Ci sono serate che sono filosofie (dialoghi sull’amore con le mie figlie)


Mi ricordo qualche anno fa il male che mi aveva fatto una frase inconsapevole di una delle maestre di Micol, durante un colloquio, quando mi aveva avvertita che la mia bambina le aveva confessato di “non credere più nell’amore”. A sei anni, a pochi mesi dalla separazione dei suoi genitori. In quel momento ho fatto una gran fatica a non piangere davanti alla maestra, sentendo su ogni centimetro del mio corpo la colpevolezza, la responsabilità: avevo considerato che, decidendo di porre fine alla mia relazione con il suo papà, avevo anche sbriciolato la patina di fiducia nei rapporti d’amore in dotazione alla mia primogenita?

Quando sono arrivata a casa e mi sono vista quelle guanciotte tondine e rosse in attesa di sapere cosa pensassero le maestre di lei, non ce l’ho fatta e me la sono stritolata tra le braccia tanto forte da sentire il suo cuore battere contro il mio petto. Avevo deciso di non chiederle nulla, ma in quel momento è stato più forte di me: “Amore, ma davvero pensi di non credere più nell’amore?”.

Le è morto il sorriso, ha abbassato gli occhi e poi ha cominciato a mormorare: “Mamma, non volevo che la maestra te lo dicesse: il fatto è che a me piace Marco, ieri diceva che mi amava, poi ha detto amava Carla. E allora, che amore è questo? Come si fa a credergli?”.

Un po’ il sollievo e un po’ il senso profondo di quella frase mi hanno lasciata così, a bocca aperta, davanti a una Micol dalle guanciotte tondine e rosse. Forse, ma forse forse, la decisione di separarmi avrebbe avuto il senso che volevo avesse. A lungo termine, tra saliscendi emotivi, ma lo avrebbe avuto.

A distanza di mesi, in una serata di dolcissimo triadismo natalizio, Micol e Alice sconfiggono quell’eterna paura di averle private del coraggio di amare. Mentre io mi metto lo smalto, le due fanciulle scrivono la letterina a Babbo Natale. Alzo lo sguardo e adocchio il disegno di Alice: c’è lei, c’è sua sorella, ci sono io e vicino ho un marcantonio con la barba.

Io: “Chi è quello, Alice?”

Alice: “È Stefano”.

Io: “Ma io e Stefano non siamo fidanzati”.

Alice: “Ma io dico Stefano per farti capire: non lo so come si chiama, ma so che è il tuo fidanzato”

Io, sorridendo, provo a buttarla in caciara: “Ma pensi di chiedere addirittura a Babbo Natale di trovarmi un fidanzato? Sono messa bene, va”.

Alice sbuffa, vuole spiegarmi: “Noooo, non capisci. Io lo disegno a Babbo Natale, disegno la mia famiglia. Disegno pure un tuo fidanzato speciale”.

Io: “Capito, e cosa fa questo fidanzato speciale?”.

Alice: “Lui ti fa ridere e poi sta seduto vicino a te e ti guarda quando scrivi i racconti, perché tu quando ridi e scrivi i racconti sei bellissima e lui si innamora sempre”.

Non so cosa risponderle, non so nemmeno se sia proprio necessario tentare di rispondere a quest’immagine di poesia che ha nella mente la mia bambina. Interviene Micol, che parla mentre scrive sdraiata sul foglio.

Micol: “Io mica ho deciso se voglio fidanzarmi con un uomo o con una donna. Per ora mi sono innamorata solo di maschi, ma non so bene. Però pure a me piacerebbe che mi facesse ridere”.

Alice: “L’amore è bello”.

Micol: “Come fai a dirlo? Sei innamorata?”.

Alice: “Ma noooo, uffa. L’amore è bello perché ti fa felice anche se per tutto il giorno litighi con tanta gente. Come quando stiamo insieme noi e balliamo le canzoni vecchie di mamma o facciamo i disegni e vediamo insieme i cartoni sul divano”.

Io, lo ammetto, le ascolto e ho paura di interrompere quel dialogo fragile e prezioso che sembra uscire direttamente dai loro cuori. Mi sento quasi di troppo, curiosa di quello che si cela nella loro anima plasmata da dolori veri, da fantasia e da sogni.

Micol: “Penso che l’amore è come mangiare sempre la stessa pizza e volerla sempre, anche a colazione”.

Alice: “Mamma, è vero che l’amore fa paura?”.

Io: “A volte le cose forti fanno paura, se sei felice felice magari ti viene paura di non esserlo più”.

Micol: “Ci vuole coraggio quindi per innamorarsi”.

Alice: “Io ho solo paura di morire o che muore mamma. Anche se poi scrivo a Babbo Natale e gli chiedo di resuscitarci”.

Micol: “E se muoio io?”.

Alice: “Ma tu sei piccola, dobbiamo impegnarci per mamma che ha fatto adesso il compleanno e quindi muore prima”.

Io sorrido e mi soffio sulle dita per far asciugare lo smalto sulle unghie. Ognuna prosegue a fare quello che stava facendo qualche minuto prima, in silenzio. Io le guardo e mi verrebbe da ringraziarle: non sanno che per tre anni sono stata in attesa di quelle parole, come se attendessi una sentenza di assoluzione che con razionalità mi ero già concessa.

E lo faccio: “Grazie bambine”.

Non mi chiedono il perché, fanno un sorriso e rispondono prego. Poi Alice si mette un dito nel naso, e tutto torna normale.

Tutti dovrebbero avere una migliore amica come la mia

Sarà un post melenso, intimista, con tratti di una retorica difficili da sostenere. E lo scriverò lo stesso.

Tutti dovrebbero averne una per diritto costituzionale, preferibile sarebbe che alla nascita ciascuno ricevesse un foglietto con le sue coordinate per non rischiare di non trovarla, lungo il cammino. Parlo della migliore amica.

La prima botta di qualunquismo: di amici ce n’è sempre bisogno. A vagonate, a mazzi, a folate. Che siano di tutti i giorni o delle serate una tantum, contribuiscono a quella sventagliata di spensieratezza che annienta l’esistenza quando ce la mette tutta a stracciarti le palle. Loro ci sono anche quando tu scompari e pensi che le priorità siano altre, restano a fare gli imbecilli, a raccattarti con il cucchiaino, ci sono senza fare domande.

Ma la migliore amica è tutta un’altra cosa.

Io ho la fortuna di averne una da ormai 24 anni, la mia relazione più lunga con un essere umano non legato a me da vincoli di sangue, colei che senza ombra di dubbio mi conosce meglio di chiunque altro su questo pianeta, e pure nelle altre varie galassie. E scrivo di lei perché in questi giorni in cui la qui presente Santisella veleggia verso il massimo della forma, inanellando performance da tempi d’oro, sento il bisogno di dirle grazie. Di esserci, in primis, di seguire i voli pindarici in cui la catapulto senza mai esprimere un giudizio sulla mia capacità di volo e sulle mie scelte di rotta. Anche questa, potrebbe essere una banalità, ma per me che nei sentimenti niente è scontato, si tratta di una fortuna di cui spesso faccio fatica a capacitarmi.

Entrambe adolescenti con forti propensioni al disadattamento, ci siamo incontrate e non ci siamo più lasciate anche se la vita ci ha provato a più riprese, riuscendo soltanto a tenerci spesso lontane fisicamente.

In 24 anni di vita condivisa sono tante le cose che sono successe e che sono incastonate nella mia memoria, eppure non è stato difficile scegliere 5 momenti speciali, 5 situazioni che per la sottoscritta valgono quanto una vita intera.

IL NOSTRO INCONTRO Non siamo sportive, Miriam e io. Anzi, facciamo proprio pena e rifuggiamo lo sforzo fisico come gli esseri umani rifuggono le cimici. Insieme nella stessa classe alle superiori, fino a quel giorno in cortile avevamo scambiato poche parole. Poi ci siamo ritrovate con le gambe a penzoloni sui cilindri di cemento, mentre il resto delle nostre compagne sgambettava durante l’ora di educazione fisica. Io avevo finto di avere mestruazioni dolorosissime per saltare quel patema di 50 minuti di corsette ed esercizi a corpo libero, regalandomene altrettanti di parole con lei. La scoperta di quanto fossimo  entrambe tremendamente freak è stata la svolta, il mio biglietto dorato nella tavoletta di cioccolato Wonka.

IL CAPODANNO A LONDRA In estate lei era stata a Londra e si era invaghita di Marco, italoinglese residente in UK. Dal suo ritorno il pensiero del tenebroso professore non la lasciava e quindi abbiamo preso la folle decisione di trascorrere il Capodanno a Londra, andandoci in pullman per spendere poco. Dieci giorni di camminate, di tallonite, di risate nel cuore della notte nei nostri britannici lettini. Ogni giorno poteva essere quello giusto per farle prendere il telefono (serve dire che non esistevano i cellulari?!?!) e chiamare l’oggetto del suo desiderio. Ogni giorno se la faceva sotto e rimandava. Rimandava. Fino a che, nel tardo pomeriggio di quell’ormai celeberrimo 31 dicembre, mi blocco davanti una cabina e la obbligo a comporre quel minchia di numero, che a furia di fare i chilometri per passare due secondi sotto casa del suo bello, a me erano venuti gli adduttori di Zola e mi si erano sbriciolati i tendini. Quando chiama e il fanciullo ci invita a casa sua per la cena capodannizia, l’esultanza dimostrata in quella british strada avrebbe fatto impallidire le manifestazioni di gaudio degli hooligans. Alla cena era presente anche un principe indiano (o roba simile, non ricordo) di nome Lithin con il quale qualche ora dopo ho ingaggiato un interessante duello a singolar limone. Ma la cosa più bella di quella nottata, leggendo i miei ricordi, erano gli occhi felici ed emozionati della mia amica. Se sentite la sua versione, lo so per certo, sarà invece ricca di particolari su di me issata sul bancone del pub inglese dove abbiamo finito la serata, me che ballavo offrendo spettacolo aii nerboruti inglesi che applaudivano i miei dimenamenti che Heather Parisi scansate. Questa si chiama selezione dei ricordi.

LACRIME AL TELEFONO Ne abbiamo versate tante da poter irrorare distese di praterie, in questi 24 anni. Ma ci sono due telefonate che non potrò mai dimenticare, durante le quali ho sentito immenso il mio amore per la mia migliore Amica. In una piangevo io, e camminavo sul marciapiede, mentre le raccontavo la mia infelicità con il padre delle mie figlie durante la prima grande crisi. Micol era piccola, da poco avevo aperto Marachelle e la nostra relazione scivolava nel baratro che poi l’avrebbe ingoiata definitivamente 3 anni dopo. Penso di essermi disidratata quel pomeriggio, mentre Miriam ascoltava. E ascoltava. Il silenzio più caldo che abbia mai sentito. Nella seconda telefonata sono stata io ad ascoltarla piangere e disperarsi mentre il suo castello di convinzioni crollava.

L’OSPEDALE Micol piccina e la mia amica in ospedale, ricoverata per quella malattia che le tiene compagnia spesso silente. Sempre cazzona, Miriam, sempre imbecille e dalla battuta pronta. Mentre io, quella notoriamente forte, non riuscivo a soffocare la paura. E a farne le spese è stato  Marco (do you remember Londra?), che poi è scomparso dalla sua vita e che quel giorno ha rischiato che io gli regalassi un buono per un pronto ricovero nel reparto “coglioni con le ossa in frantumi”. La sua colpa, oltre di essere coglione, è stata quella di non essere il principe azzurro che doveva essere per Miriam. Un essere umano elevato e non un malmostronzo dall’ego obeso. Ma, soprattutto, la sua vera colpa è stata quella di essermi capitato davanti in un momento in cui non riuscivo a contenere la paura di perdere quella mia anima gemella dalle tette grosse.

GLI ABBRACCI I nostri abbracci sono porti sicuri, sono la sensazione di essere a casa, sono la certezza che tutto si può superare. I nostri abbracci sono amore distillato.

E poi ci sono stati i chewing gum attaccati alle pellicce delle signore del centro, i pedinamenti stalkerizzanti a quelle povere anime che ergevamo a nostre temporanee anime gemelle, i raccontini porno scambiati a scuola durante le lezioni, i cuori su whatsapp, gli obiettivi per il futuro, il ritrovarsi in una stanza e parlare per ore, i miei capelli crespi, l’orgoglio per il suo impegno con l’associazione che ha fatto diventare un capolavoro, gi sguardi che si parlano, le litigate e il suo insegnarmi a non mollare mai.

Come si fa a condensare in un post tutta questa vita?

Io non lo so, se ci sono riuscita. So che ci sono altri trilioni di cose che vorrei dire, e invece penso che mi fermerò qui.

TI voglio bene.

Del perché mi sono rotta le palle e non contestualizzo più 

Nella mia esistenza ho sempre cercato una ragione affinché fosse comprensibile e digeribile il motivo di un comportamento che mi aveva ferita, o che non reputavo etico/giusto/consono. Non credo si trattasse di eccesso di bontà, quanto di cieco egoismo: avevo bisogno di continuare a credere che la gente fosse buona e che soltanto a causa di certi motivi reconditi si comportasse male. Avevo soprattutto bisogno di credere che ci fosse un buon margine di speranza che smettesse di fare così.

Insomma, ho piantato nel mio giardino esistenziale il seme della celeberrima sindrome della crocerossina. Pianta grama per antonomasia.

Se mi dice certe cose è perché ha un blocco emotivo. Se non ne fa altre è perché i suoi genitori erano così, colà, colì e Corfù. Un’architettura di alibi e giustificazioni per digerire meschine prove di vigliaccheria, mentre io perduravo nella totale esposizione di me stessa, nella piena vulnerabilità di chi si mostra e non si nasconde, di chi si espone non per vincere ma per capire. Una gestione marketing di me stessa davvero pessima, perché chi trova allettante un detersivo che dice “faccio del mio meglio ma sappi che non funziono sempre e che qualcuno potrebbe sgrassare meglio di me?”.

Tutto questo, ovviamente, non ha riguardato solo le mie relazioni personali, di amicizia, amore e famiglia. Questo è un atteggiamento tenuto nei confronti della vita, della società.

Se fa così ci sarà un perché. Ovviamente avrà sofferto, non avrà avuto abbastanza affetto, magari non sa come arrivare a fine mese, ha paura, non ha potuto studiare. Tutte potenti giustificazioni. Tutte potentissime cazzate.

Perché io mi sono sonoramente rotta le palle della gente che ragiona con la pancia e, porella, va pure capita anche se ti passa sopra col trattore mentre va a comandare.

Io, quelli di Goro e Gorino, le loro barricate e le loro paure non le giustifico più. Posso pure capirle, ma non le scuso. Alla soglia dei 38 anni ho deciso che smetto di contestualizzare e accetto, mestamente, che nel mondo ci sia anche gente che ha deciso di avere la merda nel cervello.

Credo fermamente nell’essere umano, penso che sia sostanzialmente buono. Dopodiché ritengo anche che, ognuno di noi, al giorno, abbia diverse possibilità di scegliere dove stare.

Che fai? Scegli la Forza o il suo Lato oscuro? Scegli di prendere per il culo la tua collega con la macchia di rigurgito sulla giacca? Scegli di cambiare strada se vedi che ti viene incontro una rom sul marciapiede? Stai zitto se vedi qualcuno soccombere a una rissa? Usi la carta di credito aziendale approfittando della fiducia accordata? Tarocchi al ribasso il tuo ISEE per ottenere agevolazioni? Ridacchi con il tuo collega alla macchinetta del caffè che ha appena fatto una battuta sui froci?

Tu scegli chi essere. Lo fai ogni santa volta, e credo pure che tu ne abbia consapevolezza. Magari non sai che ogni azione, ogni scelta, rappresenta una conseguenza anche nel lungo termine e che questa conseguenza potrebbe riguardare altre persone, ma tu, cazzo di essere umano, scegli chi essere. E non me ne frega se sei figlio di separati, se da piccolo ti hanno dato poco amore, se hai vissuto anche la povertà, se hai beccato una ciliegia marcia o se un gatto ti ha graffiato la guancia. Tu scegli chi essere e di questa scelta devi essere consapevole e devi assumertene le responsabilità.

Quindi, cittadini di Goro e di Gorino, sappiate che dall’Umile megafono rappresentato da questo blog, io dico che mi fate pena e che se una delle mie figlie si azzardasse minimamente ad appoggiare una delle vostre tesi sulla paura, io mi toglierei il mantello della comprensione progressista e comincerei a prenderla a calci nel culo.

Perché siete razzisti. E scegliete di esserlo. Tutti i giorni, tutte le volte. 

Io non devo capirvi, non devo comprendervi. Non me ne frega nulla di spiegarvi perché ritengo che siate degli sfigati fuori dal tempo e che sarà proprio il vostro egoismo a farvi soccombere. Posso provare a raccontarvi chi sono e perché credo in un’umanità che sia priva di confini, ma non lo farò sperando di farvi cambiare idea. Continuerò a sperare che lo facciate, e scegliate di essere umani, ma ho smesso di credere nelle battaglie educative con chi pensa di essere superiore di altri esseri umani, permettendosi di arrogarsi il diritto di deciderne le sorti. Non devo evangelizzarvi, approcciandomi a voi come se foste scimmiette sfortunate cui regalare la mia umanità.

Voi avete scelto di essere razzisti, di chiudervi nel vostro piccolo mondo antico fatto di barbecue e bancali.

Perciò, chiedendo scusa a Gandhi e al mio karma, per quanto mi riguarda potete anche andare a fare in culo.

E questa pioggia da un momento all’altro potrebbe smettere di venir giù

Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, come del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un viaggio da ricominciare. Bella ragazza, begli occhi e bel cuore, bello sguardo da incrociare, sarebbe bello una sera doverti riaccompagnare. Accompagnarti per certi angoli del presente, che fortunatamente diventeranno curve nella memoria. 

Quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente, ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria. 

Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere, e non guardiamo in faccia a nessuno e nessuno ci guarderà. 

Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già? 

E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali, o a Milano con i suoi sarti ed i suoi giornali, o a Venezia che sogna e si bagna sui suoi canali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali, o a Milano coi suoi terroni settentrionali, oppure a Modena coi suoi motori fenomenali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. 

Dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da desiderare, come del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un letto da ricordare. Bella ragazza ma chi l’ha detto che non si deve provare? Ma chi l’ha detto che non si deve provare a provare? 

Così partiamo, partiamo che il tempo potrebbe impazzire, e questa pioggia da un momento all’altro potrebbe smettere di venir giù. E non avremmo più scuse allora per non uscire. Ma che bel sole, ma che bel giallo, ma che bel blu! 

Perciò pedala, pedala che il tempo potrebbe passare, e questa pioggia paradossalmente potrebbe non finire mai. E noi con questo ombrelluccio bucato che ci potremmo inventare? Ma partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti ormai? 

E andiamo a Genova coi suoi spiriti musicali, o a Milano con i suoi sarti ed i suoi industriali, oppure a Napoli con i suoi martiri professionali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. E andiamo a Genova coi suoi svincoli musicali, o a Firenze coi suoi turisti internazionali, oppure a Roma che sembra una cagna in mezzo ai maiali, o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali. o a Bologna, Bologna coi suoi… orchestrali“.

Questa qui, proprio questa canzone qua mi sono cantata in testa dal momento in cui mi è suonata la sveglia malefica (alle 4.20) fino a che non sono scesa dal treno a Padova, sotto la pioggerellina resa inoffensiva dal mio ombrellino di Dory. E un pochino la mugugnavo pure per strada, mentre seguivo il flusso di universitari che inconsapevolmente mi trascinava alla Fiera. Perché questo viaggio era un miraggio perfetto per questo tempo della mia vita in cui ho certezze, domande e supposizioni. Le seconde sono sempre numericamente più cazzute delle prime, ma normalmente sono le terze che faccio fatica a digerire. Sono state sufficienti 4 ore su un Frecciabianca, la desolante decadenza offerta dalla pianura padana immersa nella nebbia e un ombrello da bambina per buttarle giù come se fossero caramelline.

Poche sere fa Micol mi ha stupita con una riflessione sulla morte. Mi ha detto: “Non ho più paura di morire perché penso che la mia vita sia un libro scritto da qualcuno e quindi so che morirò quando arriverà l’ultima pagina”. 

Ora, io so che la paura di morire ce l’ha sempre, come tutti noi, eppure ho preso in prestito questa sua visione quasi fatalista dell’esistenza e devo dire che si vive bene: quello che è stato è finito, quello che è vivilo, quello che sarà scoprilo continuando a leggere il tuo libro, senza avere fretta di sapere e di sbirciare le pagine. E con questo pensiero le supposizioni sono evaporate, come i timori, e mi sono goduta la pioggia, gli universitari, la parte che più amo del mio lavoro, la brioche, il sushi, la passeggiata in centro, i tremila caffè, il saluto alla stazione, il ritorno a casa.

Di Padova mi rimangono il gettone del bagno della stazione, qualche scontrino da ridare ad Antonellina, facce e parole da lavoro e una dozzina di biglietti da visita. Poi mi restano gli incontri e le emozioni, quelle di dare un suono, un profumo a persone che virtualmente mi accompagnano in questo libro e che sono diventate tridimensionali.

Quello che succederà domani o la settimana prossima non mi interessa, adesso mi tengo il gettone del bagno della stazione e mi godo ogni riga del capitolo che racconta il mio presente. Attenta a non voler prevedere i colpi di scena, che altrimenti rovino tutto il lavoro dell’artista.

PS Io e Luca, in foto. Uno dei due momenti più spettacolari del mio viaggio, una tappa di un’amicizia che non finirà mai.

Ogni volta che prendo l’aereo e mi dichiaro (leggi Sindrome di Nicolas Cage)

Io non so se a voi succede, ma ogni qual volta io debba prendere un aereo, a un certo punto, mi catapulto anima e corpo in una sceneggiatura di uno dei mille mila film catastrofici. D’incidenti aerei, ovviamente.

Avete presente le scene iniziali, quando la mamma saluta i figli al telefono e con gesti sicuri s’imbarca, senza sapere che al minuto 8 è già risucchiata di culo nel nulla cosmico dopo che una bomba/missile/incendio apre uno sbreco di lamiere proprio affianco a lei?

Ecco, io a un certo punto vivo le cose come se fossi sia l’attore che lo spettatore al cinema. L’addetto al metal detector che mi guarda di sfuggita, l’hostess che mi saluta sbrigativa mentre mi controlla la carta d’imbarco e sorride distratta, lo steward gentile che mi indica dove sedermi… tutti momenti di spensierata vita inconsapevole di essere agli sgoccioli. Non è paura, perché viaggio serena in fin dei conti, ma è quel sottile senso di consapevolezza che la mia vita è appesa a un pilota automatico in cabina di regìa. Il che conferma che la sindrome di controllo fa più danni dell’olio di palma.

Io la chiamo “Sindrome di Nicolas Cage” questa cosa qui, comincio a guardarmi in giro e a dare i ruoli ai passeggeri dell’aereo insieme a me, noto facce e sento discorsi mentre il film catastrofico si dipana nella mia mente. E poi decollo e passa tutto.

La Sindrome Nicola Cage riguarda comunque vari aspetti della mia vita. Ci sono film che mi hanno segnata profondamente e che hanno influito sulla mia crescita e sulla mia personalità.

Tipo, Notting Hill. Quella storia assurda e impossibile, quella rincorsa di due anime che finisce con il dolcissimo e bastardissimo discorso di lei che va da lui e gli regala il suo cuore, cuore che lui ha troppa paura di prendere in carico. Avete presente la dichiarazione d’amore di Julia Roberts che dice:Non dimenticare anche che sono una semplice ragazza che sta di fronte a un ragazzo e gli sta chiedendo di amarla”.

Lui la guarda, non parla e lei se ne va. Poi lui racconta ai suoi amici la faccenda, gli fanno capire di essere stato un cazzone avariato e parte la rincorsa con l’arrivo e con la felicità finale. A me ‘sto film è riuscito a far passare tutti i traumi dell’essere figlia dei miei genitori, quelli che mi hanno insegnato che l’amore non basta (mamma se leggi non me ne volere, siete stati bravissimi a insegnarmi tante altre cose) e che poi si sono separati. Ecco, io sto al romanticismo come gli illuministi stanno alla scaramanzia: dico che non ci credo, faccio spallucce e invece spasimo all’idea di calarmi nella sindrome di Nicolas Cage e pronunciare discorsi simili. 

Peccato che i miei film, mentali e reali, somiglino sempre più a drammi neorealisti o a film dell’orrore. Ma questa è un’altra storia.

Se non avete mai visto la dichiarazione d’amore di Notting Hill vi favorisco i filmati su YouTube e vi faccio una domanda: qual è il film che vi ha segnato l’esistenza modificando i vostri comportamenti?

dichiarazione d’amore 1/ dichiarazione d’amore 2

Della bellezza di strapparsi il cerotto per poter finalmente guarire

Dovrei imparare a vivere come sto in acqua, nel mare, quando la saggezza mi suggerisce il momento giusto per nuotare, quello per rincorrere palloni che cercano la libertà aiutati dal vento, quello per lasciarsi trasportare dalla corrente, galleggiando sul filo dell’acqua a pancia in su, quello per stare a riva. Dovrei riesumare quello stesso istinto anche sulla terra ferma, nelle mie scorribande metropolitane, perché mi aiuterebbe a capire cosa veramente è importante per stare bene.

Negli ultimi mesi ho sbagliato la diagnosi della mia frenesia. Pensavo che quel dolore sordo in fondo al cuore fosse dovuto alla mia necessità di ritrovarmi e di riscoprirmi dopo la nascita di Alice, dopo la separazione, dopo il fallimento della Bottega, dopo la delusione. Praticamente mi vedevo come un San Sebastiano bisognoso di acqua ossigenata e cerotti.

E in parte avevo ragione. Tutta quella vita che avevo vissuto e che mi aveva ferita andava digerita, metabolizzata, perché uscisse fuori chi fossi diventata. Ho fatto un gran lavoro, su quelle ferite riconosciute, mi sono perdonata e per ciascuna ho usato la medicina che ritenevo giusta: ho riscoperto amici, ho scoperto amici, ho ritrovato la voglia dell’impegno, ho riconosciuto le cause perse e dedotto le regole per stare comunque in partita. Alcune, di quelle regole, le ho reinventate.

Mi piace quello che ho macinato, negli ultimi mesi, e mi piace pure la Santisella che ne è uscita, da tutto quel macinare e pensare e ridere e bere e cercare. Eppure quel dolore sordo resta.

Se fossi stata in acqua avrei capito che si chiama rammarico: non avevo dato le due ultime bracciate per riprendere il pallone che scappava nelle onde. Probabilmente non sarei riuscita a riacciuffarlo, il fuggiasco: contro quel vento il mio stile libero sarebbe risultato insufficiente. Ma quelle due bracciate andavano fatte.

Perché l’amore è una cosa bellissima, anche quando fa male. Negli ultimi giorni ho capito da dove proveniva quel dolore costante, ho scoperto che avevo ancora un cerotto, messo a caso su una ferita nemmeno disinfettata. L’avevo chiusa di corsa, dicendomi che sarebbe guarita insieme a tutte le altre, e invece necessitava di una diagnosi propria, di una cura ad hoc. Dovevo semplicemente riconoscermi innamorata.

Che, di per sè, sarebbe anche una bella scoperta se di quell’amore non mi fosse rimasto il pensiero delle ultime due bracciate, del rush finale che non avevo corso. E questa scoperta mi ha anche magicamente spiegato perché i vari Uomo Bellissimo, Uomo Perfetto, Uomo straniante eccetera non avessero alcuna possibilità con me.

Ora, il mio stato fisico è quello che è, l’asma pure. Quante possibilità ci sono che bastino davvero soltanto due bracciate per riacchiappare il pallone che ho visto filare veloce nel mare, tra le onde? 

Praticamente nessuna.

Ma provarci e sperare di farcela sono la cura giusta per quella ferita lasciata là, dolorante e trascurata. E non esiste ceretta che tenga quando prendi il coraggio a due mani e strappi il cerotto.

Non mi sono nemmeno scaldata, probabilmente avevo il costume meno adatto: ma sono orgogliosa perché ho dato le due ultime bracciate, non ho più sospesi. Adesso so che sono andata fino in fondo.

Ho strappato il cerotto e aspetto di guarire, a pancia in su, sul filo dell’acqua.

Le cose in sospeso che non voglio lasciare

A me la morte fa questo effetto qua. Mi prende a ceffoni, quando arriva all’improvviso. Mi scuote, mi fa sedere a terra, senza respiro. La mia mente va alle cose lasciate a metà da chi non se lo aspettava di dover andare via.

Tipo telefonate da fare, maglie da piegare. Cose da scrivere. Cose da dire.

Io, oggi, ho la casa ricoperta di nylon e di goccioline di pittura bianca. Morissi adesso per la mia famiglia sarebbe un gran casino, magari farebbe pure fatica a trovarmi, in questo casino qui. E non saprebbe di tutte le cose che nella mia mente ho lasciato a metà, oltre alle pareti da imbiancare.

Mia sorella non sa che devo preparare delle lettere per il lavoro molto importanti, mio fratello ignora che ho un aperitivo in ballo con  Sonia, il mio capo avrà di certo dimenticato che devo rifare la carta d’identità entro martedì per poter salire sull’aereo per Parigi. Mia mamma non sa che ieri sera mi hanno detto che sono una splendida persona, e non ho fatto in tempo a raccontare alle mie amiche che un mago mi ha scritto il suo numero di telefono su una carta da gioco, di corsa, in un simpatico tentativo di abbordaggio. Devo ancora leggere l’ultimo libro di Harry Potter. Le mie figlie ignorano che ho comprato la vernice a lavagna per colorare le porte delle nostre stanze, e ancora non sanno che ho intenzione di farle traslocare nuovamente nella loro vecchia camera. Mariachiara non sa che cosa le voglio regalare al compleanno, Miriam deve ancora essere aggiornata sulle idee che mi sono venute sul nostro progetto. Stefano non saprebbe dove trovare il buono birra che ho promesso di dargli.

Avrei tante cose lasciate a metà, così, che resterebbero fluttuanti come incompiute note di una canzone che ti canticchi in testa mentre la inventi, che in quel mentre ti pare un successo discografico e poi la dimentichi in un soffio. In un attimo. Lo stesso in cui vai via.

La morte a me fa questo effetto qua. Mi mette davanti ai sospesi.

Mi solleva pensare che, se me ne andassi via adesso, così, vicino alla pistola a spruzzo che mi sono regalata questa mattina, forse le persone non saprebbero le mail che ho in programma di mandare, ma saprebbero esattamente cosa penso di loro e quanto le ami. 

Questa è l’unica cosa che conta, non lasciar passare nemmeno un secondo dal pensiero alla parola, al gesto, perché dire a qualcuno che è importante per te potrebbe essere l’equivalente di un sorriso inaspettato, di una vincita al gioco, di un cioccolatino buonissimo, di un paesaggio straordinario.

Io penso che Roberto, che questa mattina è pedalato lontano, abbia detto a tutti i suoi cari quanto li amasse. Non lo vedevo da tempo, da quando fumavamo canne alla chiusura del giornale, la domenica notte. Non ci siamo più visti ma ci siamo sempre un pochino seguiti, salutati attraverso quei social che anche a questo servono. Non sono mai andata a mangiare al suo ristorante, non ho mai conosciuto sua figlia e riabbracciato la sua mamma.

Sono seduta a terra, dovrei finire almeno la prima mano ma ho troppa voglia di chiudere il coperchio, mettere a bagno il rullo, farmi una doccia e andare a prendere le mie bambine. Mi sa che farò così.

Non è certo da questi particolari che si giudica un genitore

Questo è un post di felicità.

Cioè, sono contenta di quella contentezza che si ha se si raggiunge un obiettivo. Quando la bilancia dice che hai perso un etto (probabilmente hai tagliato i capelli), quando smetti di mangiarti le unghie, quando ti accorgi che è evaporata la voglia di stalkerare ex e affini, quando superi un limite e sposti in avanti il traguardo.

Ecco, io sono felice perché mi sono accorta all’improvviso di essere diventata più resistente ai giudizi sulla mia persona, anzi, sul mio interpretare la parte che preferisco della mia vita, quella di madre.

E me ne sono accorta in due contesti precisi, accomunati da un’accusa specifica a me diretta.

Il primo è avvenuto un mese fa. Ero sul balcone e stavo sistemando delle cose. Una coppia di una certa età, marito e moglie, non si è accorta della mia presenza e ha commentato il mio stile libero nello stendere la biancheria, ovvero senza pinze, un’abitudine che mi è rimasta da quando Micol era piccola e praticava alle mollette il suicidio assistito, facendo diventare l’acquisto delle sostitute un capitolo di spesa intollerabile. Dal fatto che io stenda la biancheria senza pinze hanno dedotto che “che non amo fare le cose della casa, della famiglia“.

Il secondo invece è avvenuto qualche giorno fa, su Facebook, a proposito della famigerata questione “cibo da casa” invece della mensa scolastica dei bambini. Un padre, dopo che ho espresso con moderazione tutti i dubbi circa il risultato a medio-lungo termine di questa cosa, si è sentito in dovere di dirmi che “ero libera di far cibare le mie figlie con quello che volevo, se non avevo voglia di alzarmi la mattina per preparare da mangiare“. Avrei potuto scendere nel fango con lui, sguazzando nei luoghi comuni, e chiedergli se sapeva trovare le mutande anche senza le indicazioni della moglie. Ma ho soprasseduto. In entrambi i casi non ho ribattuto.

E ne sono felice, perché ho raggiunto il risultato tanto ambito di stracatafottermene quando i miei atteggiamenti da madre non si allineano con quelli di chi mi sta giudicando in quel momento.

Perché di giudizi stiamo parlando, delle pietre scagliate sistematicamente contro genitori “diversi”. Semplifico qualche situazione.

Chi allatta al seno considera pigre le mamme che scelgono il latte artificiale e queste guardano alle lattanti con sguardo pieno di riprovazione, ritenendole frichettone e morbose. Chi porta con la fascia schifa le passegginate e viceversa. Poi c’è chi manda il figlio a calcio e dovrebbe mandarlo a rugby, chi fa guardare troppa TV o niente, chi legge sempre le storie e chi nemmeno una. Insomma, tra genitori ci guardiamo e abbiamo il ditino dell’accusa sempre pronto a scattare.

Il motivo, secondo me, è piuttosto elementare: essere genitori è complicato, ti senti perennemente in discussione, sai che le tue parole e i tuoi gesti contribuiscono agli adulti di domani. E sai che sbagli, perché è umano e ineluttabile.

Quindi è molto rassicurante vedere qualcuno che sta sbagliando più di noi. Secondo il nostro punto di vista, è chiaro.

Da quando il padre non vive più con noi, il percorso delle mie bambine non è stato semplice. Hanno fatto i conti con le mancanze, le battutine, si sono dovute barcamenare con i turni nemmeno fossero un supermercato, hanno surfato sulle tensioni e imparato l’arte del silenzio. Hanno conosciuto la parte peggiore di quello che era stato amore ed è questo, per me, il lato più triste della faccenda.

Quando la sera rifletto, considero se durante la giornata sono riuscita a mostrare alle mie ragazze la parte migliore dell’essere felici.

Perché questa è per me la sfida più grande: andare oltre le paure, oltre le diffidenze, superare i preconcetti e le mancanze, annientare la rabbia che travisa. Restituire loro una visione del mondo e dei rapporti d’amore il più ottimista che posso, nascondendo gli occhiali con cui vedo io la vita, dotati delle lenti deformanti dei miei trascorsi.

Un’educazione sentimentale basata sugli aspetti che vincono, e non solo su quelli che perdono e danno una scadenza ai rapporti. Perché questa, purtroppo, la conoscono già.

Credo fortemente in una visione gentile delle relazioni tra le persone, tra famigliari e amici e amanti e colleghi. Ed è su questa visione che mi concentro, quando dimentico di comprare le mollette per lo stendibiancheria. Sperando di non traviare ineluttabilmente un paio di massaie del futuro.

Tutta colpa della mia faida con il contapassi

La mia ultima perversa passione: camminare.

Nasce tutto dal cumulo di carboidrati complessi e fritti che mi hanno accompagnata da Napoli a Torino, sotto forma di morbidume antichiusura dei jeans: ho scaricato un’app per cominciare a fare ginnastica seriamente. Solo che, insieme all’app, ho dimenticato di scaricare pure la voglia, quindi, mi sono limitata a seguire il contapassi.

Il mio contapassi è di quelli cafoni, che punta all’umiliazione per spronarti. Ti comunica i chilometri percorsi, le calorie bruciate e poi ti cataloga come un populista qualsiasi: sedentario fino a 3000 passi, moderatamente attivo fino a 5000, poi leggermente attivo e poi, a quota 10000 passi, diventi attivo.

Ha guadagnato il titolo di molto attivo solo Forrest Gump.

Questa roba dell’insulto insito dell’app, per una competitiva come me, è una cosa inaudita, come il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. E così ho cominciato ad allungare il giro con Lola per aumentare i passi percorsi. Poi a fare due volte le scale. Poi ad andare in bicicletta, portandomi il fido cellulare con me e guardando salire il jackpot dei passi eseguiti con perversa soddisfazione.

L’obiettivo è cambiato: non voglio più solo diventare una gnocca soda, ma voglio conquistare il califfo dell’applicazione, ambisco ai suoi tiepidi complimenti. Ho cominciato la mattina, andando a prendere il 4 una fermata dopo la solita. Poi le fermate sono diventate due. E sono aumentate ancora. Al ritorno, idem. Sono arrivata a prendere il 4 di ritorno saltando fino a 5-6 fermate.

Ed è successa una cosa strana e bellissima insieme: ho cominciato a divertirmi, appassionandomi di una Torino diversa. Sembrerà banale, ma passeggiare per i quartieri che normalmente attraverso con i mezzi, rappresenta una grande fonte d’ispirazione e conoscenza: le tipologie di negozi, le abitudini, chi frequenta certi giardinetti… 

Quindi, adesso, in questa fase della mia dipendenza da promenade metropolitana, salgo sul tram e poi scendo, passeggio per qualche fermata e lo riprendo. Assaggio caffè e focacce, il che non mi aiuta nella lotta al morbidume, ma mi mette in uno stato d’animo di totale appartenenza a una città in grado di stupirmi ogni giorno, per la sua bellezza e per gli scorci nuovi che nasconde.

Venerdì ho fatto l’intera traversata: approfittando del fatto che le bambine fossero dai nonni e che non avevo problemi di orario, ho deciso che dall’ufficio a Mirafiori sarei arrivata a piedi a casa, in Barriera di Milano, seguendo l’itinerario del mio fido 4. Ebbene, raramente mi sono divertita così tanto a camminare per Torino. Mi sono sentita turista nella mia città e questa cosa mi ha messo di buonumore, nonostante la camminata di due ore.

Non so bene quanto durerà, se continuerò quando le bambine cominceranno ad andare a scuola, farà freddo e ripartirà la lotta dura con l’orologio, però per adesso mi godo le endorfine in circolo, il sorriso che mi fanno fiorire mentre cammino, e gli adduttori alla Gianfranco Zola.


Fino alla prossima (salutare) perversione.

Questa canzone la canticchiava un ambulante che montava il suo banchetto stamattina, sotto i portici di via Sacchi, davanti Porta Nuova: Ma che freddo fa.

Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice

Ieri sul 4 ho incontrato una donna infelice.

L’infelicità non ha un colore, è una pellicola sbiadente sulle cose, sulla terrazza da cui, in soggettiva, osservi il mondo. Ha il gusto di uno sciroppo alle erbe stantìo, con lo zucchero cristallizzato nel tappo. L’infelicità ti si parcheggia in faccia, nelle ombre sotto gli occhi e nelle rughette ai lati della bocca, che la trascinano verso il basso e ne tirano le labbra, le assottigliano. La fanno sembrare la cicatrice di un taglio chirurgico, di una ferita. L’infelicità non ha odore, ma rende l’aria spessa, difficile da respirare. Ti senti opprimere i polmoni e, per reazione, quando la incontri devi allargare le narici per incamerare quanto più ossigeno possibile.

Ho incontrato una donna infelice che conosco da tempo. Abitiamo vicine, so che lavoro fa, di chi è composta la sua famiglia. Parzialmente conosco anche i motivi di una fetta della sua infelicità. Mi si è avvicinata sul tram, io l’ho salutata come faccio ogni volta che la incontro, soprattutto quando i nostri cani s’incrociano per la strada e si annusano. Normalmente si tratta di un saluto.

Quando ci siamo viste, sul 4, eravamo a Mirafiori, all’inizio del mio viaggio per tornare a casa. Un’ora di tram accanto a una donna infelice. Ho cominciato ad allargare le narici per respirare profondamente, a mano a mano che lei parlava e che l’aria diventava sempre più spessa. Le sue frustrazioni, le sue fatiche, i suoi dolori traghettavano nel mio spazio vitale trasportate dai suoi racconti, e i colori diventavano meno accesi.

Improvvisamente ho deciso d’inventare una scusa e sono scesa dal 4. Ho lasciato quella donna infelice sul tram, dopo un saluto frettoloso, e sono rimasta alla fermata a leggere.

Non lo so. So solo che la vita è fatta di scelte e bisogna saperle fare nell’ordine giusto“. Questa frase, trovata nel libro che sto leggendo, mi fa ha fatto pensare immediatamente alla donna infelice incontrata sul 4.

La sua infelicità era frutto di scelte giuste fatte nell’ordine sbagliato?

Di scelte sbagliate, compiute in ordine sparso?

Era infelice perché non aveva scelto?

Avrei potuto restare sul tram, ascoltarla, come decine di altre volte mi è successo di fare. Perché non l’ho fatto?

In quegli occhi dalla pupilla piccola e dallo spazio immenso, io non avevo scorto nemmeno un briciolo di speranza. Zero. Lei non chiedeva di stare meglio, non chiedeva consolazione, non chiedeva consigli e soluzioni.

Non voleva nemmeno essere ascoltata. Voleva essere compatita.

Poi sono salita sul 4 successivo, ma questa è un’altra storia.