Essere o sentirsi diversi? (I bulletti vanno ghiotti di mia figlia)

Mia figlia è la classica sfigata.

Le piace fare gli esperimenti di scienze, ama le biografie, è goffa e sbatte dappertutto, legge Focus Junior, ha un suo stile preciso nel vestire, un po’ fricchettona e un po’ grunge. Mia figlia canta e balla, ma lo fa come manifestazione di gioia e non come esibizione calibrata. S’innamora tendenzialmente di chi non la ricambia, diventa amica soprattutto di chi viene lasciato ai margini della socialità, ed è anche attratta dai cosiddetti “popolari” che invece la schifano. Micol, mia figlia, ha qualche amico immaginario, ha anche gli occhiali, legge tanto e non è filiforme. Anzi, ha un pochino di pancetta e le cosce robuste e muscolose, le spalle formate. Ha il fisico sodo di un’atleta, in un mondo in cui la femmina, per essere conclamata come bella, deve essere bidimensionale. A mia figlia piacciono gli X-Men e Star Wars.

Mia figlia ha 9 anni e ha il cervello di una ragazzina più grande di almeno 3-4 anni, con l’emotività di una cucciola di 7. Mi spiego meglio: Micol sa raccontare e analizzare perfettamente un suo dolore, magari la rottura del rapporto con una sua amica, ma non sa gestirne la sofferenza. Analizza i motivi, contestualizza, spiega e racconta cosa prova, ma non ha maturato gli strumenti per arginare il fiume di tristezza, e si lascia inondare.

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane.

Mia figlia è la classica sfigata e quasi ogni giorno alcuni dei suoi compagni di classe si prendono la briga di ricordarglielo. Si mettono insieme quando le maestre sono distratte, e cominciano la litania. Il ritornello preferito è quello sul fatto che sia cicciona. Battute, canzoncine, sfottò. Fino a che lei non si mette a piangere. Lo so, piange. In questa società in cui le lacrime vengono lasciate alle puntate di C’è posta per te, piangere non si fa. 

Ma lei non piange silenziosa. Lei piange che non sa trattenersi, e grida anche. Difficile da gestire. Ogni tanto, per l’agitazione, le esce anche il sangue dal naso. 

Quando torno dal lavoro e mi faccio raccontare com’è andata la giornata, il bene o il male non sono determinati dalla quantità di cose imparate sui banchi di scuola, o dal grado d’interesse per una lezione. No, il bene e il male di una giornata di mia figlia è sancito da quanto la prendono più o meno per il culo e da come lei si sente abbastanza forte per reagire.

Sai mamma, oggi non ho nemmeno pianto“.

Perché se piange ha perso. Tipo videogioco. Se piange, e ricordatevi che lei non sa gestire come piangere, ferma la lezione e si entra nel melodramma. Game over.

Questo non vuole essere il processo di vittimizzazione di Micol, e nemmeno un’accusa alle istituzioni o alla scuola o balle varie. Le maestre di mia figlia sono speciali, non avrebbero potuto essere migliori e sono la parte bella di una situazione difficile. Lavorano in un contesto complicato e stanno dietro a tante Micol, ognuna con le sue criticità,  ma nonostante questo restano sempre vigili.

La questione è altra, la questione è la cattiveria. Chiamarla cicciona o stupida per minuti, ininterrotti, a gruppetti di 5-6 non è una cosa da bambini. Bambini il cazzo. Quelli sono teneri boccioli di adulti razzisti e individualisti.

Micol è una frignona. Ed è una ragazzina straordinariamente forte. Nella situazione vissuta ieri, in cortile, quando un gruppetto ha cominciato a prenderla in giro, io avrei alzato i tacchi e mi sarei avvicinata a una maestra. Lei è rimasta lì e ha ignorato fino a che ha potuto. Lei adotta la tecnica dell’indifferenza perché è ottimista, crede che tutti abbiano abbastanza neuroni per capirla, quella tecnica. Solo che certe volte è abbastanza forte per reggerla, e si isola nel suo mondo. E altre non ce la fa, e piange.

La via breve sarebbe insegnarle a rispondere, colpo su colpo, insultando i compagni perché non sanno parlare, perché sono sciocchi, perché hanno i denti in fuori e così via… E non è per santità che insegno altro, ma solo per egoismo: non voglio che mia figlia sia forte, voglio piuttosto che sia felice e non credo che razzisti e buzzurri adulti siano esseri umani felici.

Ogni tanto qualche simpatica amichetta della sua classe fa un giochino davvero interessante: fa finta di essere sua amica. A Micol non sembra vero di raccontare dei suoi esperimenti di scienze, di Frida Kahlo, dei suoi amici immaginari. Il giorno dopo, la simpatica amichetta, le rivela che aveva fatto finta e che non si sognerebbe mai di diventare amica di una come lei. Che si vergognerebbe.

Ma si sa, sono bambini.

Poi la sera me le racconta tutte queste cose, senza frignare, come mi recitasse la lista della spesa. Non utilizza mai le parole di una vittima, ma quelle di chi considera la cosa ormai assodata e che non è stato abbastanza bravo da non piangere, da non essere indifferente. Si sente in colpa quando non ce la fa, perché lo sa da sola che l’emotività è l’unica roba che non sa gestire con il suo splendido cervello, e le sale la frustrazione. 

Perché, mamma, perché io non piaccio ai miei compagni?

Perché? Ecco, non lo so perché. Non lo so nemmeno io perché. So che le lacrime stanno ai bulletti come il sangue sta agli squali. So che è la reazione dell’essere umano alla diversità che non si può spiegare, quella dell’isolamento. So anche che per stare a questo mondo, se sei un bambino, devi avere anche la fortuna che famiglia e società ti forniscano abbastanza strumenti per non diventare stronzo. So che qualche anno fa, quando tu eri tutta cervello e sorrisi e la tua emotivà la tenevi in un cassetto chiuso a doppia mandata, in classe andava meglio perché eri meno “diversa”. Poi si cresce, escono fuori le personalità, i caratteri, e ci si divide.

Quindi, chi lo decide chi è diverso?

Micol me la spiega così: “Le persone. Se una considerata figa decide che una è sfigata, tutti si accodano. Ma fai finta, mamma, che le parole degli altri siano macigni: se sei un elefante, lo scoglio che cade lo prendi al volo. Ma se sei uno scoiattolo, quello ti schiaccia”. 

Essere Micol, ogni tanto, non dev’essere semplice.

Ieri ho indossato un abito che amo molto e per il quale ho inventato una storia. E’ fatto a mano, rosso, con delle barchette bianche. Chi lo ha cucito, con un taglio anni ’60, non si è accorto che stava tagliando la stoffa al contrario per cui l’abito, indossato, ha le barchette a testa in giù. Alle mie figlie ho raccontato che la sarta, per non essere sgridata per l’errore, ha nascosto in fondo a un baule il vestito fino a che, qualche sua nipote, trovandolo, non ha deciso di portarlo al Baloon dove lo avrei comprato io.

Quando Micol ha finito di raccontarmi la sua tremenda avventura in cortile, mi ha fissato il vestito e mi ha chiesto perché lo mettessi, con le barchette palesemente al contrario. E io le ho detto che era tra i miei preferiti proprio per quel motivo: qualcuno ci vede solo lo sbaglio, io ci vedo una scelta artistica diversa che ha reso quell’abito unico al mondo. Speciale.

Vorrei che Micol non si prendesse la briga di dover sopportare la stupidità altrui sperando di cambiarla. Vorrei che diventasse forte da non farsi ferire, che acquisisse la consapevolezza di sè tale da non lasciarsi abbattere dalle battute. Vorrei che continuasse a parlare con me e si lasciasse coccolare. Vorrei che si concedesse di essere una bambina, perché quello è, anche se la sua testa è un po’ più grande di quanto dica l’anagrafe. 

Ma la cosa più di tutte che vorrei è che non smettesse di piangere. Perché se piange soffre, e resta umana, non si chiude in una scorza di cinismo che spegnerebbe alcuni colori del suo mondo. E lei si merita tutto l’arcobaleno.

SdCII, il Senso di Colpa Introiettato Immotivato delle mamme felici

Notte, asfalto lucido per la pioggia. Alice, con il tutù di tulle azzurro di Elsa e i capelli al vento, sfreccia per le strade con un libro in mano. Corre, dispettosa, nonostante la richiami all’ordine cercando di farla salire sul marciapiede. Una stazione, all’esterno. Lei corre, io la chiamo, poi mi ritrovo su un taxi con i miei amici e vado via. Qualche minuto dopo mi rendo conto di non averla fatta salire con noi. Torniamo indietro, ma Alice alla stazione non c’è più.

Mi sono svegliata con il cuore in tumulto. Sono corsa nella stanza delle rane e Alice era lì, capelli sparsi sul lenzuolo e boccuccia imbronciata. Ma la sensazione di angoscioso dolore non se n’è andata fino a che non ho dato un nome a tutto quanto: SdCII, ovvero Senso di Colpa Introiettato Immotivato.

Introiettato, sì, perché lo mando giù come si fa con le medicine schifiltose. Immotivato, sì, perché alla fine sono felice.

Il problema, in fondo, è proprio questo: la mia felice soddisfazione. In un periodo in cui per lavoro mi è capitato di viaggiare più spesso e frequentare le stazioni più di quanto frequenti casa di mamma, la Triade si vede poco. Sono più le sere in cui le rane dormono dalla nonna o dal papà, in modo da potermi permettere di partire presto. 

Della Triade le reazioni sono ovviamente diverse. C’è Micol, che dice: mi manchi, ti voglio bene, sento tanto la tua mancanza. Micol esprime, magari frigna a scuola o piange a casa della nonna. Poi c’è Alice, che non dice ma accarezza, sta in braccio, tiene la manina anche mentre mangiamo a tavola. Due modi differenti di esprimere emozionalmente qualcosa che razionalmente è ben chiaro: mamma va a lavorare. Lo sanno, loro, così come sanno che si tratta di periodi specifici dell’anno. Così come sanno che mamma, quando lavora e fa certe trasferte, torna sempre felice e piena di cose da raccontare e piccoli successi da condividere.

Il SdCII alla fine sta tutto nella felicità del trovare appagante cosa si fa, anche se ti porta lontano dal tuo focolare. E non è la società a puntare il dito su di te e i tuoi rigurgiti di donna metropolitana e soddisfatta professionalmente, ma sei tu stessa. Per questo il bastardo SdCII s’insinua tra uno scatto davanti al Colosseo e un caffè vicino il balcone di Giulietta, quando il pensiero delle rane è dolce e persistente ma tu hai da andare e parlare e spiegare. Lui sta lì, nel suo bozzolo, e aspetta il momento in cui la guardia è bassa per colpirti, regalandoti un sogno di cui è evidente cosa pensa una parte di te, piccola ma resistente: sei talmente egoista da dimenticare tua figlia alla stazione.

Che poi, quando ti svegli, lo sai che si tratta di una cosa che non ha senso. Ma sai anche che, irrazionalmente, il tuo subconscio sarebbe ben più lieto di assolverti se paradossalmente tornassi meno soddisfatta e più sofferente dalle tue trasferte. Si chiama: espiazione. 

Mi guardo attorno e le vedo le gocce di espiazione che noi donne, madri, c’instilliamo quando non arriviamo a fare tutto quello che decidiamo è necessario per potere essere all’altezza delle nostre aspettative. Le nostre, non quelle dei figli, dei mariti, della società. Le nostre. In tutti questi traguardi irraggiungibili e frustranti si evolve il SdCII fino a diventare il grillo parlante delle negazioni, quelle che relegano all’ultimo posto i piaceri: un libro letto sul prato, una mezzora di televisione, un jeans figo visto in vetrina, una pomiciata estemporanea. Tutto quanto rotola alla fine della lista delle cose da fare, perché tu, madre metropolitana tendenzialmente felice del tuo lavoro e pure senza marito, tu, proprio tu, sei l’artefice della tua indipendenza. E perciò, suca. 

Ma poi. Ma poi succede pure che, nel frattempo che macini pensieri cupi e pessimisti sulla tua condotta non in linea con il manuale della donna perfetta, si risvegli la figlia che oniricamente hai abbandonato alla stazione. Senti i suoi piedini correre sul pavimento e te la ritrovi affianco, scarmigliata, con la manina che s’infila nella tua. Vi guardate, vi sorridete e poi lei ti dice: “Quando torni a  Ginevra che voglio ancora quei cioccolatini che mi hai portato?”. E il SdCII sparisce in un soffio. Almeno fino al prossimo treno da prendere.

Cara la mia futura adolescente (pensierini per un domani ormai prossimo)

Cara Micol, l’ho visto proprio lì, sul divano di casa della nonna, quello che sarà il nostro prossimo futuro. In uno sguardo, in quello sguardo con cui mi hai avvolta per pochi secondi perenni, io sono riuscita a scorgere cosa saremo da qui a breve, io e te. E ho provato due sentimenti distinti: la paura di non essere all’altezza, e le vertigini per il privilegio che ho nell’assistere alla trasformazione a tappe di un panzerotto che diventa un adulto.

Non te la scrivo una lettera frignona, di quelle che ti mettono in imbarazzo. No, stai serena. Però due o tre cose devo dirtele e te le scrivo, che così io mi levo un groppo e tu le hai come promemoria.

Se fossimo alle battute iniziali, al battesimo di Aurora La bella addormentata nel bosco, tu fossi Aurora, e io fossi Malefica, saprei cosa regalarti. Eviterei la puntura con l’ago dell’arcolaio perché poi mi toccherebbe correre a disinfettarti e a rassicurare te, piccola ipocondriaca in erba, che non morirai di tetano.

Io sceglierei di regalarti l’imperfezione. Anzi, la consapevole ammissione dell’imperfezione.

Ci saranno momenti, Micol, in cui vorrai essere al massimo. Vestito, umore, sorrisi, situazioni, meteo: per quei momenti lì tu immaginerai tutto e ci investirai tutto. Vorrai che fossero perfetti. E non lo saranno mai perché, se c’è una cosa che ho imparato dalla vita, è che memoria e cuore incoronano come perfetti istanti spontanei, improvvisi, sui quali non c’è nessun controllo. Ti accorgerai che ne stai vivendo uno perché, a un certo punto, si fermerà tutto attorno a te e avrai la piena consapevolezza di essere felice. 

Che non significa, bada bene, che devi lasciare al caso le cose che ritieni importanti. Ci sono la tenacia, l’impegno, il lavoro e la passione che sono fiori per i quali ti prego di avere cura. Ti serviranno perché ti insegneranno il metodo per puntare i tuoi obiettivi e lottare per raggiungerli. Lo so, ogni tanto li teniamo chiusi in balcone e ci dimentichiamo addirittura di bagnarli. Sono quei periodi di scazzo fotonico in cui il bioritmo è basso e si procede per forza d’inerzia. Ma proprio perché tu, quei fiori, li hai piantati e battezzati, sai che sono la risorsa alla quale attingere quando il talento e il genio, la spontaneità e le capacità hanno bisogno di un’organizzata accelerata verso quella luna che hai deciso di acchiappare.

Il fatto è che quando sai di essere imperfetta, tutto diventa più semplice. Quando ti scruti e impari a riconoscere i tuoi punti deboli, quando annusi gli scivoloni, poi impari a cadere bene. E a rialzarti velocemente. 

Quando sai di essere perfetta nella tua imperfezione sai prenderti le responsabilità delle tue azioni e della tua vita. Ci vorranno magari giorni di riflessione, o soltanto pochi minuti di esitazione, ma poi sceglierai la strada più adatta a te e al momento che stai vivendo. Non perché sarai sicura che sia la strada giusta, ma perché l’avrai scelta tu con la consapevolezza che a ogni passo sarai lucida.

Ecco, potrei rimangiarmi tutto quello che sto per dirti nel giro di pochi anni, ma adesso prendi queste parole per buone.

Non aver paura di deludermi.

Succederà, e nessuna di noi due potrà farci nulla. Perché accadrà che io deluda te, le tue aspettative, i tuoi sogni.

La genetica ci ha fatte simili, ma non uguali. Lo specchio ci dice che ci somigliamo, abbiamo addirittura gli stessi tic e io, in qualsiasi momento della giornata, sento nelle ossa chi sei e come stai. La genetica ci ha fatte simili. Non si tratta di rapporto madre-figlia o di sangue, ci sono un sacco di parenti che al di fuori della famiglia, forse, non si sceglierebbero nemmeno come amici. E non c’è nulla di male ad ammetterlo. Tu e io siamo connesse e da sempre lo siamo. E’ impressionante avere il potere di scorgere i pensieri attraverso una fronte, uno sguardo. Ecco, tutto questo panegirico per dirti che se la genetica ci ha fatte simili e l’universo ci ha connesse, devi sempre ricordarti che io e te non siamo uguali. Che io vivo la mia vita, faccio le mie scelte, faccio dei grandi casini e con estrema imperfezione provo a sistemarli, poi. Ma io e te non siamo la stessa persona e questo è un mantra che devi ripeterti perché non c’è niente di più triste di una vita votata alla ricerca del consenso di qualcuno che si ama.

Tu sei tu, Micol. E sei speciale per come sei, per chi sei e per chi diventerai. Io sono qui che osservo emozionata la tua trasformazione e scelgo di mettere le pattine per camminare senza fare rumore. Lo so che mi vuoi bene e che ammiri tante cose che faccio, che ti piace come affronto le cose e che sei tanto orgogliosa di me. Ci sono momenti in cui mi guardi come se fossi un supereroe e mi si bagnano gli occhi. Ma lo scopo della tua vita non è quello di rendermi felice, ma quello di essere felice tu.


Concediti di fare cazzate, Micol. Mettiti alla prova.

Innamorati di un amore che ti sbriciolerà il cuore. Poi, dopo, imparerai a gestire il tuo dolore e a capire che ne vale sempre la pena. Ti capiterà a tua volta di sbriciolare un cuore, succede. La cosa importante è non fare del male deliberatamente, con cattiveria. Per il resto, perdonati.

Ubriacati. Fallo con persone che ti fanno ridere, con amici che ti sfotteranno per le cose assurde che farai. Ricordati sempre di tenere il cellulare acceso (quando lo avrai) con la batteria carica, e di stare con gente di cui ti fidi. Tieni a mente che potrai chiamarmi in qualsiasi momento del giorno e della notte, aspettandoti comunque che ti faccia un culo grande quanto l’Oceania. Se il giorno dopo non vorrai raccontarmelo, non sentirti in colpa. Io lo capirò, mi preoccuperò, mi incazzerò, ma mi fiderò di te. E non leggerò il tuo diario segreto.

Fai l’amore. Ma fai anche sesso. Ti ricordi cosa ti ho detto l’altro giorno quando parlavamo di vagina? “Devi diventarci amica, Micol, la vagina può essere una grande amica”. Tu sei diventata rossa, ma io lo so che hai capito. Perché avere consapevolezza del proprio corpo è una cosa sana, bella, che ti fa sentire libera come quando fai la ruota in un prato. Fare l’amore è una delle cose più belle che abbiamo a disposizione. Non ti sto dicendo di darla via come il pane a priori, ma di non infilare in sovrastrutture morali una cosa che è naturale e che è il motore dell’evoluzione di questo mondo.

Devi volerti bene. Questo è fondamentale. Devi amare le tue cosce robuste, il tuo sorriso incerto, i tuoi occhi allungati. Le tue manine. Tutto. Questo corpo qua, di cui devi avere cura, è quello che ti permette di vivere e andare per musei, ballare, studiare. E poi devi volere bene alla tua anima. Che non è perfetta, proprio come il tuo corpo, ma che ti fa sentire le emozioni e che collega i profumi alle persone, i vestiti agli avvenimenti. Attenzione, voler bene a corpo e anima vuole anche dire lavorarci se qualcosa non ti piace: accetta chi sei, ma non fermarti mai nel progetto di migliorarti.

Incazzati. Micol, porca miseria, incazzati. Non menare, ma incazzati. Incazzarsi fa bene, non aver paura della rabbia. Non è vero che quando si litiga ci si allontana. Se ci sono argomenti di discussione, e si litiga, poi ci si conosce un pelo di più e ci si vuole più bene. Non colpire mai sotto la cintura, non usare le debolezze di chi hai davanti per ferirlo, litigaci in modo costruttivo. Ma fallo. Perché potrebbe pure essere che l’universo stesso sia nato da un momento di grande incazzatura degli elementi.

Gestisci la paura. Tante cose fanno paura. Non ti dico di non averla, ma soltanto di provare a gestirla. Non hai idea del senso di liberazione che sentirai quando riuscirai a superarla e ad arrivare a vincerla. Quindi assaggia cose strane, vai in posti lontani, mettiti alla prova e insegui i tuoi sogni. I tuoi, non i miei. Perché ai miei bado io.

Focalizzati sul presente. Utilizza il passato come culla per i bei momenti, come avviso per quelli più bruttini. Pensa al futuro quando muoverai i passi verso gli obiettivi. Ma non dimenticare mai che vivi nel presente e che nell’attimo in cui vivi ci sono farfalle da vedere,sorrisi da scorgere, persone da salutare e gelati da mangiare. Il passato non si cambia, sul futuro si deve lavorare, ma il presente è una giostra figa che dà un senso allo scorrere dei giorni.

Studia. Sempre, fino all’ultimo dei tuoi giorni. Usa la tua curiosità e studia. Fai di te un essere umano libero, polemico, appassionato, costruttivo. Studia, o vedi che ti faccio…

L’altro giorno, sul divano della nonna, ho capito che i prossimi anni saranno un affare tra me e te. Sarò io la figura che abbatterai per diventare grande. Ecco, volevo dire che ne sono orgogliosa. Proverò a tenere sempre a mente quello che ti ho appena scritto, ma proprio per questo ti avverto che sono tua mamma e che mi toccherà fare la mamma, e l’educatrice e la stronza. A volte. In potenza, insieme a tua sorella Alice, siamo una grande squadra. Io lo so, tu lo sai, Alice si è preparata i popcorn ed è pronta alla saga adolescenziale che ci aspetta.

In bocca al lupo a noi.

Sul come e quando si aspettano le farfalle (sono bruchi signo’, che famo? Lascio?)

Ora, tu stai lì che vedi una persona che ti piace molto, con cui hai più cose in comune di quante pensassi potessi averne, ci fai pure dell’ottimo e fantasioso sesso e avete una conversazione variopinta. Insomma, una bella situazione che arriva almeno dopo una relazione categoria “definitiva” che si è trasferita nel reparto “Titanic sentimentale”.

Quindi, tu stai lì, con questa bella situazione, mentre nel frattempo continui a vivere e lavorare e consumare ossigeno e organizzare vacanze. Fino a che, tutto d’un tratto, il lobo frontale ricomincia a lavorare e ti sussurra: “Ma le farfalle? Dove sono le farfalle? Ti hanno detto che arrivano? Sono in ritardo come i Re Magi?”.

Eh, le farfalle. Possibilmente a frotte, nello stomaco, stanno a significare per antonomasia che stai perdendo la brocca. Sono rassicuranti, le farfalle, sono uno sintomo infallibile. Le farfalle promettono, portano con sé pensieri d’amore, come quelli di Mal dei Primitives.

Il lobo frontale, si sa, è stronzo. Ha tendenze da psicodramma, pone criticità che nemmeno nelle puntate più tristi di Lovely Sarah sono contemplate. Figurati se perde la ghiotta occasione di farti notare, il bastardo, che quello che ti sfarfalla nello stomaco, al massimo, è la caponata di mamma che, per quanto buona possa essere, non è niente di paragonabile all’amore di Romeo per Giulietta, al trasporto di Angelica per il conte De Peyrac, alla mia ossessione per l’olio di Palma.

Quindi, che significa quando non si sentono le farfalle in una bella situazione? Sono in differita? Non arrivano? Si sono perse nei meandri dei dolori e delle delusioni? La paura lega loro le ali? Sei sordo e non le senti? Te le sei mangiate? Le hai digerite?

Per rispondere a questa domanda mi sono rivolta a un gruppo di amiche e di amici che mi ha fornito una serie di punti di vista: assurdi, emozionanti, commoventi, divertenti, bastardi, veri. Da una domanda spuntata osservando la nebbia in treno, ne è nato un sondaggio che ha portato ad alcune considerazioni e alla creazione di macrogruppi di adepti allo sfarfallamento emotivo.

Inversamente proporzionali alla loro opportunità Le farfalle non ne fanno una questione anagrafica. Questo pensa la maggior parte delle persone a cui ho rivolto la mia domanda. Se ti innamori, o sei coinvolto, prima o poi arrivano. Esatto, prima o poi. Saltellando tra le vite dei miei amici intervistati ho notato che quelli che ultimamente le hanno proprio sentite roteare vicino il piloro sono quelli che “non avrebbero dovuto sentirle”. Nel senso che o si trovavano in una situazione di relazione extra (uno dei due o entrambi già impegnati) o di relazione impossibile (distanza, differenza d’età). Per cui, capisco che, se sei oltre i 35 anni e senti fortissime le farfalle è più facile che sia così perché sono farfalle proibite.

L’idealismo degli uomini Una delle grandi sorprese del mio sondaggio: l’idealismo di relazione della parte maschia del cielo. Le farfalle si sentono, sempre, altrimenti non siete una coppia, ma compagni di Fantacalcio. Ma, esiste un ma. Se per le donne le farfalle sono identificate con smania, mancanza di sonno, pensieri ossessivi e sorrisi ebeti, nei fallodotati la questione diventa più pragmatica e sottile, diventa un insieme di attenzioni e un’ispirazione di pazzie, tipo non andare a lavorare per farle una sorpresa. Ecco, ispirazione, perché poi non è detto che si abbia l’opportunità di realizzarle. Ma per i maschietti anche solo sentire di volerle fare rappresenta eco di farfalle. Un altro aspetto, un’ulteriore sorpresa: la gelosia. Nella mia mente di pseudoscienziata di esseri umani da sempre alberga l’idea che gli uomini siano SEMPRE gelosi o comunque provino SEMPRE fastidio quando caracolla un altro esponente dotato di pene dalle parti un soggetto femminile considerato della propria “crew”. Pensavo a disposizione di una genetica da polletto nel pollaio, e invece… e invece gli uomini lo sanno, lo sanno sempre quando sono gelosi o solo testosteronicamente infastiditi, distinguono le due emozioni e quindi per loro le farfalle hanno anche il rumore dei denti che digrignano.

La paura insonorizza E poi ci sono le persone Survivor che dopo il Titanic hanno trovato spazio sulla scialuppa di salvataggio e colonizzato una nuova terra. Per quelle, le farfalle, sono un discorso delicato. Sono diventate selettive, hanno scoperto quanto si possa stare bene in una dimensione single, qualcuna ha addirittura cominciato ad apprezzare l’attività di collezionista di peni e vagine di pregio, altre persone Survivor si godono amiche e amici. Per loro trovare qualcuno di decente che regga all’impatto del secondo appuntamento è già impresa improba, roba da fatiche di Ercole. Figurarsi se pensano alle farfalle.

Eppure.

Eppure potrebbero incontrare una bella situazione. Sapere che si tratta di una bella situazione, esserne consapevoli. Arrivare anche al terzo appuntamento e sentire sempre in sottofondo Celine Dion che gorgheggia My heart will go on, una sorta di preavviso dell’ipotetica fine della bella situazione in evoluzione. Ecco, sentire nelle orecchie Celine ti distoglie dalle farfalle. Potrebbe ammutolirle e i Survivor rischierebbero di non accorgersi che, per evoluzione e per necessità, nel frattempo le farfalle in questione potrebbero aver imparato nuovi linguaggi, nuovi segnali. Ci sono ma non si vedono, e non si sentono. E potresti ritrovartele lì, sotto forma di bruchi, quando meno te lo aspetti. Vivendo giorno dopo giorno.

Quindi, ricapitolando.

Le farfalle ci devono essere. Se vivi una situazione di frustrazione sentimentale potresti quasi invocarle, come antidoto alla monotonia e al bisogno di sentirsi vivi, e loro arriverebbero in sciami portando con sé una deliziosa relazione “pericolosa”. Se invece vivi un momento esistenziale zen, conquistato a fatica, le farfalle potresti addirittura vederle con diffidenza, illudendoti che sia possibile controllare emozioni ed eventi, credendoti tanto forte da poter tagliare l’acqua con le forbici.

 
Foto di Mircea Cantor 

Chiudo citando quella saggia di Micol: “sai come faccio quando una cosa mi fa paura? Penso a quanto sarei felice se riuscissi a realizzarla, non a come sarei triste se fallissi. E allora mi viene voglia di farla”.

VOV, le rane e la psicanalisi (Santisella è un blog famiglia, che si allarga)

Questo blog è come la mia vita. Si riempie e si svuota a seconda delle fasi che attraverso, con il mio passo saltellante. In questo momento Santisella è pieno di amore e di sogni e di amici e di iniziative. Per questo, ogni tanto, ospiterò i pensieri di VOV, “essere millenario, single, che ama i gin tonic, l’arte e gli uomini tremendamente biondi”.

VOV inizia con il botto e ci parla niente meno che dello “scoprirsi innamorati”.


Diagrammi di flusso

Scoprire se stessi come soggetto innamorato è quasi sempre rocambolesco.

Spesso abbiamo una necessità onanistica di sentirci innamorati a tutti i costi, perché si sa, l’amore è l’argomento più avvincente. 

Le nostre storie d’amore ci rendono simili a libri di fantapolitica mozzafiato, il resto è più simile ad un manuale di istruzioni o a un diagramma di flusso.

Pensando proprio di diagrammi di flusso siamo abituati a porci domande a sistema binario Si o No per capire se siamo innamorati sul serio oppure vittime di questo egocentrico sistema. 

Mi guarda? SI > NO se è SI lo guardo anche io. Se è NO rimango basita; come puoò non notarmi! Mi bacia SI o NO se è SI >cosa ho provato se è NO >quale recondito segreto nasconde quel bacio non dato?

Già perché la casella “sarà che non gli piaci” non la prendiamo neanche in considerazione.

Così possiamo andare avanti per fogli e fogli di Sì e No, navigando in attesa di uno sguardo, un gesto o le famose spunte blu.

Snoccioliamo una serie di personaggi di fantasia come la crocerossina, il disagiato, il misogino, il depresso, la sconfitta, la zoccola. 

Giochiamo alle maschere, giochiamo all’amore, giochiamo alla sofferenza, giochiamo fino a quando il diagramma va in tilt. 

Una mattina ci svegliamo e a qualsiasi scelta che sia SI oppure NO la risposta manda sempre alla stessa casella “lo amo”.

Nulla ha più una risposta e qualsiasi azione riporta a quell’unica certezza. 

Brutto o Bello, respingente o accogliente, che ti voglia oppure no. 

Non importa ripetersi di smetterla, ci siamo scoperti irrazionalmente innamorati.

Quindi eccoci qui, di fronte al grande Oracolo, con una sola possibilità; possiamo domandare all’altro: “e tu?” 

Se la risposta è SI > sesso > cose da fare insieme> conoscersi >litigare> rendere reale > sposarsi> annoiarsi> lasciarsi oppure reinnamorarsi ogni tot anni 

Se la risposta è NO > sofferenza > gin tonic >torna al punto di partenza. 

Dopo i 30 anni però tante volte ci crogioliamo davanti all’oracolo, godendo in modo masochistico della non conoscenza.

Quando invece basterebbe accettare che avevamo ragione a 8 anni.

Tra le caselle del SI e del NO c’è un umano

Forse.


Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Bambi se n’è andata via e io sono un pochino più adulta

Ecco, se in questi giorni vi capitasse di vedermi abbacchiata, con la testa tra le nuvole, incredibilmente di poche parole non chiedetemi se mi è morto il gatto, vi evito una gaffe: la risposta sarebbe sì. Non un gatto, una gatta, precisamente una gatta con un nome da cerbiatto maschio. La mia gatta Bambi.

Dopo 15 anni di coabitazione Bambi ha deciso che ne aveva abbastanza e se ne è andata via, tornando probabilmente nel regno dei felini eleganti e regali cui appartiene. Ha avuto il buonsenso di aspettare finisse il 2016, così da non mischiare la propria dipartita con quella di banali umani di fama effimera, e ha scelto il giorno dell’anniversario della morte di Coco Chanel per lasciare il palco, con la stessa dignità con cui è vissuta.

Se scegli di dividere la tua vita con gli animali sai che succede ciclicamente, capita che loro se ne vadano, probabilmente prima di te. Essendo io una collezionista compulsiva di animali, ho vissuto più di una volta il lutto, con più o meno coinvolgimento a secondo dell’amico che stava per lasciarmi. Non ho perso i loro ultimi respiri, li ho ascoltati andare via e poi ho chiesto sempre che del corpicino si occupasse qualcuno perché, io, non vivo il culto del sepolcro per gli esseri umani così come per gli animali. Bambi invece se ne è andata via così, da sola, di notte. Per monitorarla avevo messo la sveglia ogni ora: lei è andata via tra una sveglia e l’altra, tra le 2 e le 3, in quella che mia nonna chiamava “l’ora delle anime”.

Micol è dispiaciuta per me, per Alice non c’è presa di coscienza: se ne accorgerà mattino dopo mattino, quando nessun felino andrà a darle il buongiorno strofinandosi contro le sue gambe penzoloni, mentre fa la pipì.

Per me Bambi è il penultimo legame che conservo della mia cosiddetta vita a.M., ovvero prima di Micol, il grande spartiacque che divide la mia trentottenne esistenza. Prima di Micol ero più carrierista, più disinvolta, più insicura e più soda. Ero un’altra me, a cui ogni tanto penso con tenerezza, e Bambi faceva già parte della mia vita. 

È arrivata pochi giorni dopo il mio trasferimento nella casa di corso Palermo, la prima in cui avrei vissuto da sola dopo aver lasciato quella dei miei genitori. Bambi quindi è spaghetti alle 2 del mattino, intenta a scrivere la tesi. Bambi è il ritorno dal negozio dove lavoravo durante la settimana, è il ritorno dal giornale dove scrivevo nei fine settimana. È la felicità con il mio fidanzato dell’epoca, il mio principe. È un cumulo di dolori vari. È la portaborraccia alla rincorsa dell’autostima. È le partite del Toro sentite alla radio. È il primo stipendio “serio” da giornalista. È il suo parto e l’emozione di tagliare i cordoni ombelicali che la tenevano legata ai suoi cuccioli.

Di quel periodo mi rimangono il dondolo, la scrivania e un sacco di libri.

Ciao Bambi, sono stati 15 anni intensi e, lo sai, non ho rimpianti. Se non quello di non aver imparato, per ormosi, almeno un briciolo della tua eleganza. Miao.

Nell’anno che è stato io ho ucciso Candy Candy (questione di bilanci)

Tutti buoni a fare bilanci e propositi a Capodanno. I fighi, quelli veri, i conti tra passato e futuro li regolano alla Befana, quando il resto del mondo sta già lottando con la frustrazione di aspettative inarrivabili.


Io, ovviamente, sono una figa.

Normalmente, per ricordarmi le annate trascorse, mi ricollego ad avvenimenti calcistici di rilievo (mondiali, europei, partite leggendarie, acquisti di giocatori ecc.) oppure ci appiccico nomignoli didascalici. Il 2016 è il cosiddetto “Anno effetto domino“, ovvero l’apoteosi del rapporto causa-effetto. Sono stati i soliti 12 mesi (insieme a un 29 febbraio irrilevante) eppure a me, oggi, che ci faccio i conti, mi sembra che abbiano condensato 5 anni in uno. Ogni giorno una casella domino che, a seconda di come la facevo cadere, spingeva a folate la mia vita da una parte all’altra.

Che se non fossi andata al mare, quel giorno di vento, non avrei letto quel messaggio che sarebbe valso un’ultima colazione. Tutto così, un unico incastro di cazzate che sono valse puntate salienti della mia fiction personale. Oggi, mentre sgranocchio monete di cioccolata, capisco bene il percorso arzigogolato di questo 2016 che mi ha fatto tanto bene e che resterà la chiave di volta delle narrazioni santisiane. 

Nel 2016 ho imparato a stirarmi i capelli da sola. Ma non solo: ho ripreso a indossare le autoreggenti e ho ridimensionato quel timore provinciale di “essere bella” oltre che incredibilmente intelligente. 

Nel 2016 ho preso dei NO megagalattici (parlo di tutti i campi) Alcuni dichiarati, altri sussurrati o inalati tramite parafrasi. Tutti questi NO sono stati la mia fortuna (effetto domino) per un sacco di motivi che non sto a spiegare ma, soprattutto, perché erano frutto della grande e non dichiarata paura che ha accompagnato il 2016: il timore di quello che sarò. Cioè, e va bene la separazione, e va bene la chiusura della Bottega, e va bene l’oroscopo di merda, e va bene tutto. Ma poi, dopo il periodo di convalescenza emotiva post mega-giga traumi, bisognerà pure tornare in pista con qualche super potere in più dovuto alle batoste, no? Ecco, il sequel della mia vita, messo parzialmente in ghiacciaia negli ultimi mesi causa lavori di ristrutturazione, dicevo di volerlo vivere e intanto facevo di tutto per rimandarne il primo ciak, provando ad ancorarmi a certezze del passato. La mia bisnonna l’avrebbe chiamata rincorsa, io l’ho capito solo quando stavo già saltando.

Nel 2016 mi sono confidata maggiormente con amiche che con amici. Per me, questa, rappresenta una vera rivoluzione emotiva e comunicativa, visto che non succedeva dal 1986 che preferissi le donne agli uomini per scambiare pezzetti di vita catartici.

Nel 2016 ho anche staccato definitivamente le macchine che tenevano in vita la Candy Candy che c’era in me. Sulla carta d’identità, al posto di crocerossina, adesso c’è scritto raccoglitrice di bacche. La cosa che mi rende più orgogliosa è che questa dipartita non è frutto di scelte dolorose, ma di consapevoli NON-bisogni: non mi servono i tristocinici autocompiacenti, non devo per forza sentire i lamenti della gente, non devo nemmeno fare la riserva di energia positiva ed esaudire i sogni-voragini del prossimo. Insomma, mentre il 2016 si trascinava, a poco a poco ho perso prima i codini biondi di Candy, poi le lentiggini, poi gli stivaletti di merda e infine pure camice e cuffietta. Un piccolo passo per un manga, un grande passo per una Santisella.

La cosa più importante del 2016: anche le persone di cui pensavo di conoscere ogni anfratto, mi hanno stupita. Per questo la canzone del mio Anno effetto domino è una canzone di Jeff Buckley, un duetto, scoperto per caso qualche settimana fa. Pensavo di conoscere qualsiasi cosa di Jeff, collaborazioni, testi scritti per altri, concerti unplugged a sorpresa nei club. Tutto. Di questo duetto non avevo mai sentito parlare e da quando l’ho scovato, lo ascolto tutti i giorni (immaginate la gioia di Micol&Alice) “All flowers in time bend towards the sun”. Come una formula magica, sono emerse caratteristiche inimmaginabili di persone che pensavo di conoscere a menadito e così, oggi, giorno di bilanci e di cioccolatini della Befana, mi ritrovo ad avere amici che sono diventati altro, ad altro che sono diventati amici. Ad avere dei punti di riferimento trasformarsi in niente e dei niente diventare film francesi.

Un casino.

L’avevo detto che questo 2016 era stato corposo, denso, a tratti faticoso.

Per il 2017 ho già comprato i lupini da sgranocchiare mentre lo percorrerò, giorno dopo giorno, senza grandi proclami esistenziali se non quello, fondamentale e catartico, sul quale prometto d’impegnarmi solennemente: dire NO al colesterolo e dire sì ai viaggi. Tanti. Soprattutto se prevedono piedi nudi sulla spiaggia.