Dov’eri tu quando segnò Sparwasser? (Benvenuta prospettiva)

Come ha detto un amico qualche giorno fa, sembro riemersa da un buco spazio temporale, tipo la mamma di Goodbye Lenin che entra in coma prima del crollo del Muro e si riprende quando il mondo è già definitivamente cambiato. Nell’ultimo mese sono stata così tanto concentrata nel mio lavoro e nella realizzazione di quello per cui lavoriamo per mesi, che ho ristretto a poco a poco la visuale, togliendo dall’inquadratura tutto quello che nel frattempo succedeva nelle vite di chi mi sta attorno.

La mia fortuna è che mi vivono attorno persone intelligenti che sanno che, prima o poi, torno a bussare per aggiornamenti vari ed eventuali. Allora vado per associazione di idee e mi torna in mente Sparwasser e la partita tra Germania Ovest e Germania Est nei Mondiali del 1974 quando, nonostante entrambe le squadre fossero già qualificate per la seconda parte della competizione e i padroni di casa fossero ampiamente favoriti, a sorpresa vinse la Germania Est con un gol proprio di Sparwasser. Un gol talmente importante tanto da diventare avvenimento storico spartiacque, tanto da far diventare normale, tra tedeschi, chiedersi: “Dov’eri tu, quando segnò Sparwasser?“.

Per questo mi viene in mente adesso, perché nel mio giro di aggiornamenti di ciò che è accaduto nella vita di chi amo, mi sembra quasi di paragonare il Salone a quella partita e constato che, mentre mi abbronzavo a righe i piedi e mandavo foto e comunicati, Valentina trotterellava con i capelli ancora più corti, Ernesto andava al mare la prima volta, Micol finiva la scuola e Marika seguiva l’ultima lezione universitaria della sua vita. E ancora, Maria Chiara compilava l’ennesimo bando e iniziava il centro estivo, Raffaele vinceva le elezioni, Daniele partecipava a una decina di concerti, Morena andava a vivere con Luca, mamma festeggiava la sua pensione, Miriam trovava lavoro, Silvia rifiatava in Sardegna, mentre in Sardegna Patrizia e Paola tenevano stretta una mano prima che andasse via.

E io?

Io ho vissuto uno spazio tempo dalle leggi proprie, ho conosciuto persone che mi piacciono, ne ho riviste altre di cui l’unico difetto è la localizzazione geografica, ho baciato guance e condiviso caffè, mentre tanti altri purtroppo non sono riuscita a berli. Ho mangiato insalate e risposto a telefonate assurde. Ho bevute birre calde, sono entrata in decine di gruppi whatsapp, da cui sono anche uscita, ho comprato decine di quotidiani e letto centinaia di articoli E, nonostante più volte al giorno fosse possibile sentirmi dire “Odio tutti”, alla fine mi tocca ammettere che amo più di quelli che detesto e che, alla fine, questa settimana di follia è una di quelle settimane cui non rinuncerei mai.

Se dovessi ringraziare le persone che hanno reso speciale questa edizione del Salone diventerei scontata e diabetica. Ma questo non mi impedirà di farlo. Adesso, che vado a zonzo per le colline casco in testa e aria in faccia, rifletto sul gol di Sparwasser e ringrazio la fortuna di avere due figlie pazienti e appassionate, che vibrano delle mie stesse emozioni e che non contribuiscono al mio abnorme senso di colpa. La loro serenità è frutto anche delle persone speciali che le hanno accudite durante questo carnevale che annualmente ci investe. Ringrazio la sorte che mi ha fatto piombare in un ufficio di matti, di esseri umani in grado di condividere, di lavoratori creativi e di professionisti fantasiosi. Ringrazio anche le frustrazioni gravitazionali che hanno sfiorato il Salone, perché mi hanno permesso di concentrarmi ulteriormente e di dare il giusto peso alle cose. Tutto questo mi ha regalato la prospettiva, e la prospettiva è quella cosa lì che fa fare respiri profondi, che fa sbocciare sorrisi, che regala la rotondità della soddisfazione e che fa scorgere la moltitudine di verdi di cui di cui siamo circondati.

SdCII, il Senso di Colpa Introiettato Immotivato delle mamme felici

Notte, asfalto lucido per la pioggia. Alice, con il tutù di tulle azzurro di Elsa e i capelli al vento, sfreccia per le strade con un libro in mano. Corre, dispettosa, nonostante la richiami all’ordine cercando di farla salire sul marciapiede. Una stazione, all’esterno. Lei corre, io la chiamo, poi mi ritrovo su un taxi con i miei amici e vado via. Qualche minuto dopo mi rendo conto di non averla fatta salire con noi. Torniamo indietro, ma Alice alla stazione non c’è più.

Mi sono svegliata con il cuore in tumulto. Sono corsa nella stanza delle rane e Alice era lì, capelli sparsi sul lenzuolo e boccuccia imbronciata. Ma la sensazione di angoscioso dolore non se n’è andata fino a che non ho dato un nome a tutto quanto: SdCII, ovvero Senso di Colpa Introiettato Immotivato.

Introiettato, sì, perché lo mando giù come si fa con le medicine schifiltose. Immotivato, sì, perché alla fine sono felice.

Il problema, in fondo, è proprio questo: la mia felice soddisfazione. In un periodo in cui per lavoro mi è capitato di viaggiare più spesso e frequentare le stazioni più di quanto frequenti casa di mamma, la Triade si vede poco. Sono più le sere in cui le rane dormono dalla nonna o dal papà, in modo da potermi permettere di partire presto. 

Della Triade le reazioni sono ovviamente diverse. C’è Micol, che dice: mi manchi, ti voglio bene, sento tanto la tua mancanza. Micol esprime, magari frigna a scuola o piange a casa della nonna. Poi c’è Alice, che non dice ma accarezza, sta in braccio, tiene la manina anche mentre mangiamo a tavola. Due modi differenti di esprimere emozionalmente qualcosa che razionalmente è ben chiaro: mamma va a lavorare. Lo sanno, loro, così come sanno che si tratta di periodi specifici dell’anno. Così come sanno che mamma, quando lavora e fa certe trasferte, torna sempre felice e piena di cose da raccontare e piccoli successi da condividere.

Il SdCII alla fine sta tutto nella felicità del trovare appagante cosa si fa, anche se ti porta lontano dal tuo focolare. E non è la società a puntare il dito su di te e i tuoi rigurgiti di donna metropolitana e soddisfatta professionalmente, ma sei tu stessa. Per questo il bastardo SdCII s’insinua tra uno scatto davanti al Colosseo e un caffè vicino il balcone di Giulietta, quando il pensiero delle rane è dolce e persistente ma tu hai da andare e parlare e spiegare. Lui sta lì, nel suo bozzolo, e aspetta il momento in cui la guardia è bassa per colpirti, regalandoti un sogno di cui è evidente cosa pensa una parte di te, piccola ma resistente: sei talmente egoista da dimenticare tua figlia alla stazione.

Che poi, quando ti svegli, lo sai che si tratta di una cosa che non ha senso. Ma sai anche che, irrazionalmente, il tuo subconscio sarebbe ben più lieto di assolverti se paradossalmente tornassi meno soddisfatta e più sofferente dalle tue trasferte. Si chiama: espiazione. 

Mi guardo attorno e le vedo le gocce di espiazione che noi donne, madri, c’instilliamo quando non arriviamo a fare tutto quello che decidiamo è necessario per potere essere all’altezza delle nostre aspettative. Le nostre, non quelle dei figli, dei mariti, della società. Le nostre. In tutti questi traguardi irraggiungibili e frustranti si evolve il SdCII fino a diventare il grillo parlante delle negazioni, quelle che relegano all’ultimo posto i piaceri: un libro letto sul prato, una mezzora di televisione, un jeans figo visto in vetrina, una pomiciata estemporanea. Tutto quanto rotola alla fine della lista delle cose da fare, perché tu, madre metropolitana tendenzialmente felice del tuo lavoro e pure senza marito, tu, proprio tu, sei l’artefice della tua indipendenza. E perciò, suca. 

Ma poi. Ma poi succede pure che, nel frattempo che macini pensieri cupi e pessimisti sulla tua condotta non in linea con il manuale della donna perfetta, si risvegli la figlia che oniricamente hai abbandonato alla stazione. Senti i suoi piedini correre sul pavimento e te la ritrovi affianco, scarmigliata, con la manina che s’infila nella tua. Vi guardate, vi sorridete e poi lei ti dice: “Quando torni a  Ginevra che voglio ancora quei cioccolatini che mi hai portato?”. E il SdCII sparisce in un soffio. Almeno fino al prossimo treno da prendere.

Nell’anno che è stato io ho ucciso Candy Candy (questione di bilanci)

Tutti buoni a fare bilanci e propositi a Capodanno. I fighi, quelli veri, i conti tra passato e futuro li regolano alla Befana, quando il resto del mondo sta già lottando con la frustrazione di aspettative inarrivabili.


Io, ovviamente, sono una figa.

Normalmente, per ricordarmi le annate trascorse, mi ricollego ad avvenimenti calcistici di rilievo (mondiali, europei, partite leggendarie, acquisti di giocatori ecc.) oppure ci appiccico nomignoli didascalici. Il 2016 è il cosiddetto “Anno effetto domino“, ovvero l’apoteosi del rapporto causa-effetto. Sono stati i soliti 12 mesi (insieme a un 29 febbraio irrilevante) eppure a me, oggi, che ci faccio i conti, mi sembra che abbiano condensato 5 anni in uno. Ogni giorno una casella domino che, a seconda di come la facevo cadere, spingeva a folate la mia vita da una parte all’altra.

Che se non fossi andata al mare, quel giorno di vento, non avrei letto quel messaggio che sarebbe valso un’ultima colazione. Tutto così, un unico incastro di cazzate che sono valse puntate salienti della mia fiction personale. Oggi, mentre sgranocchio monete di cioccolata, capisco bene il percorso arzigogolato di questo 2016 che mi ha fatto tanto bene e che resterà la chiave di volta delle narrazioni santisiane. 

Nel 2016 ho imparato a stirarmi i capelli da sola. Ma non solo: ho ripreso a indossare le autoreggenti e ho ridimensionato quel timore provinciale di “essere bella” oltre che incredibilmente intelligente. 

Nel 2016 ho preso dei NO megagalattici (parlo di tutti i campi) Alcuni dichiarati, altri sussurrati o inalati tramite parafrasi. Tutti questi NO sono stati la mia fortuna (effetto domino) per un sacco di motivi che non sto a spiegare ma, soprattutto, perché erano frutto della grande e non dichiarata paura che ha accompagnato il 2016: il timore di quello che sarò. Cioè, e va bene la separazione, e va bene la chiusura della Bottega, e va bene l’oroscopo di merda, e va bene tutto. Ma poi, dopo il periodo di convalescenza emotiva post mega-giga traumi, bisognerà pure tornare in pista con qualche super potere in più dovuto alle batoste, no? Ecco, il sequel della mia vita, messo parzialmente in ghiacciaia negli ultimi mesi causa lavori di ristrutturazione, dicevo di volerlo vivere e intanto facevo di tutto per rimandarne il primo ciak, provando ad ancorarmi a certezze del passato. La mia bisnonna l’avrebbe chiamata rincorsa, io l’ho capito solo quando stavo già saltando.

Nel 2016 mi sono confidata maggiormente con amiche che con amici. Per me, questa, rappresenta una vera rivoluzione emotiva e comunicativa, visto che non succedeva dal 1986 che preferissi le donne agli uomini per scambiare pezzetti di vita catartici.

Nel 2016 ho anche staccato definitivamente le macchine che tenevano in vita la Candy Candy che c’era in me. Sulla carta d’identità, al posto di crocerossina, adesso c’è scritto raccoglitrice di bacche. La cosa che mi rende più orgogliosa è che questa dipartita non è frutto di scelte dolorose, ma di consapevoli NON-bisogni: non mi servono i tristocinici autocompiacenti, non devo per forza sentire i lamenti della gente, non devo nemmeno fare la riserva di energia positiva ed esaudire i sogni-voragini del prossimo. Insomma, mentre il 2016 si trascinava, a poco a poco ho perso prima i codini biondi di Candy, poi le lentiggini, poi gli stivaletti di merda e infine pure camice e cuffietta. Un piccolo passo per un manga, un grande passo per una Santisella.

La cosa più importante del 2016: anche le persone di cui pensavo di conoscere ogni anfratto, mi hanno stupita. Per questo la canzone del mio Anno effetto domino è una canzone di Jeff Buckley, un duetto, scoperto per caso qualche settimana fa. Pensavo di conoscere qualsiasi cosa di Jeff, collaborazioni, testi scritti per altri, concerti unplugged a sorpresa nei club. Tutto. Di questo duetto non avevo mai sentito parlare e da quando l’ho scovato, lo ascolto tutti i giorni (immaginate la gioia di Micol&Alice) “All flowers in time bend towards the sun”. Come una formula magica, sono emerse caratteristiche inimmaginabili di persone che pensavo di conoscere a menadito e così, oggi, giorno di bilanci e di cioccolatini della Befana, mi ritrovo ad avere amici che sono diventati altro, ad altro che sono diventati amici. Ad avere dei punti di riferimento trasformarsi in niente e dei niente diventare film francesi.

Un casino.

L’avevo detto che questo 2016 era stato corposo, denso, a tratti faticoso.

Per il 2017 ho già comprato i lupini da sgranocchiare mentre lo percorrerò, giorno dopo giorno, senza grandi proclami esistenziali se non quello, fondamentale e catartico, sul quale prometto d’impegnarmi solennemente: dire NO al colesterolo e dire sì ai viaggi. Tanti. Soprattutto se prevedono piedi nudi sulla spiaggia.

Ogni volta che prendo l’aereo e mi dichiaro (leggi Sindrome di Nicolas Cage)

Io non so se a voi succede, ma ogni qual volta io debba prendere un aereo, a un certo punto, mi catapulto anima e corpo in una sceneggiatura di uno dei mille mila film catastrofici. D’incidenti aerei, ovviamente.

Avete presente le scene iniziali, quando la mamma saluta i figli al telefono e con gesti sicuri s’imbarca, senza sapere che al minuto 8 è già risucchiata di culo nel nulla cosmico dopo che una bomba/missile/incendio apre uno sbreco di lamiere proprio affianco a lei?

Ecco, io a un certo punto vivo le cose come se fossi sia l’attore che lo spettatore al cinema. L’addetto al metal detector che mi guarda di sfuggita, l’hostess che mi saluta sbrigativa mentre mi controlla la carta d’imbarco e sorride distratta, lo steward gentile che mi indica dove sedermi… tutti momenti di spensierata vita inconsapevole di essere agli sgoccioli. Non è paura, perché viaggio serena in fin dei conti, ma è quel sottile senso di consapevolezza che la mia vita è appesa a un pilota automatico in cabina di regìa. Il che conferma che la sindrome di controllo fa più danni dell’olio di palma.

Io la chiamo “Sindrome di Nicolas Cage” questa cosa qui, comincio a guardarmi in giro e a dare i ruoli ai passeggeri dell’aereo insieme a me, noto facce e sento discorsi mentre il film catastrofico si dipana nella mia mente. E poi decollo e passa tutto.

La Sindrome Nicola Cage riguarda comunque vari aspetti della mia vita. Ci sono film che mi hanno segnata profondamente e che hanno influito sulla mia crescita e sulla mia personalità.

Tipo, Notting Hill. Quella storia assurda e impossibile, quella rincorsa di due anime che finisce con il dolcissimo e bastardissimo discorso di lei che va da lui e gli regala il suo cuore, cuore che lui ha troppa paura di prendere in carico. Avete presente la dichiarazione d’amore di Julia Roberts che dice:Non dimenticare anche che sono una semplice ragazza che sta di fronte a un ragazzo e gli sta chiedendo di amarla”.

Lui la guarda, non parla e lei se ne va. Poi lui racconta ai suoi amici la faccenda, gli fanno capire di essere stato un cazzone avariato e parte la rincorsa con l’arrivo e con la felicità finale. A me ‘sto film è riuscito a far passare tutti i traumi dell’essere figlia dei miei genitori, quelli che mi hanno insegnato che l’amore non basta (mamma se leggi non me ne volere, siete stati bravissimi a insegnarmi tante altre cose) e che poi si sono separati. Ecco, io sto al romanticismo come gli illuministi stanno alla scaramanzia: dico che non ci credo, faccio spallucce e invece spasimo all’idea di calarmi nella sindrome di Nicolas Cage e pronunciare discorsi simili. 

Peccato che i miei film, mentali e reali, somiglino sempre più a drammi neorealisti o a film dell’orrore. Ma questa è un’altra storia.

Se non avete mai visto la dichiarazione d’amore di Notting Hill vi favorisco i filmati su YouTube e vi faccio una domanda: qual è il film che vi ha segnato l’esistenza modificando i vostri comportamenti?

dichiarazione d’amore 1/ dichiarazione d’amore 2

Della bellezza di strapparsi il cerotto per poter finalmente guarire

Dovrei imparare a vivere come sto in acqua, nel mare, quando la saggezza mi suggerisce il momento giusto per nuotare, quello per rincorrere palloni che cercano la libertà aiutati dal vento, quello per lasciarsi trasportare dalla corrente, galleggiando sul filo dell’acqua a pancia in su, quello per stare a riva. Dovrei riesumare quello stesso istinto anche sulla terra ferma, nelle mie scorribande metropolitane, perché mi aiuterebbe a capire cosa veramente è importante per stare bene.

Negli ultimi mesi ho sbagliato la diagnosi della mia frenesia. Pensavo che quel dolore sordo in fondo al cuore fosse dovuto alla mia necessità di ritrovarmi e di riscoprirmi dopo la nascita di Alice, dopo la separazione, dopo il fallimento della Bottega, dopo la delusione. Praticamente mi vedevo come un San Sebastiano bisognoso di acqua ossigenata e cerotti.

E in parte avevo ragione. Tutta quella vita che avevo vissuto e che mi aveva ferita andava digerita, metabolizzata, perché uscisse fuori chi fossi diventata. Ho fatto un gran lavoro, su quelle ferite riconosciute, mi sono perdonata e per ciascuna ho usato la medicina che ritenevo giusta: ho riscoperto amici, ho scoperto amici, ho ritrovato la voglia dell’impegno, ho riconosciuto le cause perse e dedotto le regole per stare comunque in partita. Alcune, di quelle regole, le ho reinventate.

Mi piace quello che ho macinato, negli ultimi mesi, e mi piace pure la Santisella che ne è uscita, da tutto quel macinare e pensare e ridere e bere e cercare. Eppure quel dolore sordo resta.

Se fossi stata in acqua avrei capito che si chiama rammarico: non avevo dato le due ultime bracciate per riprendere il pallone che scappava nelle onde. Probabilmente non sarei riuscita a riacciuffarlo, il fuggiasco: contro quel vento il mio stile libero sarebbe risultato insufficiente. Ma quelle due bracciate andavano fatte.

Perché l’amore è una cosa bellissima, anche quando fa male. Negli ultimi giorni ho capito da dove proveniva quel dolore costante, ho scoperto che avevo ancora un cerotto, messo a caso su una ferita nemmeno disinfettata. L’avevo chiusa di corsa, dicendomi che sarebbe guarita insieme a tutte le altre, e invece necessitava di una diagnosi propria, di una cura ad hoc. Dovevo semplicemente riconoscermi innamorata.

Che, di per sè, sarebbe anche una bella scoperta se di quell’amore non mi fosse rimasto il pensiero delle ultime due bracciate, del rush finale che non avevo corso. E questa scoperta mi ha anche magicamente spiegato perché i vari Uomo Bellissimo, Uomo Perfetto, Uomo straniante eccetera non avessero alcuna possibilità con me.

Ora, il mio stato fisico è quello che è, l’asma pure. Quante possibilità ci sono che bastino davvero soltanto due bracciate per riacchiappare il pallone che ho visto filare veloce nel mare, tra le onde? 

Praticamente nessuna.

Ma provarci e sperare di farcela sono la cura giusta per quella ferita lasciata là, dolorante e trascurata. E non esiste ceretta che tenga quando prendi il coraggio a due mani e strappi il cerotto.

Non mi sono nemmeno scaldata, probabilmente avevo il costume meno adatto: ma sono orgogliosa perché ho dato le due ultime bracciate, non ho più sospesi. Adesso so che sono andata fino in fondo.

Ho strappato il cerotto e aspetto di guarire, a pancia in su, sul filo dell’acqua.

Tutta colpa della mia faida con il contapassi

La mia ultima perversa passione: camminare.

Nasce tutto dal cumulo di carboidrati complessi e fritti che mi hanno accompagnata da Napoli a Torino, sotto forma di morbidume antichiusura dei jeans: ho scaricato un’app per cominciare a fare ginnastica seriamente. Solo che, insieme all’app, ho dimenticato di scaricare pure la voglia, quindi, mi sono limitata a seguire il contapassi.

Il mio contapassi è di quelli cafoni, che punta all’umiliazione per spronarti. Ti comunica i chilometri percorsi, le calorie bruciate e poi ti cataloga come un populista qualsiasi: sedentario fino a 3000 passi, moderatamente attivo fino a 5000, poi leggermente attivo e poi, a quota 10000 passi, diventi attivo.

Ha guadagnato il titolo di molto attivo solo Forrest Gump.

Questa roba dell’insulto insito dell’app, per una competitiva come me, è una cosa inaudita, come il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. E così ho cominciato ad allungare il giro con Lola per aumentare i passi percorsi. Poi a fare due volte le scale. Poi ad andare in bicicletta, portandomi il fido cellulare con me e guardando salire il jackpot dei passi eseguiti con perversa soddisfazione.

L’obiettivo è cambiato: non voglio più solo diventare una gnocca soda, ma voglio conquistare il califfo dell’applicazione, ambisco ai suoi tiepidi complimenti. Ho cominciato la mattina, andando a prendere il 4 una fermata dopo la solita. Poi le fermate sono diventate due. E sono aumentate ancora. Al ritorno, idem. Sono arrivata a prendere il 4 di ritorno saltando fino a 5-6 fermate.

Ed è successa una cosa strana e bellissima insieme: ho cominciato a divertirmi, appassionandomi di una Torino diversa. Sembrerà banale, ma passeggiare per i quartieri che normalmente attraverso con i mezzi, rappresenta una grande fonte d’ispirazione e conoscenza: le tipologie di negozi, le abitudini, chi frequenta certi giardinetti… 

Quindi, adesso, in questa fase della mia dipendenza da promenade metropolitana, salgo sul tram e poi scendo, passeggio per qualche fermata e lo riprendo. Assaggio caffè e focacce, il che non mi aiuta nella lotta al morbidume, ma mi mette in uno stato d’animo di totale appartenenza a una città in grado di stupirmi ogni giorno, per la sua bellezza e per gli scorci nuovi che nasconde.

Venerdì ho fatto l’intera traversata: approfittando del fatto che le bambine fossero dai nonni e che non avevo problemi di orario, ho deciso che dall’ufficio a Mirafiori sarei arrivata a piedi a casa, in Barriera di Milano, seguendo l’itinerario del mio fido 4. Ebbene, raramente mi sono divertita così tanto a camminare per Torino. Mi sono sentita turista nella mia città e questa cosa mi ha messo di buonumore, nonostante la camminata di due ore.

Non so bene quanto durerà, se continuerò quando le bambine cominceranno ad andare a scuola, farà freddo e ripartirà la lotta dura con l’orologio, però per adesso mi godo le endorfine in circolo, il sorriso che mi fanno fiorire mentre cammino, e gli adduttori alla Gianfranco Zola.


Fino alla prossima (salutare) perversione.

Questa canzone la canticchiava un ambulante che montava il suo banchetto stamattina, sotto i portici di via Sacchi, davanti Porta Nuova: Ma che freddo fa.

Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice

Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice.

L’infelicità non ha un colore, è una pellicola sbiadente sulle cose, sulla terrazza da cui, in soggettiva, osservi il mondo. Ha il gusto di uno sciroppo alle erbe stantìo, con lo zucchero cristallizzato nel tappo. L’infelicità ti si parcheggia in faccia, nelle ombre sotto gli occhi e nelle rughette ai lati della bocca, che la trascinano verso il basso e ne tirano le labbra, le assottigliano. La fanno sembrare la cicatrice di un taglio chirurgico, di una ferita. L’infelicità non ha odore, ma rende l’aria spessa, difficile da respirare. Ti senti opprimere i polmoni e, per reazione, quando la incontri devi allargare le narici per incamerare quanto più ossigeno possibile.

Ho incontrato una donna infelice che conosco da tempo. Abitiamo vicine, so che lavoro fa, di chi è composta la sua famiglia. Parzialmente conosco anche i motivi di una fetta della sua infelicità. Mi si è avvicinata sul tram, io l’ho salutata come faccio ogni volta che la incontro, soprattutto quando i nostri cani s’incrociano per la strada e si annusano. Normalmente si tratta di un saluto.

Quando ci siamo viste, sul 4, eravamo a Mirafiori, all’inizio del mio viaggio per tornare a casa. Un’ora di tram accanto a una donna infelice. Ho cominciato ad allargare le narici per respirare profondamente, a mano a mano che lei parlava e che l’aria diventava sempre più spessa. Le sue frustrazioni, le sue fatiche, i suoi dolori traghettavano nel mio spazio vitale trasportate dai suoi racconti, e i colori diventavano meno accesi.

Improvvisamente ho deciso d’inventare una scusa e sono scesa dal 4. Ho lasciato quella donna infelice sul tram, dopo un saluto frettoloso, e sono rimasta alla fermata a leggere.

Non lo so. So solo che la vita è fatta di scelte e bisogna saperle fare nell’ordine giusto“. Questa frase, trovata nel libro che sto leggendo, mi fa ha fatto pensare immediatamente alla donna infelice incontrata sul 4.

La sua infelicità era frutto di scelte giuste fatte nell’ordine sbagliato?

Di scelte sbagliate, compiute in ordine sparso?

Era infelice perché non aveva scelto?

Avrei potuto restare sul tram, ascoltarla, come decine di altre volte mi è successo di fare. Perché non l’ho fatto?

In quegli occhi dalla pupilla piccola e dallo spazio immenso, io non avevo scorto nemmeno un briciolo di speranza. Zero. Lei non chiedeva di stare meglio, non chiedeva consolazione, non chiedeva consigli e soluzioni.

Non voleva nemmeno essere ascoltata. Voleva essere compatita.

Poi sono salita sul 4 successivo, ma questa è un’altra storia.