente cambiato. Nell’ultimo mese sono stata così tanto concentrata nel mio lavoro e nella realizzazione di quello per cui lavoriamo per mesi, che ho ristretto a poco a poco la visuale, togliendo dall’inquadratura tutto quello che nel frattempo succedeva nelle vite di chi mi sta attorno.

La mia fortuna è che mi vivono attorno persone intelligenti che sanno che, prima o poi, torno a bussare per aggiornamenti vari ed eventuali. Allora vado per associazione di idee e mi torna in mente Sparwasser e la partita tra Germania Ovest e Germania Est nei Mondiali del 1974 quando, nonostante entrambe le squadre fossero già qualificate per la seconda parte della competizione e i padroni di casa fossero ampiamente favoriti, a sorpresa vinse la Germania Est con un gol proprio di Sparwasser. Un gol talmente importante tanto da diventare avvenimento storico spartiacque, tanto da far diventare normale, tra tedeschi, chiedersi: “Dov’eri tu, quando segnò Sparwasser?“.

Per questo mi viene in mente adesso, perché nel mio giro di aggiornamenti di ciò che è accaduto nella vita di chi amo, mi sembra quasi di paragonare il Salone a quella partita e constato che, mentre mi abbronzavo a righe i piedi e mandavo foto e comunicati, Valentina trotterellava con i capelli ancora più corti, Ernesto andava al mare la prima volta, Micol finiva la scuola e Marika seguiva l’ultima lezione universitaria della sua vita. E ancora, Maria Chiara compilava l’ennesimo bando e iniziava il centro estivo, Raffaele vinceva le elezioni, Daniele partecipava a una decina di concerti, Morena andava a vivere con Luca, mamma festeggiava la sua pensione, Miriam trovava lavoro, Silvia rifiatava in Sardegna, mentre in Sardegna Patrizia e Paola tenevano stretta una mano prima che andasse via.

E io?

Io ho vissuto uno spazio tempo dalle leggi proprie, ho conosciuto persone che mi piacciono, ne ho riviste altre di cui l’unico difetto è la localizzazione geografica, ho baciato guance e condiviso caffè, mentre tanti altri purtroppo non sono riuscita a berli. Ho mangiato insalate e risposto a telefonate assurde. Ho bevute birre calde, sono entrata in decine di gruppi whatsapp, da cui sono anche uscita, ho comprato decine di quotidiani e letto centinaia di articoli E, nonostante più volte al giorno fosse possibile sentirmi dire “Odio tutti”, alla fine mi tocca ammettere che amo più di quelli che detesto e che, alla fine, questa settimana di follia è una di quelle settimane cui non rinuncerei mai.

Se dovessi ringraziare le persone che hanno reso speciale questa edizione del Salone diventerei scontata e diabetica. Ma questo non mi impedirà di farlo. Adesso, che vado a zonzo per le colline casco in testa e aria in faccia, rifletto sul gol di Sparwasser e ringrazio la fortuna di avere due figlie pazienti e appassionate, che vibrano delle mie stesse emozioni e che non contribuiscono al mio abnorme senso di colpa. La loro serenità è frutto anche delle persone speciali che le hanno accudite durante questo carnevale che annualmente ci investe. Ringrazio la sorte che mi ha fatto piombare in un ufficio di matti, di esseri umani in grado di condividere, di lavoratori creativi e di professionisti fantasiosi. Ringrazio anche le frustrazioni gravitazionali che hanno sfiorato il Salone, perché mi hanno permesso di concentrarmi ulteriormente e di dare il giusto peso alle cose. Tutto questo mi ha regalato la prospettiva, e la prospettiva è quella cosa lì che fa fare respiri profondi, che fa sbocciare sorrisi, che regala la rotondità della soddisfazione e che fa scorgere la moltitudine di verdi di cui di cui siamo circondati.

Essere o sentirsi diversi? (I bulletti vanno ghiotti di mia figlia)

Mia figlia è la classica sfigata.

Le piace fare gli esperimenti di scienze, ama le biografie, è goffa e sbatte dappertutto, legge Focus Junior, ha un suo stile preciso nel vestire, un po’ fricchettona e un po’ grunge. Mia figlia canta e balla, ma lo fa come manifestazione di gioia e non come esibizione calibrata. S’innamora tendenzialmente di chi non la ricambia, diventa amica soprattutto di chi viene lasciato ai margini della socialità, ed è anche attratta dai cosiddetti “popolari” che invece la schifano. Micol, mia figlia, ha qualche amico immaginario, ha anche gli occhiali, legge tanto e non è filiforme. Anzi, ha un pochino di pancetta e le cosce robuste e muscolose, le spalle formate. Ha il fisico sodo di un’atleta, in un mondo in cui la femmina, per essere conclamata come bella, deve essere bidimensionale. A mia figlia piacciono gli X-Men e Star Wars.

Mia figlia ha 9 anni e ha il cervello di una ragazzina più grande di almeno 3-4 anni, con l’emotività di una cucciola di 7. Mi spiego meglio: Micol sa raccontare e analizzare perfettamente un suo dolore, magari la rottura del rapporto con una sua amica, ma non sa gestirne la sofferenza. Analizza i motivi, contestualizza, spiega e racconta cosa prova, ma non ha maturato gli strumenti per arginare il fiume di tristezza, e si lascia inondare.

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane.

Mia figlia è la classica sfigata e quasi ogni giorno alcuni dei suoi compagni di classe si prendono la briga di ricordarglielo. Si mettono insieme quando le maestre sono distratte, e cominciano la litania. Il ritornello preferito è quello sul fatto che sia cicciona. Battute, canzoncine, sfottò. Fino a che lei non si mette a piangere. Lo so, piange. In questa società in cui le lacrime vengono lasciate alle puntate di C’è posta per te, piangere non si fa. 

Ma lei non piange silenziosa. Lei piange che non sa trattenersi, e grida anche. Difficile da gestire. Ogni tanto, per l’agitazione, le esce anche il sangue dal naso. 

Quando torno dal lavoro e mi faccio raccontare com’è andata la giornata, il bene o il male non sono determinati dalla quantità di cose imparate sui banchi di scuola, o dal grado d’interesse per una lezione. No, il bene e il male di una giornata di mia figlia è sancito da quanto la prendono più o meno per il culo e da come lei si sente abbastanza forte per reagire.

Sai mamma, oggi non ho nemmeno pianto“.

Perché se piange ha perso. Tipo videogioco. Se piange, e ricordatevi che lei non sa gestire come piangere, ferma la lezione e si entra nel melodramma. Game over.

Questo non vuole essere il processo di vittimizzazione di Micol, e nemmeno un’accusa alle istituzioni o alla scuola o balle varie. Le maestre di mia figlia sono speciali, non avrebbero potuto essere migliori e sono la parte bella di una situazione difficile. Lavorano in un contesto complicato e stanno dietro a tante Micol, ognuna con le sue criticità,  ma nonostante questo restano sempre vigili.

La questione è altra, la questione è la cattiveria. Chiamarla cicciona o stupida per minuti, ininterrotti, a gruppetti di 5-6 non è una cosa da bambini. Bambini il cazzo. Quelli sono teneri boccioli di adulti razzisti e individualisti.

Micol è una frignona. Ed è una ragazzina straordinariamente forte. Nella situazione vissuta ieri, in cortile, quando un gruppetto ha cominciato a prenderla in giro, io avrei alzato i tacchi e mi sarei avvicinata a una maestra. Lei è rimasta lì e ha ignorato fino a che ha potuto. Lei adotta la tecnica dell’indifferenza perché è ottimista, crede che tutti abbiano abbastanza neuroni per capirla, quella tecnica. Solo che certe volte è abbastanza forte per reggerla, e si isola nel suo mondo. E altre non ce la fa, e piange.

La via breve sarebbe insegnarle a rispondere, colpo su colpo, insultando i compagni perché non sanno parlare, perché sono sciocchi, perché hanno i denti in fuori e così via… E non è per santità che insegno altro, ma solo per egoismo: non voglio che mia figlia sia forte, voglio piuttosto che sia felice e non credo che razzisti e buzzurri adulti siano esseri umani felici.

Ogni tanto qualche simpatica amichetta della sua classe fa un giochino davvero interessante: fa finta di essere sua amica. A Micol non sembra vero di raccontare dei suoi esperimenti di scienze, di Frida Kahlo, dei suoi amici immaginari. Il giorno dopo, la simpatica amichetta, le rivela che aveva fatto finta e che non si sognerebbe mai di diventare amica di una come lei. Che si vergognerebbe.

Ma si sa, sono bambini.

Poi la sera me le racconta tutte queste cose, senza frignare, come mi recitasse la lista della spesa. Non utilizza mai le parole di una vittima, ma quelle di chi considera la cosa ormai assodata e che non è stato abbastanza bravo da non piangere, da non essere indifferente. Si sente in colpa quando non ce la fa, perché lo sa da sola che l’emotività è l’unica roba che non sa gestire con il suo splendido cervello, e le sale la frustrazione. 

Perché, mamma, perché io non piaccio ai miei compagni?

Perché? Ecco, non lo so perché. Non lo so nemmeno io perché. So che le lacrime stanno ai bulletti come il sangue sta agli squali. So che è la reazione dell’essere umano alla diversità che non si può spiegare, quella dell’isolamento. So anche che per stare a questo mondo, se sei un bambino, devi avere anche la fortuna che famiglia e società ti forniscano abbastanza strumenti per non diventare stronzo. So che qualche anno fa, quando tu eri tutta cervello e sorrisi e la tua emotivà la tenevi in un cassetto chiuso a doppia mandata, in classe andava meglio perché eri meno “diversa”. Poi si cresce, escono fuori le personalità, i caratteri, e ci si divide.

Quindi, chi lo decide chi è diverso?

Micol me la spiega così: “Le persone. Se una considerata figa decide che una è sfigata, tutti si accodano. Ma fai finta, mamma, che le parole degli altri siano macigni: se sei un elefante, lo scoglio che cade lo prendi al volo. Ma se sei uno scoiattolo, quello ti schiaccia”. 

Essere Micol, ogni tanto, non dev’essere semplice.

Ieri ho indossato un abito che amo molto e per il quale ho inventato una storia. E’ fatto a mano, rosso, con delle barchette bianche. Chi lo ha cucito, con un taglio anni ’60, non si è accorto che stava tagliando la stoffa al contrario per cui l’abito, indossato, ha le barchette a testa in giù. Alle mie figlie ho raccontato che la sarta, per non essere sgridata per l’errore, ha nascosto in fondo a un baule il vestito fino a che, qualche sua nipote, trovandolo, non ha deciso di portarlo al Baloon dove lo avrei comprato io.

Quando Micol ha finito di raccontarmi la sua tremenda avventura in cortile, mi ha fissato il vestito e mi ha chiesto perché lo mettessi, con le barchette palesemente al contrario. E io le ho detto che era tra i miei preferiti proprio per quel motivo: qualcuno ci vede solo lo sbaglio, io ci vedo una scelta artistica diversa che ha reso quell’abito unico al mondo. Speciale.

Vorrei che Micol non si prendesse la briga di dover sopportare la stupidità altrui sperando di cambiarla. Vorrei che diventasse forte da non farsi ferire, che acquisisse la consapevolezza di sè tale da non lasciarsi abbattere dalle battute. Vorrei che continuasse a parlare con me e si lasciasse coccolare. Vorrei che si concedesse di essere una bambina, perché quello è, anche se la sua testa è un po’ più grande di quanto dica l’anagrafe. 

Ma la cosa più di tutte che vorrei è che non smettesse di piangere. Perché se piange soffre, e resta umana, non si chiude in una scorza di cinismo che spegnerebbe alcuni colori del suo mondo. E lei si merita tutto l’arcobaleno.

Cara la mia futura adolescente (pensierini per un domani ormai prossimo)

Cara Micol, l’ho visto proprio lì, sul divano di casa della nonna, quello che sarà il nostro prossimo futuro. In uno sguardo, in quello sguardo con cui mi hai avvolta per pochi secondi perenni, io sono riuscita a scorgere cosa saremo da qui a breve, io e te. E ho provato due sentimenti distinti: la paura di non essere all’altezza, e le vertigini per il privilegio che ho nell’assistere alla trasformazione a tappe di un panzerotto che diventa un adulto.

Non te la scrivo una lettera frignona, di quelle che ti mettono in imbarazzo. No, stai serena. Però due o tre cose devo dirtele e te le scrivo, che così io mi levo un groppo e tu le hai come promemoria.

Se fossimo alle battute iniziali, al battesimo di Aurora La bella addormentata nel bosco, tu fossi Aurora, e io fossi Malefica, saprei cosa regalarti. Eviterei la puntura con l’ago dell’arcolaio perché poi mi toccherebbe correre a disinfettarti e a rassicurare te, piccola ipocondriaca in erba, che non morirai di tetano.

Io sceglierei di regalarti l’imperfezione. Anzi, la consapevole ammissione dell’imperfezione.

Ci saranno momenti, Micol, in cui vorrai essere al massimo. Vestito, umore, sorrisi, situazioni, meteo: per quei momenti lì tu immaginerai tutto e ci investirai tutto. Vorrai che fossero perfetti. E non lo saranno mai perché, se c’è una cosa che ho imparato dalla vita, è che memoria e cuore incoronano come perfetti istanti spontanei, improvvisi, sui quali non c’è nessun controllo. Ti accorgerai che ne stai vivendo uno perché, a un certo punto, si fermerà tutto attorno a te e avrai la piena consapevolezza di essere felice. 

Che non significa, bada bene, che devi lasciare al caso le cose che ritieni importanti. Ci sono la tenacia, l’impegno, il lavoro e la passione che sono fiori per i quali ti prego di avere cura. Ti serviranno perché ti insegneranno il metodo per puntare i tuoi obiettivi e lottare per raggiungerli. Lo so, ogni tanto li teniamo chiusi in balcone e ci dimentichiamo addirittura di bagnarli. Sono quei periodi di scazzo fotonico in cui il bioritmo è basso e si procede per forza d’inerzia. Ma proprio perché tu, quei fiori, li hai piantati e battezzati, sai che sono la risorsa alla quale attingere quando il talento e il genio, la spontaneità e le capacità hanno bisogno di un’organizzata accelerata verso quella luna che hai deciso di acchiappare.

Il fatto è che quando sai di essere imperfetta, tutto diventa più semplice. Quando ti scruti e impari a riconoscere i tuoi punti deboli, quando annusi gli scivoloni, poi impari a cadere bene. E a rialzarti velocemente. 

Quando sai di essere perfetta nella tua imperfezione sai prenderti le responsabilità delle tue azioni e della tua vita. Ci vorranno magari giorni di riflessione, o soltanto pochi minuti di esitazione, ma poi sceglierai la strada più adatta a te e al momento che stai vivendo. Non perché sarai sicura che sia la strada giusta, ma perché l’avrai scelta tu con la consapevolezza che a ogni passo sarai lucida.

Ecco, potrei rimangiarmi tutto quello che sto per dirti nel giro di pochi anni, ma adesso prendi queste parole per buone.

Non aver paura di deludermi.

Succederà, e nessuna di noi due potrà farci nulla. Perché accadrà che io deluda te, le tue aspettative, i tuoi sogni.

La genetica ci ha fatte simili, ma non uguali. Lo specchio ci dice che ci somigliamo, abbiamo addirittura gli stessi tic e io, in qualsiasi momento della giornata, sento nelle ossa chi sei e come stai. La genetica ci ha fatte simili. Non si tratta di rapporto madre-figlia o di sangue, ci sono un sacco di parenti che al di fuori della famiglia, forse, non si sceglierebbero nemmeno come amici. E non c’è nulla di male ad ammetterlo. Tu e io siamo connesse e da sempre lo siamo. E’ impressionante avere il potere di scorgere i pensieri attraverso una fronte, uno sguardo. Ecco, tutto questo panegirico per dirti che se la genetica ci ha fatte simili e l’universo ci ha connesse, devi sempre ricordarti che io e te non siamo uguali. Che io vivo la mia vita, faccio le mie scelte, faccio dei grandi casini e con estrema imperfezione provo a sistemarli, poi. Ma io e te non siamo la stessa persona e questo è un mantra che devi ripeterti perché non c’è niente di più triste di una vita votata alla ricerca del consenso di qualcuno che si ama.

Tu sei tu, Micol. E sei speciale per come sei, per chi sei e per chi diventerai. Io sono qui che osservo emozionata la tua trasformazione e scelgo di mettere le pattine per camminare senza fare rumore. Lo so che mi vuoi bene e che ammiri tante cose che faccio, che ti piace come affronto le cose e che sei tanto orgogliosa di me. Ci sono momenti in cui mi guardi come se fossi un supereroe e mi si bagnano gli occhi. Ma lo scopo della tua vita non è quello di rendermi felice, ma quello di essere felice tu.


Concediti di fare cazzate, Micol. Mettiti alla prova.

Innamorati di un amore che ti sbriciolerà il cuore. Poi, dopo, imparerai a gestire il tuo dolore e a capire che ne vale sempre la pena. Ti capiterà a tua volta di sbriciolare un cuore, succede. La cosa importante è non fare del male deliberatamente, con cattiveria. Per il resto, perdonati.

Ubriacati. Fallo con persone che ti fanno ridere, con amici che ti sfotteranno per le cose assurde che farai. Ricordati sempre di tenere il cellulare acceso (quando lo avrai) con la batteria carica, e di stare con gente di cui ti fidi. Tieni a mente che potrai chiamarmi in qualsiasi momento del giorno e della notte, aspettandoti comunque che ti faccia un culo grande quanto l’Oceania. Se il giorno dopo non vorrai raccontarmelo, non sentirti in colpa. Io lo capirò, mi preoccuperò, mi incazzerò, ma mi fiderò di te. E non leggerò il tuo diario segreto.

Fai l’amore. Ma fai anche sesso. Ti ricordi cosa ti ho detto l’altro giorno quando parlavamo di vagina? “Devi diventarci amica, Micol, la vagina può essere una grande amica”. Tu sei diventata rossa, ma io lo so che hai capito. Perché avere consapevolezza del proprio corpo è una cosa sana, bella, che ti fa sentire libera come quando fai la ruota in un prato. Fare l’amore è una delle cose più belle che abbiamo a disposizione. Non ti sto dicendo di darla via come il pane a priori, ma di non infilare in sovrastrutture morali una cosa che è naturale e che è il motore dell’evoluzione di questo mondo.

Devi volerti bene. Questo è fondamentale. Devi amare le tue cosce robuste, il tuo sorriso incerto, i tuoi occhi allungati. Le tue manine. Tutto. Questo corpo qua, di cui devi avere cura, è quello che ti permette di vivere e andare per musei, ballare, studiare. E poi devi volere bene alla tua anima. Che non è perfetta, proprio come il tuo corpo, ma che ti fa sentire le emozioni e che collega i profumi alle persone, i vestiti agli avvenimenti. Attenzione, voler bene a corpo e anima vuole anche dire lavorarci se qualcosa non ti piace: accetta chi sei, ma non fermarti mai nel progetto di migliorarti.

Incazzati. Micol, porca miseria, incazzati. Non menare, ma incazzati. Incazzarsi fa bene, non aver paura della rabbia. Non è vero che quando si litiga ci si allontana. Se ci sono argomenti di discussione, e si litiga, poi ci si conosce un pelo di più e ci si vuole più bene. Non colpire mai sotto la cintura, non usare le debolezze di chi hai davanti per ferirlo, litigaci in modo costruttivo. Ma fallo. Perché potrebbe pure essere che l’universo stesso sia nato da un momento di grande incazzatura degli elementi.

Gestisci la paura. Tante cose fanno paura. Non ti dico di non averla, ma soltanto di provare a gestirla. Non hai idea del senso di liberazione che sentirai quando riuscirai a superarla e ad arrivare a vincerla. Quindi assaggia cose strane, vai in posti lontani, mettiti alla prova e insegui i tuoi sogni. I tuoi, non i miei. Perché ai miei bado io.

Focalizzati sul presente. Utilizza il passato come culla per i bei momenti, come avviso per quelli più bruttini. Pensa al futuro quando muoverai i passi verso gli obiettivi. Ma non dimenticare mai che vivi nel presente e che nell’attimo in cui vivi ci sono farfalle da vedere,sorrisi da scorgere, persone da salutare e gelati da mangiare. Il passato non si cambia, sul futuro si deve lavorare, ma il presente è una giostra figa che dà un senso allo scorrere dei giorni.

Studia. Sempre, fino all’ultimo dei tuoi giorni. Usa la tua curiosità e studia. Fai di te un essere umano libero, polemico, appassionato, costruttivo. Studia, o vedi che ti faccio…

L’altro giorno, sul divano della nonna, ho capito che i prossimi anni saranno un affare tra me e te. Sarò io la figura che abbatterai per diventare grande. Ecco, volevo dire che ne sono orgogliosa. Proverò a tenere sempre a mente quello che ti ho appena scritto, ma proprio per questo ti avverto che sono tua mamma e che mi toccherà fare la mamma, e l’educatrice e la stronza. A volte. In potenza, insieme a tua sorella Alice, siamo una grande squadra. Io lo so, tu lo sai, Alice si è preparata i popcorn ed è pronta alla saga adolescenziale che ci aspetta.

In bocca al lupo a noi.

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Ecco, se in questi giorni vi capitasse di vedermi abbacchiata, con la testa tra le nuvole, incredibilmente di poche parole non chiedetemi se mi è morto il gatto, vi evito una gaffe: la risposta sarebbe sì. Non un gatto, una gatta, precisamente una gatta con un nome da cerbiatto maschio. La mia gatta Bambi.

Dopo 15 anni di coabitazione Bambi ha deciso che ne aveva abbastanza e se ne è andata via, tornando probabilmente nel regno dei felini eleganti e regali cui appartiene. Ha avuto il buonsenso di aspettare finisse il 2016, così da non mischiare la propria dipartita con quella di banali umani di fama effimera, e ha scelto il giorno dell’anniversario della morte di Coco Chanel per lasciare il palco, con la stessa dignità con cui è vissuta.

Se scegli di dividere la tua vita con gli animali sai che succede ciclicamente, capita che loro se ne vadano, probabilmente prima di te. Essendo io una collezionista compulsiva di animali, ho vissuto più di una volta il lutto, con più o meno coinvolgimento a secondo dell’amico che stava per lasciarmi. Non ho perso i loro ultimi respiri, li ho ascoltati andare via e poi ho chiesto sempre che del corpicino si occupasse qualcuno perché, io, non vivo il culto del sepolcro per gli esseri umani così come per gli animali. Bambi invece se ne è andata via così, da sola, di notte. Per monitorarla avevo messo la sveglia ogni ora: lei è andata via tra una sveglia e l’altra, tra le 2 e le 3, in quella che mia nonna chiamava “l’ora delle anime”.

Micol è dispiaciuta per me, per Alice non c’è presa di coscienza: se ne accorgerà mattino dopo mattino, quando nessun felino andrà a darle il buongiorno strofinandosi contro le sue gambe penzoloni, mentre fa la pipì.

Per me Bambi è il penultimo legame che conservo della mia cosiddetta vita a.M., ovvero prima di Micol, il grande spartiacque che divide la mia trentottenne esistenza. Prima di Micol ero più carrierista, più disinvolta, più insicura e più soda. Ero un’altra me, a cui ogni tanto penso con tenerezza, e Bambi faceva già parte della mia vita. 

È arrivata pochi giorni dopo il mio trasferimento nella casa di corso Palermo, la prima in cui avrei vissuto da sola dopo aver lasciato quella dei miei genitori. Bambi quindi è spaghetti alle 2 del mattino, intenta a scrivere la tesi. Bambi è il ritorno dal negozio dove lavoravo durante la settimana, è il ritorno dal giornale dove scrivevo nei fine settimana. È la felicità con il mio fidanzato dell’epoca, il mio principe. È un cumulo di dolori vari. È la portaborraccia alla rincorsa dell’autostima. È le partite del Toro sentite alla radio. È il primo stipendio “serio” da giornalista. È il suo parto e l’emozione di tagliare i cordoni ombelicali che la tenevano legata ai suoi cuccioli.

Di quel periodo mi rimangono il dondolo, la scrivania e un sacco di libri.

Ciao Bambi, sono stati 15 anni intensi e, lo sai, non ho rimpianti. Se non quello di non aver imparato, per ormosi, almeno un briciolo della tua eleganza. Miao.

Nell’anno che è stato io ho ucciso Candy Candy (questione di bilanci)

Tutti buoni a fare bilanci e propositi a Capodanno. I fighi, quelli veri, i conti tra passato e futuro li regolano alla Befana, quando il resto del mondo sta già lottando con la frustrazione di aspettative inarrivabili.


Io, ovviamente, sono una figa.

Normalmente, per ricordarmi le annate trascorse, mi ricollego ad avvenimenti calcistici di rilievo (mondiali, europei, partite leggendarie, acquisti di giocatori ecc.) oppure ci appiccico nomignoli didascalici. Il 2016 è il cosiddetto “Anno effetto domino“, ovvero l’apoteosi del rapporto causa-effetto. Sono stati i soliti 12 mesi (insieme a un 29 febbraio irrilevante) eppure a me, oggi, che ci faccio i conti, mi sembra che abbiano condensato 5 anni in uno. Ogni giorno una casella domino che, a seconda di come la facevo cadere, spingeva a folate la mia vita da una parte all’altra.

Che se non fossi andata al mare, quel giorno di vento, non avrei letto quel messaggio che sarebbe valso un’ultima colazione. Tutto così, un unico incastro di cazzate che sono valse puntate salienti della mia fiction personale. Oggi, mentre sgranocchio monete di cioccolata, capisco bene il percorso arzigogolato di questo 2016 che mi ha fatto tanto bene e che resterà la chiave di volta delle narrazioni santisiane. 

Nel 2016 ho imparato a stirarmi i capelli da sola. Ma non solo: ho ripreso a indossare le autoreggenti e ho ridimensionato quel timore provinciale di “essere bella” oltre che incredibilmente intelligente. 

Nel 2016 ho preso dei NO megagalattici (parlo di tutti i campi) Alcuni dichiarati, altri sussurrati o inalati tramite parafrasi. Tutti questi NO sono stati la mia fortuna (effetto domino) per un sacco di motivi che non sto a spiegare ma, soprattutto, perché erano frutto della grande e non dichiarata paura che ha accompagnato il 2016: il timore di quello che sarò. Cioè, e va bene la separazione, e va bene la chiusura della Bottega, e va bene l’oroscopo di merda, e va bene tutto. Ma poi, dopo il periodo di convalescenza emotiva post mega-giga traumi, bisognerà pure tornare in pista con qualche super potere in più dovuto alle batoste, no? Ecco, il sequel della mia vita, messo parzialmente in ghiacciaia negli ultimi mesi causa lavori di ristrutturazione, dicevo di volerlo vivere e intanto facevo di tutto per rimandarne il primo ciak, provando ad ancorarmi a certezze del passato. La mia bisnonna l’avrebbe chiamata rincorsa, io l’ho capito solo quando stavo già saltando.

Nel 2016 mi sono confidata maggiormente con amiche che con amici. Per me, questa, rappresenta una vera rivoluzione emotiva e comunicativa, visto che non succedeva dal 1986 che preferissi le donne agli uomini per scambiare pezzetti di vita catartici.

Nel 2016 ho anche staccato definitivamente le macchine che tenevano in vita la Candy Candy che c’era in me. Sulla carta d’identità, al posto di crocerossina, adesso c’è scritto raccoglitrice di bacche. La cosa che mi rende più orgogliosa è che questa dipartita non è frutto di scelte dolorose, ma di consapevoli NON-bisogni: non mi servono i tristocinici autocompiacenti, non devo per forza sentire i lamenti della gente, non devo nemmeno fare la riserva di energia positiva ed esaudire i sogni-voragini del prossimo. Insomma, mentre il 2016 si trascinava, a poco a poco ho perso prima i codini biondi di Candy, poi le lentiggini, poi gli stivaletti di merda e infine pure camice e cuffietta. Un piccolo passo per un manga, un grande passo per una Santisella.

La cosa più importante del 2016: anche le persone di cui pensavo di conoscere ogni anfratto, mi hanno stupita. Per questo la canzone del mio Anno effetto domino è una canzone di Jeff Buckley, un duetto, scoperto per caso qualche settimana fa. Pensavo di conoscere qualsiasi cosa di Jeff, collaborazioni, testi scritti per altri, concerti unplugged a sorpresa nei club. Tutto. Di questo duetto non avevo mai sentito parlare e da quando l’ho scovato, lo ascolto tutti i giorni (immaginate la gioia di Micol&Alice) “All flowers in time bend towards the sun”. Come una formula magica, sono emerse caratteristiche inimmaginabili di persone che pensavo di conoscere a menadito e così, oggi, giorno di bilanci e di cioccolatini della Befana, mi ritrovo ad avere amici che sono diventati altro, ad altro che sono diventati amici. Ad avere dei punti di riferimento trasformarsi in niente e dei niente diventare film francesi.

Un casino.

L’avevo detto che questo 2016 era stato corposo, denso, a tratti faticoso.

Per il 2017 ho già comprato i lupini da sgranocchiare mentre lo percorrerò, giorno dopo giorno, senza grandi proclami esistenziali se non quello, fondamentale e catartico, sul quale prometto d’impegnarmi solennemente: dire NO al colesterolo e dire sì ai viaggi. Tanti. Soprattutto se prevedono piedi nudi sulla spiaggia.

Ci sono serate che sono filosofie (dialoghi sull’amore con le mie figlie)


Mi ricordo qualche anno fa il male che mi aveva fatto una frase inconsapevole di una delle maestre di Micol, durante un colloquio, quando mi aveva avvertita che la mia bambina le aveva confessato di “non credere più nell’amore”. A sei anni, a pochi mesi dalla separazione dei suoi genitori. In quel momento ho fatto una gran fatica a non piangere davanti alla maestra, sentendo su ogni centimetro del mio corpo la colpevolezza, la responsabilità: avevo considerato che, decidendo di porre fine alla mia relazione con il suo papà, avevo anche sbriciolato la patina di fiducia nei rapporti d’amore in dotazione alla mia primogenita?

Quando sono arrivata a casa e mi sono vista quelle guanciotte tondine e rosse in attesa di sapere cosa pensassero le maestre di lei, non ce l’ho fatta e me la sono stritolata tra le braccia tanto forte da sentire il suo cuore battere contro il mio petto. Avevo deciso di non chiederle nulla, ma in quel momento è stato più forte di me: “Amore, ma davvero pensi di non credere più nell’amore?”.

Le è morto il sorriso, ha abbassato gli occhi e poi ha cominciato a mormorare: “Mamma, non volevo che la maestra te lo dicesse: il fatto è che a me piace Marco, ieri diceva che mi amava, poi ha detto amava Carla. E allora, che amore è questo? Come si fa a credergli?”.

Un po’ il sollievo e un po’ il senso profondo di quella frase mi hanno lasciata così, a bocca aperta, davanti a una Micol dalle guanciotte tondine e rosse. Forse, ma forse forse, la decisione di separarmi avrebbe avuto il senso che volevo avesse. A lungo termine, tra saliscendi emotivi, ma lo avrebbe avuto.

A distanza di mesi, in una serata di dolcissimo triadismo natalizio, Micol e Alice sconfiggono quell’eterna paura di averle private del coraggio di amare. Mentre io mi metto lo smalto, le due fanciulle scrivono la letterina a Babbo Natale. Alzo lo sguardo e adocchio il disegno di Alice: c’è lei, c’è sua sorella, ci sono io e vicino ho un marcantonio con la barba.

Io: “Chi è quello, Alice?”

Alice: “È Stefano”.

Io: “Ma io e Stefano non siamo fidanzati”.

Alice: “Ma io dico Stefano per farti capire: non lo so come si chiama, ma so che è il tuo fidanzato”

Io, sorridendo, provo a buttarla in caciara: “Ma pensi di chiedere addirittura a Babbo Natale di trovarmi un fidanzato? Sono messa bene, va”.

Alice sbuffa, vuole spiegarmi: “Noooo, non capisci. Io lo disegno a Babbo Natale, disegno la mia famiglia. Disegno pure un tuo fidanzato speciale”.

Io: “Capito, e cosa fa questo fidanzato speciale?”.

Alice: “Lui ti fa ridere e poi sta seduto vicino a te e ti guarda quando scrivi i racconti, perché tu quando ridi e scrivi i racconti sei bellissima e lui si innamora sempre”.

Non so cosa risponderle, non so nemmeno se sia proprio necessario tentare di rispondere a quest’immagine di poesia che ha nella mente la mia bambina. Interviene Micol, che parla mentre scrive sdraiata sul foglio.

Micol: “Io mica ho deciso se voglio fidanzarmi con un uomo o con una donna. Per ora mi sono innamorata solo di maschi, ma non so bene. Però pure a me piacerebbe che mi facesse ridere”.

Alice: “L’amore è bello”.

Micol: “Come fai a dirlo? Sei innamorata?”.

Alice: “Ma noooo, uffa. L’amore è bello perché ti fa felice anche se per tutto il giorno litighi con tanta gente. Come quando stiamo insieme noi e balliamo le canzoni vecchie di mamma o facciamo i disegni e vediamo insieme i cartoni sul divano”.

Io, lo ammetto, le ascolto e ho paura di interrompere quel dialogo fragile e prezioso che sembra uscire direttamente dai loro cuori. Mi sento quasi di troppo, curiosa di quello che si cela nella loro anima plasmata da dolori veri, da fantasia e da sogni.

Micol: “Penso che l’amore è come mangiare sempre la stessa pizza e volerla sempre, anche a colazione”.

Alice: “Mamma, è vero che l’amore fa paura?”.

Io: “A volte le cose forti fanno paura, se sei felice felice magari ti viene paura di non esserlo più”.

Micol: “Ci vuole coraggio quindi per innamorarsi”.

Alice: “Io ho solo paura di morire o che muore mamma. Anche se poi scrivo a Babbo Natale e gli chiedo di resuscitarci”.

Micol: “E se muoio io?”.

Alice: “Ma tu sei piccola, dobbiamo impegnarci per mamma che ha fatto adesso il compleanno e quindi muore prima”.

Io sorrido e mi soffio sulle dita per far asciugare lo smalto sulle unghie. Ognuna prosegue a fare quello che stava facendo qualche minuto prima, in silenzio. Io le guardo e mi verrebbe da ringraziarle: non sanno che per tre anni sono stata in attesa di quelle parole, come se attendessi una sentenza di assoluzione che con razionalità mi ero già concessa.

E lo faccio: “Grazie bambine”.

Non mi chiedono il perché, fanno un sorriso e rispondono prego. Poi Alice si mette un dito nel naso, e tutto torna normale.

Del perché mi sono rotta le palle e non contestualizzo più 

Nella mia esistenza ho sempre cercato una ragione affinché fosse comprensibile e digeribile il motivo di un comportamento che mi aveva ferita, o che non reputavo etico/giusto/consono. Non credo si trattasse di eccesso di bontà, quanto di cieco egoismo: avevo bisogno di continuare a credere che la gente fosse buona e che soltanto a causa di certi motivi reconditi si comportasse male. Avevo soprattutto bisogno di credere che ci fosse un buon margine di speranza che smettesse di fare così.

Insomma, ho piantato nel mio giardino esistenziale il seme della celeberrima sindrome della crocerossina. Pianta grama per antonomasia.

Se mi dice certe cose è perché ha un blocco emotivo. Se non ne fa altre è perché i suoi genitori erano così, colà, colì e Corfù. Un’architettura di alibi e giustificazioni per digerire meschine prove di vigliaccheria, mentre io perduravo nella totale esposizione di me stessa, nella piena vulnerabilità di chi si mostra e non si nasconde, di chi si espone non per vincere ma per capire. Una gestione marketing di me stessa davvero pessima, perché chi trova allettante un detersivo che dice “faccio del mio meglio ma sappi che non funziono sempre e che qualcuno potrebbe sgrassare meglio di me?”.

Tutto questo, ovviamente, non ha riguardato solo le mie relazioni personali, di amicizia, amore e famiglia. Questo è un atteggiamento tenuto nei confronti della vita, della società.

Se fa così ci sarà un perché. Ovviamente avrà sofferto, non avrà avuto abbastanza affetto, magari non sa come arrivare a fine mese, ha paura, non ha potuto studiare. Tutte potenti giustificazioni. Tutte potentissime cazzate.

Perché io mi sono sonoramente rotta le palle della gente che ragiona con la pancia e, porella, va pure capita anche se ti passa sopra col trattore mentre va a comandare.

Io, quelli di Goro e Gorino, le loro barricate e le loro paure non le giustifico più. Posso pure capirle, ma non le scuso. Alla soglia dei 38 anni ho deciso che smetto di contestualizzare e accetto, mestamente, che nel mondo ci sia anche gente che ha deciso di avere la merda nel cervello.

Credo fermamente nell’essere umano, penso che sia sostanzialmente buono. Dopodiché ritengo anche che, ognuno di noi, al giorno, abbia diverse possibilità di scegliere dove stare.

Che fai? Scegli la Forza o il suo Lato oscuro? Scegli di prendere per il culo la tua collega con la macchia di rigurgito sulla giacca? Scegli di cambiare strada se vedi che ti viene incontro una rom sul marciapiede? Stai zitto se vedi qualcuno soccombere a una rissa? Usi la carta di credito aziendale approfittando della fiducia accordata? Tarocchi al ribasso il tuo ISEE per ottenere agevolazioni? Ridacchi con il tuo collega alla macchinetta del caffè che ha appena fatto una battuta sui froci?

Tu scegli chi essere. Lo fai ogni santa volta, e credo pure che tu ne abbia consapevolezza. Magari non sai che ogni azione, ogni scelta, rappresenta una conseguenza anche nel lungo termine e che questa conseguenza potrebbe riguardare altre persone, ma tu, cazzo di essere umano, scegli chi essere. E non me ne frega se sei figlio di separati, se da piccolo ti hanno dato poco amore, se hai vissuto anche la povertà, se hai beccato una ciliegia marcia o se un gatto ti ha graffiato la guancia. Tu scegli chi essere e di questa scelta devi essere consapevole e devi assumertene le responsabilità.

Quindi, cittadini di Goro e di Gorino, sappiate che dall’Umile megafono rappresentato da questo blog, io dico che mi fate pena e che se una delle mie figlie si azzardasse minimamente ad appoggiare una delle vostre tesi sulla paura, io mi toglierei il mantello della comprensione progressista e comincerei a prenderla a calci nel culo.

Perché siete razzisti. E scegliete di esserlo. Tutti i giorni, tutte le volte. 

Io non devo capirvi, non devo comprendervi. Non me ne frega nulla di spiegarvi perché ritengo che siate degli sfigati fuori dal tempo e che sarà proprio il vostro egoismo a farvi soccombere. Posso provare a raccontarvi chi sono e perché credo in un’umanità che sia priva di confini, ma non lo farò sperando di farvi cambiare idea. Continuerò a sperare che lo facciate, e scegliate di essere umani, ma ho smesso di credere nelle battaglie educative con chi pensa di essere superiore di altri esseri umani, permettendosi di arrogarsi il diritto di deciderne le sorti. Non devo evangelizzarvi, approcciandomi a voi come se foste scimmiette sfortunate cui regalare la mia umanità.

Voi avete scelto di essere razzisti, di chiudervi nel vostro piccolo mondo antico fatto di barbecue e bancali.

Perciò, chiedendo scusa a Gandhi e al mio karma, per quanto mi riguarda potete anche andare a fare in culo.