Strangers Things – la serie che non si può guardare da soli

Sono rimasta lontana dai profili di chi, subodoravo, la stesse seguendo. Ho fatto promettere a un amico nerd di aspettarmi a vederla. Sono tornata a casa, ho disfatto le valigie, fatto le lavatrici, distribuito souvenir e dolci. Ho aspettato di essere sola e, a braccetto con Netflix, mi sono avvicinata a Stranger Things, la serie di cui tutti parlano.


Senza mezze misure, ho dato il via alla maratona della prima stagione: 8 puntate da 50 minuti circa ciascuna, viste una dietro l’altra, in una giornata di abbruttimento psicofisico dovuta, soprattutto dopo il movimento fatto durante le vacanze. Sette ore buone di nuotata nella storia che si svolge a Hawkins nell’Indiana, cittadina immaginaria, durante i concreti anni ’80.

Da qui in poi spoilero senza ritegno.

La serie è stata esaminata in lungo e in largo, vivisezionata nelle sue innumerevoli citazioni (l’inizio alla Twin Peaks qualcuno lo ha già detto?). Quindi, perché ne scrivo?

Perché mi ha emozionata e perché credo fermamente che non sia un serie da guardare da soli. C’è da piangere, c’è da farsi venire il magone, c’è da empatizzare con chiunque, pure con il mostro. C’è da fare un posto sul divano accanto a me, almeno uno.

La trama, in breve. Ci sono 4 amichetti alla Goonies, sfigatelli-nerd-bullizzati-bravi a scuola. Una sera uno di loro, Will, viene preso da un mostro nel gabbiotto degli attrezzi di casa sua dove si era nascosto. In casa non c’era nessuno e, nonostante la prontezza di spirito, scompare con il mostro. La scomparsa viene notata da mamma e fratello maggiore la mattina, e subito partono le ricerche a cominciare da casa di Mike, dove i ragazzi si trovano a giocare e dove Will era rimasto il giorno prima.

La mamma, uno scricciolo di Wynona Rider, contatta lo sceriffo Hopper, dedito agli psicofarmaci e alla birra. Nel frattempo fa la sua comparsa Undici, ragazzina strana dai poteri mentali straordinari che entra nel gruppetto goonies, instaurando con Mike un rapporto profondo di fiducia e di preadolescenziale corrispondenza d’amorosi sensi. In tutto questo la CIA, ilgoverno, gli esperimenti, la Russia eccetera eccetera.

C’è da piangere e c’è pure da riflettere.

Il fumo. Innanzitutto fumano in continuazione, questa serie è un inno al tabagismo anni ’80. Stupisce perché erano anni che non si vedeva così tanto catrame in televisione, a causa della smania salutista americana in grado di livellare qualsiasi sceneggiatura. Fumano, si lavano poco tutti, bevono e s’impasticcano. 

La famiglia. A me ha colpito la palese contrapposizione della famiglia borghese di Mike e della sorella Nancy con quella di Will e del fratello Jonathan. Una famiglia linda, che sa di muffin ai mirtilli cucinati da una mamma con i capelli a onde, maniaca del controllo, contro quella sgarrupata di una madre single che vive in un prefabbricato in grado di raggruppare qualsiasi tono del marrone e del beige nell’arredamento. Pochi soldi, tanti lavoretti, tanto stress. La vita di provincia americana che fabbrica tanti ribelli a scadenza, pronti a ripetere i cliché dei loro genitori. Di puntata in puntata quella che sembra la madre sull’orlo della crisi di nervi e disadattata si dimostra essere genitore fino in fondo, un modello fallimentare per la società, ma vincente nella psicologia spiccia dei sentimenti. Quando tiene la mano a Undici dentro la vasca da bagno, rincuorandola e rassicurandola durante il suo viaggio terrificante nel Sottosopra, Joyce/Wynona mi ha commossa.

Padri. Sarà che sono sensibile all’argomento, sarà che le figure materne nella serie sono preponderanti, ma i padri con figli viventi in Stranger Things fanno veramente cagare. Sono figure a un piano, totalmente inutili se non dannosi, di nessun appoggio alla famiglia. Il padre borghese dimostra di non conoscere i figli, di sopravvivere alla retorica di quel che si deve fare, ripetendo frasi e comportamenti da patriarca paternalista anni ’50. Il padre di Will invece è una merda umana: convivente con una fanciullina di almeno 20 anni più giovane, si palesa nella vita della ex e del figlio maggiore solo quando pensa di poterci fare due soldi. Poi c’è il finto padre/scienziato/sfruttatore di Undici che ti viene voglia di prendere a cinghiate sullo scroto alla sua prima comparsa sullo schermo.

Lo sceriffo. Anti eroe per eccellenza. Panzottello, dedito alle medicine e alla birra e alle scopate saltuarie e alle sigarette, non propriamente attento alla comunità. Si scopre che il suo dolore è la morte della figlioletta di cancro e la separazione dalla moglie che, nel frattempo, si è rifatta una vita. A poco a poco, fra le pieghe del suo personaggio, si dimostra il perno delle indagini, temerario senza la solita arroganza a stelle e strisce, quella che  non scende a compromessi. Lui ci scende eccome, e con la sua mossa, si garantisce l’ingresso nel Sottosopra per salvare Will.

La diversità. Quando sei piccolo e sei diverso dal resto del gruppo, non fai altro che provare ad adeguarti e desiderare di uniformarti. Poi cresci e fai di tutto per distinguerti. In questa serie i bambini protagonisti sono impopolari e bruttini, uniti dalla passione per la scienza e per i giochi di ruolo, per i fumetti e i film dell’orrore. Sono diversi tra loro e si compensano, come nelle migliori delle boyband. La diversa per eccellenza è Undici, personaggio speciale non solo per i poteri, ma per la purezza e per tutte le debolezze che manifesta a livello umano, nonostante sia letale come un ibrido Tempesta-Kill Bill-Carrie. L’avrei adottata seduta stante e preparato per il resto della sua vita goffri e altro junk food a suo piacimento. 


Il mostro. Insomma, non è che mi stesse antipatico. Una sorta di uomo senza pelle con la faccia a orchidea selvaggia, vive in una dimensione tristissima e piena di muco, Undici e i suoi poteri gli vanno a rompere le palle aprendo un varco con la nostra dimensione, nella quale ogni tanto lui va a fare uno spuntino. Si manifesta con sbalzi di corrente e con un gingle geniale della produzione, una sorte di musichetta elettronica che fa molto videogioco da sala giochi.

Cosa non mi è piaciuto. Geniale la comunicazione tra mamma e Will, intrappolato nel Sottosopra: il bambino parlava con Joyce attraverso le lucine. A un certo punto smette di farlo (forse quando lei prende a colpi di ascia la parete da cui lui si manifestava?). Smettono di parlarsi, immagino per responsabilizzare in questo senso il personaggio di Undici, ma non danno molte spiegazioni e a me quando non mi dicono perché mi viene il nervoso e vengo meno al patto con l’autore. E poi una parte del finale. Fantastica la trovata dello sceriffo che si presuppone sappia che fine ha fatto Undici e che si occupa di fornirle i goffri e il cibo di cui ha bisogno. Il polipo sputazzato da Will la notte di Natale, onestamente, mi pare ‘na strunzata… 

E quindi?

Quindi penso che lo farò vedere a Micol.

Quindi non vedo l’ora di vedere la seconda stagione. Facendo uno spazio sul divano per dividere lacrime ed emozioni di una delle serie migliori che abbia visto negli ultimi anni.